capitani coraggiosi
frammenti di un diario di bordo
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| domenica, 31 ottobre 2004 TUTTO QUANTO è SUCCESSO IERI E IO OGGI VE LO RACCONTO postato da gabrieledadati, 14:17 | link | commenti (8)
sabato, 30 ottobre 2004 IDENTITA’ CULTURALE – 3 La metto in forma di domanda, semplice semplice. Qual è il meccanismo che ci porta ad inveire contro la contaminazione culturale, protestando contro la proposta (ad esempio) di festeggiare il Ramadan nelle scuole e che ci induce – nel contempo – ad accettare supinamente che i negozi di questi tempi siano stracolmi di zucche, streghe e capedimorto introducendo de facto nel nostro calendario una festa americana che con noi non c’entra assolutamente nulla? postato da giuseppemauro, 13:48 | link | commenti (2)
venerdì, 29 ottobre 2004 SI PARTE / ALLEGRE RAGAZZE SI PARTE
postato da gabrieledadati, 10:04 | link | commenti (7)
ESTRANEI Siamo gente lontana, appesa alla vita. Deformiamo realtà e passioni adattandole ai contorni delle strade sulle quali viaggiamo. Quelle strade sovente non sono le nostre. Ci impigliamo dentro fili invisibili, che a volte scorgiamo solo secoli prima. Che a noi piace il districarsi leggero impossibile delle sfide senza noia e con poco futuro. Catapultati indietro o in avanti, a seconda del piede che usiamo per uscire dal sonno. O a seconda del sole, e dell’imbroglio delle nuvole. Siamo gente lontana, rincorsa dai sogni. Scriviamo sommessi o urlanti, regalando parole a occhi che non sappiamo. Arrotolati al nostro tempo. Sfidiamo i nostri giorni inquieti e proviamo a restare, in piedi o seduti poco ci importa. Che è importante esserci, e quasi nient’altro. Meravigliati della nostra coscienza, uno specchio è ancora scoperta. E ragioni, ovvie e perverse. Siamo gente lontana, condannata a corsi che non sanno incontrarsi. Passeggeri distratti. Estranei, semplicemente. postato da giuseppemauro, 09:05 | link | commenti
giovedì, 28 ottobre 2004 CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 2 GIANLUCA MERCADANTE Gianluca Mercadante è nato nel 1976 a Vercelli, dove vive e lavora come parrucchiere. Scrive di critica letteraria su alcune riviste di settore (fra cui Pulp) e ha pubblicato suoi racconti ovunque. Ha esordito in proprio col racconto lungo McLoveMenu, apparso nella collana MILLELIRE (Stampa Alternativa, 2002 - Premio Parole di Sale). Si attende il suo primo romanzo per NoReply. 1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni? La prima. Michele Strogoff di Jules Verne, un regalo per la mia Prima Comunione. Avevo sette anni e leggevo soltanto fumetti, a parte forse il Vangelo al Catechismo. Quando ho iniziato a leggere un libro mi sono detto: che palle, non finisce più! Però, è finito lo stesso, poi. Ed era meglio del Vangelo. Sui fumetti sono troppo di parte per esprimermi coerentemente. 2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento? Risponde alle vostre domande. In altre sedi, intervista a sua volta, scrive recensioni, racconti e qualcosa che potrebbe assomigliare a un secondo romanzo. Ma chissà? Sta appena uscendo il primo - e ancora ci faccio delle ipotesi... 3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora? Che ogni storia cammini con le proprie gambe, com'è giusto che faccia. Appena la pubblichi, una storia ti lascia e se ne va. Senza tante menate. Quindi, posso al limite preoccuparmi di cosa succederà a me. Ma preferisco vivere, nel frattempo. postato da gabrieledadati, 08:03 | link | commenti (7)
mercoledì, 27 ottobre 2004 LA STORIA DI SALVATORE Leggo oggi sull'Unità la storia di Salvatore, un ragazzo di Palermo che ha aspettato di avere diciotto anni (obbligo di legge: bisogna avere diciotto anni per donare gli organi) per poter donare parte del fegato al padre, un uomo di neanche cinquanta anni ammalto di cirrosi. Così facendo gli ha salvato la vita, ma siccome Salvatore faceva un lavoro di fatica ha dovuto abbandonare. Il suo stato gli impedisce di compiere sforzi. Ora: il padre non lavora, la madre è malata (aspetta il trapianto di midollo osseo da una parente) e Salvatore - che non ha titoli di studio - ha bisogno di lavorare. Un bar gli ha offerto lavoro (leggendo della sua storia su un giornale), ma lui non può farlo per le ragioni fisiche già dette. Salvatore - che ha compiuto un gesto d'amore senza rete di salvataggio - dice che ha bisogno di lavorare, per la sua famiglia. // Io che ho letto i libri giusti, io che ho visto i film importanti, io che viaggio spesso, io che sono bello e mi vesto bene, io che scrivo, io che sono laureato con lode, io che ho tanti amici, io che sono così felice, io che ho pile di compact-disc, io che conosco e frequento un sacco di intellettuali, io che non so cosa dire adesso, io che so che cos'è la vergogna di essere fortunati e non colpevoli della propria fortuna. postato da gabrieledadati, 13:14 | link | commenti (4)
