capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

martedì, 27 luglio 2004

PRIMO AMORE

Giovedì scorso sono stato in un cinema all'aperto a vedere PRIMO AMORE di Matteo Garrone, in cui recita Vitaliano TREVISAN. Finito il film (pubblico=24 casalinghe perplesse. a me è piaciuto), salta fuori un presentatore impresentabile e al suo fianco Trevisan. Comincia il dibattito. Chi lo sapeva? Nessuno.

Parlano un'ora e io sono lì che mi chiedo: "ma quello che ho visto fare lo psicologo era proprio Giulio MOZZI?"

Alla fine mi avvicino a Trevisan e glielo chiedo. Mi dice: "sì. All'inizio doveva fare il prete. E' adatto, no?"

"è cattolico", ho detto io.

"lo psicologo è una specie di prete", m'ha detto lui.

"un prete laico", io.

Trevisan mi ha sorriso, ha acceso la sigaretta a Davide che era con me.

Domani vado in vacanza, che ne ho bisogno.

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lunedì, 26 luglio 2004

TOLLERANZA&INTEGRAZIONE

Quattro giorni fa, in una piscina della provincia di Piacenza, una bambina musulmana ha chiesto ai gestori di poter fare il bagno vestita secondo quella che è la sua educazione. I gestori, non trovando nulla da obbiettare a senso del regolamento, glielo hanno subito permesso. La bambina si è dunque immersa, vestita e con il capo coperto, e ha trovato così un po' di refrigerio. Alcuni bagnanti si sono dimostrati perplessi adducendo il motivo della perplessità a ragioni di ordine igienico. Hanno così scritto una lettera all'Asl chiedendo chiarimenti: "è giusto che una persona vestita possa entrare in piscina?", hanno chiesto. Sembra che la lettera non abbia ancora ricevuto risposta.

(Intanto stamattina uscivo da un negozio di musica con mia sorella Sabrina e ho visto due bambine con in braccio due micini. Le due bambine - la mamma era alle loro spalle - accarezzavano i micini. Sarà normale, ma i micini erano due micini meccanici di quelli che i cinesi vendono sulle fiere.) 

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giovedì, 22 luglio 2004

INGEGNERIA  FISICA & LETTERATURA

Ieri, presso il Politecnico di Milano, ha discusso la sua tesi di laurea in Ingneria Fisica il mio amico Calogero Sciascia (in qualche modo parente, per li rami, di Leonardo Sciascia). Il lavoro di Calogero verteva su determinati led organici che vengono usati anche per il display di alcuni cellulari, per gli stop di non mi ricordo che auto, per il display di alcuni rasoi elettrici, ecc. e io sono andato a sentirlo discutere (c'ero andato anche martedì sbagliando giorno, perché era ieri - mercoledì - la discussione). Della discussione ho capito solo il tema generalissimo e poche cose specifiche.

Calogero ed io ci conosciamo da undici anni ormai e penso si possa dire che ci vogliamo piuttosto bene. Ha fatto molte cose belle e importanti per me, in questi anni: e così io per lui. Nella sua libreria ha tutti i libri in cui ho scritto, tutte le riviste, anche qualche foglio inedito e a volte parliamo di scrittura: Calogero - seppure privo di una formazione specifica in questo senso - capisce bene le cose di cui parliamo senza che io sia costretto a fare grosse semplificazioni. Viceversa, se parliamo di fisica, lui è costretto a semplificare molto le cose per me (es: un atomo è un piccolo sistema solare), perché io possa capire.

Ora: le cose stanno più o meno così, credo: il linguaggio in cui sono formalizzate le discipline di cui io mi occupo è generalmente descrittivo in senso comune, si potrebbe dire che ha un basso regime di formalizzazione; il linguaggio che usa lui è invece un linguaggio tutto affrancato dall'esperienza comune, è un linguaggio che io non sento se non in bocca a lui, e di conseguenza me ne manca la pratica. - Mi è stato spiegato che due fisici che lavorano a cose diverse arrivano ad essere tanto specializzati da non riuscire a parlarsi (/capirsi) se non attraverso delle riviste altamente specializzate che fanno da tramite traducendo.

La conseguenza di questo, mi sembra, è che chi si occupa di materie scientifiche riesce quasi sempre a tenere aperta una finestra sulla sfera umanistica: succede però raramente il contrario. Mi piacerebbe avere una formazione scientifica costante, continuare a fare studi di funzioni ad esempio.

