capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

mercoledì, 30 giugno 2004

LA CASA DEI 1000 CORPI

Lunedì sera sono andato a vedere "La casa dei 1000 corpi", primo film di Rob Zombie. Il film, piuttosto ben girato, riprende a larghi tratti la struttura di "Non aprite quella porta" di Hooper e anche l'idea finale è di fatto l'idea finale di "La notte dei morti viventi" di Romero: tuttavia, ripeto, il film è girato bene, con almeno un paio di scelte eccellenti, e se forse non merita che per lui  si spenda il capitale che costa oggi andare al cinema, non è immeritevole di un noleggio una volta disponibile in videoteca.

Però il film mi ha suscitato una riflessione (la stessa di quando ho visto "Ghotika" e "I fiumi di porpora 2", e ancora prima con "Scream 2"): è possibile fare un film di genere senza citare gli illustri precedenti? Mi sembra cioè di vedere in questi film - e d'altro canto anche in "Kill Bill", specialmente il secondo volume - un rifarsi ai modelli molto più cospicuo che nei film non-di-genere. Mi piacerebbe che esistesse una matrice di: tutte le scene in cui il mostro di turno sbuca alle spalle, tutte le scene in cui la ragazza scappa, tutte le scene in cui il poliziotto muore ecc... e poter confrontare gli esiti passati con i presenti. Penso (tuttavia per adesso è solo una sensazione) che scoprirei che il cinema horror è molto più meta-cinema di quanto si creda, e che ogni film horror riflette su se stesso e sul modo in cui si è evoluto il genere prima. Scegliendo chi citare, penso, il regista indica chi - a suo parere - ha lavorato bene.

postato da gabrieledadati, 15:23 | link | commenti (1)

lunedì, 28 giugno 2004

DOPODOMANI

Per i tipi delle edizioni Il Foglio di Piombino è appena uscito il nuovo libro del torinese Luca Pizzolitto: si tratta del romanzo "Dopodomani" (pp. 144, euro 12). E' il racconto appassionato di un anno di servizio militare vissuto tra molte contraddizioni: quelle nei confronti della famiglia, quelle nei confronti del servizio stesso, quelli nei confronti del tessuto sociale piuttosto drammatico della periferia torinese. Il senso generale della scrittura di Pizzolitto è centrato ottimamente dal bravo Gianluca Morozzi che firma la prefazione: si vede in queste pagine un'urgenza emotiva fortissima che si traduce in una fortissima urgenza di scrittura, suggerisce Morozzi. Aggiungiamo noi: le pagine si susseguono in maniera piuttosto implacabile, con alcune sbavature - è vero (ma le sbavature si correggono, e l'autore in questione è giovanissimo), e il senso generale è che quella che si sta leggendo sia un'esperienza che Pizzolitto non sarebbe mai e poi mai riuscito a tenere per sé. Questo è il buono del libro. Quello che invece convince meno sono alcuni passaggi in cui la trama sembra tenere poco, dove sembra che la concatenazione causa-effetto non sia del tutto ben realizzata. Resta però, sia chiaro, un libro che non fa male leggere.

Per ordinarlo (e sostenere così la piccola editoria) si può: richiederlo alla casa editrice cliccando qui; ordinarlo on-line cliccando qui; richiederlo direttamente all'autore scrivendo a limonyellow@email.it.

postato da gabrieledadati, 15:57 | link | commenti

mercoledì, 23 giugno 2004

PETRARCA

Settecento anni fa, il venti di luglio, nacque Francesco Petrarca.

L’evento è celebrato in tutto il mondo, ovviamente.

In Italia, trovo significativi (nel senso di attuali) in particolare gli appuntamenti di Bologna (6-8 ottobre), in cui si valuteranno le evoluzioni del “petrarchismo nel mondo”, e di Firenze, dove tra il 5 e l’11 dicembre si parlerà di Petrarca in relazione all’Umanesimo e alla civiltà Europea.

