capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

domenica, 31 ottobre 2004

TUTTO QUANTO è SUCCESSO IERI E IO OGGI VE LO RACCONTO

Ieri pomeriggio ho preso il treno alle 14:05 per Bologna. Nella tracolla avevo gli ultimi cinque numeri del settimanale cattolico "Il nostro tempo" che da molti mesi ormai la redazione di Torino mi regala e il romanzo "Conoscerete la nostra velocità" di Dave Eggers (Oscar Mondadori, in copertina riporta uno stralcio della recensione apparsa su "il Manifesto". Dove porta la perversione editoriale). Dopo un'ora e mezza di treno ho esaurito tre numeri e osservato l'inflessione emiliana progredire nella parlata di chi saliva fermata dopo fermata. Un altro fenomeno che mi ha colpito è stato avere vicini per un piccolo tratto due arabi che parlavano arabo finendo le frasi in italiano quando erano in difficoltà con una parola (non dovrebbe essere il contrario?)
In stazione a Bologna ho incontrato i primi due membri di www.factory.splinder.com: Daniela Rocca e Marco Nardini. Ho portato loro questo: www.stampalternativa.it/libri.php?id=spec020. Abbiamo camminato e parlato per un po', poi ci siamo seduti in un bel bar in centro a Bologna. Lì ci ha raggiunti GianMichele con in mano il libro su Padre Pio ("Il santo impostore") edito da Kaos. Ho potuto prenderlo in mano, e la prima cosa che ho fatto è stata come sempre verificare le indicazioni passate dal colophon. Questo mi ha rivelato come in prima edizione, qualche anno fa, il libro si chiamasse "Il beato impostore" ed è solo dall'attuale ristampa che si chiama "Il santo impostore". Ho pensato: il tempo passa. Per tutti.
Abbiamo camminato ancora e siamo anche stati in una libreria bellissima dove ci sono addirittura un paio di antologie con racconti miei. Temo che non vada tanto bene, una libreria così: però mi ha fatto simpatia.
Infine siamo andati di fronte a un negozio di abbigliamento dove lavora l'ultimo factory che sono riuscito a incontrare e che finiva di lavorare. In quel negozio lì, bello costoso e in centro, ci va un sacco di gente famosa, si vede che hanno i soldi, ci vanno Montezemolo e Haber.
Poi abbiamo mangiato qui: www.osteriadellorsa.com. Come non mi era stato permesso di pagarmi il mio caffè, il pomeriggio, così neppure mi sono potuto pagare la cena. Ringrazio qui e ora. Ricambierò un giorno o l'altro.
In tutta la giornata Marco mi ha dato notizie buone e interessanti. L'antologia che sta curando (con racconti di Bosonetto, Morozzi, Mazzuccato, Monina, Malabaila, Bajani no perché ha i fatti suoi, Bonanno, Nardini stesso, GianMichele che non so come fa di cognome, io, Motta, Pololi e poi altri che non ricordo e con un fumetto che intervalla i racconti e li tiene tutti assieme) potrebbe anche uscire per Marsilio. Inoltre mi ha detto: "ti faccio un'intervista radiofonica, tra un mese. Una settimana intervisto Morozzi sul rock, quella dopo te sul tema del male."
"Ma l'hai sentita l'erre moscia?", gli ho detto io. "Vabbè, cosa c'entra", ha troncato lui e ha fatto bene.
Alle 21:30 ho preso il treno per tornare a Piacenza. Ci ho letto su i due numeri rimanenti de "Il nostro tempo" e poi sono andato avanti col romanzo. Arrivati a Parma ho percorso tutto il treno in cerca di un bagno e ho notato: 1) la scarsità dei bagni; 2) che ero rimasto completamente da solo sul treno.
In stazione mi sono venuti a prendere Davide e Calogero (altissima lode a loro) e siamo andati a fare due passi in centro. Alle 23 e qualche minuto ho comperato un kebab sul Corso perché sono un golosastro senza rimedio e cinque minuti dopo ero il soddisfatto possessore del più importante alito alla cipolla della provincia di Piacenza.
Poi siamo arrivati in un pub molto bello, con cameriere belle (forse gemelle) e moderatamente costoso diciamo (la mia bottiglietta di sprite da 20 cl. costava 3,50 euro.) Abbiamo parlato del Capodanno. Non siamo arrivati a niente. Poi è entrata Marzia, che fa la speaker per il telegiornale locale ed è piuttosto bella, con un'amica e due ragazzi. Davide che ne è innamorato da sempre (ma la Foletti piace un po' a tutti) ha detto che ormai desiderava solo morire. "Cos'avrà poi quello più di me?", ha chiesto. "Mah, guarda: è solo un gran maschione foderato di soldi", gli abbiam detto noi. Poi dopo siamo usciti dal locale e pioveva e noi non avevamo l'ombrello.
Stamattina su "Libertà", quotidiano locale per il quale tra l'altro ogni tanto mi ricordo di scrivere, ho letto che la mostra collettiva "Taboo&Totem" a cui Davide ed io partecipiamo con il "Primo manifesto per la commistione dell'uomo con il maiale" nella prima settimana ha totalizzato 500 visitatori (addirittura classi delle superiori con gli insegnanti). Tra i visitatori anche l'attore Silvio Orlando.

postato da gabrieledadati, 14:17 | link | commenti (8)

sabato, 30 ottobre 2004

IDENTITA’ CULTURALE – 3

 

La metto in forma di domanda, semplice semplice.

Qual è il meccanismo che ci porta ad inveire contro la contaminazione culturale, protestando contro la proposta (ad esempio) di festeggiare il Ramadan nelle scuole e che ci induce – nel contempo – ad accettare supinamente che i negozi di questi tempi siano stracolmi di zucche, streghe e capedimorto introducendo de facto nel nostro calendario una festa americana che con noi non c’entra assolutamente nulla?

postato da giuseppemauro, 13:48 | link | commenti (2)

venerdì, 29 ottobre 2004

SI PARTE / ALLEGRE RAGAZZE SI PARTE

Allora io domani vado a Bologna, destinazione www.factory.splinder.com (anche se non ci siamo ancora messi d'accordo).
Chi è che indovina il gruppo di Pordenone da cui ho colto questi due versi?

postato da gabrieledadati, 10:04 | link | commenti (7)

ESTRANEI

 

Siamo gente lontana, appesa alla vita.

Deformiamo realtà e passioni adattandole ai contorni delle strade sulle quali viaggiamo. Quelle strade sovente non sono le nostre.

Ci impigliamo dentro fili invisibili, che a volte scorgiamo solo secoli prima. Che a noi piace il districarsi leggero impossibile delle sfide senza noia e con poco futuro.

Catapultati indietro o in avanti, a seconda del piede che usiamo per uscire dal sonno. O a seconda del sole, e dell’imbroglio delle nuvole.

 

Siamo gente lontana, rincorsa dai sogni.

Scriviamo sommessi o urlanti, regalando parole a occhi che non sappiamo. Arrotolati al nostro tempo.

Sfidiamo i nostri giorni inquieti e proviamo a restare, in piedi o seduti poco ci importa. Che è importante esserci, e quasi nient’altro.

Meravigliati della nostra coscienza, uno specchio è ancora scoperta. E ragioni, ovvie e perverse.

 

Siamo gente lontana, condannata a corsi che non sanno incontrarsi.

Passeggeri distratti.

Estranei, semplicemente.

postato da giuseppemauro, 09:05 | link | commenti

giovedì, 28 ottobre 2004

CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 2

GIANLUCA MERCADANTE

Gianluca Mercadante è nato nel 1976 a Vercelli, dove vive e lavora come parrucchiere. Scrive di critica letteraria su alcune riviste di settore (fra cui Pulp) e ha pubblicato suoi racconti ovunque. Ha esordito in proprio col racconto lungo McLoveMenu, apparso nella collana MILLELIRE (Stampa Alternativa, 2002 - Premio Parole di Sale). Si attende il suo primo romanzo per NoReply.