C'è però un risvolto negativo della medaglia, e cioè che la letteratura è percepita come una specie di campo aperto in cui tutti hanno il diritto di dire la loro anche senza le basi di studio adeguate. Si è liberi di dire: questo libro è bello/brutto senza alcuna limitazione. Tuttavia non ci sogneremmo mai di trafficare con dei led organici senza sapere cosa stiamo facendo con precisione (ci passa la corrente elettrica nei led organici, tra l'altro). Mi piacerebbe ci fosse un maggior filologismo diffuso, ecco.

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mercoledì, 21 luglio 2004

SUCCEDE

 

Succede a volte che il tempo ci sia ostile, come irritato per motivi che sfuggono alla nostra comprensione. Succede a volte che le relazioni tra le persone si spengano lentamente, senza regalarti la possibilità di rendertene conto per tempo. Succede che queste relazioni, sulle quali abbiamo costruito magari un mucchio di certezze e l’immagine più vera del nostro futuro, entrino a volte in vicoli tanto ciechi da non consentirti altra strada possibile che quella a ritroso, quella che porta al prima. Perché dai vicoli ciechi bisogna uscirne, per forza disperata.

Succede poi che il tempo, scorrendo con lentezza meditata e ri-conciliante, ti regali non già dimenticanze, ma consapevolezze che sono antiche e nuove nella medesima percezione. Succede che sentimenti, sensazioni, amore (dove “amore” lo presento come contenitore multiforme di una serie di inesprimibilità), vengano depurati in maniera progressiva durante il cammino a ritroso e ritrovino, fuori dalla realtà, una dimensione di verità e di certezza che sembrava persa irrimediabilmente. Perchè la realtà sa deturpare ogni cosa, con perseverante maestria.

Succede, in sostanza, che ci sia bisogno di interrompere bruschi certe storie, per ritrovarne le ragioni d’essere, quelle d'origine. E armarsi di tempo e pazienza, da esuli consapevoli e certi che la voglia di tornare, prima o poi, verrà più forte di ogni altra.

 

Da venerdì sarò via, tra i monti d’abruzzo, per un paio di settimane.

A chiunque abbia la fortuna di poterselo permettere, auguro un buon distacco dal mondo.

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martedì, 20 luglio 2004

IL SUICIDIO DI ANGELA B.

Ho letto il libro Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei (Milano, Sironi Editore, 2003). Ho impiegato una settimana perché ho avuto molto da fare ultimamente e perché mi sono anche fermato - venerdì scorso - a leggere Le radici nell'aria di Massimo Bocchiola (Parma, Ugo Guanda Editore, 2004).

Allora: il libro (Il suicidio, intendo) è bello, ben scritto, retto da una struttura potente, sviluppa belle idee. Su questo niente da dire. Su Il suicidio di Angela B., niente da eccepire. Però mi ha fatto venire in mente una cosa (che non so se si riferisce proprio a Il suicidio di Angela B., ma non importa): forse, mi è venuto in mente, forse esistono dei libri (e più in generale delle opere d'arte) che non tengono conto del frutitore. Che sono perfette così e che necessitano (per essere perfette= compiute) di non tenere conto del fruitore. Faccio un esempio al contrario. I romanzi di genere possone essere bellissimi, ma lo sono sempre e comunque in rapporto a un lettore. Il bello dei romanzi di genere, infatti, è la loro capacità di tirarti dentro per le ginocchia. Il loro bello, sta in questo: nel riuscire perfettamentea tirarti dentro. Poi invece ci sono, ho pensato, delle specie di opere-monumento, opere-mondo, che stanno benissimo anche così. Intendiamoci: se ci entri e ci fai un giro, è bello, hai l'impressione di essere entrato in un bel posto: ma se non ci entri loro sono perfette lo stesso.

Insomma: ho pensato che ci sono questi due tipi di opere che mi sembrano interessanti (e poi c'è un mare di brutta roba, ma non vale la pena neanche pernsarci su): il tipo di opera ammaestrata per te e il tipo di opera selvaggia, per la quale sei tu a dover essere ammansito per lei. Opere-zoo e opere-giungla. Lo zoo è lì per te, tu sei lì per la giungla.

Questo, ho pensato. Perché all'inzio, leggendo Il suicidio di Angela B., cercavo dove si potesse magari rendere più agile il testo a favore del lettore. Poi mi sono detto: ma va benissimo così. E' bello che sia così. Anzi: ci vorrebbero libri ancora più selvaggi, senza nessun tipo di incivilimento. E poi un editore che si accontenta di vendere poche copie, perché non è mica facile trovare lettori che si sottomettano ai libri. 