Sul sito ufficiale del VII centenario (www.franciscus.unifi.it) se ne può sapere di più.

postato da giuseppemauro, 11:09 | link | commenti (8)

FRATELLI D'ITALIA

La Nazionale italiana di calcio ha vinto ieri per 2 a 1 contro la Nazionale bulgara di calcio. Lo stesso, per una serie di regole, ha dovuto abbandonare la competizione europea.

Nelle ultime due partite giocate era successo questo: contro la Svezia (venerdì 18 giugno), dopo l'inziale vantaggio siglato da Antonio Cassano attaccante della Roma, la Nazionale è stata raggiunta dal gol svedese a cinque minuti dalla fine. L'attaccante dell'Inter Vieri, che si trovava sulla linea di porta, non è riuscito a deviare di testa e neppure ha ritenuto di deviare di mano (provocando così la sua espulsione e il calcio di rigore. Ma, ricordiamo, il calcio di rigore va tirato e non sempre entra, mentre un pallone che ti scavalca e non hai più nessuno dietro entra, a meno che non gli sparino dalla tribuna). Mentre nella partita contro la Bulgaria (che veniva dalla sconfitta 5 a 0 subita ad opera della Svezia e dalla sconfitta 2 a 0 subita ad opera della Danimarca) il difensore Marco Materazzi, tesserato per l'Inter, ha provocato - sullo 0 a 0 - un rigore per gli avversari. Il rigore è stato realizzato e la squadra è andata in svantaggio.

Ora, indipendentemente da tutto: Bobo Vieri e Marco Materazzi hanno fatto, singolarmente, due sciocchezze (Vieri ha giocato generalmente in maniera indegna) e a me è venuto un dubbio. Vuoi vedere che l'Inter è il marcio della Nazionale, oltre che di se stessa?, non possiamo provare a lasciarli a casa, la prossima volta?

postato da gabrieledadati, 11:04 | link | commenti (2)

lunedì, 21 giugno 2004

BENEDETTA

Domenica (ieri, cioè) pomeriggio sono andato all'ospedale di Piacenza, reparto "nuovi nati", a vedere Benedetta che doveva nascere a fine mese e invece - all'improvviso - è già qua. Pensavo di trovarmi di fronte a un ragnetto rosso tutto piegoline, e invece è una bimbetta piuttosto bella e vivace.

Benedetta è la seconda figlia di mia sorella Eugenia e si accoda a Vittorio che ha adesso quattro anni e due mesi. Ho visto mia sorella stravolta: Benedetta è nata col cesareo. Però sono zio per la seconda volta.

Più tardi il Cesena (città in cui è nata e cresciuta mia madre e tutta la mia famiglia da parte di madre) ha vinto i play-off di C1 (anche se la partita è finita in rissa) ed è tornato in serie B dopo quattro anni. Ho sempre guardato al Cesena con un occhio di riguardo.

Benedetta la bambina e bendetta pure la squadra, che sono proprio contento.

postato da gabrieledadati, 21:51 | link | commenti (5)

venerdì, 18 giugno 2004

SCARPA&CALICETI

Ieri sono stato a Milano a sentire Tiziano Scarpa che introduceva Giuseppe Caliceti che presentava il suo romanzo "Il busto di Lenin" (Milano, Sironi, 2004 - pp. 150, euro 12.00). Sono stati bravissimi, han parlato un'ora con le loro voci bellissime di molte cose, e anche di politica. E mi è venuta in mente una cosa, che poi potrebbe essere il problema grosso della politica oggi: la distanza. Mi spiego: la politica, per quello che ne so, è l'attività di amministrazione della società. Si tratta cioè di una serie di operazioni materiali di incanalamento risorse, realizzazione strutture ecc. che permettono a una comunità di vivere il meglio possibile. La politica è: decidere di costruire una strada, inaugurare un ospedale, stabilire che gli anziani possano viaggiare gratuitamente sugli autobus.