PENSARTI MI E’ CONSUETO, IN QUESTO TEMPO DI MEZZO Nella voglia di sognarti ci trascorro le notti tutte rigorosamente senza sogni è così che impazzire diventa noioso distratta abitudine dei tempi che corro. Eppure si rincorrono sospingendosi ancora risalgono veloci i muri ingialliti dalle ore si aggrappano ai ricordi che rimestano dentro rotolano nella polvere delle cose rialzandosi. Sono le speranze che ancora coviamo tra i lembi nascosti del nostro restare che macchiano i nostri pensieri di certezze risolvendo con pazienza i nodi dell’anima. postato da giuseppemauro, 10:22 | link | commenti
martedì, 26 ottobre 2004
CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 1 MASSIMO VIOLA Massimo Viola, livornese ma piacentino d’adozione (mi sembra, ma non sono sicuro), ha fatto due cose impressionanti nella sua vita pubblica: si è inventato un sito di letteratura chiamato www.liberosesso.it 1)Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni? Credo sia La Guerra dei Bottoni, un libro che da bambino mi faceva sognare scontri epici tra bande di coraggiosi guerrieri bambini.
Questa non sono sicuro di averla capita bene. Io scrivo poco, per mancanza di tempo, ma con regolarità. Quando non riesco a scrivere, divento nervoso. Scrivere mi fa bene. Sto scrivendo un "romanzo", mi distendo di più a scrivere cose lunghe, i racconti li trovo faticosi. Insomma, mi piace sbrodolare. Guarda, veramente non lo so. Naturalmente mi piacerebbe avere qualche lettore in più, ma ripongo le mie speranze più su quello che devo ancora scrivere, che su quello che ho già scritto. postato da gabrieledadati, 13:25 | link | commenti (3)
lunedì, 25 ottobre 2004 CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE Si inaugura domani su www.capitanicoraggiosi.splinder.com una piccola rubrica che si intitola CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE. Di cosa si tratta? Semplicemente di tre piccole domande poste a narratori italiani: le brevi risposte verranno messe on-line il martedì e giovedì per alcune settimane. Le domande sono: 1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni? 2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento? 3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto finora? Quelli che hanno risposto fino ad ora sono: Massimo Viola, Gianluca Mercadante, Giulio Mozzi, Giuseppe Mauro, Tiziano Scarpa, Cosimo Argentina, Marco Bosonetto, Mauro Pianesi, Alberto Ghiraldo, Matteo B. Bianchi, Stefano Bernazzani. postato da gabrieledadati, 18:10 | link | commenti (13)
domenica, 24 ottobre 2004 CAMMINARE
postato da gabrieledadati, 17:35 | link | commenti (6)
giovedì, 21 ottobre 2004 DI NUOVO L'AFFAIRE BUTTIGLIONE
postato da gabrieledadati, 23:19 | link | commenti (2)
EUROPA PERICOLOSA? Mi arriva il Comunicato Stampa di C.L. redatto il 13 ottobre. Riguarda l'affaire Buttiglione. Lo leggo: mi è stato inoltrato da un amico, d'altra parte. Scopro che non posso accettarlo né come cattolico né come persona che si interessa alle cose che succedono. Alcune delle cose scritte nel testo sono scorrette (palesemente: la citazione verso la fine dell'ultimo paragrafo), altre interpretate in modo molto parziale. La cosa peggiore è il testo della mail di questo amico milanese: Dato che giudizi chiari e seri a riguardo se ne sentiti ben pochi vi prongo di leggere e confrontarsi sull' argomento....anche perchè tanto per cambiare questo argomento rischia una precoce dimenticanza con il nostro beneplacito..... Riporto il testo: Comunicato stampa L’EUROPA PERICOLOSA In medicina si parla di “eventi sentinella” per indicare fatti che segnalano il pericolo incombente di un’epidemia o di altri disordini patologici. La bocciatura da parte di un comitato del parlamento europeo di Rocco Buttiglione, quale candidato italiano a ricoprire la carica di commissario sembra uno di questi eventi. Il prof. Buttiglione presentandosi per assumere la carica di commissario alla giustizia e alla immigrazione, ha detto di essere cattolico e coerentemente di essere contrario al