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lunedì, 19 luglio 2004

QUANDO SAREMO VERI

Ultimamente ho fatto questo. Ne vado molto fiero.

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venerdì, 16 luglio 2004

L’ULTIMO CONCERTO DEI CLASH

 

Mi sveglio e scorrono i titoli sullo schermo.

Ho lasciato la tele accesa anche stanotte - penso intanto che il sonno va via lentissimo - immagina l’acea quanto mi vuol bene.

Iraq, ostaggi, orologio digitale, fiom, melfi, siti web.

Raitre.

In un riquadro tipo internet, johnatan franzen parla a mantova del suo ultimo libro pubblicato da einaudi. Tra il pubblico qualcuno domanda - ma c’è il modo di sconfiggere l’orrore del quotidiano?

Tutti ridono, io non capisco bene perché.

Ride pure franzen, dice che tra angosciati ci si diverte. Penso che è vero, che il comico è sempre costruito sul drammatico con l’intento di esorcizzarlo, di fare in modo che faccia meno male.

Faccia simpatica, mister franzen.

Mi alzo rassegnato dal letto tragicamente sfatto, che lei stanotte si è agitata come sempre occupando gran parte del materasso. Mi accorgo d’un tratto che la cervicale mi martella la nuca.

Prendo un saridon.

Lei è già scappata in ufficio, i soliti movimenti di sempre osservati dagli occhi socchiusi a singhiozzo.

Le mani che allacciano il reggiseno azzurro.

I collant che risalgono le cosce puntinate di freddo.

La schiena inarcata che accarezzo automatico.

Le mani allungate verso la stufa alogena.

La bocca protesa nel bacio della buona giornata a più tardi amore.

 

La solitudine che ci attanaglia quando siamo insieme.

 

Ricordo un tempo che era, e il senso che indossava.

 

Immagini mi sfilano davanti, ho gli occhi inutili fissi sullo schermo mi accorgo di essermi seduto di nuovo sul letto.

Guardo altrove, liberandomi dal peso.

Mi alzo ancora.

 

Fa freddo, ho poca voglia di lavarmi ma devo.

Una doccia.

L’odore di lei appiccicato addosso mi ripulsa leggero, senza fastidio. Mi annuso le dita, sanno ancora maledettamente dei suoi peli e di ogni suo umore.

Lecco dita e odori, pavidamente. Dal davanti dei boxer mi arriva una richiesta precisa repentina, durezza ingorda dolorante di ieri sera.

Non sento ragioni, è già tardi penso che è tardi e lo penso come sempre, come ogni mattina di merda che mi condanno a passare qui dentro da anni, come ogni sera malcelata paranoica pulsante di attese di voglia di sbancare la vita di picchiare sul capo i pugni mentre ti urli allo specchio che basta, via, altrove, impossibile, correre, sparire.

Sparire.

Penso che è già abbastanza tardi per ogni cosa.

Penso che è ancora troppo tardi per inscatolare un progetto e farne reality life.

Penso che vivo come immerso nell’azoto liquido senza il vantaggio di ignorare quello che succede intorno.

Sono un ibernato cosciente.

Me ne dolgo fratelli, sono costernato.

 

La voce di sergio zavoli mi riapre gli occhi chiusi a morire sui ricordi.

E’ il millenovecentottantatre, ho quindici anni e sto sentendo baglioni perché di musica ancora non ci capisco un cazzo e poi a quindici anni mi va di sentire lagne funebri e di costruirci sopra immaginari d’amore.

Renato curcio in prigione scrive un documento che pubblicano a parigi, si chiama l’albero del peccato. Renato curcio tenta di ridare una linea politica a quello che ormai si è ridotto a un gruppo militare intento a sparare uccidere massacrare alla cieca a destra e a manca alla folle visionaria ricerca di un consenso di massa ormai impossibile da aldo moro in avanti.

E’ tardi renato, e non solo per me.

Anzi, io ho di nuovo quindici anni per me non è tardi per niente, zavoli mi sta raccontando la notte della repubblica e io ne bevo avido mi spoglio delle vesti di autoescluso. Lascio andare baglioni, ricostruisco sopra altre colline la mia adolescenza.

Mi iscrivo alla FGCI, c’è ancora.

