capitani coraggiosi
frammenti di un diario di bordo
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| martedì, 30 novembre 2004 CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 11 So di essere banale, ma è proprio L'isola del tesoro, di Stevenson. Ho avuto la fortuna di leggere questo libro da ragazzino. "Pezzi da otto! Pezzi a otto!" La mia scrittura sta riscrivendo, come sempre ( o quasi ). È curiosa anche lei di sapere quando (...se) riuscirà a finire un certo romanzo. Quei pochi racconti che ho messo in circolo, semplicemente, vorrei che ogni tanto tornassero in mente a chi li ha letti; sarebbe tantissimo, no? Il resto che ho scritto, invece, vorrei lasciarlo fuori ancora un po', prima di provare a raccoglierlo. Niente matura bene come un frutto sull'albero, secondo me. postato da gabrieledadati, 08:51 | link | commenti (2)
lunedì, 29 novembre 2004 PINO BALLERINI L'amico Roberto Tonelli, che di norma fa l'incisore, da tre anni pubblica libri con la sigla Stamperia della luna nel pozzo. Ne fa uno l'anno, curatissimi: il primo è stato un libro di racconti sulla seconda guerra mondiale di Enio Concarotti (proventi completamente devoluti ad Emergency) e il secondo questo qui (pag. 6) di Vico Paveri. Tonelli esce adesso con le poesie di Pino Ballerini, che ha novant'anni e le sole elementari alle spalle. Scultore, pittore, poeta e musicista, Pino Ballerini scrive testi come i seguenti: Introduzione: Zitto mattino / mi par di sentire / lo strisciar della vita / che viene a portarmi il giornale. // Parla del mio vino. // Zitto mattino! (p. 30) Hai visto: Hai visto / quanti fiori son nati / in una notte soltanto / nell'intimo prato / e in una notte soltanto / quanta rugiada. (p. 49) Fascino del sogno: C'era un cranio / sul mio comodino / a mo' di cassaforte. / A chi appartenesse io non so / so che il mio / l'avevo ancora in testa / con dentro uno scoiattolo. (p. 58) La mia poesia: La mia poesia / nasce al mattino / segue l'andamento / che porta / a ringraziare la sera. (p. 76) A me non sembra da poco. postato da gabrieledadati, 14:01 | link | commenti (2)
SENZA GIORNI Sono impantanato nell’inedia. Non ho la forza di uscire dal guscio rotondo che mi avvolge e che mi impedisce di comunicare momenti sgomenti. Non ho la forza di dire cose che forse dovrei, non riesco a trovare una linea attraverso cui parlare di quello che succede, di ciò che siamo e dei miei giorni. Di ciò che vorremmo essere, di ciò che impariamo e perdiamo ogni giorno che viviamo senza. Il punto è che non so se serve. Il punto è che a te non serve. Penso che tutto accade senza importanza, senza proiettare alcuna ombra sui miei sarò. Stamattina non ho giorni davanti, e non è un bel sentire. postato da giuseppemauro, 13:58 | link | commenti
sabato, 27 novembre 2004
IERI Ieri, prima di tornare giù, passo da Kinda a prendere questo di Alberto Ghiraldo (qui c’è qualche notizia in più), a leggere un po’ di poesie da questo di Stefano Lorefice (che ha appena pubblicato quest’altro), e a fare quattro chiacchiere soprattutto intorno a questo, che è suo e che in uscita con le edizioni Il Foglio (www.ilfoglioletterario.it). Io questo libro l’ho già letto, anche se di poesia non ci capisco granchè (ma perché, del resto? penserà qualcuno con un po’ di ragione). In ogni caso, mi piace. Ci sono righe dolci, molte altre dure, altre persino difficili da digerire, forse le più belle. E’ un buon libro d’esordio. Però è troppo piccolo, a Kinda l’ho detto, cerca di scrivere di più. Sul suo blog trovate qualche notizia in più (distribuzione, eccetera). Comunque, faceva freddo. Dopo le quattro chiacchiere, Kinda ha preso il mio cellulare e ha chiamato Gabriele, perché negli ultimi giorni si sono scambiati una decina di mail senza riuscire a capirsi neanche un po’. Kinda voleva sapere cosa rappresentasse la foto di copertina del libro a lato (c’ha la fissa delle foto), Gabriele le ha spiegato che si trattava di una scena inverdita de L’Uomo invisibile. Abbiamo scambiato due parole anche io e Gabriele che, prima di metter giù, mi ha detto: Mi fai un favore? E io: Certo Gabriele. Lui: Le daresti una testata? Io: Ok, va bene. Ho messo giù. Poi le ho dato una testata. A velocità ridotta, ovviamente. Volevo farlo sapere a Gabriele. postato da giuseppemauro, 09:06 | link | commenti (3)