Però forse - è questo quello che mi è venuto in mente ieri - queste cose esistono meno di un tempo. Si è prodotta un'astrazione, le decisioni sono molto più lontane (in alto) rispetto al posto dove sta la nostra vita e riguardano quasi sempre cose che non si possono vedere/assaggiare/annusare. E sapete cosa mi sembra che succeda, anche? Mi sembra che sia scattato un meccanismo di divismo per cui i politici non ci sembrano più persone che svolgono un lavoro/servizio, ma star che giocano con i destini, protetti e nascosti.

Tutto questo mi fa un po' paura. Vorrei vivere in un posto dove, se c'è una buca nella strada, posso andare a tirare le orecchie al sindaco.

P.S. Questa settimana Tiziano Scarpa tiene un diario su Pordenonelegge.it. Giuseppe Caliceti lo fa sempre in Pubblico/Privato su Emilianet.it.

postato da gabrieledadati, 11:03 | link | commenti (1)

lunedì, 14 giugno 2004

CORRIERE DELLA SERA

Ieri il Corriere della Sera (e non solo) ha pubblicato una dichiarazione rilasciata da Silvio Berlusconi all'atto del voto in cui diceva di non votare a sinistra e non votare i piccoli partiti. Questa è una violazione della legge: non avrebbe dovuto. Ma è anche vero che Silvio Berlusconi non ha parlato di sua iniziativa, ha risposto a domande che gli sono state poste.

Ho pensato a questa cosa ieri sera, e ho pensato: le dichiarazioni da lui rilasciate, per il fatto che non avrebbe dovuto rilasciarle, sono divenute un fatto da raccontare sulle pagine di un quotidiano. Ma chi ha fatto sì che avvenisse il fatto?, chi lo ha provocato? - I giornalisti. Una specie di trabocchetto.

Il giornalismo funziona (dovrebbe) così: c'è un fatto, io lo racconto. Se invece si inverte (voglio raccontare, e allora strappo un fatto alla realtà) vìolo la mia etica professionale. Io almeno la intendo così. Invece di riportare ed eventualmente commentare, invento e distorco. Invenzione e distorsione fanno parte della fiction (sto leggendo un romanzo distortissimo, tra l'altro: La distruzione di Dante Virgili, Milano, Mondadori, 1970 e adesso Ancona, peQuod, 2003), non del giornalismo.  

Non mi soffermo sulle responsabilità di Silvio Berlusconi che non mi interessano. Volevo dire questa cosa sul raccontare, che mi interessava. La comunicazione giornalistica (che è un modo in cui, tra gli altri, percepiamo la realtà) è troppo importante per non essere supportata da un'etica poderosa.

postato da gabrieledadati, 08:50 | link | commenti (4)

venerdì, 11 giugno 2004

Si può pensare che sia tutta una “caccia alla poltrona”. La politica, intendo.

Sarebbe legittimo, ma secondo me non utile.

La politica è spesso specchio fedele della società che abitiamo. Dentro c’è un po’ di tutto: ambizione, arrivismo, sete di potere, prevaricazione, arroganza. Ma c’è anche diversità, passione, impegno civile, angoscia, coscienza.

Le virtù positive sono in netta minoranza, lo ammetto. Ma la misura della differenza è la stessa che ritroviamo nel quotidiano svolgersi delle cose e in ognuno di noi, anche di quelli pronti ad ogni piè sospinto a bollare i politici come tutti uguali.

Soprattutto, concetto non nuovo, possiamo evitare di occuparci di politica ma essa si occupa di noi, condiziona la nostra vita, ne stabilisce in buona parte priorità e percorsi.

 

Evito qualsiasi lungaggine sul significato alto che la politica dovrebbe avere e che, con le precisazioni di cui sopra, ha avuto da sempre, da quando l’uomo cioè ha scoperto prima il bisogno di riunirsi in comunità, poi la conseguente necessità di organizzare il proprio stare insieme, quindi quella della mediazione tra interessi contrapposti.

Dico solo, in perfetta sintonia con quanto scritto dal mio compagno di strada, che Il tuffo del voto è un tuffo che si fa di testa.