1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni?

La prima. Michele Strogoff di Jules Verne, un regalo per la mia Prima Comunione. Avevo sette anni e leggevo soltanto fumetti, a parte forse il Vangelo al Catechismo. Quando ho iniziato a leggere un libro mi sono detto: che palle, non finisce più! Però, è finito lo stesso, poi. Ed era meglio del Vangelo. Sui fumetti sono troppo di parte per esprimermi coerentemente.

2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento?

Risponde alle vostre domande. In altre sedi, intervista a sua volta, scrive recensioni, racconti e qualcosa che potrebbe assomigliare a un secondo romanzo. Ma chissà? Sta appena uscendo il primo - e ancora ci faccio delle ipotesi...

3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora?

Che ogni storia cammini con le proprie gambe, com'è giusto che faccia. Appena la pubblichi, una storia ti lascia e se ne va. Senza tante menate. Quindi, posso al limite preoccuparmi di cosa succederà a me. Ma preferisco vivere, nel frattempo.

postato da gabrieledadati, 08:03 | link | commenti (7)

mercoledì, 27 ottobre 2004

LA STORIA DI SALVATORE

Leggo oggi sull'Unità la storia di Salvatore, un ragazzo di Palermo che ha aspettato di avere diciotto anni (obbligo di legge: bisogna avere diciotto anni per donare gli organi) per poter donare parte del fegato al padre, un uomo di neanche cinquanta anni ammalto di cirrosi. Così facendo gli ha salvato la vita, ma siccome Salvatore faceva un lavoro di fatica ha dovuto abbandonare. Il suo stato gli impedisce di compiere sforzi. Ora: il padre non lavora, la madre è malata (aspetta il trapianto di midollo osseo da una parente) e Salvatore - che non ha titoli di studio - ha bisogno di lavorare. Un bar gli ha offerto lavoro (leggendo della sua storia su un giornale), ma lui non può farlo per le ragioni fisiche già dette. Salvatore - che ha compiuto un gesto d'amore senza rete di salvataggio - dice che ha bisogno di lavorare, per la sua famiglia. // Io che ho letto i libri giusti, io che ho visto i film importanti, io che viaggio spesso, io che sono bello e mi vesto bene, io che scrivo, io che sono laureato con lode, io che ho tanti amici, io che sono così felice, io che ho pile di compact-disc, io che conosco e frequento un sacco di intellettuali, io che non so cosa dire adesso, io che so che cos'è la vergogna di essere fortunati e non colpevoli della propria fortuna.

postato da gabrieledadati, 13:14 | link | commenti (4)

PENSARTI MI E’ CONSUETO, IN QUESTO TEMPO DI MEZZO

 

Nella voglia di sognarti ci trascorro le notti

tutte rigorosamente senza sogni

è così che impazzire diventa noioso

distratta abitudine dei tempi che corro.

 

Eppure si rincorrono sospingendosi ancora

risalgono veloci i muri ingialliti dalle ore

si aggrappano ai ricordi che rimestano dentro

rotolano nella polvere delle cose rialzandosi.

 

Sono le speranze che ancora coviamo

tra i lembi nascosti del nostro restare

che macchiano i nostri pensieri di certezze

risolvendo con pazienza i nodi dell’anima.

postato da giuseppemauro, 10:22 | link | commenti

martedì, 26 ottobre 2004

CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 1

MASSIMO VIOLA

Massimo Viola, livornese ma piacentino d’adozione (mi sembra, ma non sono sicuro), ha fatto due cose impressionanti nella sua vita pubblica: si è inventato un sito di letteratura chiamato www.liberosesso.it che così ha un’utenza piuttosto cospicua e ha poi pubblicato Sbruffer - un mondo alle corde per la fuga di un calciatore (Manni, 2002). Probabilmente ha fatto altre cose impressionanti nella sua vita privata: ma già quelle note ci bastano.

1)Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni?

Credo sia La Guerra dei Bottoni, un libro che da bambino mi faceva sognare scontri epici tra bande di coraggiosi guerrieri bambini.


2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento?

Questa non sono sicuro di averla capita bene. Io scrivo poco, per mancanza di tempo, ma con regolarità. Quando non riesco a scrivere, divento nervoso. Scrivere mi fa bene. Sto scrivendo un "romanzo", mi distendo di più a scrivere cose lunghe, i racconti li trovo faticosi. Insomma, mi piace sbrodolare.

3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora?

Guarda, veramente non lo so. Naturalmente mi piacerebbe avere qualche lettore in più, ma ripongo le mie speranze più su quello che devo ancora scrivere, che su quello che ho già scritto.




postato da gabrieledadati, 13:25 | link | commenti (3)

lunedì, 25 ottobre 2004

CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE

Si inaugura domani su www.capitanicoraggiosi.splinder.com una piccola rubrica che si intitola CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE. Di cosa si tratta? Semplicemente di tre piccole domande poste a narratori italiani: le brevi risposte verranno messe on-line il martedì e giovedì per alcune settimane.

Le domande sono:

1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni?

2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento?

3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto finora?

Quelli che hanno risposto fino ad ora sono:

Massimo Viola, Gianluca Mercadante, Giulio Mozzi, Giuseppe Mauro, Tiziano Scarpa, Cosimo Argentina, Marco Bosonetto, Mauro Pianesi, Alberto Ghiraldo, Matteo B. Bianchi, Stefano Bernazzani.

postato da gabrieledadati, 18:10 | link | commenti (13)

domenica, 24 ottobre 2004

CAMMINARE

Mi arriva dall'amico Mauro Pianesi il bollettino "Camminare" (anno II, n. 13, 12 ottobre 2004 - indirizzo di posta elettronica: zuccherini@tiscali.it).
La prima notiziola - molto interessante - che fornisce è questa (si parla di Perugia):

Torna l’autunno: è ora di piantare alberi
Quanti alberi sono stati piantati nello scorso inverno? Non lo so, ma io non ne ho visto neanche uno: forse non ho guardato bene? Ad ogni modo, con la stagione che si avvicina è giunto il momento di metterne a dimora quanti più possibile: ce li godremo fra qualche estate. A proposito, ma non c’era una legge che obbligava a piantare un albero per ogni nuova macchina immatricolata? O me la sono sognata, oppure nel 2004 non è stata venduta nemmeno una macchina a Perugia, perché alberi piantati - ripeto - io non ne ho visti.


postato da gabrieledadati, 17:35 | link | commenti (6)

giovedì, 21 ottobre 2004

DI NUOVO L'AFFAIRE BUTTIGLIONE

Mi arriva a casa da mesi ormai un settimanale cattolico torinese che si chiama Il nostro tempo. Non lo pago, non l'ho mai pagato: un giorno (dopo alcune settimane che mi arrivava) mi è giunta una lettera dalla redazione che diceva in soldoni: speriamo che gradisca la nostra testata. Non mi si chiedeva però di abbonarmi: semplicemente me lo spediscono.
È un ottimo settimanale cattolico, davvero. Con grande spazio per la cultura e molti articoli di commento. Io - cattolico - trovo questa lettura buona per me.
Nel numero di questa settimana, in prima pagina, la rubrica Pane al Pane (che è colpevole di non recare firma) pubblica questo pezzo:

Il no a Buttiglione vergogna laicista

Se basta dire che l'omosessualità è un peccato, il che tuttavia non può avere «nessuna influenza sulla politica», per sentirsi opporre un «no» dal Parlamento europeo come membro della prossima Commissione allora vuol dire che l'Europa ufficiale non ha ancora capito la differenza tra la libertà d'opinione e i doveri di un uomo politico chiamato a ricoprire una carica istituzionale.
Questo è accaduto a Rocco Buttiglione, che il governo italiano ha proposto alla Ue e il nuovo presidente Barroso ha indicato come commissario alla Giustizia, libertà e sicurezza, e che la commissione Libertà civili dell'Europarlamento ha "bocciato" clamorosamente, aprendo un "caso" che potrà essere risolto solo con un compromesso politico nei prossimi giorni, pena uno scontro micidiale tra i partiti di Strasburgo e reciproche esclusioni per ritorsione.
È inevitabile pensare a tante cose, tutte amare: che contro Buttiglione abbia giocato un pregiudizio anticattolico, o un "complotto" laico-socialista magari con l'appoggio di eurodeputati italiani antiberlusconiani stupidamente incuranti dello schiaffo che così si infliggeva al nostro Paese, o una lobby internazionale del "gay pride" che cercava un'affermazione di risonanza universale. Tutto ciò non toglie che si tratti di un'autentica vergogna che nega in radice uno dei (presunti) vanti del laicismo europeo, la tutela gelosa della libertà di opinione di tutti, compresi i politici con compiti di governo.