venerdì, 26 novembre 2004 DRiiiiiiiN Nel suo racconto Possa la gloria dell'imperatore ascendere così come ascende la tonalità (Maltese Narrazioni 30, aprile 2002) Matteo Galiazzo parla tra le altre cose di come funziona una tesi di laurea. Dice che si tratta di un testo in cui prima si fanno elenchi di dati, poi si tira una conclusione. Questo pur essendoci tra dati e conclusione una profonda differenza qualitativa e inoltre una profonda distanza. Minore è la distanza migliore è la tesi di laurea. Lo spiega meglio facendo l'esempio della suoneria di un cellulare: Le conclusioni delle tesi sono un po' come le suonerie dei telefonini quando tentano di suonare musiche orchestrali tipo il tema finale di Blade Runner. La riduzione monofonica del motivo, una sola voce. Una sola voce che suona il tema finale di Blade Runner, senza l'armonia che sottolinei il senso degli accordi. Se Dio avesse voluto che i telefonini suonassero il tema finale di Blade Runner li avrebbe dotati almeno di un beeper a tre voci, allora avremmo potuto avere la soddisfazione di sentire un accordo di terza maggiore. Le suonerie dei telefonini mi mettono tristezza quando aspirano a fare cose a cui la natura impedisce loro di aspirare. Secoli di bellissima polifonia cancellati. Così si esprime invece Giovanni Bottiroli nel suo articolo Il bello delle distinzioni (Segnocinema 106 novembre-dicembre 2000): Ma l'abolizione o l'indebolimento delle frontiere non è a sua volta una forma di violenza? Quando viaggiamo in treno, e sentiamo lo squillo di un telefonino sostituito dalle note iniziali della Carmen di Bizet o di un concerto di Mozart, possiamo ancora dubitare dell'esistenza del kitsch? Il buon senso, diceva Cartesio, è fra le cose al mondo quella più equalmente ripartita; il buon gusto non sarà forse la cosa meno diffusa e meno equamente ripartita? Mi piacevano questi due pensieri sulle suonerie dei cellulari, espressi con cosi tanta lucidità. Quello delle suonerie dei cellulari (mi hanno detto che le suonerie scaricate portano a un ritorno economico per i cantanti mediamente superiore a quello della vendita dei dischi, perché non ancora piratabili) è un tema portante della nostra società. Detto questo, io per suoneria ho il muggito di una mucca. postato da gabrieledadati, 08:30 | link | commenti (2)
giovedì, 25 novembre 2004
L’ALTRA META’ DELLA MELA Esistono compagni unici con cui condividere una vita? E vale la pena fare insieme il viaggio pur sapendo in anticipo che ci saranno tempeste, secche e che forse, a un certo punto, ci sarà anche la voglia di tornare a viaggiare da soli? E’ con queste due domande che, secondo la mia personale lettura, si cimenta Eternal Sunshine of the Spotless Mind, il film che nelle sale italiane viene proiettato con l’orrendo titolo Se mi lasci ti cancello. Tralascio considerazioni tecniche relative alla regia e alla sceneggiatura del film, non credo di possedere le necessarie competenze (in ogni caso, ho trovato la regia splendida, considerata la difficoltà del film). Mi concentro perciò sulla vicenda, e sul messaggio che mi ha trasferito. La storia è quella di una coppia più o meno normale. Un uomo e una donna che si innamorano, che decidono di condividere un pezzo di strada, che alla fine di questa, con un rapporto ormai minato da incomprensioni, rancori e intolleranza reciproca, approfittano della