E che, una volta ri-trovata tale necessaria consapevolezza, è bene tuffarsi.

postato da giuseppemauro, 09:18 | link | commenti (1)

NEL WEEK-END

Questo finesettimana succedono tre cose. La prima è che iniziano gli europei. La seconda è che Paperino compie 70anni (ci saranno molto cartoni animati in tv). La terza è che si vota. Le prime due cose sono sicuro che: a) si esauriscono presto nel tempo, b) i loro effetti si esauriscono presto nel tempo. La terza cosa è invece la più breve, si esaurisce subito, ma ha effetti lunghi sui prossimi anni.

Sono tre cose che ci prendono le emozioni. A me piace il calco e anche le realizzazioni della Disney, sono cose che mi emozionano. Così il fatto politico, che viene ormai vissuto con emotività (per cui si trasformano in fatti politici anche la liberazione dei tre ostaggi o la finta-bomba fatta scoppiare a Bologna prima che Fini parlasse), anche se non è un bene. Mi rendo cioè conto che sarebbe opportuno iniettare un po' di razionalità alla mia emotività.

Allora io dico questo: pensiamoci bene, questa volta. Per le emozioni abbiamo Paperino e gli europei, se dobbiamo votare secondo emozioni non andiamoci neanche, restiamo davanti alla tv che per la prima volta nella vita forse vale anche la pena di essere vista. Il tuffo del voto è un tuffo che si fa di testa, non di pancia.

postato da gabrieledadati, 07:38 | link | commenti

mercoledì, 09 giugno 2004

Ieri in testa alla pagina della Cultura de "l'Unità" ho letto questa frase: "Nell'epoca in cui viviamo, è molto più importante riprodurre il mondo che tentare di spiegarlo." [Gilbero Gil]

Bello, mi sono detto. Questa cosa è vera a tal punto che siamo portati a credere più alla rappresentazione che al mondo, mi sono detto. Insomma: se non ci vengono mostrare immagini per televisione, certe cose non esisterebbero neanche, mi sono detto.

Ma poi mi sono chiesto: quale rapporto intercorre tra "riprodurre" e "spiegare"?, forse che riprodurre non è un modo di spiegare?, lavorare su un soggetto, decidere come mostrarlo, far sì che sia comprensibile per chi fruisce della comunicazione, non è un modo di capire/spiegare allo stesso tempo?

Per me sì. Raccontare (rappresentare) mi serve a spiegare/capire. 

postato da gabrieledadati, 16:02 | link | commenti (1)

lunedì, 07 giugno 2004

CASO CATTELAN

Oggi mi sono rimesso a pensare all'istallazione di Cattelan a Milano (che non c'è più). Si trattava di tre manichini raffiguranti tre pre-adolescenti (12-13 anni) impiccati all'albero più antico di Milano (nel caso, una quercia, mi sembra). Un uomo si è arrampicato per staccarli, è caduto e si è fatto male. Tutto questo un mese, mese e mezzo fa. L'artista (Cattelan) ha cercato di scuotere l'ordine sociale con un'opera provocatoria; l'uomo ha cercato di toglierla e ristabilire l'ordine sociale, perché l'opera turbava i passanti. Questo almeno in apparenza. In realtà Cattelan aveva il permesso del sindaco Albertini e la sponsorizzazione della Fondazione Trussardi, l'uomo invece ha attentato a un bene pubblico (oltre che una certa prognosi s'è beccato anche una certa denuncia). Cattelan rappresentava l'ordine, quindi, e l'uomo il disordine.

Chi ha sbagliato in tutto questo (se qualcuno che ha sbagliato c'è)?, Cattelan o l'uomo? Per quello che mi sembra, nessuno dei due, dal suo punto di vista: l'uno ha fatto la sua provocazione, l'altro l'ha rifiutata (e con lui, è chiaro, la maggior parte dei milanesi). E' piuttosto chi amministra una città come Milano, che ha sbagliato. Non ci si poteva attendere che tutti gli abitanti avessero la preparazione culturale e la disponibilità intelettuale per rapportarsi all'opera di Cattelan. Albertini doveva impedire l'installazione.