Il testo ha il taglio che ha, questo è chiaro, ma contiene almeno due cose interessanti:
1) l'accenno al rapporto opinioni private - ruolo pubblico.
2) il pezzo di frase in cui dice: l'appoggio di eurodeputati italiani antiberlusconiani stupidamente incuranti dello schiaffo che così si infliggeva al nostro Paese.
Ora: per il primo punto la mia domanda è: "Sì, la vita privata e quella pubblica sono/devono essere distinte. Ma se noi sapessimo, per esempio, che un medico che ci opera è - privatamente - un alcolista, che un giornalista di cui leggiamo i pezzi è - privatamente - un bugiardo, che un contabile precisissimo è - privatamente - un cleptomane, che un sacerdote ottimo predicatore è - privatamente - un consumatore di pornografia, se noi ci trovassimo di fronte a uno di questi casi, non tentenneremmo?" Naturalmente esagero: però un uomo è un uomo è un uomo, ed è lo stesso in qualsiasi cosa si adoperi.
Per il secondo punto invece faccio un mea culpa: Buttiglione non mi piace (sia non mi trovo d’accordo con molte sue posizione, sia non lo trovo un politico di razza) e non mi è dispiaciuto sapere dell'eurobocciatura. Sono, del resto, antiberlusconiano (riguardo a Silvio Berlusconi: sia non mi trovo d’accordo con molte sue posizione, sia non lo trovo un politico di razza. Tuttavia mi è istintivamente simpatico e non esiterei a cenare con lui, se se ne presentasse l'occasione). Però è vero: si tratta di un quid negativo per il nostro Paese. In questo senso, certo, sarebbe stato meglio che le cose avessero preso un'altra direzione.

postato da gabrieledadati, 23:19 | link | commenti (2)

EUROPA PERICOLOSA?

Mi arriva il Comunicato Stampa di C.L. redatto il 13 ottobre. Riguarda l'affaire Buttiglione. Lo leggo: mi è stato inoltrato da un amico, d'altra parte. Scopro che non posso accettarlo né come cattolico né come persona che si interessa alle cose che succedono. Alcune delle cose scritte nel testo sono scorrette (palesemente: la citazione verso la fine dell'ultimo paragrafo), altre interpretate in modo molto parziale. La cosa peggiore è il testo della mail di questo amico milanese: Dato che giudizi chiari e seri a riguardo se ne sentiti ben pochi vi prongo di leggere e confrontarsi sull' argomento....anche perchè tanto per cambiare questo argomento rischia una precoce dimenticanza con il nostro beneplacito..... Riporto il testo:

Comunicato stampa

L’EUROPA PERICOLOSA

 

In medicina si parla di “eventi sentinella” per indicare fatti che segnalano il pericolo incombente di un’epidemia o di altri disordini patologici. La bocciatura da parte di un comitato del parlamento europeo di Rocco Buttiglione, quale candidato italiano a ricoprire la carica di commissario sembra uno di questi eventi. Il prof. Buttiglione presentandosi per assumere la carica di commissario alla giustizia e alla immigrazione, ha detto di essere cattolico e coerentemente di essere contrario al matrimonio dei gay e a una idea di femminilità che non contempli il ruolo naturale di madre di famiglia. Ha detto anche che questi sono i suoi pensieri e che li sosterrà, conscio e rispettoso della possibilità che il parlamento europeo non li accolga. Nonostante tale ultima dichiarazione gli è stato votato contro.

         Altri eventi significativamente allarmanti sono: a Tolone, la proibizione rivolta a un prete di portare la tonaca in quanto “ostentazione” di segni religiosi; in Svezia, la condanna di un pastore protestante, che essendosi dichiarato contro i matrimoni gay, si sarebbe reso colpevole di discriminazione; nel Baden Wuerttemberg, l’equiparazione del velo delle suore a quello mussulmano e quindi il divieto del tribunale regionale di portarli entrambi durante l’insegnamento scolastico; per non parlare infine di quella forma di antisemitismo strisciante per cui gli ebrei sono buoni solo quando non sono israeliani o religiosi.

         L’Europa che rifiuta le radici giudaico cristiane è senza radici ed è pericolosa. Come si sa, chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, anche nei suoi aspetti peggiori e liberticidi. Non basta che prendano posizione la parte politica cui il prof. Buttiglione appartiene e le comunità religiose colpite dalle azioni sopra menzionate. Anche chi non fosse d’accordo con loro deve esprimersi. Siamo arrivati al punto in cui, con il pretesto di difendere la possibilità di tutti a professare la propria relativa verità, si sta introducendo un totalitarismo culturale che nega libertà di coscienza, pensiero e opinione. Che brutta fine ha fatto il motto della Rivoluzione Francese, “non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò perché tu possa esprimerle”! I cattolici, in particolare, qualunque sia la loro opzione politica, non possono accettare di essere ridotti a un silenzio, che ormai rischia di non essere solo pubblico, ma anche privato.

 

l’ufficio stampa di Cl

 

 

Milano, 13 ottobre 2004.          

 

postato da gabrieledadati, 11:38 | link | commenti

IL PATTO

 

ma siam noi, con questi giorni
fatti di ore andate per
un weekend e un futuro che non c'è.
Non si può sempre perdere
per cui giochiamoci
certe luci non puoi spegnerle.
Se è un purgatorio è nostro perlomeno

Urlando contro il cielo

Il patto è stringerci di piu'
prima di perderci.
Forse ci sentono lassu'
è un pò come sputare via il veleno.

Urlando contro il cielo

 

(Urlando contro il cielo – L. Ligabue, 1991)
















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mercoledì, 20 ottobre 2004

BALLATA DELLE COSE CHE HO E DELLE COSE CHE VORREI

 

CHE HO

 

Ho una macchina blucopiativo targata firenze.

Ho una casa quasi mia in cui fingere di esistere fino a sfinirmi.

Ho una moglie e una figlia in cui cresce la mia stessa identica inquietudine.

Ho una casa ch’era mia e che ho perduto giocando d’azzardo.

Ho una bussola rotta che prima o poi aggiusterò da solo.

Ho una spiccata propensione al disordine.

Ho un messaggio conservato nella memoria del mio nokia che non ho bisogno delle tue radici…mi piacciono le tue foglie. Volevo solo sapere se qualcuna cadeva dalle mie parti…

Ho un’autostima orgogliosa e feroce ammaccata dal tempo e dal suo scorrere strafottente.

Ho una straordinaria intelligenza emotiva.

Ho una fender bronco rossa del ’69 con cui suonare la rabbia e un’armonica made in DDR con cui amplificare le malinconie.

Ho un’anima suddivisa in pezzetti che rimescolo di continuo senza riuscire a ritrovare la forma originaria.

Ho un posto in uno di quei pezzetti dell’anima sopra cui c’è scritto riservato.

Ho un lavoro da sedere dietro ad una scrivania e a parole da comunicare in circolo.

Ho un anagramma dell’anima in forma di romanzo in uscita a novembre.

Ho un cervello in cui regna il caos più profondo, come un universo sparato via da un bigbang esploso un minuto fa.

Ho due occhi scuri punteggiati di verde che non stanno mai fermi e che non riescono per questo a fissare un’immagine o un pensiero.