Vado all’Unità a chiedere di diventare cronista.

Aspetto fiducioso le prossime lotte studentesche, pronto a vestirmi da corteo.

Organizzo assemblee di quartiere sulla pace e sull’imperialismo yankee.

Mi scopo giovanna, perché mi sta sul cazzo.

Mando a cacare mia madre che mi rompe le palle che faccio tardi la sera.

Mi compro un motorino, adesso ne ho voglia.

A maggio scappo a los angeles a vedere l’ultimo concerto dei clash.

Faccio un sacco di cazzate, almeno fino ai venticinque.

 

Parte un’intervista al generale dozier, le bierre lo rapiscono ma non sanno l’inglese, non possono interrogarlo e neanche fargli il processo proletario.

Se fossi zavoli riderei, ma lui non sa ridere nessuno gliel’ha mai visto fare.

E’ tardi renato, e non solo per me.

Sparano a gino giugni, craxi diventa presidente del consiglio.

Craxi.

Un gorgo da cartoon mi riporta ai miei trentasei anni.

La prima cosa che faccio a trentasei anni, davanti a un letto sfatto appoggiato al muro est di una stanza sei metri per cinque in cui rinchiudo le mie notti e parti spezzettate delle mie giornate – da solo o con lei - da quando ne avevo trentadue, di anni

         la prima cosa che faccio è

io guardo l’orologio.

Mi scuoto violento, sono in ritardo mostruoso.

E’ tardi renato, e lo è anche per me.

 

Recupero il mio stato da ibernato cosciente, mi rivesto da polletto incravattato ma evito con cura la giacca, gesto residuale di una contestazione al sistema e all’esistenza senza più impulsi, né desideri.

La vita ha esaurito la sua spinta propulsiva, come la rivoluzione d’ottobre.

Mi sento stanco, rivestito di tutto punto.

Penso che appena arrivo in ufficio voglio provare a comprare su internet l’albero del peccato del collettivo prigioniero aa.vv. e il libro di franzen che però in fondo c’è pure in libreria.

Raccolgo la borsa che riposa sotto la sedia di vimini.

Apro la porta.

Comincia un’altra giornata.

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mercoledì, 14 luglio 2004

LE VOLTE CHE MI GUARDO DIETRO LE SPALLE E NON RIESCO A SMETTERE DI PENSARCI

 

Dormi, incantata.

Se i riflessi pieni della luna sapessero ingannare i piccoli occhielli ovali ordinati sulle persiane della finestra, riuscirei a vederti ancora come a s.agata, quella notte di tre anni fa. Riuscirei a vederti, inondata di penombre, addossata al muro sopra il quale tutto cominciava.

Ma la luna è morente, stanotte.

La luna si appende al cielo quasi dondolando, stanotte. Scansa filari leggeri di nuvole e affonda lenta dentro l’orizzonte.

Si direbbe stanca, la luna. Esattamente come te, che incantata continui a dormire.

Io non so fare altro che guardarti, e pazienza.

Io non so fare altro che pensare, rimestare nel passato pescando giorni, e attimi, e sensazioni ora sfuggenti.

Cerco gli odori, e il loro colore.

Cerco un senso, ancora uno che regali valore al nostro tempo.

Cerco uno specchio e un futuro rifratto, senza approdi possibili.

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lunedì, 12 luglio 2004

ARTE CONTEMPORANEA

In questi giorni il mio amico Davide Corona ha un'opera al Salone dell'Accademia di Brera.

Un tempo Davide faceva cose come quella che si può vedere in questa pagina. Per vedere invece cosa c'è di suo al Salone clickate "Corona" in questa pagina.

E siccome Davide è anche appassionato (molto) di fumetti, qualche mese fa gli ho fatto realizzare questa copertina.

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mercoledì, 07 luglio 2004

IDENTITA' CULTURALE - 2

Questa è una faccenda delicata.

E’ delicata perché va guardata, quindi affrontata, secondo due angolazioni diverse. E le due angolazioni - quella di coloro che entrano nel tessuto cercando di integrarsi adattandosi al colore, alla qualità, alle fogge; quella di coloro che quel tessuto lo abitano da prima – sovente portano a punti di vista che non si conciliano, o lo fanno con estrema difficoltà.

