|
giovedì, 30 settembre 2004
CERCANDOTI TRA GLI SPIGOLI DELLA NOTTE
Esclamai il tuo nome ed eri nebbia
e sorte perduta in pegno
per una vita in più e un’altra di meno
postato da giuseppemauro, 10:03 | link | commenti (2)
mercoledì, 29 settembre 2004
UN PEZZETTO DI QUALCOSA CHE PRIMA O POI FINIRO’ E CHE STAMATTINA CI STA BENE
Io ho una moglie, un figlio e un senso borghese.
Non è che ho nel senso di avere, in fondo non è che loro siano di mia proprietà.
Veramente, non ho neanche un senso borghese.
Vabbè, ma posso continuare a scrivere cose per negarle alla riga sotto?
No, non posso.
Jim si è sposato nel millenovecentonovantanove, dopo quattordici anni di fidanzamento non convissuto.
Ha scelto quell’anno perché
a) si era rotto i coglioni di interpretare il ruolo di fidanzato nella sua propria commedia;
b) voleva fare il figlio del duemila.
Pensavo, mi sposo nel novantanove, nel duemila faccio un figlio. Sempre che non ci sia la fine del mondo prima.
Invece spermiogrammi cicli ovarici cazzi vari, per fare un figlio ci ho messo un sacco di tempo. E non l’ho fatto neanche io, l’ha fatto mia moglie acaia.
Mio figlio è nato nel duemilauno, a settembre.
Il mio senso borghese non lo so. Però credo non sia mai nato.
Anche perché jim è ancora comunista, né pentito né annacquato.
Io ho una voglia di scappare cucita addosso che a volte non concepisco. Voglia di scappare via dalle cose, a prescindere, a perdifiato.
Ho voglia di scappare perché l’ombra del tempo non mi dà tregua né speranza, mi nega tiranna il diritto a fermarmi, mi soffia sul collo parole veloci.
Ho voglia di scappare che non ho tempo davanti, nemmeno intorno. Dietro, lui sta dietro senza riuscire a sopravanzarmi, a metterci un punto o un’oasi di ristoro.
E poi jim è agnostico, nessun dio di certezze ad aspettarlo oltre la cortina di nuvole là in alto, subito dopo la vita.
Jim è sposato con acaia, e sono passati sei mesi e spiccioli di giorni.
Jim e acaia sono antropomorficamente complementari, bruno bionda scuro chiara occhi chiari occhi neri e via continuando.
Mi piacque che ero piccolo, acaia, poche consapevolezze e dirsi ti amo senza pensarci troppo; o per nulla. Mi piacque mentre gli anni ci trascorrevano intorno ci trasformavano senza cambiarci i nomi.
A quel punto, meglio stare vicini ogni giorno, basta un mese ed è già un problema riconoscersi, ritrovare gli stessi occhi e le mani e le complicità della pelle. E i sogni.
Basta un attimo è si è già lontani, abbastanza da aver voglia di restarci.
Jim e acaia si piacquero, e il tempo era obliante benevolo.
E così restò, molto a lungo.
Molto incurante, pure.
postato da giuseppemauro, 09:15 | link | commenti (2)
martedì, 28 settembre 2004
SIMONE
Le “Simone” sono libere.
E’ ottima notizia, e non solo per loro.
E’ notizia necessaria perché ci si possa aggrappare alla speranza che esista ancora speranza.
postato da giuseppemauro, 17:19 | link | commenti
LABIRINTI
E torno come ogni mattina nel mio abitacolo da città.
Chiudo la portiera con garbo, allaccio diligente la cintura, spingo il tasto numero 3 che mi connette ad isoradio.
Giro la chiave.
Vado.
La strada è uguale al giorno prima, non riserva sorprese.
Io guido come in trance.
Perché la mente percorre altre strade, anch’esse esattamente identiche a quelle del giorno precedente.
Senza sorprese.
Senza sorprese continuo a chiedermi cos’è che conti davvero, in certi momenti che la vita pure ti sbatte in faccia.
Se i ricordi, con i dettagli che tornano in mente a ondate, come spilli roventi.
Se le domande, e le mille risposte costruite senza un senso riconosciuto.
Se l’immaginazione, che tortura cattiva i sensi come fa con me in questo stesso istante.
Mi chiedo se non conti ricoprire per sempre, con i cerotti dell’oblio, le ferite aperte, e riaperte e riaperte ancora, dai contorni ormai devastati.
Mi chiedo se a contare siano il male subito o il senso di ingiustizia o il dolore fisico o la rabbia impotente che corre sotto la pelle.
Mi chiedo se conti ciò che non hai fatto, e che non hai saputo fare.
Mi chiedo – anche – se non sia importante saper isolare ogni cosa nel proprio senso, passare tutto nel setaccio della mente, provare a ricavarne le consapevolezze di sempre, ricostruendole con fatica servendosi degli odori, dei sapori, degli occhi e delle mani, di tutte le cose a cui non avresti mai pensato di poter rinunciare.
Mi chiedo se sia possibile tornare a guardare occhi senza provare l’orrore che adesso annebbia feroce la vista.
Mi chiedo se sia possibile ritrovare fiducia in chi pensi non ne meriti alcuna, come fosse nuova scommessa impossibile.
Mi chiedo se tornerà mai la voglia di provarci, di fare ipotesi.
Mi chiedo mille cose, e mille perché si accavallano senza alcun ordine in ogni angolo del mio dentro.
Nei suoi labirinti.
Mi chiedo senza risposte, per scoprire soltanto che nel raschiare il fondo della disperazione esisterebbe un unico motivo da ritrovare per sentirsi in diritto di chiedere al tempo un qualsiasi pezzo di domani, rischiando anche di trovare porte irrimediabilmente chiuse.
Un motivo che da solo potrebbe regalare un senso a tutto, anche al dolore più insopportabile.
Un motivo che senti ormai smarrito, perché ogni giorno è stato usato per convincerti della sua irreversibile assenza.
Il semaforo è rosso, io non lo vedo e quasi sbatto sulla clio ferma davanti.
Mi stropiccio gli occhi con le dita, riprendendo possesso del presente.
Mi guardo intorno. Sono quasi in ufficio.
postato da giuseppemauro, 10:52 | link | commenti (2)
lunedì, 27 settembre 2004
LOTTERIA
La gioia irrefrenabile che lo aveva accompagnato nelle ore precedenti si era liquefatta di colpo, lasciandolo stordito e senza forza.
Marco, solo e privo di sole, immaginò in un attimo tutto il suo futuro oltre quel giorno.
Non se la sentiva, non in quel modo.
L'avrebbero chiamato pazzo, magari l'avrebbero compianto, eppure non gli importava nulla.
Lasciò che la notte gli scivolasse addosso, sbiadendogli i pensieri. Gli occhi fissi al biglietto poggiato sopra il tavolo.
Si alzò dalla vecchia poltrona nella quale si era sprofondato e con lenta decisione strappò quel pezzo di carta che valeva una nuova vita.
Sorrise tra sé, insensatamente sollevato.
Finalmente tranquillo, si distese sul materasso ruvido e il gallo, improvviso ed acerbo, lo accompagnò verso il sonno.
postato da giuseppemauro, 16:25 | link | commenti
sabato, 25 settembre 2004
Ieri sera con gli amici di tutta una vita ho festeggiato la mia laurea in lettere. Adesso allora parto per andare sei giorni a Parigi e vi lascio da soli con giuseppemauro.
postato da gabrieledadati, 12:35 | link | commenti (2)
venerdì, 24 settembre 2004
IERI
Ieri non è stata una buona giornata, per me.