Ho un mare da nuotare e una fottuta paura di non riuscire a restare a galla.

Ho cento libri in pegno condivisi a sostenere una follia senza via d’uscita.

Ho mille persone intorno e nessuna vicino.

Ho un mucchio di nonsapevolezze che hanno sfrattato ogni certezza dalla mia memoria.

Ho un mondo raccattato per strada e volti e odori e sogni già dimenticati.

Ho bisogno di te, perché senza sto male.

Ho un disperato bisogno di restare da solo.

 

 

CHE VORREI

 

Vorrei solcare i sentieri sterrati di ogni posto del mondo.

Vorrei scegliere la destra o la sinistra di ogni bivio sulla mia strada senza dare alcun peso ai suggerimenti delle mille persone che ho intorno ma non vicino.

Vorrei sedermi su un sasso e aspettare la pioggia.

Vorrei riuscire a conservarti per sempre quel posto nel pezzetto dell’anima perché mi hai detto me lo sono meritato, quel posto e in fondo non hai tutti i torti.

Vorrei scrivere un libro di poesie ma non da solo.

Vorrei non dover dire mai addio e però vorrei farlo con la necessaria leggerezza.

Vorrei annusarti ancora che sai di bilboa e di capelli appena sfilzati e consumarmi le labbra e la pelle e le viscere sopra di te.

Vorrei altri figli e persino altre mogli, perché perserverare non è diabolico ma è testardamente e umanamente sano.

Vorrei costruire un grattacielo nel deserto assolutamente impossibile da demolire, anche se la demolizione venisse commissionata al costruttore stesso ovvero a me.

Vorrei sconfiggere ogni mia sconfitta.

Vorrei un incedere da gigante e sguardi benevoli da sorvolare ogni miseria umana ed ogni miseria mia personalissima e gli anni a piacimento.

Vorrei essere altrove ogni volta che sono.

Vorrei regalarmi la libertà assoluta, anche solo per il gusto di sapere com’è.

Vorrei riuscire a indossare l’abito adatto ed uscire a cercarmi che forse mi trovo, forse non sono nemmeno lontano da qui.

Vorrei guardare alle dieci di ogni sera antares e sapere che lo stai facendo anche tu, anche se non servirebbe a un cazzo.

Vorrei espiare anch’io, ma con rapidità ragionevole e necessaria.

Vorrei non aver paura di non riuscire a farcela, non aver paura di dimenticare, non aver paura di ricordare.

Vorrei esserci, a prescindere.

Vorrei stare con te, perché senza sto male.

Vorrei disperatamente restare da solo.

postato da giuseppemauro, 10:34 | link | commenti (1)

martedì, 19 ottobre 2004

E' attualmente in mostra presso la Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza il PRIMO MANIFESTO PER LA COMMISTIONE DELL'UOMO COL MAIALE di Davide Corona e Gabriele Dadati. Il manifesto è esposto all'interno della collettiva Taboo&Totem che resterà aperta fino a fine mese. Il catalogo è in libera distribuzione presso la sede della mostra.

Accanto al testo (mio) Davide ha disegnato un San Sebastiano trafitto da forchette che ha testa e zampa destra di porco. Il senso generale del manifesto è: se noi facciamo esperimenti sugli animali per migliorare le nostre ricerche mediche, perché non può avvenire giustamente anche il contrario? - Ecco il testo:

PRIMO MANIFESTO PER LA COMMISTIONE DELL'UOMO COL MAIALE

 

Popolo d'Italia!, popolo del Mondo Intero!, di che cosa ci siamo accorti pensandoci e ripensandoci e poi parlandone tra di noi! Di che cosa ci siamo accorti, popolo che non lo sapeva affatto, ci siamo accorti che l'uomo è imparentato col maiale! Ci siamo accorti facendo delle osservazioni superficiali che gli atteggiamenti erano piuttosto simili!, poi abbiamo buttato l'occhio pure un po' all'acido desossiribonucleico che ne avevamo alcuni campioni, abbiamo fatto i confronti, due Dna simillimi, sono!

Allora siamo a cavallo, a cavallo del porco, se tutto va bene, amici fratelli compagni concittadini ma soprattutto suini! Perché basta con tutte le manipolazioni genetiche e le orecchie fatte crescere sulle schiene dei topi glabri, basta con le protesi artificiali, basta con i trapianti da corpi morti in mattinata e sempre a rischio di rigetto! Il maiale e l'uomo si presentano l'un l'altro come naturali riserve di pezzi di ricambio che noi possiamo attingere senza colpo ferire e mai nessun ce lo impedirà tralla-là-la-la!

Bando agli allarmismi, ai deformismi e ai moralismi, che qui siamo sull'orlo di una Nuova Era che basterà invece di affettare il prosciutto crudo portarlo in sala operatoria e, pum!, eccoci con tutti e due i piedi nel futuro!, e viceversa, che anche il maiale moribondo si potrà salvare con innesti umani!

Uomini e porci, udite: abbattiamo il tabù del corpo che non è mica il contenitore dell'anima che l'anima non esiste! Forza!, avanti dei volonterosi volontari sia umani che suini per iniziare gli esperimenti, che gli esperimenti bisogna farli! Che quando l'ho detto a Davide, che bisognava, lui ha detto: io devo disegnare, non mi puoi mica mettere al posto del braccio un piede di porco! Che quando l'ho detto a Gabriele, che bisognava, lui ha detto: io sono l'intellettuale del gruppo, non puoi mica mettere il mio cervello nel corpo di un porco, che figura ci faccio ai convegni!

E allora, Mondo Intero, Uomini e Maiali, scrivo per questo: venite a sottoporvi agli esperimenti, è per il bene del Progresso e della Scienza!

Firmato:

il Maiale Scienziato.

 

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lunedì, 18 ottobre 2004

PER ME

 

Continui a ripetere che ti dispiace mostrarti in un certo modo e dirmi certe cose
ma spero che ti renda conto che principalmente lo dici a te stesso
perchè io ti capisco
ti capisco completamente adesso che non c'è perfettamente niente ad inquinare la comunicazione

credo di essere alla fine della fase in cui credevo che tutto mi fosse dovuto per via delle mie straordinarie capacità
solo che ora non ho la minima voglia di passare a quella in cui devo conquistarmele per gli stessi motivi

giustifico ancora la mia insoddisfazione
a torto marcio
perchè allontano irrimediabilmente le persone che tentano di amarmi
le sfianco

il risultato è che resto ferma
sono ferma in una specie di limbo
fatto di questo vedi?

di parole
che traboccano fuori
senza voler poi esattamente dire qualcosa
qualcosa in cui credere veramente
un'idea
un ideale
un piano
un progetto
una persona
un sogno
 
resto appesa alla luna
visto che stiamo portando avanti questa metafora
e mi aggrappo a tutto quello che mi passa intorno
per i bisogni contingenti
il calore
i baci
i sorrisi
gli abbracci
le carezze
l'energia vitale
 
è quello che sto prendendo da te adesso
così come quello che prendi da me
sono le tue considerazioni riflesse
 
spero che quest'esercizio ti faccia tornare consapevolezza e curiosità
almeno per un po'
fino a quando non ti sarai abituato alla mia presenza lì sul divano tra i dischi e i libri
 
nel frattempo io prenderò l'energia vitale di cui ho bisogno
quella che vorrai donare solo a me
 
non facciamo casini giuro
cerchiamo solo di stare bene di noi
fino a quando sarà possibile
visto che ci stiamo riuscendo già abbastanza bene no?
 
parla
continua a parlarmi sussurrando all'orecchio per respirarmi
 
appoggio la mia guancia alla tua
ti ascolterò fino a quando vorrai parlare
 
baci sparsi
 
io
































































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domenica, 17 ottobre 2004

PER RISPARMIARE

Mi arriva questo messaggio allegato a una mail. Si dice di farlo girare. Io lo posto qui.