Sto invocando la censura?, penso che per l'arte ci debbano essere dei limiti? - No, invoco un percorso di iterazione tra arte e società che sia graduale, e in questo mi rivolgerei agli artisti e non ai politici. Prima una piccola provocazione, poi una più grande, fino ad arrivare a "provocare" in maniera comprensibile. Perché si è scritto tanto sui giornali, ma nessuno è riuscito bene a dire cosa significassero i tre impiccati: e allora, allora cosa "voleva dire" Cattelan?, e ha senso dire qualcosa qundo chi ascolta non ha i mezzi per capire?, a cosa serve non fornire prima i imezzi? Inoltre mi chiedo: serve a qualcosa un'arte così distante dalla società?, forse serve a se stessa, perché così può lavorare più liberamente e velocemente, ma finisce lì. Anzi, non sono convinto neanche di questo: come ha lavorato un'arte organica alla società come quella dell'antica Grecia (e qui parlo anche di letteratura)? Benissimo, è il periodo più omogeneamente felice - a livello realizzativo - della civiltà occidentale (Leopardi scrive a Giordani: è difficile fare i poeti in Occidente quando il primo, Omero, è stato il più grande). 

Allora quello che penso oggi è questo: accetto i percorsi artistici, e non le singole boutade. I primi servono alla società (e all'arte) per conoscersi e crescere, i secondi creano solo sensazione, evento. Mi sento di riconoscere una linea che va da certo futurimo a Nanni Balestrini fino ad Aldo Nove, ad esempio, e riesco a leggere correttamente Nove (dunque a sopportare e apprezzare la sua "provocazione") solo perché viene dopo questi.

Mi rendo conto di avere chiuso in poche righe tanta/troppa carne al fuoco, ma mi sono imposto di essere breve in questo diario, e vorrei davvero riuscire a capire meglio questo tema parlandone attraverso un dialogo nei post.  

postato da gabrieledadati, 17:45 | link | commenti (15)

venerdì, 04 giugno 2004

Sono a Roma, come sempre.

Dal finestrone del mio ufficio posso vedere via Colombo attraversata dal solito fiume di macchine, proprio sopra il laghetto artificiale dell’EUR. Qualcuno – fortunato – passa la mattinata libera canoando tranquillo; altri, fortunati anch’essi, si addormentano sui prati dei giardini intorno al lago.

I fortunati sono pochi, l’EUR è un gigantesco gabbione in cui l’Impiegato trova la propria dimensione ideale, moltiplicandosi in forme abnormi: è il suo mondo.

Sembra un giorno normale, ma in effetti non lo è.

Oggi a Roma c’è il Presidente degli Stati Uniti.

Il Presidente degli Stati Uniti è atterrato stanotte a Ciampino con l’Air Force One, l’aereo che possiamo ammirare nei film di Harrison Ford o di Denzel Washington.

Il Presidente degli Stati Uniti viene a celebrare il sessantesimo anniversario della liberazione di Roma da parte degli Alleati, che ricorre oggi – quattro di giugno - due giorni prima del sessantesimo anniversario dello sbarco in Normandia.

Il Presidente degli Stati Uniti avrà incontri diplomatici, visiterà le Fosse Ardeatine, cenerà con il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, onorevole Silvio Berlusconi; poi, imperiale, riprenderà l’aereo da film e volerà verso altre celebrazioni o verso casa. Quella bianca.

Il Presidente viene a Roma e io penso a quanto tutto ciò che viviamo sia relativo: situazioni, concetti, pensieri, idee, tempi. Al di fuori dei contesti di riferimento, non c’è nulla che possa trovare definizione e sostanza accettabili, o perlomeno condivise.

Penso questo perché io oggi non mi sento libero. E la cosa mi fa ridere, pensando ai mille posti ancora nel mondo in cui questa affermazione assume ben altra valenza.

Ma tutto è relativo, appunto.

Oggi non mi sento libero di festeggiare un pezzo di liberazione dal nazismo perché dovrei farlo insieme a chi oggi certi valori li calpesta e parteciperei alla sua glorificazione.