Come Gabriele, non sono d’accordo con la proposta di introdurre festività riconosciute importate da altre culture e usanze. Per le ragioni che scrive lui, per altre ragioni ancora. Non ultima, una di carattere squisitamente pratico. Ovvero, si porrebbe il problema di scegliere le festività in questione: quando e come festeggiare? Capodannno cinese in una classe con un bambino cinese? Fissazione di un numero minimo di bambini stranieri presenti in una scuola al di sopra del quale introdurre la festa? Formazione di una commissione paritetica con il compito di scegliere le festività aggiuntive da estendere a tutte le scuole (di Napoli? Della Campania? D’Italia) a prescindere dalla presenza di bambini originari del Paese di cui alla festa introdotta?

Mi sembra tutto un po’ irrealistico.

Non sono però del tutto d’accordo sul “cerchiobottismo”.

Il problema esiste e altre nazioni, in cui la dimensione dello stesso è più grande e impattante, ci fanno i conti con riflessioni e proposte a volte analoghe, altre volte persino più irrealistiche. Se il problema esiste va affrontato cercando di sintetizzare le viste risultanti dalle angolazioni di cui sopra ed è chiaro che (considerando la difficile conciliabilità) non è facile fare scelte “giuste” o condivise da tutti.

Sono napoletano, conosco la dimensione del fenomeno.

Tra l’altro, quello napoletano è un popolo che, tra tante pessime fame (non tutte meritate), ha quella di essere generalmente tollerante con le culture diverse con cui entra in contatto (anche questa è fama non sempre meritata). Risultato, probabilmente, della grande mescolanza di razze e di culture che ne formano oggi la sostanza.

L’idea quindi di dare, proprio a Napoli, un peso maggiore o un risalto più grande a certe manifestazioni anche simboliche di culture e religioni diverse, non è peregrina.

Andrebbe però ripensata, visto che siamo partiti da un disaccordo rispetto ad una proposta.

Ebbene, perché non festeggiare le ricorrenze individuate dentro la scuola, durante l’orario scolastico, dedicando alla festa e alla storia della stessa un certo tempo dell’attività didattica del giorno in cui essa ricade?

Mi rendo conto che la proposta può sembrare persino più “cerchiobottista” di quella oggetto di discussione.

Però io credo che l’integrazione significhi, sopra ogni cosa, condivisione.

E credo, anche, che festeggiare (per esempio) il capodanno cinese in una classe italiana, accomunando nell’evento bambini italiani e cinesi, possa essere letto come un momento alto di condivisione.

postato da giuseppemauro, 10:56 | link | commenti (9)

IDENTITA' CULTURALE

Diceva oggi il Corriere della Sera che nella regione Campania, particolarmente nella zona di Napoli, poiché sembra che la percentuale di stranieri nelle classi delle scuole dell'obbligo sia piuttosto elevata, si è fatta la proposta di festeggiare anche il Ramadam, la Pasqua ebraica, il Capodanno cinese. Tutti gli alunni resterebbero a casa in corrispondenza di queste festività così come siamo soliti fare per Pasqua e Natale. Gli insegnanti intervistati si sono detti favorevoli, bisognerebbe solo intervenire per correggere la programmazione didattica.

Io invece nono sono d'accordo, non sono favorevole. Penso che sia una cosa profondamente sbagliata.

Allora sei contro lo scambio culturale?, ti opponi alle esperienze che ci arricchiscono?

No, penso piuttosto che gli anni delle scuole dell'obbligo siano gli anni della formazione della persona e della sua identità culturale, e penso che sia importante che questa identità (che è insieme anche storica, religiosa, folkorika ecc...) non venga sottoposta a un relativismo che è difficile da controllare per un bambino. Penso che lo scambio culturale, a cui sono favorevolissimo, possa avvenire solo quando io ho qualcosa da dare (la mia identità culturale, che però richiede anni a formarsi) a te che mi dai qualcosa (la tua identià culturale). Non credo a una sorta di esperanto dei simboli culturali, così come non credo all'esperanto come lingua. Voglio il crocifisso al muro, insomma, per quell'ottanta per cento dei bimbi che ci crede e anche per gli altri per cui è un pezzo d'arredamento innocuo.

Però c'è un problema, me ne rendo conto, che sarebbe quello di poter fornire un supporto adeguato anche ai bambini stranieri perché anche loro possano avere dei momenti di elaborazione della loro storia e della loro cultura. A questo però non so porre rimedio, perché non si tratta solo di sostituire l'ora di religione: si tratterebbe di fare qualche ora di lingua e letteratura del loro paese, di parlare con loro dalla storia della loro gente, della geografia del posto di cui sono originari. Questo naturalmente se i genitori ritengono di far maturare ai loro figli consapevolezza delle loro radici. Se invece vogliono che crescano "come gli altri", allora è opportuno che facciano tutto quello che fanno gli altri, senza distinzioni, senza un sistema misto. Questi sistemi culturali con più polarità mi sembrano un esempio del tipico cerchiobottismo all'italiana.