possibilità offerta da una Società (Lacuna), che promette di cancellare i ricordi indesiderati, e attraverso quella via provano a ricominciare daccapo, liberi dal peso che ormai rappresentano l’uno per l’altra. Il punto è che, finalmente affrancati dai ricordi (ma forse non completamente, e se volete lo scoprite al cinema), i due non possono sottrarsi all’istinto di cercarsi di nuovo, di ritrovarsi, di cominciare daccapo. Questa impossibilità di sfuggire al destino, alla consapevolezza di essersi trovati per caso in mezzo al mondo, alla coscienza dell’unicità, della rarità e della preziosità dell’evento, permea l’intero film, attraversa altre storie simili, rappresenta uno dei messaggi principali che la storia prova a trasmetterci. E poi, alla fine, dopo una periodicità di situazioni che si ripetono più o meno uguali a se stesse e di viaggi surreali nella mente e nei ricordi estremamente suggestivi, i protagonisti sanno. Sanno di averlo fatto, sanno di aver condiviso emozioni, serenità, rancori, odio, sanno di essere giunti al punto di voler cancellare persino il ricordo dell’altro/a. Lo sanno nel momento in cui si stanno ritrovando ancora, occhi negli occhi a cercare di capire senza parole le ragioni di ciò che è accaduto e che magari accadrà, a chiedersi se riusciranno ad evitarlo, se sapranno schivare gli errori e superare le tempeste, le secche e il desiderio di fuggire. Se ne vale davvero la pena. Il finale del film è in quelle domande, e nella risposta che ne viene fuori. Che non vi racconto, ovviamente. Questo film l’ho visto ieri sera, e mi piacerebbe rivederlo. E’ una storia che, secondo anche gli stati d’animo con cui guardi e ascolti, ti regala molteplici possibilità di lettura, a cavallo tra ottimismo e pessimismo, sulla linea di confine tra lieto fine e dramma sentimentale. Io ho provato a lasciarmi contagiare dalle linee positive emanate dello schermo, sposandole col pensiero che sì, forse esiste davvero qualcuno che - per caso o per fortuna o per scelta o per destino – incontri in un momento qualsiasi della tua vita e neanche lo stai aspettando, ma semplicemente sai ben presto che quel qualcuno è lei o lui, anche se certe volte la scoperta può essere condanna, anche se il momento è quello sbagliato, anche se il tempo allora può sembrare cattivo e ostile. Ma se quel qualcuno è la metà della mela del nostro Platone, non c’è tempo ostile o tempesta che possa impedire, presto o tardi, il ricomporsi di quella mela. E, soprattutto, qualsiasi cosa nasca da quella ricomposizione - e ne viva - alla fine ne sarà valsa la pena. In ogni caso. postato da giuseppemauro, 11:06 | link | commenti (5)
CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE – 10 postato da gabrieledadati, 08:22 | link | commenti (2)
mercoledì, 24 novembre 2004 MOSAICI Mi succede sovente di scomporre la coscienza in piccoli premurosi frammenti, e di sparpagliarli in giro. Con gli occhi chiusi e l’anima spenta. Dopo un tempo mai uguale a se stesso, mi metto d’impegno a cercare i pezzi, rovistando tra gli angoli più nascosti del mio esistere. Ricostruisco il puzzle, lentamente. Alla fine guardo l’insieme con attenzione, grave e diligente. Guardo. Guardo per scoprire, e accade tutte le volte, che il mosaico non è più uguale a quello disfatto con tanta solerzia. postato da giuseppemauro, 16:30 | link | commenti (2)