Mi si è rotto qualcosa dentro, il cuore se n’è accorto e ha cominciato a giocare a salterello.
All’ospedale, dove Claudio mi ha accompagnato di corsa, il medico di turno mi ha detto Lei dovrebbe star tranquillo.
Ci provi lei a star tranquillo con qualcosa di rotto dentro, gli ho fatto io.
Lui ha scritto parole e nomi su una ricetta, snocciolandomi tempi e dosi.
Ovviamente, io eviterò accuratamente di acquistarli, quei nomi.
Ieri non è stata una buona giornata.
Però ho capito cose importanti.
Ho capito di essermi confuso circa l’esistenza e i tempi di certi esili, ho capito fino a che punto può essere naturale mentire, ho capito che è tempo di crescere.
E che è tempo di tornare a casa.
Ieri non è stata una buona giornata.
Però ho chiuso per sempre il capitolo della mia vita scritto in maniera peggiore.
Avrò cedimenti e momenti di debolezza, lo so.
E’ per quello che conservo diligentemente i nomi elencati dal medico di turno.
Il potere evocativo della struttura sanitaria nazionale è da non credersi.
Nei momenti di debolezza, io guarderò quei nomi, ricorderò ciascuna sensazione e ogni sapore che hanno arricchito la giornata di ieri, respirerò profondamente.
Poi richiuderò la ricetta, e smetterò di pensarci.
postato da giuseppemauro, 10:01 | link | commenti (2)
giovedì, 23 settembre 2004
UNA CASA EDITRICE ROMANA CHE NON C'E' PIU', ADESSO C'E' ANCORA.
A p. 16 di Occidente per principianti di Nicola Lagioia (Torino, Einaudi, 2004) si legge:
Qualche anno prima avevamo lavorato come redattori per un casa editrice che aveva chiuso i battenti senza lasciarci la soddisfazione di dare le dimissioni. Francesco era stato al mio fianco nell'impaginazione, riscrittura e correzione bozze di un imprecisabile numero di libri. La casa editrice era specializzata nel trash-filosofico, un genere molto in voga nei primi anni Novanta. Ufologia marxista, Nazismo esoterico, Storia sociale della Nutella erano i titoli più ristampati. La nostra sensibilità di nati dopo il Settanta e la nostra cultura (un compromesso mostruoso tra pop, accademia e autodidassi riparatoria) si trovarono lusingate, poi divertite e infine, con il passare del tempo, offese da una simile linea editoriale e dai ritardi con cui veniva corrisposto lo stipendio. "Domani mi licenzio", diceva soavemente Francesco la mattina al bar. "Domani mi licenzio io!" replicavo sbattendo sul bancone la tazzina del caffè. Ma poi la casa editrice era stata sommersa dai debiti e noi eravamo rimasti senza lavoro.
Lagioia parla della casa editrice romana Castelvecchi di Alberto Castelvecchi, che prima di naufragare ha fatto in tempo a dare alle stampe: Aldo Nove, Isabella Santacroce, Sandrone Dazieri (come saggista), Luigi Bernardi, Tommaso Labranca e varie altre cose non male (Francesco Abate, Antonio Tentori, Fabio Giovannini, Massimiliano Griner e qualcosa di Renzo Paris) e per cui Lagioia ha lavorato. Castelvecchi è morta, poi è rinata come Cooper&Castelvecchi (pubblicando tra l'altro il bel Neoproletariato di Labranca), poi è morta di nuovo, adesso è appena rinata nuovamente come Castelvecchi (e ha dato alle stampe la discussa antologia di poesia del Novecento a cura di Manacorda). Cosa farà domani Alberto Castelvecchi che potrebbe essere un bravo editore e invece dissipa in ogni modo il suo talento?
Intanto stasera ho visto Big Fish di Tim Burton e mi è rimasta la videocassetta incastrata nel videoregistratore. E chi glielo dice domani a quelli del videonoleggio?
postato da gabrieledadati, 23:43 | link | commenti (5)
mercoledì, 22 settembre 2004
LE COSE NON SONO LE COSE
Capita un giorno di scoprire che le cose non sono quelle che sono.
Hai creduto alle favole, te ne sei nutrito, ne hai fatto verità.
Lo scopri per caso, perché qualcuno te lo racconta, qualcuno di cui ignoravi l’esistenza o il legame con le favole. Qualcuno senza nome.
E’ la personificazione del destino.
Lo scopri e dentro ti si rivolta ogni cosa. Capisci che non c’è nulla di cui fidarti, nulla. Nessuna favola. Anche se in quelle stesse favole ci hai messo l’anima intera.
Quel giorno, quel maledetto giorno, arriva sempre troppo tardi.
Però arriva, ed è lì che cresci davvero, e che ti scuoti di dosso per sempre consapevolezze prive di senso. E dolori costruiti sul niente.
postato da giuseppemauro, 14:04 | link | commenti
UNA COSA DI IERI
Ieri sono stato all'aperitivo di laurea di un ragazzo (io festeggerò venerdì sera con gli amici di una vita) che ha discusso la tesi lo stesso pomeriggio in cui l'ho discussa io e si è laureato con il mio medesimo voto, però in Scienze Politiche. Succede questo: che il ragazzo di cui parlo è rimasto orfano di madre pochi mesi fa. Ieri dunque all'aperitivo c'erano suo padre, sua sorella, alcune zie. Suo padre insegna presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bergamo. Per questo motivo ha avuto ai festeggementi sia il relatore che il correlatore del ragazzo e altri professori (se penso che io ero in maglietta e pantaloncini corti...) Però quanta tristezza mi veniva da leggere in ogni atteggiamento, in ogni parola. Forse era passando attraverso il mio filtro che tutto diventava triste, non lo so: però il tentativo di questo padre di essere padre-madre insieme, e amico del figlio, e intanto metterlo in buona luce presso i colleghi che domani lo potranno aiutare prima nel percorso di dottorato e poi nella carriera di cattedra in cattedra (che ci sarà indubbiamente), ecco, questo mi sembrava terribile. Anche il modo di essere simpatico con noi (soprattutto nei confronti di un altro ragazzo bergamasco figlio di un primario e a sua volta bravo studente di medicina) perché un domani suo figlio abbia buoni amici in buone posizioni sociali, be', anche questo era tremendamente triste. Poi invece no, non era triste, mi è venuto da pensare: era tenero, di una tenerezza che merita pietas e rispetto. Però niente, nessun traguardo nessun futuro radioso, vale quanto un affetto.
postato da gabrieledadati, 13:25 | link | commenti (1)
martedì, 21 settembre 2004
ALLORA OGGI
Alle 14:00 con: i miei genitori, mia sorella Sabrina con nella pancia Filippo, Paola con Simona e Virginia, Calogero Davide e Giacomo, il Castellozzi e Barbara, infine anch'io eravamo all'aula dove mi sarei laureato di lì a poco. Salvo slittare al volo di due posizioni (da secondo a quarto) per non precisati motivi e quindi precipitare a metà pomeriggio. Sudavo nel vestito buono.