I gestori fanno tanta pubblicità al servizio di number portability (la
possibilità di passare da un gestore all'altro mantenendo il vecchio
numero del telefonino) ma nessuno di loro spiega quanto l'adesione a macchia
di leopardo a questo servizio stia costando a noi ignari consumatori.
Mi spiego meglio.
La maggior parte dei contratti (siano essi con abbonamento o con prepagate),
come ben sapete, prevedono un costo molto basso per le telefonate fra
clienti dello stesso gestore (solitamente 10 o 12 cent
al minuto) ma costi ancora sproporzionalmente alti per telefonate effettuate
all'indirizzo di un abbonato di un gestore diverso dal proprio (per le quali
si arriva a pagare anche a 25 e più cent al minuto).

Oggi, a causa della possibilità offertaci di migrare da un Gestore all'altro
senza cambiare il proprio numero del cellulare, il prefisso
non identifica più il gestore (prima i 340, 347, 348, 349 etc eravamo certi
fossero OMNITEL-VODAFON e i 335, 337, 338, 339, 333, etc eravamo certi
fossero TIM) e anche quelle telefonate che pensiamo costino poco possono
in realtà costarci parecchio! (Ad esempio una telefonata di 10 minuti fatta
pensando che costi, fra scatto alla risposta e tariffa, intorno
a 1,3 euro, potrebbe in realtà costarvi 3 euro!).
Un modo per risparmiare, o comunque per sapere se la telefonata che stiamo
per fare ci costerà poco o molto, in realtà esiste, ma come è logico nessun
gestore lo pubblicizza perchè è maggiore l'interesse a mantenere i propri
clienti all'oscuro della cosa.
Prendete nota:
sarà sufficiente anteporre al numero che si sta chiamando un codice numerico
456 per i clienti vodafone,
4884 per i clienti tim, affinchè una gentilissima e "gratuita" voce di
donna ci comunichi a che gestore oggi appartiene il numero che
stiamo chiamando per poi lanciare in automatico la chiamata che, saremo
liberi di accettare, rifiutare o, se necessaria, rendere più breve
possibile).
Immagino che lo stesso servizio sia garantito anche dagli altri gestori
(3 e wind) e che sia sufficiente chiedere il codice da anteporre
allechiamate ai rispettivi servizi clienti.

Buone telefonate (senza sorprese) a tutti!

p.s. l'argomento trattato mi sembra meritevole di Attenzione; fate girare
questa mail fra i vostri ignari amici e conoscenti....ve ne saranno grati!








































postato da gabrieledadati, 22:56 | link | commenti

giovedì, 14 ottobre 2004

UN TRITTICO

Sono riuscito finalmente a vedere "Il siero della vanità" di Alex Infascelli. Il soggetto è di Ammaniti, le musiche di Morgan, dentro recitano la Buj, la Neri, Mastandrea. Ribadisco il giudizio che già avevo di Infascelli dopo il primo film ("Almost blue"): per adesso è ancora trascurabile, forse, ma se va avanti bene guardando a modelli internazionali (come fa) può diventare il primo che in Italia sa fare seriamente un certo tipo di film.
Detto questo, tematicamente in un certo senso il film mi si ricollega improvvisamente - nella mente - a due romanzi letti non troppo tempo fa: "Occidente per principianti" di Lagioia e "Blackout" di Morozzi. Davvero controllare la percezione del mondo potrebbe voler dire, oggi, controllare il mondo.

postato da gabrieledadati, 23:07 | link | commenti (1)

ANDREA

 

Posto che il mondo là fuori neanche lo sente, Andrea sta urlando al cielo le sue verità.

Che non sono poi tante, sia chiaro.

Andrea è nato in una baracca arrangiata sulla sponda destra del Tevere, nel tratto di fiume che va dal ponte Risorgimento al ponte Milvio.

Andrea esce ogni mattina col sole appoggiato all’orizzonte. Non importa l’ora: quando il disco del sole è sporto per metà dalla linea laggiù in fondo, lui esce.

Andrea percorre l’argine destro del fiume per risalire le scale che portano su al lungotevere. Non importa la stagione: che sia pioggia gelata o niño rovente, lui esce.

 

Andrea ha compiuto tredici anni uno di questi giorni. Convenzionalmente, dalle parti di settembre.

Andrea stamattina ha deciso di urlare, di rovesciare per strada tutte le parole che gli martellano le tempie da sempre, da quando ha cominciato con fatica a comprenderne i significati.

Ogni singola parola, come un disco scalfito dimenticato su un piatto a finire e ricominciare daccapo, identico a se stesso.

 

Elsa lo sta cercando lungo gli argini, gridando disperata il suo nome ogni dieci o dodici passi.

Elsa è la madre di Andrea e con lui divide la baracca sulla sponda.

Fintanto che Ivan ancora esisteva, i riquadri di lamiera e le assi di legno - di cui l’abitazione è riccamente costituita – usufruivano di una manutenzione periodica. Non proprio regolare, ma sufficiente. Efficace.

Quando dal tetto cominciava a piovere acqua sporca di cielo e di nuvole; quando dalle pareti ondulate di metallo il vento entrava più forte di quanto corresse fuori; allora Ivan decideva che era ora di intervenire.

Bicchiere dimenticato, ci passava l’intera giornata intorno alla baracca.

Con invidiabile meticolosità, ripuliva ogni singolo riquadro di latta e ogni tavola di legno, sostituiva i tasselli ormai inservibili, impastava tutto con cemento fresco.

Alla fine, la baracca ad Andrea sembrava una reggia.

Alla fine, Elsa smetteva il proprio perenne brontolare per un paio di giorni abbondanti.

Alla fine, Ivan tornava dentro a dormire, per risvegliarsi il giorno dopo e ricominciare a nutrirsi di frascati allungato ad acqua di fiume.

 

Adesso Ivan è andato.

Saranno due anni che il suo silenzio imbrattato di rumori e respiri e ronfi puzzolenti si è trasformato in silenzio vero, in assenza.

Il fegato un giorno gli è scoppiato e pace.

Andrea di tanto in tanto si siede a guardare il fiume, ricordando di quel giorno la tranquillità della madre.

Elsa aveva composto con calma il corpo del compagno, lo aveva infilato in un sacco di iuta, si era rannicchiata per un’ora davanti al sacco, in silenzio. Poi aveva trascinato il corpo lungo l’argine e lo aveva lasciato andar via, tra sassi e corrente.

Tutto da sola.

 

Andrea di tanto in tanto si siede a guardare il fiume, nella direzione in cui aveva visto scomparire il sacco, quasi si aspettasse di vederlo riemergere. Quasi si aspettasse di ritrovare i silenzi del padre e le sue mani nodose.

In quei momenti, a volte piange. Forse prega, ma a noi non è dato saperlo.

 

E comunque non oggi.

Non oggi che ha deciso di dire, non oggi che ha deciso che è tempo di esistere.

Non oggi che cammina i marciapiedi lungo il fiume ed urla al mondo le sue verità.

postato da giuseppemauro, 14:52 | link | commenti

mercoledì, 13 ottobre 2004

COCAINA

Stanotte a Piacenza la Mobile ha chiuso un'operazione denominata Monster che andava avanti da un po' di tempo. Si è trattato dell'arresto di una quindicina di spacciatori (più o meno) che rifornivano la Piacenza bene di ottima cocaina (principio attivo maggiore del 75% e a volte anche 80%).
Gli agenti hanno trovato un bel po' di cocaina e quindicimila euro in contanti. Quando sono entrati in casa di uno di questi per arrestarlo (aveva sotto il cuscino coca e denaro, penso io, oltre che la coscienza sporca), l'uomo ha pensato si trattasse di uno scherzo. E ha chiamato i carabinieri.

postato da gabrieledadati, 13:27 | link | commenti (3)

martedì, 12 ottobre 2004

PROSSIMI IMPEGNI

Ci sono tre cose nel finesettimana che hanno a che fare con me.