martedì, 23 novembre 2004 LO DICO TRE GIORNI DOPO Oggi mi telefona l'amico Davide (di cui si è inaugurata la mostra sabato) per lamentarsi con me che non solo il tg di Telelibertà non gli ha inviato l'amata Marzia a intervistarlo e invece è venuto Roberto Calza che di solito si occupa solo di sport, ma che inoltre lui il servizio non l'ha mai visto messo in onda. Gli dico che sto facendo una cosa e lo congedo in un attimo: in effetti sto giocando a calcio balilla, che è una delle cose preferisco al mondo, e sto vincendo (una volta riattaccato ho, insieme al mio compagno, in effetti vinto). Per riparare parzialmente ai torti del mondo, ripubblico qui il mio articolo uscito su Libertà domenica. Non sono del tutto sicuro di poterlo fare, visto che il giornale me l'ha pagato: lo faccio lo stesso. Si è inaugurata ieri pomeriggio al Laboratorio delle Arti di via Giordano Bruno la doppia mostra delle fotografie di Laura Salvini e dei dipinti di Davide Corona. Alle cinque e mezza, di fronte a un pubblico davvero folto, ha preso brevemente la parola Anna Mazzari di Teampromoarte introducendo i due artisti e il poeta Italo Testa che ha letto liriche dalla sua recente raccolta Gli aspri inganni – volume che sta rapidamente esaurendo la terza edizione e già si prevede la quarta – e altre pubblicate in rivista, tra cui la bella suite di testi Barena Sud apparsa in settembre su Atelier. Testa ha letto per circa mezzora, tenendo viva l’attenzione sia con i versi sia con un breve commento tra un brano e l’altro: la sua poesia, che passa dalla pregnanza primo-montaliana a momenti più distesi nella produzione recente, è il frutto maturo di una riflessione che è sia metrica che contenutistica. Congedandosi tra gli applausi il poeta, già ricercatore in filosofia presso l’Università di Venezia e autore di pubblicazioni autorevoli, ha lasciato i numerosi intervenuti alla visita della mostra. Nella prima sala c’erano le piccole fotografie di Laura Salvini disposte lungo i perimetri di ideali rettangoli. Si tratta di opere realizzate con la macchina digitale e ritoccate con filtri colorati che registrano dettagli della periferia urbana: una periferia che nel concreto è quella di Piacenza, ma che di fatto viene trasfigurata ed emblematizzata in modo da essere qualunque provincia. C’erano allora gli involucri del supermercato, i vialetti di ghiaia, i muri rovinati, che nella solitudine estrema dell’abbandono passavano a essere simboli universali. Le opere, di taglio decisamente post-moderno, sono evidentemente il frutto di una poetica complessiva che lascia intendere un lavoro di ricognizione sul reale. La Salvini, laureata in lettera a Pavia, nutre numerosi interessi artistici che passano dalla fotografia, al cinema, al teatro. Nell’altra sala invece le tele di Davide Corona. Il pittore, che sta completando gli studi presso l’Accademia di Brera, ha proposto lavori recenti e pressoché inediti – eccezion fatta per la grande tela intitolata La mia bohéme recentemente in mostra a Milano – che dimostrano un percorso omogeneo che ospita però in sé anche aspetti diversi. Si tratta infatti, nel caso delle opere presentate ieri, di grandi stanze che ospitano persone sole, oppure persone che se sono in coppia non si guardano e per questo sono ancora più sole, realizzate con mano diversa. Si va dalle tele in cui il colore è pieno e preciso a quelle in cui c’è quasi una sprezzatura fatta col pennello, per poi passare alle opere in cui interviene la matita sull’olio e quelle poi “non finite”. Il percorso però è chiaro e la qualità del segno pittorico, che cresce di opera in opera, innegabile. Tutti e tre gli artisti si sono infine fermati a lungo con i visitatori fornendo spiegazioni o anche solo conversando. L’evento di ieri e l’allestimento della mostra, che resterà aperta fino al 4 dicembre, sono stati realizzati dall’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Piacenza tramite l’Archivio dei giovani artisti, il Gap. La doppia personale, che è la quarta e ultima dell’anno, chiude un 2004 di grandi risultati per l’Archivio, sia in termini di affluenza alle manifestazioni sia in termini di qualità delle opere proposte dagli iscritti. Mi rendo conto che nel novero delle cose che in ogni istante accadono nel mondo questo non è granché, ma è tutto quello che mi posso permettere in questo momento (corre tra l'altro voce che due o tre tele Davide le abbia vendute pronti, partenza, via!, per cui non ci si può neppure lamentare del tutto). postato da gabrieledadati, 22:52 | link | commenti (1)
CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 9 ALBERTO GHIRALDO Alberto Ghiraldo è nato nel 1979 a Padova. Ha pubblicato diversi racconti sulle riviste Addictions, Strane Storie, Il Foglio Letterario, Container, Il Foglio Clandestino e Gemellae. Nel 2001 ha pubblicato la raccolta di racconti grigioviola (edizioni Il Foglio) e nel 2002 l’istant-book luna2.doc (edizioni Il Foglio). Ha pubblicato in numerose antologie. Dirige la collana di narrativa giovane Dammi spazio per le edizioni Il Foglio. Il suo sito internet è: http://members.xoom.it/grigioviola. 1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni? Andando indietro di molto Robin Hood nella versione di Mino Milani della Mursia. 2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento? In questo momento la mia scrittura riposa... visto che con il lavoro, per una serie di accadimenti, non riesco a maturare ferie, ho mandato in vacanza lei. 3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora? Vorrei che parte del pubblicato non venisse più ristampata come tuttora succede, che altra parte del pubblicato venisse ristampata con una tiratura un po' più consistente e che il non pubblicato, fermentato per bene, trovasse un buon editore di nicchia. postato da gabrieledadati, 07:43 | link | commenti
lunedì, 22 novembre 2004 SE MUORE MIO FRATELLO Ieri predo l'Interregionale delle 20:08 per Torino Porta Nuova intenzionato a scendere a Voghera e cambiare per arrivare a Pavia. Alle 20:08, mentre sto leggendo l'inizio di All'incrocio delle righe di Sandro Volpe (peQuod, 2004), il treno parte e si arresta quasi subito. Vedo arrivare correndo un giovane uomo che bussa al finestrino dopo quello accanto a cui sono seduto io. Una giovane donna apre e si sporge, fin dalle prime parole capisco che sono una coppia (lei in partenza lui invece no). Il giovane uomo dice: "E' morto un ragazzo sotto il treno. Io ero lì sulla banchina, l'ho visto correre e tentare di prendere il treno in movimento. Un momento dopo stava rotolando. Il cadavere è di fronte alla stazione." Il nostro treno è fermo per metà dentro per metà fuori la stazione. Il trentenne che ho di fronte sbuffa interrompendo la lettura di Io uccido. Dice che non è possibile. Io penso questo: tu perderai un'ora di televisione stasera e intanto un ragazzo è morto. Mi trattengo a stento dal mettergli le mani addosso. Dopo cinque minuti a lamentarsi riprende a leggere Io uccido. Scendo dal treno, torno in stazione camminando tra i binari con pochi altri. C'è un telo a metà tra la banchina e le rotaie, nasconde il corpo. C'è già una telecamera e un cronista di Libertà. Libertà è il quotidiano per cui scrivo anch'io. Penso a quanto è impudico che lui ed io siamo vicini a questo corpo mentre i genitori sono a casa e non sanno niente. In un certo senso il pensiero di non essere un cronista di nera ma un semplice passante mi conforta. Scopro che l'Eurostar per Torino Porta Nuova in arrivo tra un quarto d'ora straordinariamente farà tutte le fermate. Tutti lo scoprono e tutti arrivano dove eravamo in pochi. Saliamo, travasando un intero treno su un altro. Dagli altoparlanti una voce spiega che "a causa di un investimento" (ma è questa la parola giusta?) il treno farà tre fermate in più accogliedo noi dell'Interregionale. Una donna abbronzata si lamenta perché siamo sul suo treno senza supplemento né prenotazione e perché le tre fermate straordinarie come minimo le faranno perdere venti-venticinque minuti. Un ragazzo dal forte accento genovese, che in altri momenti mi sarebbe simpatico, dice al telefono "è successo questo e quest'altro. Fa molto