matrimonio dei gay e a una idea di femminilità che non contempli il ruolo naturale di madre di famiglia. Ha detto anche che questi sono i suoi pensieri e che li sosterrà, conscio e rispettoso della possibilità che il parlamento europeo non li accolga. Nonostante tale ultima dichiarazione gli è stato votato contro. Altri eventi significativamente allarmanti sono: a Tolone, la proibizione rivolta a un prete di portare la tonaca in quanto “ostentazione” di segni religiosi; in Svezia, la condanna di un pastore protestante, che essendosi dichiarato contro i matrimoni gay, si sarebbe reso colpevole di discriminazione; nel Baden Wuerttemberg, l’equiparazione del velo delle suore a quello mussulmano e quindi il divieto del tribunale regionale di portarli entrambi durante l’insegnamento scolastico; per non parlare infine di quella forma di antisemitismo strisciante per cui gli ebrei sono buoni solo quando non sono israeliani o religiosi. L’Europa che rifiuta le radici giudaico cristiane è senza radici ed è pericolosa. Come si sa, chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, anche nei suoi aspetti peggiori e liberticidi. Non basta che prendano posizione la parte politica cui il prof. Buttiglione appartiene e le comunità religiose colpite dalle azioni sopra menzionate. Anche chi non fosse d’accordo con loro deve esprimersi. Siamo arrivati al punto in cui, con il pretesto di difendere la possibilità di tutti a professare la propria relativa verità, si sta introducendo un totalitarismo culturale che nega libertà di coscienza, pensiero e opinione. Che brutta fine ha fatto il motto della Rivoluzione Francese, “non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò perché tu possa esprimerle”! I cattolici, in particolare, qualunque sia la loro opzione politica, non possono accettare di essere ridotti a un silenzio, che ormai rischia di non essere solo pubblico, ma anche privato. Milano, 13 ottobre 2004. postato da gabrieledadati, 11:38 | link | commenti
IL PATTO … ma siam noi, con questi giorni Urlando contro il cielo … Il patto è stringerci di piu' Urlando contro il cielo (Urlando contro il cielo – L. Ligabue, 1991) postato da giuseppemauro, 10:10 | link | commenti (1)
mercoledì, 20 ottobre 2004
BALLATA DELLE COSE CHE HO E DELLE COSE CHE VORREI CHE HO Ho una macchina blucopiativo targata firenze. Ho una casa quasi mia in cui fingere di esistere fino a sfinirmi. Ho una moglie e una figlia in cui cresce la mia stessa identica inquietudine. Ho una casa ch’era mia e che ho perduto giocando d’azzardo. Ho una bussola rotta che prima o poi aggiusterò da solo. Ho una spiccata propensione al disordine. Ho un messaggio conservato nella memoria del mio nokia che non ho bisogno delle tue radici…mi piacciono le tue foglie. Volevo solo sapere se qualcuna cadeva dalle mie parti… Ho un’autostima orgogliosa e feroce ammaccata dal tempo e dal suo scorrere strafottente. Ho una straordinaria intelligenza emotiva. Ho una fender bronco rossa del ’69 con cui suonare la rabbia e un’armonica made in DDR con cui amplificare le malinconie. Ho un’anima suddivisa in pezzetti che rimescolo di continuo senza riuscire a ritrovare la forma originaria. Ho un posto in uno di quei pezzetti dell’anima sopra cui c’è scritto riservato. Ho un lavoro da sedere dietro ad una scrivania e a parole da comunicare in circolo. Ho un anagramma dell’anima in forma di romanzo in uscita a novembre. Ho un cervello in cui regna il caos più profondo, come un universo sparato via da un bigbang esploso un minuto fa. Ho due occhi scuri punteggiati di verde che non stanno mai fermi e che non riescono per questo a fissare un’immagine o un pensiero. Ho un mare da nuotare e una fottuta paura di non riuscire a restare a galla. Ho cento libri in pegno condivisi a sostenere una follia senza via d’uscita. Ho mille persone intorno e nessuna vicino. Ho un mucchio di nonsapevolezze che hanno sfrattato ogni certezza dalla mia memoria. Ho un mondo raccattato per strada e volti e odori e sogni già dimenticati. Ho bisogno di te, perché senza sto male. Ho un disperato bisogno di restare da solo. CHE VORREI Vorrei solcare i sentieri sterrati di ogni posto del mondo. Vorrei scegliere la destra o la sinistra di ogni bivio sulla mia strada senza dare alcun peso ai suggerimenti delle mille persone che ho intorno ma non vicino. Vorrei sedermi su un sasso e aspettare la pioggia. Vorrei riuscire a conservarti per sempre quel posto nel pezzetto dell’anima perché