Poi è andato tutto bene: ho parlato bene del mio lavoro, ha parlato bene di me la mia relatrice, ha prima parlato bene e poi ha fatto un po' le pulci al mio lavoro il mio correlatore. (Ma stasera al telefono la mia relatrice m'ha detto che commentando a porte chiuse il mio lavoro l'ha detto eccellente. La mia relatrice è la metricologa Gianfranca Lavezzi, il mio correlatore Renzo Cremante - che dirige tra l'altro, con Loriano Macchiavelli, la rivista "Delitti di carta" sul cui prossimo numero uscirà un racconto di Mauro Pianesi e mio scritto a quattro mani. Se poi volete dire: quello è raccomandato, ditelo pure. Mi sono raccomandato da solo una volta che ero nel suo ufficio.)
Il risultato è stato che in nome della legge mi dichiaravano laureato in lettere. Centodieci centodecimi con aggiunta di lode. Detto questo, domani Paola ha un importante esame e sostiene di non sapere niente.
postato da gabrieledadati, 20:27 | link | commenti (8)
lunedì, 20 settembre 2004
Stamattina per sicurezza mi sono fatto 15 chilometri in bicicletta, così son bello stanco e stanotte non dovrei avere problemi a prendere sonno.
Nella buca delle lettere di casa ho trovato il referto del Breath Test fatto l'uno settembre. Risulta che non ho l'helicobapter pylori. Adesso che so di stare bene, sto meglio. Anche se mi sento solo.
Nel pomeriggio ho rispostoo a varie mail. In una mi si diceva di comperare Occidente per principianti di Nicola Lagioia (Einaudi). Ho provveduto. Anche se non so quando potrò leggerlo.
Poi ho cercato un centro solare per farmi una lampada, così domani arrivo bello in forma alla seduta di laurea.
postato da gabrieledadati, 21:08 | link | commenti (2)
LA PROSSIMA CHIAMATA
Stamattina, alle otto, Margherita e Gianfranco sono partiti per Piacenza. Da Napoli.
Margherita e Gianfranco sono due miei cari amici, stanno insieme da un po’ di anni.
Li conosco da tempo, facciamo insieme le cose che si fanno tra amici. Uscire, mangiare una pizza, organizzare le vacanze, chiacchierare, guardare il mare, discutere, litigare.
Stamattina alle otto, però, loro sono partiti per Piacenza e contano di restarci.
Gianfranco ha più o meno trent’anni, è un ragazzo in gamba, ha un diploma da perito elettronico. Due o tre volte all’anno, Adecco o Manpower o chi vi pare lo chiama per offrirgli un contratto di collaborazione di due o tre mesi, tipicamente con la Siemens. Gianfranco va alla Siemens, o altrove, resta a svolgere i compiti che gli assegnano volta per volta, per il tempo stabilito, poi torna a casa ad aspettare la prossima chiamata.
Sono anni che aspetta la prossima chiamata.
Perché le successive riforme del lavoro, che hanno progressivamente aumentato la flessibilità in entrata del mercato del lavoro, così come amano dichiarare centrosinistri e centrodestri, adesso consentono di chiamare a singhiozzo chiunque senza limiti.
Puoi passarci la vita intera, oggi, ad aspettare la prossima chiamata.
Margherita e Gianfranco si amano, loro vorrebbero sposarsi.
Il punto è che in vigenza di prossime chiamate non si può pensare di comprare casa, di partorire un figlio, di progettarsi la vita.
A Piacenza c’è Nino, lui è il fratello di Gianfranco.
Nino a Piacenza ci lavora.
Nino a Piacenza si è sposato, ha comprato casa, ha fatto un figlio che accompagna ogni giorno all’asilo nido. Perché anche la moglie di Nino lavora.
Gianfranco ha proposto a Margherita di trasferirsi a Piacenza, e provare a mettere radici. Solo che non è facile mettere radici in un posto in cui non sei nato, le cui strade ti sono sconosciute, il cui sole ti è estraneo e non scalda la pelle, né il cuore.
Per cui, sono passati alcuni mesi.
Alla fine, ieri sera, Margherita e Gianfranco sono venuti a casa mia. Ci siamo salutati, ci siamo abbracciati, abbiamo riso, abbiamo pianto. Un po’. Con la flessibilità richiesta dalla società contemporanea.
Margherita e Gianfranco contano di tornare giù per le feste di Natale, e contano per allora di essere già riusciti a gettare le basi per costruirsi un minimo di futuro. Senza smisurate ambizioni, con la solita flessibilità richiesta. Altrove.
Ogni volta che penso all’organizzazione della società moderna o post, penso alla pubblicità della Meriva. Quanta flessibilità ti serve? recita la pubblicità. E giù percentuali ed esempi visivi.
Non riesco mai a calcolare con esattezza la flessibilità che è richiesta ad ognuno di noi, abitante del mondo post. So che è pari almeno alla ruvidezza con la quale ci viene intimato di mettere da parte gli egoismi tipici dell’epoca, e di mettere al mondo più bambini. C’è la crescita zero, egoisti.
Io credo che flessibilità e radici siano concetti antitetici. E che nessuno dovrebbe avere la pretesa di chiedere entrambe le cose a noi, abitanti post. Scompaginati nella testa, gente invisibile. Generazione ridimensionata.
Margherita e Gianfranco, loro mi mancheranno.
Prima di lasciarli, gli ho detto che a Piacenza ho un compagno di strada, con cui a volte condivido parole e idee.
Loro magari si incontreranno.
Un giorno o l’altro, loro si incontreranno.
postato da giuseppemauro, 11:56 | link | commenti (4)
domenica, 19 settembre 2004
ULTIME COSE
Il pomeriggio di sabato allora c'è stato il battesimo di mia nipote Benedetta. Il giorno non è stato scelto a caso: si è trattato infatti anche del decimo anniversario di matrimonio di mia sorella Eugenia con suo marito Roberto. Eugenia ed io abbiamo dieci anni di differenza: lei è nata nel 1972 (8 marzo) e io nel 1982 (3 agosto). Questo vuol dire che in quel settembre di dieci anni fa quando saliva all'altare aveva esattamente la stessa età che ho io oggi. Cosa faccio io, oggi, a 22 anni? - Mi laureo martedì. Meglio che niente.
Poi di sera con Davide, suo cugino, la ragazza di suo cugino, Calogero e la ragazza di Calogero (ma gli ultimi due son rimasti piuttosto in disparte) siamo andati a vedere Gene Gnocchi che faceva uno spettacolo per beneficenza in piazza, poi ha parlato un po' anche Luciano De Crescenzo (di cui ricordo un solo libro apprezzabile: il romanzo "Zio Cardellino") e alla fine anche la velina Elena Barolo. Dopo Gene Gnocchi ho iniziato a dare segni di insofferenza per via di questi becchi ossei invisibili che ho sotto i talloni che mi danno fastidio dopo un po' che sono in piedi o che cammino. Allora siamo andati a bere un'aranciata.
Questo turno di campionato di serie B tra l'altro hanno vinto sia il Cesena che il Piacenza.
postato da gabrieledadati, 00:27 | link | commenti (2)
sabato, 18 settembre 2004
UN FATTO PERSONALE & UNO MENO PERSONALE
Oggi pomeriggio ci sarà il battesimo della piccola Benedetta, sorellina di Vittorio nata il 20 giugno scorso e mia seconda nipotina (è figlia di mia sorella Eugenia). Ieri ho lavorato come un somaro perché oggi vada tutto bene: ho cucinato, ho scritto indicazioni con il computer, ho fatto fotocopie, sono uscito a comperare un regalo da parte di Paola e mia.