C.S.I [intende il telefilm]." Mi trattengo a stento dal mettere le mani addosso a tutti e due e comincio a parlare all'anziana signora al cui fianco mi sono seduto. Dice di una volta, trent'anni fa, che ha tentato di prendere un treno in movimento e un controllore l'ha bloccata urlandole: "Cosa fa?" L'ha ringraziato allora, sempre lo ringrazia. Questa signora mi piace. Scendo a Voghera col genovese. Il primo treno utile per Pavia è l'Intercity delle 22:08. Comincio a parlare con una ragazza che è lì da sola anche lei. Si chiama Alice, fa il secondo anno di dottorato in ingegneria idraulica a Pavia pur essendo bolognese di residenza e di studi. Si occupa dei fanghi e della loro forza d'impatto durante i disastri ecologici. Andiamo al bar, lei beve un caffé e io una cioccolata venuta giù da una macchina di plastica colorata. Ne conserva il sapore. Alle 22:13, con cinque minuti di ritardo, prendiamo l'Intercity. Arriviamo a Pavia, ci salutiamo. Lei prende un taxi e io mi avvio a piedi. Dopo quasi tre ore di viaggio, un quarto alle undici sono con Paola e le sto spiegando tutto. postato da gabrieledadati, 11:21 | link | commenti
sabato, 20 novembre 2004 Ero l'unico a non sapere che Enrico Brizzi fosse sposato? - e io che continuavo a pensarlo un ragazzo spensierato che vive alla giornata...
postato da gabrieledadati, 14:16 | link | commenti (2)
venerdì, 19 novembre 2004 BALLATA DELLE COSE CHE CONOSCO E DELLE COSE CHE NON CONOSCO (O CHE ANCORA IGNORO) CONOSCO La delicatezza crudele del dolore cosciente, e l’impassibilità impossibile dei suoi percorsi premeditati, o già scritti. La felicità improvvisa assoluta, e il tenero inverosimile gesto nell’aria che prova ad afferrarla per comprenderne il senso e per fissarla in un momento più lungo, che non si può godere dei brividi che corrono l’anima e la pelle per un solo istante che non sai misurare. I gesti di ogni giorno, e gli irragionevoli ingranaggi in cui siamo costretti a vagare. La rabbia compressa e leggera dell’impazienza con cui, affine al funesto spirito e remando verso l’isola testardo non ancora deluso, io le apparenze muto. Gli occhi del mare, e la loro immanenza segreta. Il ritmo arcano sognante ipnotico del respiro di mia figlia, le mattine che mi sveglio con la fronte stupita a dormire aggrappata alla sua. Il posto dentro su cui riposano i ricordi, riscoprendosi essenza. Le solide certezze che muovono i miei passi, i dubbi che generosi le abbattono trattenendomi, le consapevolezze incrollabili che danno anima e ragione ad ogni ricostruzione, e al risveglio del cammino. Ciascun odore che mi hai regalato, e che conserverai solo per me. La fredda ebbrezza della pioggia caustica sensuale divertita perversa che si infiltra dentro, rimescolando le ossa ed i pensieri. L’attimo in cui mi cerchi da lontano. L’angoscia rossa violenta veloce inaspettata della tua assenza incendiata dal tempo che corre ed io ad inseguirla senza storia, senza rancore, senza pensare, senza stanchezze. Il rumore discreto dei sogni che diventano cose. Lo snodarsi fecondo inestricabile dei labirinti concentrici germogliati dai nostri pensieri intrecciati e dai nostri messaggi scambiati senza parole né gesti, e neanche scritture. La fatica di voltare le spalle, e di cambiare strada. L’attrito feroce rovente delle anime nostre che si cercano e si scontrano provando a disegnare un mondo privo di confini e di contorni e di nomi in cui - da ultimo – rinascere insieme. Il divenire tenue dell’attesa mai rassegnata. La voglia di cercarmi di ritrovarmi nei ricordi divenuti essenza, negli odori che conservi per me, nel respiro senza domande di mia figlia, nelle certezze scosse dai dubbi, nelle strade perdute che non puoi voltarti, nella pioggia senza stagioni, nei tuoi pensieri in circolo che raccolgo diligente facendone tesoro sepolto in giardino, che