mi hai detto me lo sono meritato, quel posto e in fondo non hai tutti i torti. Vorrei scrivere un libro di poesie ma non da solo. Vorrei non dover dire mai addio e però vorrei farlo con la necessaria leggerezza. Vorrei annusarti ancora che sai di bilboa e di capelli appena sfilzati e consumarmi le labbra e la pelle e le viscere sopra di te. Vorrei altri figli e persino altre mogli, perché perserverare non è diabolico ma è testardamente e umanamente sano. Vorrei costruire un grattacielo nel deserto assolutamente impossibile da demolire, anche se la demolizione venisse commissionata al costruttore stesso ovvero a me. Vorrei sconfiggere ogni mia sconfitta. Vorrei un incedere da gigante e sguardi benevoli da sorvolare ogni miseria umana ed ogni miseria mia personalissima e gli anni a piacimento. Vorrei essere altrove ogni volta che sono. Vorrei regalarmi la libertà assoluta, anche solo per il gusto di sapere com’è. Vorrei riuscire a indossare l’abito adatto ed uscire a cercarmi che forse mi trovo, forse non sono nemmeno lontano da qui. Vorrei guardare alle dieci di ogni sera antares e sapere che lo stai facendo anche tu, anche se non servirebbe a un cazzo. Vorrei espiare anch’io, ma con rapidità ragionevole e necessaria. Vorrei non aver paura di non riuscire a farcela, non aver paura di dimenticare, non aver paura di ricordare. Vorrei esserci, a prescindere. Vorrei stare con te, perché senza sto male. Vorrei disperatamente restare da solo. postato da giuseppemauro, 10:34 | link | commenti (1)
martedì, 19 ottobre 2004 E' attualmente in mostra presso la Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza il PRIMO MANIFESTO PER LA COMMISTIONE DELL'UOMO COL MAIALE di Davide Corona e Gabriele Dadati. Il manifesto è esposto all'interno della collettiva Taboo&Totem che resterà aperta fino a fine mese. Il catalogo è in libera distribuzione presso la sede della mostra. Accanto al testo (mio) Davide ha disegnato un San Sebastiano trafitto da forchette che ha testa e zampa destra di porco. Il senso generale del manifesto è: se noi facciamo esperimenti sugli animali per migliorare le nostre ricerche mediche, perché non può avvenire giustamente anche il contrario? - Ecco il testo: PRIMO MANIFESTO PER LA COMMISTIONE DELL'UOMO COL MAIALE Popolo d'Italia!, popolo del Mondo Intero!, di che cosa ci siamo accorti pensandoci e ripensandoci e poi parlandone tra di noi! Di che cosa ci siamo accorti, popolo che non lo sapeva affatto, ci siamo accorti che l'uomo è imparentato col maiale! Ci siamo accorti facendo delle osservazioni superficiali che gli atteggiamenti erano piuttosto simili!, poi abbiamo buttato l'occhio pure un po' all'acido desossiribonucleico che ne avevamo alcuni campioni, abbiamo fatto i confronti, due Dna simillimi, sono! Allora siamo a cavallo, a cavallo del porco, se tutto va bene, amici fratelli compagni concittadini ma soprattutto suini! Perché basta con tutte le manipolazioni genetiche e le orecchie fatte crescere sulle schiene dei topi glabri, basta con le protesi artificiali, basta con i trapianti da corpi morti in mattinata e sempre a rischio di rigetto! Il maiale e l'uomo si presentano l'un l'altro come naturali riserve di pezzi di ricambio che noi possiamo attingere senza colpo ferire e mai nessun ce lo impedirà tralla-là-la-la! Bando agli allarmismi, ai deformismi e ai moralismi, che qui siamo sull'orlo di una Nuova Era che basterà invece di affettare il prosciutto crudo portarlo in sala operatoria e, pum!, eccoci con tutti e due i piedi nel futuro!, e viceversa, che anche il maiale moribondo si potrà salvare con innesti umani! Uomini e porci, udite: abbattiamo il tabù del corpo che non è mica il contenitore dell'anima che l'anima non esiste! Forza!, avanti dei volonterosi volontari sia umani che suini per iniziare gli esperimenti, che gli esperimenti bisogna farli! Che quando l'ho detto a Davide, che bisognava, lui ha detto: io devo disegnare, non mi puoi mica mettere al posto del braccio un piede di porco! Che quando l'ho detto a Gabriele, che bisognava, lui ha detto: io sono l'intellettuale del gruppo, non puoi mica mettere il mio cervello nel corpo di un porco, che figura ci faccio ai convegni! E allora, Mondo Intero, Uomini e Maiali, scrivo per questo: venite a sottoporvi agli esperimenti, è per il bene del Progresso e della Scienza! Firmato: il Maiale Scienziato. postato da gabrieledadati, 08:28 | link | commenti (3)