Non mi sento libero di manifestare perché un nugolo subdolo multicolore di avvoltoi paventa incidenti preparandoli ad arte, con tecniche consolidate.

Non mi sento libero di tornare a casa quando voglio perché la città è blindata, le strade sono chiuse, i bus sono deviati, quelli in divisa mi guardano strano perché ho la barba lunga.

Non mi sento libero e penso – generosamente – che questa illibertà la vive di certo anche il Presidente degli Stati Uniti d’America, costretto a celebrare un momento di gloria del Paese cui appartiene nelle vesti di bersaglio da difendere ad ogni costo.

Provo a domandarmi perché siamo a questo, e in quale misura ci siamo già abituati – irrimediabilmente – all’orrore quotidiano che passa veloce nei telegiornali in forma di numeri. Dietro quei numeri ci sono mondi spazzati via, e penso che la mia libertà non conta un cazzo, messa a confronto con le voragini che stiamo creando o consentendo.

Provo a risalire indietro alla catena delle responsabilità, ma torti e ragioni si intricano fino a formare un inviluppo inestricabile, e inesplicabile.

Provo a risalire e mi convinco ancora, come sempre, che la guerra giusta è un insopportabile ossimoro.

Allora dismetto dimensioni etiche e mi travesto da realpolitiko. C’è il terrorismo, cazzo, bisogna fare qualcosa!

Guerra preventiva, intelligence, alleanze trasversali, ordine mondiale.

Sto ai fatti.

Il fatto è che, anche travestito da quellochenecapisce, alla fine dei fatti non posso che convincermi dell’inutilità della guerra come mezzo di risoluzione di qualsiasi conflitto, del suo rivelarsi, sostanzialmente e costantemente, controproducente

Sto ai fatti.

Enumero ed analizzo le conseguenze delle guerre sotterranee ed emerse, quelle che passano attraverso il filtro di chi ci offre informazione e quelle invisibili: scopro che le catastrofi che seguono ad ogni guerra sono sempre devastanti, incontrollabili, concime per la guerra successiva.

Tutto si moltiplica esponenzialmente: disagi, rabbia, fanatismi, odio.

Tutto diventa fonte di rancori e di nuovi motivi di aggressione.

E il terrorismo, quella maledetta piaga che ci rende tutti meno liberi, trova i suoi ideali fondamenti nella guerra, se ne nutre anche con una certa voluttà.

E, per questo, vince. Vince nelle nostre teste, ancor prima che nelle nostre azioni. Nei nostri pensieri, fin dentro alle motivazioni più profonde del nostro disagio di vivere, prima di influenzare persino le piccole cose, e il nostro atteggiamento verso gli altri.

E’ un mondo difficile, quello che abitiamo oggi. Sembra banale, ma la normalità infastidita che provoca questa affermazione – la sento intorno - è solo il sintomo più vero di una inaccettabile assuefazione.

Smetto di pensare.

Io sto a Roma, come sempre.

In fondo, domani è il cinque di giugno.

postato da giuseppemauro, 09:13 | link | commenti (3)

martedì, 01 giugno 2004

Ciao a tutti. Mentre scrivo è ospite del collegio in cui vivo (il collegio Ghislieri della città di Pavia) Romano Prodi.

Sono stato ad ascoltarlo una mezzoretta. Parlando di Unione Europea, di integrazione (definisce: l'Europa è un insieme di minoranze), ha detto "Il Federalismo è come lo scudetto dell'Inter: ci vuole fede e tenacia". Non ha riso nessuno (ci saranno 200 persone), ma non era importante ridere.

A me oggi Prodi ha convinto e mi sono resto conto, incontrandolo, perchè non sempre mi convince a video. Fa spire di ragionamento lentissime, che si avvicinano al centro solo con molto tempo a disposizione: non è televisivo. Questo mi è molto piaciuto. Mi ha dato l'impressione inoltre di essere vero.

Mi piacerebbe incontrare dal vivo molti più politici, chissà che percezioni riporterei.

postato da gabrieledadati, 10:49 | link | commenti (1)