un giorno stai sicura io torno a riprenderlo. La composta morbidezza della tua pelle, e l’incapacità di sottrarmi al suo canto sottile. Gli abissi dei tuoi occhi serbati dove continuo a nascondermi, dentro certi giorni in cui questo mi basta. NON CONOSCO (O ANCORA IGNORO) La capacità di salvarmi dal tormento dell’immaginazione e dal pensiero di te altrove. I mille mondi che incrocio o con cui mi scambio d’orbita, quelli con cui mi scontro e quelli troppo distanti, quelli che vorrei volare senza sapere come raggiungerli. La quiete estrema dell’astrazione cosciente. L’accortezza delle scelte pensate, e la facilità di combattere gli impulsi prepotenti che mi impongono parole e suoni e voglie e deviazioni e ribellioni e incoerenze cattive. L’oceano e il suo smisurato sapore. Le strade che non ho viaggiato, tacendo del fragile rimpianto per i percorsi scomparsi lenti rancorosi inesorabili dietro la schiena, che invece conosco. Te, e la certezza inscalfibile di averti trovata davvero. Le terre che si estendono incantevoli subdole seducenti ingannatrici oltre le colonne d’ercole innalzate perentorie fluttuanti altezzose capricciose proprio alla fine di me. L’anima del mondo, e la coeternità del Demiurgo. Tutti i colori del mare, il mondo che ci abita sotto e attraverso, la casa che vorrei costruirmi sul fondo per imparare a respirarci, e a camminare le correnti e il vento profondo. Il desiderio di stare. L’infinito, l’idea della verità, la potenza di un creatore, la perfezione delle cose, il pensiero che ogni cosa sia tristemente già scritta, l’ovvietà del destino, la fine della storia, la memoria di vite passate e di esistenze future, la speranza in un tempo ad aspettarci benevolo al di là della linea d’arrivo. Il modo di raggiungerti e di camminarti al fianco tenendo il tuo passo scomposto. L’incoerenza, e una metodica efficace per modificare i miei convincimenti a seconda della rotta del vento, della camicia da indossare, delle metamorfosi dei pensieri del mondo. La rassegnazione tranquilla di una logica presa d’atto. Il vestito che indossa il tempo che ci serve, alibi o percorso obbligato, orizzonte da guadagnare o pensiero fiabesco mesto immaginario avvilito necessario a boccheggiare nel nostro presente inchiodato, e a restare più o meno vivi. La maniera per addormentarmi prima di chiunque mi riposi accanto. Il potere di abbracciare il mondo dall’alto, considerato il mio endemico incontrollabile invincibile sacrosanto terrore di volare. postato da giuseppemauro, 10:57 | link | commenti (5)
giovedì, 18 novembre 2004 CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 8 MAURO PIANESI Mauro Pianesi è nato a Perugia nel 1961. Nel 1999 ha ideato un personaggio a fumetti, Hideki Nagano, caricatura del calciatore giapponese Hidetoshi Nakata: ne sono usciti 3 numeri che hanno suscitato (per via dell'argomento) un imprevedibile interesse dalla stampa nazionale e giapponese. Una sua favola per bambini (El Sello Magico) è stata tradotta e pubblicata nel 2001 da Edit in Spagna. Ha scritto e pubblicato 2 guide turistiche e 1 studio etnomusicologico (assieme a P.G. Arcangeli e G. Palombini). Non si contano le poesie, gli articoli e i racconti su varie testate. 1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni? Poesia degli ultimi americani, fantastica antologia curata da Fernanda Pivano per Feltrinelli (mi sembra) con una mirabolante – tra le altre cose – Bomb di Gregory Corso, inserita sciolta e ripiegata a soffietto. Avrò avuto 14-15 anni. La rubai alla fidanzata di mio fratello e ancora devo restituirgliela. 2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento? Prova a costruire un romanzo con un amico di Piacenza interamente by mail. Aspetta l'uscita di un catalogo con un suo piccolo saggio, più quella di un book piccolino con 2 suoi racconti, più l'uscita di un altro racconto (scritto a 2 mani col piacentino suddetto) su una rivista di gialli. Più in generale, prova a crescere un po', a diventare un po' più "grande" (nel senso meno serioso possibile...). 