lunedì, 18 ottobre 2004 PER ME Continui a ripetere che ti dispiace mostrarti in un certo modo e dirmi certe cose credo di essere alla fine della fase in cui credevo che tutto mi fosse dovuto per via delle mie straordinarie capacità giustifico ancora la mia insoddisfazione il risultato è che resto ferma postato da giuseppemauro, 09:55 | link | commenti
domenica, 17 ottobre 2004 PER RISPARMIARE Mi arriva questo messaggio allegato a una mail. Si dice di farlo girare. Io lo posto qui. I gestori fanno tanta pubblicità al servizio di number portability (la postato da gabrieledadati, 22:56 | link | commenti
giovedì, 14 ottobre 2004 UN TRITTICO
postato da gabrieledadati, 23:07 | link | commenti (1)
ANDREA Posto che il mondo là fuori neanche lo sente, Andrea sta urlando al cielo le sue verità. Che non sono poi tante, sia chiaro. Andrea è nato in una baracca arrangiata sulla sponda destra del Tevere, nel tratto di fiume che va dal ponte Risorgimento al ponte Milvio. Andrea esce ogni mattina col sole appoggiato all’orizzonte. Non importa l’ora: quando il disco del sole è sporto per metà dalla linea laggiù in fondo, lui esce. Andrea percorre l’argine destro del fiume per risalire le scale che portano su al lungotevere. Non importa la stagione: che sia pioggia gelata o niño rovente, lui esce. Andrea ha compiuto tredici anni uno di questi giorni. Convenzionalmente, dalle parti di settembre. Andrea stamattina ha deciso di urlare, di rovesciare per strada tutte le parole che gli martellano le tempie da sempre, da quando ha cominciato con fatica a comprenderne i significati. Ogni singola parola, come un disco scalfito dimenticato su un piatto a finire e ricominciare daccapo, identico a se stesso. Elsa lo sta cercando lungo gli argini, gridando disperata il suo nome ogni dieci o dodici passi. Elsa è la madre di Andrea e con lui divide la baracca sulla sponda. Fintanto che Ivan ancora esisteva, i riquadri di lamiera e le assi di legno - di cui l’abitazione è riccamente costituita – usufruivano di una manutenzione periodica. Non proprio regolare, ma sufficiente. Efficace. Quando dal tetto cominciava a piovere acqua sporca di cielo e di nuvole; quando dalle pareti ondulate di metallo il vento entrava più forte di quanto corresse fuori; allora Ivan decideva che era ora di intervenire. Bicchiere dimenticato, ci passava l’intera giornata intorno alla baracca. Con invidiabile meticolosità, ripuliva ogni singolo riquadro di latta e ogni tavola di legno, sostituiva i tasselli ormai inservibili, impastava tutto con cemento fresco. Alla fine, la baracca ad Andrea sembrava una reggia. Alla fine, Elsa smetteva il proprio perenne brontolare per un paio di giorni abbondanti. Alla fine, Ivan tornava dentro a dormire, per risvegliarsi il giorno dopo e ricominciare a nutrirsi di frascati allungato ad acqua di fiume. Adesso Ivan è andato. Saranno due anni che il suo silenzio imbrattato di rumori e respiri e ronfi puzzolenti si è trasformato in silenzio vero, in assenza. Il fegato un giorno gli è scoppiato e pace. Andrea di tanto in tanto si siede a guardare il fiume, ricordando di quel giorno la tranquillità della madre. Elsa aveva composto con calma il corpo del compagno, lo aveva infilato in un sacco di iuta, si era rannicchiata per un’ora davanti al sacco, in silenzio. Poi aveva trascinato il corpo lungo l’argine e lo aveva lasciato andar via, tra sassi e corrente. Tutto da sola. Andrea di tanto in tanto si siede a guardare il fiume, nella direzione in cui aveva visto scomparire il sacco, quasi si aspettasse di vederlo riemergere. Quasi si aspettasse di ritrovare i silenzi del padre e le sue mani nodose. In quei momenti, a volte piange. Forse prega, ma a noi non è dato saperlo. E comunque non oggi. Non oggi che ha deciso di dire, non oggi che ha deciso che è tempo di esistere. Non oggi che cammina i marciapiedi lungo il fiume ed urla al mondo le sue verità. postato da giuseppemauro, 14:52 | link | commenti
mercoledì, 13 ottobre 2004 COCAINA
postato da gabrieledadati, 13:27 | link | commenti (3)