Venerdì 15, ore 21:00 presso la Famiglia Piacentina in via S.Giovanni (se non sbaglio) presento insieme al professor Stefano Fugazza il volume di Annamaria Torre Ricordi e ricette della mia famiglia (Piacenza, Tip.le.co, 2004). Il volumetto è carino, breve e con qualche paginetta interessante.

Sabato 16, ore 17:00 presso Solaria Arte in via Roma si inaugura la mostra Come funziona la fantasia del pittore Alfredo Casali (metto il link alla sua mostra milanese perché la pagina di presentazione è ottima), di cui ho prefato il catalogo e cui ho dato il titolo. Casali è un pittore eccellente (ha tra l'altro realizzato la nuova serie di tazzine del Caffè Musetti e forse farà anche quella della Illy).

Domenica 17, ore 16:00 presso la Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi si inaugura la mostra Taboo&Totem, organizzata dall'archivio Giovani Artisti Piacentini, cui partecipiamo anche il mio amico Davide Corona ed io con il Primo manifesto per la commistione dell'uomo con il maiale.

Chi fosse a Piacenza è avvisato.

postato da gabrieledadati, 10:52 | link | commenti

sabato, 09 ottobre 2004

UN ALTRO MOTIVO PER FARE UN BLOG

Qualche tempo fa si è parlato, in questo stesso spazio, dei motivi esistenti per fare un blog. All'epoca mi era venuto il sospetto che chiunque faccia un blog prima o poi si metta a giustificare il fatto di fare un blog: ma non ho mai fatto controlli negli archivi di altri blog, per cui non saprei dire. La sensazione, in ogni caso, resta piuttosto marcata.
Nel frattempo però un'altra idea mi è venuta, e cioè: il blog è un posto che può accogliere i testi che seguono una "forma" altrove incollocabile. Mi spiego: se io produco un testo che segue la forma-romanzo, poi posso spedirlo alle case editrici che pubblicano narrativa, se produco un testo secondo la forma-articolo, poi lo posso proporre a un giornale, se seguo la forma-lista-della-spesa, poi posso mettermi il foglietto in tasca e andare al supermercato. Ognuna di queste forme ha cioè una sua collocazione nel mondo. Però se io scrivo la forma-meditazioni-su-qualcosa ad esempio (il Louvre, McDonald's, la mia giornata ecc…) oppure la forma-diario vera e propria e poi le voglio collocare nel mondo, a chi mi devo rivolgere?
Ecco allora: il blog è anche un posto dove collocare dei testi che per forma e/o contenuto non possono stare altrove. Questa se ci si pensa è un'opportunità piuttosto significativa.

postato da gabrieledadati, 13:48 | link | commenti (1)

venerdì, 08 ottobre 2004

INCIPIT

 

Senza scivolare mi attacco al soffitto, con gli occhi aperti a metà.

Sono sveglio, più o meno.

Non è bello svegliarsi senza averne la voglia e io questa voglia – è ormai tempo immemorabile – non la sento quasi più.

In sostanza, vorrei dormire in eterno senza morire.

Qualcuno mi racconti come si fa.

 

E’ andata che l’ho persa.

E’ andata che non si vive di solo amore e noi avevamo quello e poco altro.

E nient’altro, per l’esattezza.

Non lo straccio di un progetto, non un bambino a gattonare per casa, non uno scontrino di ikea ad elencare assi di legno inchiodate a farne scatole da riempire di tessuti saldati e su cui appoggiare fotografie incorniciate.

E’ andata come è andata, io adesso non ho voglia di svegliarmi.

 

Che poi devo farlo per forza. Svegliarmi, dico.

Mi aspetta la banale lotta quotidiana contro i grigi del cielo, dell’asfalto, delle carrozzerie che mi sorpassano incazzate, della cornice del mio monitor, dei capelli del mio capo.

Un grigiore immanente, senza via d’uscita.

Mi aspetta e mi spetta sopravvivere, nonostante la voglia di dormire. La voglia di non esserci o di stare altrove.

 

La noia spacciata per libertà regalata.

Questa è l’eredità che mi ha lasciato Stella, tre anni di convivenze clandestine e di sentimenti ingigantiti dall’armonia dell’incompiutezza.

C’eravamo ma no, non c’eravamo.

Per il mondo, noi non c’eravamo.

Adesso mi sveglio, mi alzo.

Mi alzo, sì.

Ma mi chiedo dove sei, Stella fuggita scalza dal mio cielo.

postato da giuseppemauro, 13:35 | link | commenti

giovedì, 07 ottobre 2004

NOBEL

 

Tra un paio d’ore, più o meno, si assegna il Nobel per la letteratura di quest’anno.

Pensavo, a proposito di questo, che la massa dei lettori italiani (non so se ciò accada anche nel resto del pianeta) tipicamente ignora, per la gran parte, i nomi di coloro che di tale premio vengono insigniti, anno dopo anno.

Per esempio, quanti conoscono Assia Djebar, che è una delle favorite di quest’anno? E Margaret Atwood? E Vizma Belsevica? Potrei continuare.

 

E’ facile affermare che i nomi in questione sono sostanzialmente ignorati perché i libri da loro scritti, generalmente, nel nostro paese vendono ben poco e sono anche mal distribuiti. A volte neanche pubblicati. Prima di vincere il premio, ovviamente.

Subito dopo, appaiono d’incanto tutti i testi della intera produzione dell’autore vincente, arricchiti dalla fascetta in copertina “Premio Nobel per la Letteratura XXXX”).

 

Senza voler scivolare nelle solite solfe a proposito della bontà letteraria di quanto viene proposto e letto nel nostro Paese, mi venivano in mente invece, e mi interessavano, le solite solfe sulla distanza eclatante tra la visione dei “critici” (coloro che scelgono i “nominati”, coloro che giudicano, coloro che assegnano il premio, coloro che costruiscono le motivazioni, eccetera; e ciò vale per il premio Nobel e per tutti i premi letterari “importanti” che si assegnano ovunque) e quella dei “lettori”.

Questa visione non coincide mai, ma proprio mai.

Mi colpisce l’ampiezza della distanza esistente, mi interrogo sulla giustezza di essa.

postato da giuseppemauro, 10:39 | link | commenti (3)

mercoledì, 06 ottobre 2004

SUCCEDE SOLO DA McDONALD'S

"In ogni angolo del pianeta McDonald's serve lo stesso menu, cucina nel medesimo modo carne e patate, offre porzioni uguali, usa gli stessi criteri di organizzazione, direzione e vendita."
(Giulio Mozzi, "Ciò che ha cambiato la mia vita" in "Fiction", Torino, Einaudi, 2001, p. 185)
Così ha scritto Giulio Mozzi qualche anno fa, e io ho sempre creduto fosse vero (tutti l'abbiamo creduto). Tuttavia attualmente, ho osservato, la politica dell'azienda è cambiata. Se si entra in un McDonald's a Roma, a Parigi o a New York, i prodotti cambiano. In questo senso: a fianco dei panini e delle bibite tradizionali che caratterizzano McDonald's, in ogni stato la catena implementa il menù con offerte speciali a tempo: in Italia abbiamo avuto il "menù greco" legato alle Olimpiadi, poi alcune insalate, adesso il "menù cinese". Attualmente invece in Francia hanno una serie di panini legati ad alcune immagini stereotipate degli USA on the road e una grossa insalata con il pollo grigliato in cima.
Inoltre cambiano i prezzi. Di nuovo: non dei panini normali, ma di questi menù ampliati. E così McDonald's in Francia costa di più che in Italia.
Allora, cosa succede? Succede che McDonald's alla lunga vince. Perché se io utente-del-pasto-veloce devo scegliere tra un panino di McDonald's che costa 1 e un panino del bar dell'angolo che costa 1,2 (il bar non può tenere i prezzi della grande catena), allora faccio uno sforzo e vado fino al bar. Se però McDonald's allo stesso prezzo mi offre non solo il prodotto del bar, ma anche ulteriori pietanze che il bar non offre (e che a me "piacciono", nel senso che sono studiate sui gusti medi della popolazione del territorio su cui sono lanciate) e sempre a prezzo basso (per l'occasione ci possono anche essere offerte) io utente-del-pasto-veloce faccio più fatica a scegliere sempre il bar. Allora oggi posso scegliere, domani posso scegliere e dopo-domani non più: il bar ha chiuso.
Sul mondo di McDonald's consiglio si leggere appunto: Giulio Mozzi, "Ciò che ha cambiato la mia vita" in "Fiction", Torino, Einaudi, 2001, pp. 185-202 e Giuseppe Genna, "World Wilde West" in "Assalto a un tempo devastato e vile", prima edizione Ancona, peQuod, 2001 e ora Milano, Mondadori, 2002, pp. 81-93.