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lunedì, 05 luglio 2004

SON FINITI GLI EUROPEI

Sono finiti gli Europei di calcio, ha vinto la nazionale greca. Ieri sera ero con sette amici (GiacomoRiccardoRuggieroCalogeroDavidePaoloLuca), abbiamo fatto una delle nostre cene che si fanno ogni qualche mese e intanto abbiamo guardato la partita. Alla fine eravamo anche contenti, che avesse vinto la Grecia (non tutti: Luca tifava Portogallo) perché è una squadra simpatica (una squadra-Paperino) che tutto sommato gioca al meglio delle proprie possibilità e soprattutto ha in porta il sosia povero di George Clooney. E' stata una bella serata, conclusasi abbastanza presto (poco dopo l'una di notte) perché: Luca ed io stamattina abbiamo dovuto prendere un treno e quindi ci siamo svegliati alle 6:30; Ruggiero sta sostenendo un esame proprio mentre scrivo; Giacomo ne ha uno domani; Calogero doveva consegnare la tesi; Davide andava a Milano a portare il suo dipinto al Salone di Brera (che si inaugura giovedì e resta aperto fino al 18. Per chi avesse voglia, Davide di cognome fa Corona e i suoi lavori vale la pena vederli); Riccardo e Paolo anche loro si dovevano alzare. Ma insomma, è stata una bella serata, la prossima volta tireremo mattino.

Poi oggi apro La gazzetta dello sport, scopro che Emilio Fede aveva puntato (non so quando) mille euro sulla vittoria finale della Grecia e adesso ne ha vinti un'enormità.

Dopo mangiato mi sono lavato i denti, mi sono sorriso allo specchio per vedere se erano belli bianchi, mi è tornato in mente Fede e mi sono detto: cos'hai da ridere, idiota, che il mondo va malissimo?

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giovedì, 01 luglio 2004

CECHOV

Oggi sono giusto cento anni che Cechov (medico 44enne e drammaturgo di fama assoluta) si è spento. Per conoscere com'è andata si può leggere il bellissimo racconto di Raymond Carver "L'incarico": il posto dove è più facile reperirlo è l'autonatologia "Da dove sto chiamando". Il racconto chiude - è significativo - il volume. Per ricordare lo scrittore oggi l'Unità gli dedicava l'intera prima pagina della cultura: al centro una foto molto bella. Anche il Corriere della Sera gli ha dedicato l'elzeviro.

Ricordo che la prima volta che sono andato a teatro (in quarta ginnasio: intendo il teatro "dei grandi", di sera, in giacca-e-cravatta; già c'ero andato con la scuola alle medie, ma erano rappresentazioni apposite per noialtri) è stato per vedere appunto l'Ivanov di Cechov con Gabriele Lavia (- mi sono sempre chiesto: come si fa ad essere un così bravo attore teatrale e un così mediocre attore cinematografico?) e in tanti anni di teatro resta una delle cose più belle che ho visto. Cechov è stato uno scrittore così formidabile. 

Di oggi poi è anche la notizia che, dopo 23 anni, la Francia dà l'estradizione a Cesare Battisti, brigatista e scrittore. Di sè lui parla qui; invece altri parlano di lui qui. Solo che si parla di lui solo sotto il primo aspetto, e cioè quello del passato da brigatista. E se fosse anche un bravo scrittore? Riusciremmo a disgiungere il giudizio sull'uomo da quello sullo scrittore?

postato da gabrieledadati, 18:31 | link | commenti (5)

Sebbene il mio narrare sia senza dubbio alcuno di livello qualitativamente inferiore rispetto a quello del mio compagno di viaggio (Gabriele scrive decisamente meglio di me...ed è pure decisamente più giovane), sabato 3 luglio alle 17,00 sarò qui:

http://www.effettonotte.it/effettonotte2/tracce04/tracce04.htm

Non ho avuto molto tempo, in questi giorni, di postare cose ritenute degne. In verità, neanche ne ho trovate, nè dentro, nè fuori.

Mi rifarò presto.

postato da giuseppemauro, 12:36 | link | commenti (1)