martedì, 12 ottobre 2004 PROSSIMI IMPEGNI Ci sono tre cose nel finesettimana che hanno a che fare con me. Venerdì 15, ore 21:00 presso la Famiglia Piacentina in via S.Giovanni (se non sbaglio) presento insieme al professor Stefano Fugazza il volume di Annamaria Torre Ricordi e ricette della mia famiglia (Piacenza, Tip.le.co, 2004). Il volumetto è carino, breve e con qualche paginetta interessante. Sabato 16, ore 17:00 presso Solaria Arte in via Roma si inaugura la mostra Come funziona la fantasia del pittore Alfredo Casali (metto il link alla sua mostra milanese perché la pagina di presentazione è ottima), di cui ho prefato il catalogo e cui ho dato il titolo. Casali è un pittore eccellente (ha tra l'altro realizzato la nuova serie di tazzine del Caffè Musetti e forse farà anche quella della Illy). Domenica 17, ore 16:00 presso la Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi si inaugura la mostra Taboo&Totem, organizzata dall'archivio Giovani Artisti Piacentini, cui partecipiamo anche il mio amico Davide Corona ed io con il Primo manifesto per la commistione dell'uomo con il maiale. Chi fosse a Piacenza è avvisato. postato da gabrieledadati, 10:52 | link | commenti
sabato, 09 ottobre 2004 UN ALTRO MOTIVO PER FARE UN BLOG
postato da gabrieledadati, 13:48 | link | commenti (1)
venerdì, 08 ottobre 2004 INCIPIT Senza scivolare mi attacco al soffitto, con gli occhi aperti a metà. Sono sveglio, più o meno. Non è bello svegliarsi senza averne la voglia e io questa voglia – è ormai tempo immemorabile – non la sento quasi più. In sostanza, vorrei dormire in eterno senza morire. Qualcuno mi racconti come si fa. E’ andata che l’ho persa. E’ andata che non si vive di solo amore e noi avevamo quello e poco altro. E nient’altro, per l’esattezza. Non lo straccio di un progetto, non un bambino a gattonare per casa, non uno scontrino di ikea ad elencare assi di legno inchiodate a farne scatole da riempire di tessuti saldati e su cui appoggiare fotografie incorniciate. E’ andata come è andata, io adesso non ho voglia di svegliarmi. Che poi devo farlo per forza. Svegliarmi, dico. Mi aspetta la banale lotta quotidiana contro i grigi del cielo, dell’asfalto, delle carrozzerie che mi sorpassano incazzate, della cornice del mio monitor, dei capelli del mio capo. Un grigiore immanente, senza via d’uscita. Mi aspetta e mi spetta sopravvivere, nonostante la voglia di dormire. La voglia di non esserci o di stare altrove. La noia spacciata per libertà regalata. Questa è l’eredità che mi ha lasciato Stella, tre anni di convivenze clandestine e di sentimenti ingigantiti dall’armonia dell’incompiutezza. C’eravamo ma no, non c’eravamo. Per il mondo, noi non c’eravamo. Adesso mi sveglio, mi alzo. Mi alzo, sì. Ma mi chiedo dove sei, Stella fuggita scalza dal mio cielo. postato da giuseppemauro, 13:35 | link | commenti
giovedì, 07 ottobre 2004 NOBEL Tra un paio d’ore, più o meno, si assegna il Nobel per la letteratura di quest’anno. Pensavo, a proposito di questo, che la massa dei lettori italiani (non so se ciò accada anche nel resto del pianeta) tipicamente ignora, per la gran parte, i nomi di coloro che di tale premio vengono insigniti, anno dopo anno. Per esempio, quanti conoscono Assia Djebar, che è una delle favorite di quest’anno? E Margaret Atwood? E Vizma Belsevica? Potrei continuare. E’ facile affermare che i nomi in questione sono sostanzialmente ignorati perché i libri da loro scritti, generalmente, nel nostro paese vendono ben poco e sono anche mal distribuiti. A volte neanche pubblicati. Prima di vincere il premio, ovviamente. Subito dopo, appaiono d’incanto tutti i testi della intera produzione dell’autore vincente, arricchiti dalla fascetta in copertina “Premio Nobel per la Letteratura XXXX”). Senza voler scivolare nelle solite solfe a proposito della bontà letteraria di quanto viene proposto e letto nel nostro Paese, mi venivano in mente invece, e mi interessavano, le solite solfe sulla distanza eclatante tra la visione dei “critici” (coloro che scelgono i “nominati”, coloro che giudicano, coloro che assegnano il premio, coloro che costruiscono le motivazioni, eccetera; e ciò vale per il premio Nobel e per tutti i premi letterari “importanti” che si assegnano ovunque) e quella dei “lettori”. Questa visione non coincide mai, ma proprio mai. Mi colpisce l’ampiezza della distanza esistente, mi interrogo sulla giustezza di essa. postato da giuseppemauro, 10:39 | link | commenti (3)
mercoledì, 06 ottobre 2004 SUCCEDE SOLO DA McDONALD'S
postato da gabrieledadati, 20:17 | link | commenti (4)
NON SONO POI COSI’ LONTANO, O ALMENO CREDO To a room of dancing shadows where all the heartache disappears And from glowing tongues of candles I heard her whisper in my ear "J'entend ton coeur" "J'entend ton coeur" I can hear I can hear I can hear your heart hear your heart Marillion – Bitter suite (from Misplaced Childhood - 1985) postato da giuseppemauro, 08:39 | link | commenti