Tra la posta mi è poi arrivata una mail di Marco Nardini che sta finendo di curare un'antologia di racconti per un editore sardo che conterrà testi di autori importanti (dalla Mazzuccato all'amico Bosonetto) e di autori senza troppa importanza (io). Il libro uscirà probabilmente a maggio prossimo. Marco mi assicura che sarà bello, "con dei fumetti che collegano tutti i racconti" (- non ho capito cosa vuol dire, quindi attendo di vedere).
Marco mi invita ad andare a dare un'occhiata al blog: www.factory.splinder.com e mi fa un invito a scriverci. Penso che la prossima settimana avverrà.
postato da gabrieledadati, 09:48 | link | commenti
venerdì, 17 settembre 2004
TEATRO
A Piacenza l'altro ieri c'era il presidente Ciampi in visita alla città. Il nostro teatro compie 200 anni e la sera si è data l'ennesima replica del Nabucco alla presenza della più alta carica dello Stato. Allora mi è venuto in mente un passaggio di Addio alle armi in cui Hemingway dice che per chi canta a teatro la piazza più difficile è proprio Piacenza, se non si è fischiati a Piacenza non lo si è più. Oggi ho scorso il romanzo e non ho trovato il passaggio. Ho solo visto questo dialogo (libro quarto, cap. xxxiii):
"(…) Devi scappare?"
"Niente di preciso ancora."
"Non dirmelo se non vuoi. Ma sarebbe interessante da sentire. Non succede mai niente qui. Ho fatto un gran fiasco a Piacenza."
"Mi dispiace tanto."
"Oh, sì… È andata molto male. Ho anche cantato bene. Tenterò di nuovo qui al Lirico."
Immagino che il passaggio che ricordo sia qui attorno da qualche parte.
E ieri mattina si è spento il bravo poeta e grande traduttore (anche di teatro) Giovanni Raboni. Aveva 72 anni. Il primo anno di università avevo seguito un suo corso di storia del teatro all'interno della Scuola Universitaria Superiore che frequento: mi aveva lasciato un'ottima impressione. Ci avevo anche chiacchierato.
Passaparola (trasmissione che di solito non guardo perché a Pavia non ho il televisore. Ma stasera mia madre a Piacenza l'ha acceso) l'ha ricordato mettendo il suo nome come risposta alla domanda di un quiz. Niente di più brutto. Da parte mia scrivo solo: Giovanni, le sia lieve la terra.
postato da gabrieledadati, 00:33 | link | commenti
giovedì, 16 settembre 2004
CERONETTI
Scrive il poeta Ferdinando Cogni in "La piccola città", Milano, Scheiwiller, 1996, p. 63:
Ceronetti, Ceronetti,
con Catullo non ci siamo:
proprio il verbo di un uccello
con un gergo da ruffiano.
Detto questo: oggi ho prenotato volo e hotel, per cui dal 25 al 30 settembre Paola ed io saremo a Parigi. Per questa ragione non credo che intervisterò Ceronetti (- o sì?)
In ogni caso la giornata era cominciata bene: alle 9:00 mi aveva telefonato la mia banca (Fineco) per dirmi che il mio promotore finanziario (dott. Fabio Marchetti) non stava bene e non si sarebbe presentato all'appuntamento delle 10:00 con me. Il sollievo è stato grande: è un anno che mi propone investimenti e io in totale ne ho sottoscritti… nessuno. Ma la battaglia tra noi due è solo rimandata.
postato da gabrieledadati, 00:33 | link | commenti (2)
martedì, 14 settembre 2004
PIETA'
Ecco una cosa per cui serve immaginazione: il sentimento di pietà.
Se mi dicono che muoiono tante persone in un dato disastro faccio fatica a provare pietà, perché non riesco minutamente a immaginarle. Se invece so che ci sono due ragazze di nome Simona in mano ai terroristi e mi metto a immaginare che probabilmente da quando si conoscono colgono tutte le occasioni possibili per giocare col loro nome (rispondendo l'una per l'altra a chi le chiama, chiamandosi una Simo e l'altra Simonetta, raccontandosi di come i loro genitori hanno scelto il nome) allora riesco benissimo a essere pietoso. E così in effetti provo pietà e apprensione per loto. Vorrei che la mia immaginazione fosse potentissima per sentire tutta la pietà che ogni giorno ogni vittima si merita.
postato da gabrieledadati, 22:30 | link | commenti
IERI&CUNEO
Di pomeriggio esco e vado alla redazione di Libertà, il nostro quotidiano fondato 121 anni fa da Ernesto Prati. Incontro Angela Marinetti, caporedattrice della pagina della Cultura, che mi propone di scrivere per loro. Se lo faccio un paio d'anni divento giornalista pubblicista e poi posso essere anche assunto. Io non avevo mai pensato di fare il giornalista, nella vita, ma mi sono reso conto che si sono tutta una serie di cose che non voglio fare: in testa c'è il rimanere in Università. Accetto, per cui da ottobre inizierò a scrivere di cultura.
In redazione mi blocca Enrico Marcotti, caporedattore della pagina dello Spettacolo e regista teatrale piuttosto bravo: mi chiede una mano per portare in scena letture di alcuni scambi espistolari (ci sono di mezzo Cechov e la moglie, Anderson-Stein, Aleramo-Campana). La cosa mi spaventa, visto che non so neanche da dove cominciare (tra l'altro sono testi che non conosco). Lo stesso dico di sì, perché i prossimi mesi saranno mesi di esplorazione di cose nuove per me.
Esco dalla redazione di Libertà, vado in biblioteca e riconsegnare due libri e poi mi dirigo verso lo studio del pittore Alfredo Casali (che sembra un viveur e invece s'è laureato con Anceschi ed è un grande pittore). Arrivo nella zona stranissima in cui ha lo studio: qui ci sono slavi, africani e piacentini d'annata che parlano solo dialetto. Chissà come si capiscono. Alfredo (che ha quasi 50 anni anche se ne dimostra 35 ed è sposato) mi parla di una bellissima prostituta di nome Jessica che c'era in quelle strada e adesso s'è trasferita altrove. Ad Alfredo dispiace. Parliamo delle due mostre che sta per inaugurare: il 23 settembre a Milano, Agorà Arte, via del Carmine (è la zona di Brera) e il 16 ottobre a Piacenza, Solaria Arte, via Roma. Per la mostra milanese la prefazione al catalogo l'ha fatta Simona Vigo, alla mostra piacentina io. Alfredo mi regala una tempera di dieci anni fa già in cornice per ringraziarmi. Io sono contento: non fosse altro perché le cose di Alfredo cominciano ad essere piuttosto quotate.
Poi torno a casa. Risento al telegiornale del treno deragliato vicino a Cuneo. La giornalista parla di "terribile tragedia in cui hanno perso la vita ben due persone." Io resto perplesso e lo dico a mia madre. Mi dispiace per le due vittime perché non importa la statistica, ogni vita umana che si spegne è un dolore a sé, ma non trovo corretto dire "terribile tragedia", perché quando davvero incontriamo una "terribile tragedia" allora non sappiamo più come chiamarla. Lo diceva Beppe Grillo nel 1994: attenti alle parole. Dovremmo ribassare il profilo: quello di Cuneo è un Lutto, un Dolore, un Incidente ferroviario in cui hanno perso la vita due persone, ma non è una Terribile tragedia.