postato da gabrieledadati, 20:17 | link | commenti (4)

NON SONO POI COSI’ LONTANO, O ALMENO CREDO

 

To a room of dancing shadows where all the heartache disappears

And from glowing tongues of candles I heard her whisper in my ear

"J'entend ton coeur"

"J'entend ton coeur"

I can hear

I can hear

I can hear your heart

hear your heart

 

Marillion – Bitter suite (from Misplaced Childhood - 1985)

postato da giuseppemauro, 08:39 | link | commenti

martedì, 05 ottobre 2004

QUESTA MATTINA ERA UNA MATTINA BLUES

 

Il ritmo dell’autostrada è un blues.

 

Il ritmo dell’autostrada è un blues aritmico, uno strano quattro quarti che corre con velocità differenti, imprevedibili.

Se lo sguardo si limita al tratteggio delle linee di mezzeria che scorre oltre i vetri laterali, possiamo ascoltare una specie di boogie, un picchiare forsennato sui tasti bianchi e neri di uno Steinway, uno scroscio di pioggia violento che suona sulle cose.

Se penso ad un’immagine, mi viene in mente quella delle dita di Tim Roth impegnate contro quelle di Clarence Williams III (non erano le loro dita, ma poco importa) nella scena della gara di jazz, più o meno a metà della Leggenda del pianista sull’oceano di Tornatore/Baricco.

Ecco, credo che quella immagine estrema, frenetica, quasi delirante, renda piuttosto bene l’idea.

 

Spesso succede però di alzare gli occhi, di provare a circoscrivere con lo sguardo le cose più lontane.

Pendenze e declivi, campi appena dissodati, colori che sfioriscono o che rinascono, nuvole sospese a metà tra la nebbia e un sogno.

Il ritmo rallenta.

Dodici battute.

E’ esattamente in quel momento che tutto diventa blues.

 

Woman in my mind di J.L. Hooker, non so se avete presente il genere.

 

Le mattine che risalgo a Roma da Napoli sono mattine tormentate di sonno. Di sonno e di pensieri ammucchiati nelle soffitte del cervello senza alcun ordine, né alcuna pretesa di possederlo.

Sono mattine di domande e di risposte malriuscite. Di costruzione di castelli di parole che già sai non riuscirai a dire. Di tristezze rassegnate senza più rabbia.

Sono mattine in cui i perché si susseguono come le linee di mezzeria senza nessuna possibilità di venirne a capo.

Metteteci pure il fatto che, tipicamente, tali mattine cadono di lunedì e sarà più facile immaginare il contesto.

 

Sono mattine blues, se volete.

Comunque sia, quella musica ci sta benissimo.

 

Stamattina è stata una di quelle mattine, pure se oggi è martedì.

Nel mio lettore sony nuovo di zecca (si fa per dire) ho infilato un vecchio disco (autografato) di Roberto Ciotti e ho lasciato che tutto divenisse.

Lo sguardo, il ritmo, la musica.

L’anima.

Esattamente a metà di Lonely like a blues, ho realizzato che la mia vita (ovviamente tralasciando mille cazzate che non avrebbero alcun senso nell’ambito di questo testo e tralasciando il tortuoso percorso mentale che mi ha portato alla considerazione in questione) è costellata di presenze (circa) che dicono di non volermi perdere, ma alle loro condizioni.

Un sacco di gente che ripete le stesse parole, quasi nella medesima forma.

 

No, io non voglio perderti. Però.

C’è sempre un però.

E condizioni da rispettare, da ingoiare o da accettare.

 

All’inizio di You change my life ho cominciato a chiedermi perché questo avvenga in maniera così sistematica, nel tormentato e accidentato percorso che caratterizza la mia esistenza inquieta.

Devo dire che il pezzo in questione non aiuta molto lo svolgimento di certe riflessioni.

In ogni caso, non mi è sfuggito il pensiero che, certamente, esistono motivi oggettivi e non superabili che costruiscono e ingigantiscono quei però.

E’ una risposta.

Ma non è una risposta esaustiva.

E’ una risposta che non basta a spiegare certe discrasie, certe contraddizioni, certe assurdità che sono contenute nel sistema relazionale tra me e il mondo. Che ne sono alla base, in effetti.

 

Questa mattina era una mattina blues.

La musica è filata via lungo i solchi del disco che vorticava nel lettore sony nuovo di zecca (si fa per dire), lungo il limitare dell’asfalto ingrigito, lungo le domande che mi attraversavano le vene.

Più o meno alla fine del disco (I’m stranger), mi sono risolto nell’affermare ad alta voce, guardandomi dentro lo specchietto retrovisore interno, che quello sbagliato devo essere io.

E che forse è giunta l’ora di approfittare dell’assicurazione sanitaria che l’azienda in cui lavoro mi fornisce al modico costo di circa dodici euro al mese, e di ricorrere ai qualificati servigi di uno psicoterapeuta.

 

Che mi analizzi lui, perché io adesso sono stanco.

postato da giuseppemauro, 11:51 | link | commenti

domenica, 03 ottobre 2004

REQUIEM

Di fronte a un lutto siamo soliti dire: "Non ci sono parole per esprimere… (e poi: "quello che ti vorrei dire", oppure "la mia vicinanza a te", ecc.)"
Si dice proprio: "Non ci sono parole". Questo fa parte della nostra cultura, ma non da sempre: per esempio Seneca scrive due splendide consolationes (la più bella alla madre) proprio perché è successo qualcosa di brutto. Nel mondo latino cioè le parole intervengono proprio per riuscire a mappare i sentimenti, laddove nella nostra cultura se i sentimenti sono forti si crede di non riuscire ad eguagliarli.
E' per questo forse che adesso, da quando ieri ho saputo da Calogero che invece di essere qui a Piacenza è improvvisamente partito alla volta della Sicilia per partecipare ai funerali della nonna materna, non trovo molte parole. Calogero mi ha parlato serenamente al telefono e credo voglia che il suo dolore sia rispettato nel silenzio (siccome non siamo più abituati a coprire i lutti di parole, non siamo più nemmeno abituati ad accettare parole in caso di lutto). Ho deciso di scrivere qualcosa qui. Ma cosa, visto che non ho parole?
Cerco le più belle che siano state scritte sull'argomento nel secolo che abbiamo appena chiuso. Non so se siano parole buone o non buone (se cioè portino qualche speranza o no), però sono parole molto precise. Le scrive il commediografo cecoslovacco (ma inglese di adozione) Tom Stoppard in "Rosencrantz e Guildestern sono morti".
Scrive Stoppard: "La morte è un buco invisibile e quando il vento ci soffia dentro non fa rumore." (Palermo, Sellerio, 1998. Trad. it. Lia Cuttitta).
Se qualcuno trova parole migliori sull'argomento (parole che ci mettano al riparo dai fatti, o che almeno si sforzino di farlo) può deporle qui come un fiore.
Intanto a quella donna siciliana (che io ho incontrato solo telefonicamente, e l'incontro è stato uno scontro: la stessa lingua non la siamo riuscita a parlare neppure per un momento. solo i silenzi erano uguali) sia lieve la terra.