martedì, 05 ottobre 2004 QUESTA MATTINA ERA UNA MATTINA BLUES Il ritmo dell’autostrada è un blues. Il ritmo dell’autostrada è un blues aritmico, uno strano quattro quarti che corre con velocità differenti, imprevedibili. Se lo sguardo si limita al tratteggio delle linee di mezzeria che scorre oltre i vetri laterali, possiamo ascoltare una specie di boogie, un picchiare forsennato sui tasti bianchi e neri di uno Steinway, uno scroscio di pioggia violento che suona sulle cose. Se penso ad un’immagine, mi viene in mente quella delle dita di Tim Roth impegnate contro quelle di Clarence Williams III (non erano le loro dita, ma poco importa) nella scena della gara di jazz, più o meno a metà della Leggenda del pianista sull’oceano di Tornatore/Baricco. Ecco, credo che quella immagine estrema, frenetica, quasi delirante, renda piuttosto bene l’idea. Spesso succede però di alzare gli occhi, di provare a circoscrivere con lo sguardo le cose più lontane. Pendenze e declivi, campi appena dissodati, colori che sfioriscono o che rinascono, nuvole sospese a metà tra la nebbia e un sogno. Il ritmo rallenta. Dodici battute. E’ esattamente in quel momento che tutto diventa blues. Woman in my mind di J.L. Hooker, non so se avete presente il genere. Le mattine che risalgo a Roma da Napoli sono mattine tormentate di sonno. Di sonno e di pensieri ammucchiati nelle soffitte del cervello senza alcun ordine, né alcuna pretesa di possederlo. Sono mattine di domande e di risposte malriuscite. Di costruzione di castelli di parole che già sai non riuscirai a dire. Di tristezze rassegnate senza più rabbia. Sono mattine in cui i perché si susseguono come le linee di mezzeria senza nessuna possibilità di venirne a capo. Metteteci pure il fatto che, tipicamente, tali mattine cadono di lunedì e sarà più facile immaginare il contesto. Sono mattine blues, se volete. Comunque sia, quella musica ci sta benissimo. Stamattina è stata una di quelle mattine, pure se oggi è martedì. Nel mio lettore sony nuovo di zecca (si fa per dire) ho infilato un vecchio disco (autografato) di Roberto Ciotti e ho lasciato che tutto divenisse. Lo sguardo, il ritmo, la musica. L’anima. Esattamente a metà di Lonely like a blues, ho realizzato che la mia vita (ovviamente tralasciando mille cazzate che non avrebbero alcun senso nell’ambito di questo testo e tralasciando il tortuoso percorso mentale che mi ha portato alla considerazione in questione) è costellata di presenze (circa) che dicono di non volermi perdere, ma alle loro condizioni. Un sacco di gente che ripete le stesse parole, quasi nella medesima forma. No, io non voglio perderti. Però. C’è sempre un però. E condizioni da rispettare, da ingoiare o da accettare. All’inizio di You change my life ho cominciato a chiedermi perché questo avvenga in maniera così sistematica, nel tormentato e accidentato percorso che caratterizza la mia esistenza inquieta. Devo dire che il pezzo in questione non aiuta molto lo svolgimento di certe riflessioni. In ogni caso, non mi è sfuggito il pensiero che, certamente, esistono motivi oggettivi e non superabili che costruiscono e ingigantiscono quei però. E’ una risposta. Ma non è una risposta esaustiva. E’ una risposta che non basta a spiegare certe discrasie, certe contraddizioni, certe assurdità che sono contenute nel sistema relazionale tra me e il mondo. Che ne sono alla base, in effetti. Questa mattina era una mattina blues. La musica è filata via lungo i solchi del disco che vorticava nel lettore sony nuovo di zecca (si fa per dire), lungo il limitare dell’asfalto ingrigito, lungo le domande che mi attraversavano le vene. Più o meno alla fine del disco (I’m stranger), mi sono risolto nell’affermare ad alta voce, guardandomi dentro lo specchietto retrovisore interno, che quello sbagliato devo essere io. E che forse è giunta l’ora di approfittare dell’assicurazione sanitaria che l’azienda in cui lavoro mi fornisce al modico costo di circa dodici euro al mese, e di ricorrere ai qualificati servigi di uno psicoterapeuta. Che mi analizzi lui, perché io adesso sono stanco. postato da giuseppemauro, 11:51 | link | commenti
domenica, 03 ottobre 2004 REQUIEM
postato da gabrieledadati, 01:05 | link | commenti
venerdì, 01 ottobre 2004 MEDITAZIONI SUL LOUVRE
postato da gabrieledadati, 09:47 | link | commenti (11)