Non vorrei però essere frainteso: la morte di quelle persone mi colpisce molto, ed è proprio per questo che non approvo il sensazionalismo usato dalla giornalista. Non lo trovo pietoso nei loro confronti. Mi sembra che parlare così serva a rendere più seguito un telegiornale (cioè: vendere un prodotto) che non a rendere correttamente una cosa accaduta (cioè: fare informazione). Dire Terribile Tragedia, mi sembra, è quasi mettere un nastrino dorato sul pacchetto. È una cosa abominevole che ci porta lontani dalla dimensione provata del lutto (che è l'unica che possiamo maneggiare: visto che siamo esseri umani) verso la dimensione dell'Apocalisse (che è però una cosa che va al di là della nostra capacità di farci i conti).
postato da gabrieledadati, 10:21 | link | commenti (8)
domenica, 12 settembre 2004
IL BONNI, MANTOVA E IL SOTTOSCRITTO
Ieri pomeriggio il mio amico fiorenzuolano Bonni (al secolo Riccardo Bonini) mi chiama e mi dice: "Ti faccio una proposta estemporanea: domani andiamo al Festival della Letteratura di Mantova?"
"Chi andiamo a sentire?"
"Non lo so. Non ho mica guardato il programma. Allora vieni?"
"Ci penso", e metto giù.
Cinque minuti dopo lo richiamo, dico: "Va bene. A che ora passi?"
"Facciamo alle nove, che in quaranta minuti siamo là e facciamo giornata piena."
Stamattina mi sveglio alle otto e mezza, mi lavo, mi vesto e attendo. Alle nove squilla il telefono. La sua voce impastata annuncia un lieve ritardo. In effetti, si presenta alle dieci meno dieci.
Andiamo a Mantova (lo facciamo un anno sì e uno no) e scopriamo (come tutte le volte) che sono quasi cento chilometri di strade di campagna. Alla faccia dei quaranta minuti che ci dovevamo mettere. Per strada a rallentarci ci sono: due diverse corse ciclistiche in senso opposto che ci costringono a fermarci a lato della strada; un camion rumeno seguito da un'auto rumena che ci tengono dietro venti minuti prima che si riesca a sorpassarli; una carriola di zucche ferma a uno stop, credo dovesse immettersi, peccato che non ci fosse nessuno vicino a lei per spingerla (al ritorno era sempre ferma allo stop, in attesa di immettersi).
Arriviamo all'ora di pranzo. Mangiamo, scopriamo che tutti i biglietti di tutti gli eventi sono esauriti (e non ci sono più eventi gratuiti - salvo la lettura del Baldus di Teofilo Folengo, che ormai però era alla fine - come un tempo: ricordo che due anni fa sentimmo gratuitamente Arbasino che declamava i versi di Rap!), comincia pure a piovere. Andiamo dentro a un paio di librerie, passeggiamo, ci si inzuppano i piedi: io indosso scarpe di tela e il Bonni ha addirittura un grosso buco in una delle sue.
Ci decidiamo a fare la fila per vedere Luca Enoch che disegna in tre differenti versioni una tavola di un ipotetico fumetto dove si scontrano Gandalf e il Balrog (scena dal primo libro de Il Signore degli Anelli - oppure dal primo film, se avete visto il film). Riusciamo ad entrare. Enoch è bravo, ma sia il Bonni che il sottoscritto sono mortalmente stanchi.
Ci beviamo un caffè, prendiamo otto chilogrammi pro capite di pubblicazioni gratuite, ripartiamo. Dopo venti minuti un'altra corsa ciclistica (il Bonni ci va leggero: "Ma cosa sono, dei dementi per divertirsi così tanto ad andare in bicicletta?" - il massimo del politically correct), dopo metà percorso la solita carriola di zucche, poi tanti strani comportamenti alla guida. A un certo punto è esasperato e fa guidare me.
Arriviamo a casa mia sani e salvi.
Lo saluto. Mi guarda chiedendomi con gli occhi umidi se lo faccio stare a casa mia a dormire. Gli dico che sono le sette di sera e c'è luce. Risponde che lui ha sonno adesso. Lo benedico e lo spedisco a casa.
Da casa mia a casa del Bonni ci saranno trenta chilometri.
Chissà se è poi arrivato.
postato da gabrieledadati, 19:49 | link | commenti
venerdì, 10 settembre 2004
LE ULTIME VENTICINQUE ORE
Ieri sera Calogero e Davide si sono presentati alle 22:20 con la videocassetta di "Ultimo tango a Parigi" di Bertolucci. Io avevo chiesto un thriller, per favore, che ero stanco e se no mi addormentavo… La colpa è evidentemente di Calogero, perché il film è di Davide che lo sa già a memoria.
In ogni caso ci mettiamo a guardarlo. Dopo tre quarti d'ora Calogero dà segni di cedimento. Gli dico: "Hai voluto la bicicletta…" (…e adesso ci tocca pedalare in tre, finisco la frase solo nella testa. Mi verrebbe da piangere). Per tutta risposta prende due cuscini, li mette sul tappeto e si stende a terra. Fino alla fine del film un po' guarda lo schermo e un po' dorme.
Se ne vanno all'una.
Stamattina poi sono andato dal barbiere. Il mio barbiere si chiama Piero, ha 72 anni, è in pensione ma esercita lo stesso con regolare negozio. E' interista, povero Piero, e quattro anni fa ha avuto un infarto dopo che l'Inter ha perso un derby senza possibilità di redenzione. Quando s'è ripreso gliel'ho detto: "Non doveva comperarsi la parabolica, Piero: le fa male guardare la squadra…" Mi ha fulminato con un'occhiataccia. Da allora parliamo solo del Piacenza.
Stamattina mi ha appoggiato la pancia sulla spalla, ha ansimato perché col caldo fa fatica e mi ha fatto il solito taglio con la riga in mezzo, inossidabile. Poi a casa tocca lavarli e pettinarli diversamente, ma sul momento non si può aprire bocca.
Poi sono stato in casa. Ho letto, scritto (poco), fatto telefonate (molte). Alle 18:30 è passato l'amico Stefano con sua moglie e siamo andati all'inaugurazione della nuova ala di una cantina sociale. Come al solito a queste inaugurazioni c'è tutta la parte intellettuale della mia città. Basta vedere il momento dell'apertura del buffet, per capire che sono intellettuali (d'assalto). Poi siamo tornati, Stefano mi ha dato copia di una lettera di Luigi Betocchi (nipote del poeta) che parla fin troppo bene di una cosa che ho scritto e ci siamo salutati.
Ho preso la mia auto intenzionato a reperire finalmente "Il siero della vanità" di Alex Infascelli. Naturalmente la mia videoteca non ne è ancora fornita e allora ho ripiegato su "La 25° ora" di Spike Lee. Il film è generalmente piuttosto piacevole, alcune cose sono buone, il finale lascia perplessi (Lee si tira indietro dalla sfida di scegliere il finale, non finisce. Ma non è quel "non finire" che piace, è quel "non finire" che ti porta a credere che il regista non sappia bene che pesci pigliare).
C'è una scena che da sola vale tutto. Verso la fine Monty, il protagonista, è in auto col padre che lo sta conducendo in carcere. Ha la faccia tumefatta perché s'è fatto picchiare (entrare in carcere essendo troppo carini non conviene). L'auto si ferma a un semaforo. A fianco c'è un pullman, e dal finestrino del pullman un bimbo di colore guarda fuori. Sorride e saluta Monty con la mano. E poi sul vetro appannato scrive: "Tom". Monty ricambia e sul suo vetro scrive: "Monty". Poi il padre rimette in moto l'auto, evidentemente il semaforo è tornato a segnare verde. Attraverso la scritta (che è una traccia di pulito nello sporco del vetro) si vede il rosso delle tumefazioni sul volto di Monty (Edward Norton).
postato da gabrieledadati, 23:53 | link | commenti (2)
giovedì, 09 settembre 2004
GLI ULTIMI TRE GIORNI
Lunedì sera con Calogero e Davide vado a vedere il documentario di Moore. Lo trovo troppo americano.