postato da gabrieledadati, 01:05 | link | commenti

venerdì, 01 ottobre 2004

MEDITAZIONI SUL LOUVRE

a) Al Louvre, museo che si trova nella città di Parigi, sono in esposizione tra le altre le seguenti opere: lo Scriba, il Sarcofago degli Sposi, la Nike di Samotracia, la Venere di Milo, Amore e Psiche, la Gioconda.

b) Queste opere sono i capisaldi della cultura figurativa occidentale. Si tratta delle opere che, sfogliando un manuale di Storia dell'Arte, tutti siamo in grado di riconoscere senza fatica. Si tratta degli imput che costituiscono quella parte del nostro software dedicata alla cultura figurativa.

c) Vedere queste opere non significa vedere queste opere. Significa, in effetti, fare un riepilogo della propria identità. Il fatto di fotografare queste opere (e se stessi accanto a queste opere) vale la possibilità di riconfermare la contingenza del proprio corpo con l'immaginario della cultura occidentale (la propria cultura).

d) Fotografare, però, significa anche: non vedere. Significa strappare all'opera una testimonianza della sua esistenza (e del nostro esistere accanto al suo esistere) ma certamente non strapparle una testimonianza della sua bellezza. L'uomo non guarda, fotografa. Nasce l'homo fotograficus. La sua variante più comune ha la pelle gialla.

e) Mi trovo così a chiedermi: perché attorno a me ci sono così tanti orientali armati di macchina fotografica? Mi chiedo: perché invece di venire a fotografare quello che l'Occidente ha prodotto negli ultimi tre millenni non hanno prodotto a loro volta opere come le nostre? - Poi ci ripenso. Mi dico che forse le hanno prodotte, ma il mio immaginario tutto occidentale non le conosce. Mi dico che loro forse conoscono il doppio delle cose che conosco io: la loro cultura iconografica e poi la mia. Mi prendo la testa tra le mani.

f) Si crea questa situazione: la gente si accalca attorno alla opere che ho citato e tralascia opere altrettanto importanti che però non fanno parte del software di base inserito dentro al visitatore medio. Così attorno alla Gioconda non si respira, ma nel lungo corridoio che comprende le opere dei Carracci (Ludovico, Annibale e anche Agostino) ci si potrebbe stendere a dormire. Lì accanto c'è anche una versione della Vergine delle rocce. Anche lei gode di scarsa considerazione.

g) Le fotografie non servono a niente. Servono solo a dire: ho visto questo e quest'altro, sono stato qui e lì. Però è una bugia. Se uno non ha goduto del guardare le opere, non le ha viste per niente. Le fotografie dovrebbero saltar fuori tutte bianche, per contrappasso.

h) A un certo punto mi metto alle spalle della Venere di Milo. Indosso la mia maglietta da Superman. Alzo il braccio a indicare il sedere della Venere (che nessun manuale di Storia dell'Arte ha mai mostrato, e dunque nel nostro immaginario non esiste). Paola mi scatta una fotografia. Questo, penso, è un atto davvero, completamente pop. Questo, penso, è un atto che davvero ci salva.

postato da gabrieledadati, 09:47 | link | commenti (11)

CERTE VOLTE

 

Certe volte, lei si svegliava di notte come punta da uno spillo.

Non che facesse rumore, questo no. Ma io la sentivo lo stesso, avvertivo i suoi movimenti obliqui pesanti che le trascinavano i piedi nudi sul pavimento. La sentivo frusciare attraverso la stanza coprendo il rumore del buio, quello persistente che ti avvolge la testa quando spegni le luci pensi che è tempo di dormire.

Un sibilo, che quasi non te ne accorgi.

I rumori del silenzio, tutti dentro a quel sibilo.

Lei, raccoglieva la gibson acustica da un angolo si ammucchiava sulla poltrona. Si grattava il naso col medio della mano destra.

Poi come per caso, cominciava ad accatastare maggiori e minori e diesis e bemolle, gli uni sugli altri; felpata.

Musica vera.

Avresti potuto non sentirla, tanto era leggera.

Uno scrosciare del vento.

 

Certe volte, lei si aggrappava alla gibson con la voce.

Cantava. Più leggera dei suoi diesis.

La gola impastata di erba e di notte interrotta, lei spingeva la voce accanto a quella della chitarra senza un minimo di cedimento, senza svolte percepibili.

Nessuna divergenza di percorso.

Salivano insieme scendendo improvvise a picco sopra chissàcosa, risalivano stabilizzavano rotte parallele incuneandosi nel silenzio, zigzagavano lente o più veloci per salire ancora e ancora scendere senza ragioni apparenti o spiegabili, quantomeno.

 

Corde vocali corde metalliche; insieme.

 

Forse le cercavano, quelle ragioni.

Forse inseguivano un ordine prestabilito, un quadro armonico dentro il quale provare a stare senza dovere per forza correre sempre in questa vita di merda che non ci lascia manco il tempo per sederci che siamo stanche il monolocale fa schifo è un cesso ciò pure le nausee mi sa che sono incinta che cazzo me ne faccio di un bambino adesso in che posto lo metto nella mia vita scombinata nei miei capelli unti ciò il prossimo disco in uscita dobbiamo provare e quest’uomo che dorme nel mio tempo che non conosco -  nè lui nè il mio tempo - e che mi fa stare bene ma significa forse amare stare bene con uno che ci scopi coi brividi e con tutto il resto epperò lui mica si sveglia quando io mi sveglio come adesso che sto qua a farmi scorrere dentro la musica eccola questa sì questa potrebbe andar bene domani la metto sul nastro, domani.

 

Forse, lei pensava questo quando suonava giocava con le note, quando sapeva che nostra figlia già c’era io non lo sapevo neanche lo immaginavo, noi facevamo i coiti interrotti.

Forse, nelle sue gambe c’era già tutto il cammino lontano da me la voglia di fuggire che non l’ha mai lasciata in pace che - ne sono certo - non la lascia in pace neanche adesso che è lontana sta con quell’altro, chissà per quanto chissà come chissà se pensa le stesse notti le stesse angosce di sonni interrotti di erba di solchi da scavare.

 

Io, stavo steso sul letto ad ascoltarle.

Loro, stavano lì a cercarsi a camminare, che nella notte è difficile correre ma sopra una poltrona certe volte diventa impossibile.

 

Corde vocali corde metalliche; insieme.

Come un destino comune.

 

Io, restavo disteso immobile sul letto a pancia sotto.

Io, con gli occhi chiusi la paura di rompere quel cammino quelle voci con un movimento anche minimo, anche impercettibile. Anche soltanto sognato.

 

Cazzo se l’amavo.

 

La sua voce era un gorgo, ne ero risucchiato trasognavo ne assecondavo i vortici.

La sua voce mi entrava dentro come insulina sparata nelle vene di un diabetico.

Ne avevo un bisogno folle; escludente.

Introiettavo ogni acuto, ogni variazione ritmica, ogni arpeggio rallentato e quelle voci fuse insieme come se lo fossero da sempre, come non potessero mai separarsi, come provenissero da una stessa anima.

Quello che volevo fosse la vita, un suono.

Lei, era il mio suono.

Ne bevevo ogni goccia, sconfiggevo il silenzio ostile.

Ne assecondavo ogni ragione, spegnevo la voglia di fuggire che pure si insinuava nello stomaco in certi giorni di assenze, di impossibilità. Di prospettive spente.

Di angosce.

Ascoltarla.

 

Lei, suonava nel gorgo della sua voce.

Io, restavo nascosto nel mio corpo.

 

Certe volte, lei si svegliava come punta da uno spillo, prendeva la chitarra si sedeva sulla poltrona suonava cantava.

Per un po’.

...

Certe volte per più di un po’.

...

Poi, lei si alzava posava la chitarra tornava a letto si addormentava in dodicisecondi, rannicchiata sotto il mio braccio.

Io, restavo sveglio ancora un poco.

Pensavo.

 

Pamèla non scriveva mai nulla, di notte.

Mi sono sempre chiesto come cazzo facesse a ricordare ogni singola nota, il giorno dopo.

postato da giuseppemauro, 09:25 | link | commenti