CERTE VOLTE Certe volte, lei si svegliava di notte come punta da uno spillo. Non che facesse rumore, questo no. Ma io la sentivo lo stesso, avvertivo i suoi movimenti obliqui pesanti che le trascinavano i piedi nudi sul pavimento. La sentivo frusciare attraverso la stanza coprendo il rumore del buio, quello persistente che ti avvolge la testa quando spegni le luci pensi che è tempo di dormire. Un sibilo, che quasi non te ne accorgi. I rumori del silenzio, tutti dentro a quel sibilo. Lei, raccoglieva la gibson acustica da un angolo si ammucchiava sulla poltrona. Si grattava il naso col medio della mano destra. Poi come per caso, cominciava ad accatastare maggiori e minori e diesis e bemolle, gli uni sugli altri; felpata. Musica vera. Avresti potuto non sentirla, tanto era leggera. Uno scrosciare del vento. Certe volte, lei si aggrappava alla gibson con la voce. Cantava. Più leggera dei suoi diesis. La gola impastata di erba e di notte interrotta, lei spingeva la voce accanto a quella della chitarra senza un minimo di cedimento, senza svolte percepibili. Nessuna divergenza di percorso. Salivano insieme scendendo improvvise a picco sopra chissàcosa, risalivano stabilizzavano rotte parallele incuneandosi nel silenzio, zigzagavano lente o più veloci per salire ancora e ancora scendere senza ragioni apparenti o spiegabili, quantomeno. Corde vocali corde metalliche; insieme. Forse le cercavano, quelle ragioni. Forse inseguivano un ordine prestabilito, un quadro armonico dentro il quale provare a stare senza dovere per forza correre sempre in questa vita di merda che non ci lascia manco il tempo per sederci che siamo stanche il monolocale fa schifo è un cesso ciò pure le nausee mi sa che sono incinta che cazzo me ne faccio di un bambino adesso in che posto lo metto nella mia vita scombinata nei miei capelli unti ciò il prossimo disco in uscita dobbiamo provare e quest’uomo che dorme nel mio tempo che non conosco - nè lui nè il mio tempo - e che mi fa stare bene ma significa forse amare stare bene con uno che ci scopi coi brividi e con tutto il resto epperò lui mica si sveglia quando io mi sveglio come adesso che sto qua a farmi scorrere dentro la musica eccola questa sì questa potrebbe andar bene domani la metto sul nastro, domani. Forse, lei pensava questo quando suonava giocava con le note, quando sapeva che nostra figlia già c’era io non lo sapevo neanche lo immaginavo, noi facevamo i coiti interrotti. Forse, nelle sue gambe c’era già tutto il cammino lontano da me la voglia di fuggire che non l’ha mai lasciata in pace che - ne sono certo - non la lascia in pace neanche adesso che è lontana sta con quell’altro, chissà per quanto chissà come chissà se pensa le stesse notti le stesse angosce di sonni interrotti di erba di solchi da scavare. Io, stavo steso sul letto ad ascoltarle. Loro, stavano lì a cercarsi a camminare, che nella notte è difficile correre ma sopra una poltrona certe volte diventa impossibile. Corde vocali corde metalliche; insieme. Come un destino comune. Io, restavo disteso immobile sul letto a pancia sotto. Io, con gli occhi chiusi la paura di rompere quel cammino quelle voci con un movimento anche minimo, anche impercettibile. Anche soltanto sognato. Cazzo se l’amavo. La sua voce era un gorgo, ne ero risucchiato trasognavo ne assecondavo i vortici. La sua voce mi entrava dentro come insulina sparata nelle vene di un diabetico. Ne avevo un bisogno folle; escludente. Introiettavo ogni acuto, ogni variazione ritmica, ogni arpeggio rallentato e quelle voci fuse insieme come se lo fossero da sempre, come non potessero mai separarsi, come provenissero da una stessa anima. Quello che volevo fosse la vita, un suono. Lei, era il mio suono. Ne bevevo ogni goccia, sconfiggevo il silenzio ostile. Ne assecondavo ogni ragione, spegnevo la voglia di fuggire che pure si insinuava nello stomaco in certi giorni di assenze, di impossibilità. Di prospettive spente. Di angosce. Ascoltarla. Lei, suonava nel gorgo della sua voce. Io, restavo nascosto nel mio corpo. Certe volte, lei si svegliava come punta da uno spillo, prendeva la chitarra si sedeva sulla poltrona suonava cantava. Per un po’. ... Certe volte per più di un po’. ... Poi, lei si alzava posava la chitarra tornava a letto si addormentava in dodicisecondi, rannicchiata sotto il mio braccio. Io, restavo sveglio ancora un poco. Pensavo. Pamèla non scriveva mai nulla, di notte. Mi sono sempre chiesto come cazzo facesse a ricordare ogni singola nota, il giorno dopo. postato da giuseppemauro, 09:25 | link | commenti
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