Martedì mattina mia madre ed io andiamo insieme alla casa di Marina di Massa: lei deve rimetterla in sesto per l'arrivo del freddo, io sto bene con lei. Guida per due ore, arriviamo e ci mettiamo in spiaggia. Così il pomeriggio. Quando rientriamo lei lava i pavimenti, annaffia le piante indirizzandole lungo la rete, parla con la vicina. Io finisco il libro di Sitg Dagerman. A un certo punto mi vede bere acqua ghiacciata e mi dice: "Filippo il Bello morì dopo che accaldato aveva bevuto acqua ghiacciata, aveva solo 28 anni." Sta leggendo il saggio su Giovanna la pazza che le ho preso in biblioteca. Poi aggiunge sottovoce: "Però probabilmente era peste." Questa battuta da sola vale la giornata. La sera guardiamo un brutto film e lei ricama una copertina per Filippo, che mia sorella Sabrina darà alla luce a ottobre.
Il mattino dopo andiamo a Forte dei Marmi, c'è il mercato. Lascio che ci vada lei, io gironzolo per le gallerie d'arte ed entro in una libreria. Non compro niente. Alle undici siamo in spiaggia, all'una a mangiare una pizza al volo: poi torniamo, mettiamo a posto casa e partiamo.
Alle 18:00 a Piacenza vedo Danilo Anelli della Famiglia Piacentina. Concordiamo perché io il 15 ottobre vada a presentare un libro di cucina e in gennaio curi quattro incontri sul giallo a Piacenza.
Vado a mangiare da Calogero. Mi offre una pizza e io non ho il coraggio di dire che è la seconda di fila. Mangio e poi andiamo a vedere "Bowling a Columbine" in rassegna al Jolly2 di S.Nicolò. Intanto mi racconta come va con questa nuova ragazza che ha quattro anni più di lui. Mi fa felice il suo essere felice. Il documentario alla fine non è male, però lo trovo anche lui troppo americano. Sullo stesso tema ho amato "Elephant" di Gus Van Sant in una maniera che tutto il resto della possibile produzione artistica sullo stesso tema viene dopo.
Stamattina sono andato a Pavia. In treno era con Luca che domani sosterrà un esame di Latino. Abbiamo parlato dei Cure e di una cosa che ci piacerebbe fare insieme, di musica e letture. Arriviamo e mi accompagna a prendere le copie della tesi in copisteria. Poi mi avvio all'Università e le do alla dott.ssa Lavezzi mia relatrice e al prof. Cremante mio correlatore. A questo punto capisco che è tutto vero. Il 21 settembre mi laureo.
Sconvolto vado all'appuntamento con Paola che è agitata perché di pomeriggio avrà un esame: "Medicina di laboratorio". Nel cervello penso: 30. Le dico che ho pensato a cosa prenderà. Mangiamo insalata, poi io vado a Milano. Più tardi mi chiamerà per dirmi: 30. L'unico dato dai suoi insegnanti in tutto il giorno.
A Milano vado da Sironi Editore. Incontro Giulio Mozzi e Gianluca Barbera (che già conoscevo). Giulio Mozzi mi chiede a inizio pomeriggio: "Cosa vorresti che ti succedesse?" Si tratta di una domanda molto bella per me e cerco di essere del tutto onesto ed esauriente nel rispondere. Mi piace il suo modo di porsi. Più volte nell'arco del pomeriggio mi trovo a pensare: "Se tu potessi lavorare con una persona così, Gabriele, cresceresti molto." Ci troviamo d'accordo su alcuni giudizi in merito ad diversi autori ed opere. (A un certo punto passo per il provinciale che sono: mi faccio firmare la mia copia di "Questo è il giardino". Ma perché non avrei dovuto?)
Poi passo da Cristian Elevati. Esiste la possibilità (per me come per altre 7 persone, ma il posto è uno) che in autunno lavori per un mese da Alphatest. Alla fine incontro di nuovo Giulio Mozzi e andiamo in Stazione Centrale insieme. Alle diciannove sono a Piacenza stanco morto. Mi arriva da Davide l'annuncio telefonico che lui e Calogero alle 22:00 saranno qui. Spero prendano al videonoleggio "Il siero della vanità" di Alex Infascelli, che vorrei vederlo. Altrimenti non apro la porta.
postato da gabrieledadati, 19:53 | link | commenti (3)
CAPITANI CORAGGIOSI
Serve a convincerci che siamo vivi. Che facciamo parte di un mondo.
Serve a costruire quella fitta ragnatela di rapporti, a volte effimeri altre volte meno, di cui oggi tanti non possono più fare a meno.
Serve a confrontarsi con gli altri, quelli che vivono a centinaia di chilometri da noi, che si nutrono di altri contesti, che abitano fortune e sfortune diverse dalle nostre.
A questo serve un blog (che non appartiene completamente ad una dimensione di temporeale), secondo me. Oltre a mille altre cose che credo meno importanti.
Ed è questo quello che provo “esibendomi”: provo la mia esistenza a tutto ciò che, dentro di me, non si stanca di metterla in dubbio. Non avverto sensazioni, dunque, ma accumulo prove a sostegno di un’ipotesi. Quella di esserci.
Una delle esistenze possibili, peraltro.
Ad un seminario di scrittura creativa svoltosi a Perugia, qualche mese fa, discussi a un certo punto con Giulio Mozzi sulla necessità – da lui sostenuta - che lo scrittore sia “realistico”, che racconti la “verità”. Che la narrazione possegga sempre quei caratteri di realismo, di rigorosità, sufficienti a farla essere – o sembrare – “vera”. E che questo tipo di narrazione doveva svolgersi, per coerenza, nelle forme grammaticali “canoniche”. Mozzi sottolineò, se non ricordo male, quanto poco amasse l’avant pop e tutte le forme di espressione che provavano e provano a sovvertire i canoni classici. Quelle forme gli sembravano appartenere a narrazioni che finivano per apparire poco “vere”.
Non so come, e avvitato ormai in una discussione molto lontana dal tema iniziale, a un certo citai Paolo Nori. Il modo di raccontare la propria vita esibito da Paolo Nori – chiesi – non sottolinea ancora di più la “verità” di essa?
Ma gioia (sì, mi chiamò gioia…), tu sei certo che Paolo Nori racconti la propria vita, scrivendo di Learco Ferrari? Paolo Nori vuole che i suoi racconti appaiano “veri”, ma in siamo certi che in quelle pagine non ci sia solo fiction?
Dopo, queste affermazioni mi sono parse ovvie. Ma sul momento, non ho potuto fare a meno di rendermi conto di quanto, nella mia testa, Learco Ferrari e Paolo Nori fossero sempre stati la stessa persona. Tutto vero, per me, nei libri di Nori.
Questo per dire, in maniera un poco sconclusionata, della verità che trasferiamo nei blog. Che è una verità non vera.
Penso che i viaggi in treno e per la strade notturne di Padova nel blog di Giulio Mozzi sembrano dannatamente veri, ma che ormai non mi chiedo più se lo sono. Mi piace leggerli e basta.
E poi, nel momento in cui scrivo, ho già perso una parte dell’essenza di ciò che penso.
Nel momento in cui scrivo, traduco sulla carta pensieri e sensazioni che, in parte, restano intraducibili. Scrivere è una mediazione con se stessi, con il proprio io, con percezioni che viaggiano ad una velocità tale da far perdere immediatamente le proprie tracce più vere e sensate. Inoltre, esistono limiti anche oggettivi alla possibilità di esposizione dei propri pensieri (penso alla limitatezza dei vocaboli a disposizione, o di quelli conosciuti, per esempio).
Ci sono omissioni e traduzioni approssimative, in questo lavoro di decodifica e la “verità” ne risente. Ovvero, la scrittura è per sua natura insincera.
Io però non so se questo sia importante.
In un blog, noi siamo necessariamente ciò che scegliamo di comunicare. La complessità del nostro essere è compressa in una dimensione che, nella nostra testa, può essere efficace a comunicare con chi ci incuriosisce, con chi vogliamo sia stimolato a confrontarsi con noi. Abbiamo l’ambizione di raggiungere le persone che ci interessano, in quel contesto, per cui trasferiamo nel tentativo una dimensione, comunque nostra, che crediamo utile allo scopo. Siamo noi, o meglio, nel nostro blog c’è una parte di noi. E’ una dimensione parziale, dunque insincera, ma vera in qualche modo.
Leggerli, fa bene a chi ha voglia di farlo.
Per quanto mi riguarda, ci sono blog che mi trasmettono voglia di polemica e di confronto, altri in cui mi va di ascoltare (quello di Mozzi, ad esempio), altri che mi spediscono vibrazioni (il blog di Stella Kinda, per dirne uno).
Per quanto riguarda i capitani coraggiosi, il sodalizio nato con queste pagine è fondato su una afisicità praticamente completa. Gabriele ed io ci inviamo al massimo qualche sms, ma non ci siamo mai sentiti neanche per telefono. E, non so quanto consapevolmente (non l’abbiamo certo programmato), sentiamo che questo è giusto. Perché ci confrontiamo tra noi e con chi ci legge liberi dalle ulteriori mediazioni con cui, inevitabilmente, la fisicità ti costringe a fare i conti: voce, gesti, odori, eccetera. E, stante il tipo di dimensione che abbiamo scelto per comunicare insieme, questa libertà ci sembra ad oggi necessaria.
Tant’è, che per qualche alchimia strana, il blog un po’ funziona. Non sempre magari, ma a volte sì. Nonostante – o forse in ragione – delle tante differenze che esistono fra di noi. Perché sono differenze non significative dentro questa dimensione in cui, viceversa, ritroviamo fondamentali punti e segni di comunanza.
Eppure, certe volte ci esibiamo provando a raccontare di noi e del nostro privato (con le limitazioni di cui sopra), alcune volte abbiamo premura di lanciarci in fatiche da intellettuali tentando di stimolare confronti dialettici, altre volte ancora ci piace fare pratica di narrativa, perché in fondo vorremmo che questo fosse il nostro mestiere (e Gabriele può ben aspirarvi).
Questo blog, io credo alla fine, ha la pretesa di essere luogo di confronto fondato su piani diversi di espressione e di cercare, in questa maniera, di catturare fette di realtà e di deformarle, illudendoci di gettare in questo modo un po’ di semi necessari a cambiarla. Parlo della realtà che ci interessa e che crediamo ci riguardi.
Mi rendo conto che è una pretesa abnorme, forse spropositata rispetto ai mezzi a disposizione o utilizzati.
Ma noi, testardi e ambiziosi capitani coraggiosi, ci proviamo lo stesso.
postato da giuseppemauro, 12:02 | link | commenti (1)
SENZA
Io oggi sono senza.
E' difficile, non so come spiegare.
E' come un buco nel cielo, ti devi abituare ad avercelo lì, sopra la testa. E alzi lo sguardo di continuo per vedere se per caso qualcuno non abbia messo una toppa, a coprire lo squarcio o a cancellarlo.
postato da giuseppemauro, 11:58 | link | commenti (3)
lunedì, 06 settembre 2004
ANCORA STIG DAGERMAN
A pagina 152 di "Bambino bruciato" (ed. italiana a Milano, Iperborea, 1994) di Stig Dagerman, che ho preso l'altro giorno alla biblioteca Passerini Landi di Piacenza, si trova sottolineato il seguente brano:
"Quello che i genitori chiamano esperienza non è altro che il tentativo, riuscito fino al limite del mero cinismo, di negare tutto quello che avevano sperimentato di più puro, più giusto e più vero in gioventù. Loro stessi non si accorgono dello spaventoso cinismo implicito in questo continuo parlare dell'"esperienza" come del massimo obiettivo della vita. Si accorgono soltanto dell'"inesperienza" dei loro figli, cioè di quella mancanza di esperienza che si chiama purezza e onestà, e questo li irrita. E quando sono irritati scaricano la loro irritazione sui figli, e questo lo chiamano "educare". Perché cos'è l'educazione, se non il tentativo di genitori irritati di soffocare nei figli quello che riconoscono come la parte migliore che hanno soffocato in se stessi? Se non sono irritati, si atteggiano a superiori, superiori perché con ipocrita fierezza si fanno vanto della loro grande esperienza di vita, come se ci fosse davvero qualche motivo di rispetto e di ammirazione nell'aver distrutto la parte migliore di se stessi."
Mi piacerebbe essere Silvano Biula nel romanzo "Il sottolineatore solitario" (Torino, Einaudi, 1998) di Marco Bosonetto per andare a caccia di chi ha compiuto la sottolineatura. Mi piacerebbe chiedere se ha sottolineato il brano pensando che quello che c'è scritto sia vero oppure semplicemente perché lo trova bene espresso (molto spesso una buona argomentazione sembra condurre alla verità: anche se magari la verità sta da un'altra parte. In questo può stare il male della politica e il potere della letteratura). O quali altre motivazioni ci potevano essere per sottolineare questo brano?
postato da gabrieledadati, 13:21 | link | commenti
domenica, 05 settembre 2004
ANCORA CAROVANE E UN'ALTRA COSA
Gli ultimi due giorni di Carovane sono andati e non sto a raccontarli. Solo qualche flash: Morozzi ed io che ci fermiamo a chiacchierare del fatto che Marilù Manzini non ha doti da scrittrice ma indubbiamente ne ha altre (però s'è portata dietro il ragazzo - che non è granché), Morozzi (che era nello stesso hotel) ed io conveniamo che non è giusto che si presenti col ragazzo a una manifestazione del genre; Genna che è fantastico e quando gli dico che conosciamo una persona in comune che si chiama Giulio ed è di Padova mi scrive sul frontespizio di Assalto a un tempo devastato e vile: "A Gabriele, / in nome / del + grande / scrittore / italiano: / Giulio… / Giuseppe / Genna" ; una lunga telefonata ricevuta da Paola Gallo di Einaudi; una lunga telefonata fatta alla mia relatrice, Gianfranca Lavezzi; le Mondine di Modena che cantano mentre i Fiamma Fumana suonano; ospiti di calibro così diverso come Giancarlo Caselli e Syusy Blazdy; del gran pesce mangiato; Gaetano Rizzuto (direttore del quotidiano Libertà) che ieri notte alle due e mezzo ci raggiunge ai tavolini della "Pizzeria da Pasquale" per regalarci per primi copie del giornale di oggi che parla ampiamente di noi e stringe a tutti la mano; io che accompagno il mio amico Calogero a prendere suo fratello Alessandro a una festa per i diciotto anni in una villona con piscina in città e non ci fanno neanche entrare (suo fratello è il tipo da palestra e discoteca che se fosse nostro coetaneo avremmo sempre odiato. E invece così gli vogliamo bene); Marco Tropea che si tiene la pancia; Vittorio Curtoni che mi saluta e ne spara due sui manga e la fantascienza contemporanea. Che roba.
Invece, perché si scrive un blog. La mia idea è questa: serve a bypassare il guardiano della porta (l'ha detto il bravo Scarpa a Napoli). Nel senso che un blog potente e ben fatto (il nostro per adesso non lo è) diventa uno strumento di immediatezza per raggiungere subito chi si vuole. Se uno scrivesse per un giornale avrebbe delle regole e in più costringerebbe chi lo legge a comperare il giornale. Lo stesso un libro. Invece così si scrive e si arriva subito a mettere in piazza il proprio lavoro, in modo diretto e gratuito.
Quali sono i metodi per fare un buon blog? Due, credo: o si ha un buon argomento da trattare o si ha un buon modo di raccontare (questo non vale solo per i blog). Meglio entrambe allo stesso tempo. Nel caso specifico del nostro blog tutto è nato perché abbiamo pubblicato in una stessa antologia ("Dammi spazio", Piombino, Il Foglio, 2003) e si siamo trovati sull'intento di aprire una finestra di discussione sulla narrativa. Non una cosa privata però: dovevamo essere almeno in due (a volte siamo in disaccordo) per fare un lavoro di qualche valore, un lavoro "dialettico". A volte penso dovremmo essere di più.
In ogni caso però le cose stanno un po' cambiando, come si vede anche dagli ultimi giorni: entrambi cerchiamo di "raccontare" oltre che di "esporre", perché a entrambi piace fare pratica di narrativa.
C'è dell'esibizionismo? Sì, certo. Ma è un esibizionismo che costa fatica, e quindi è un esibizionismo non del tutto negativo. Del resto c'è una dose di esibizionismo anche nel raccontare una barzelletta agli amici. Qui la barzelletta possono ascoltarla tutti quelli che hanno voglia.
postato da gabrieledadati, 13:16 | link | commenti (6)
venerdì, 03 settembre 2004
ANCHE OGGI
Anche oggi è stata una giornata lunga e stancante, ma non ne parlo.
Piuttosto dico questo: sto leggendo "Bambino bruciato" (per l'ed. italiana Milano, Iperborea, 1994) di Stig Dagerman. Arrivato a p. 58, nonostante sia un libro della biblioteca, trovo un paragrafo sottolineato. Lo ricopio:
"Quando qualcuno muore, da una parte si apre un grande buco vuoto. Ma dall'altra rimane una grande quantità di cose. Queste cose le si guarda, le si gira e le si rigira in tutti i sensi. Non si sa bene cosa farne. Si comincia con l'accarezzarle. Quando le si è accarezzate a lungo, le dita cominciano a stancarsi. Così si finisce per odiarle. Il peggio sono i vestiti, poi le scarpe."
Anche a quest'ora della notte mi sembra un bel brano.
Domani incontrerò Genna, Monina, Morozzi (già ci conosciamo) e altri.
Mi viene in mente che l'intro dell'ultimo singolo di Antonacci e del singolo dei Kings of convenience sono piuttosto simili.
Mi viene in mente che oggi ho visto il caro Stefano Bernazzani che ha scritto un bellissimo libro per Mobydick e non ci vediamo mai. E poi ho visto anche Marco Bosonetto: per fortuna con lui ci vediamo un po' più spesso.
L'ultima cosa: mi piacerebbe avere la pancia di Marco Tropea, che guardavo a cena.
postato da gabrieledadati, 01:38 | link | commenti (10)
giovedì, 02 settembre 2004
BAMBINI
Oggi chiedo scusa a me stesso.
Perchè quando leggo di bambini sequestrati fin dentro le scuole da individui (maschi e femmine) poco degni di essere parte del consesso umano, la mia testarda ostentata quasi inscalfibile coerenza di uomo di sinistra subisce pericolosi sbandamenti che producono pensieri che con essa hanno poco da spartire.
postato da giuseppemauro, 14:24 | link | commenti (1)
GLI ULTIMI DUE GIORNI
Allora, son successe un sacco di cose. La mattina del 31 abbiamo inaugurato la mostra del fotografo (bravo) Giovanni Giovannetti. Poi abbiam parlato un po', lui ed io, e alla fine abbiamo fatto uno scambio: lui mi ha dato un suo libro pubblicato in Germania (in cui c'è una foto di Scarpa bellissima) e io gli ho dato il mio libretto di Stampalternativa. Poi mi ha detto di chiamarlo, siccome è di Pavia, che così ci vediamo.
Di pomeriggio sono andato a prendere Marina Forti (Il manifesto) in stazione. Ho aspettato un'ora e mezzo; ma è simpatica e in gamba. E' stata una sorpresa, quando ha iniziato a parlare in pubblico, constatare che diventa balbuziente (c'era anche Lorenzo Guadagnucci a parlare. Leggetevi il suo "Noi della Diaz").
Dopo cena ho visto Stefano Fugazza (un amico critico d'arte) e Leonardo Bragalini (editore di Tip.le.co). Il secondo dei due mi ha chiesto di scrivere insieme al primo dei due un libro sulla letteratura a Piacenza nel Novecento. Io ho nicchiato, perché c'è un paio di altri lavori critici che mi interesserebbero di più (fare l'edizione critica di un testo dell'unico grande autore piacentino dell'Ottocento e far ristampare il libro d'esordio di un autore primo-novecentesco. Ma per adesso mantengo il segreto). A tavola ho corretto le bozze della mia introduzione al catalogo della mostra autunnale di Alfredo Casali (pittore che ha realizzato la più recente serie di tazzine della Musetti e forse farà anche quelle della Illy).
La mattina dell'1 settembre sono andato digiuto a Castel S.Giovanni, all'ospedale, per un esame. M'han fatto bere una soluzione di urea e soffiare in 4 recipienti. Dicevano ch'era acqua, ma io lo sapevo che era urea: me l'aveva detto Paola che è quasi una medichessa.
Poi ho tirato dritto per Pavia: lì ho consegnato tesi e libretto in segreteria (il 21 mi laureo), ho pranzato con Paola e ho comperato "Esther stories" di Peter Oner. Chissà quando riuscirò a leggerlo (sto rileggendo Dagermann e poi ne ho già altri in fila).
Siamo andati fino a Stradella e Paola, prima di tornare in treno ad Arenzano, mi ha dato una barretta di cioccolato con dentro degli smarties (è roba nestlè, lo so; ma è anche un'esperienza culturale). Quando Paola è partita ho chiuso gli occhi e mi sembrava di sentire il mare attorno a me. Mi è arrivato un sms da Giuseppe Mauro che mi diceva: bada che Giulio Mozzi ci ha messi tra i suoi link.
Son tornato a casa, sono andato in piazza. Tra le altre cose ha suonato Morgan, solo pianoforte e voce. Alternava pezzi suoi e pezzi di Modugno. Prima di sentirlo suonare pensavo fosse bravo: adesso so che è bravissimo.
postato da gabrieledadati, 00:53 | link | commenti (1)
|