3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora? Quello che ho scritto fino ad ora non fa di me "un narratore", almeno non ancora. Mi piacerebbe però che desse a me la forza necessaria a continuare a scrivere di più e, soprattutto, meglio; a creare o ri-creare realtà che si "facciano leggere". Mi piacerebbe che regalasse a chi mi legge oggi una piccola ipoteca mentale su di me e i miei scritti futuri. postato da gabrieledadati, 07:35 | link | commenti (2)
mercoledì, 17 novembre 2004
EPPURE Tendo ad adagiarmi sopra la tua assenza, sai? Resto fermo sotto la fossa nel mio cielo che mi accompagna ostinata, come fosse una nuvola di fantozziana memoria. Solo che da una fossa messa lì, proprio in mezzo al cielo, non può piovere nulla che possa darmi ristoro. E mi trovo a sprofondarci d’improvviso, cadendo verso l’alto. Rallento nei pressi del pensiero che attraversa la tua mancanza e ne faccio oasi. Respiro. Prendo fiato. La tua assenza mi accompagna, felpata. Sopita. Ogni dolore sembra sopito, nella rassegnata distanza che bolla subdola il nostro tempo. Ogni rancore trova rifugio e pace nell’intollerabile privazione che mi impongo, che ti imponi. Che scegliamo senza domandarci perché, o scovando nella domanda risposte prive di qualsiasi senso. Eppure, attraverso quel buco nel cielo, il pensiero di te mi sorprende in certi momenti che sento assurdi. Da sorridere, a riuscirci. Il pensiero di te mi rotola addosso e mi riduce ad un silenzio improvviso nel mezzo di una discussione che si infervora sul mondo, al centro di incontri di lavoro di cui perdo inopinatamente ogni traccia, a metà di un confronto delicato con un interlocutore sconosciuto che resta spiazzato a domandarsi il segreto senso strategico della mia inaspettata astrazione. Il pensiero di te mi sorprende ancora nel pieno delle mie giornate deposte sul tappeto del tuo non esserci, tanto da costringermi ad alzarmi, a riprendere un cammino che non posso interrompere, a guardare in alto per controllare che la fossa sia ancora lì, che le sue dimensioni non si siano miracolosamente ridotte, che la frattura non si sia ricomposta per magia inspiegabile e benedetta. Tendo ad adagiarmi sopra la tua assenza, lo sai. Ma sopra quello stretto sentiero sopra il quale ci costringiamo, non posso far altro che tenderti la mano. E aspettare che tu riesca ad afferrarla e a stringerla e a trasmettermi calore e forza e voglia e a lasciare che io ti trasmetta esattamente quelle stesse identiche necessità. E aspettare che tu ti ci aggrappi e mi permetta di fare altrettanto. E aspettare perché non si cada insieme, perché il sopore non ci vinca, per non smettere di camminare, per non disimparare ad esserci, per non dimenticare ciò che siamo, per non morire. postato da giuseppemauro, 14:17 | link | commenti (2)
martedì, 16 novembre 2004
CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 7 MARCO BOSONETTO Marco Bosonetto è nato a Cuneo nel 1970, ma vive a Piacenza per amore. Ha all’attivo tre libri di narrativa: Il sottolineatore solitario (Einaudi, 1998), Nonno Rosenstein nega tutto (Baldini & Castoldi, 2000) e Morte di un diciottenne perplesso (Baldini & Castoldi, 2003). Ma ha scritto anche un fumetto per il Centro Pazienza e un libro su Cuneo per Blu edizioni. Traduce libri dall'inglese e dal tedesco, e collabora con giornali e riviste, fra cui il quotidiano La Stampa. Per promuovere le proprie opere ha fondato il Nonno Rosenstein Klezmer Quartet, in cui canta e suona il flauto. Gioca nell'Osvaldo Soriano Football Club con la maglia da terzino sinistro. 1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni? La primissima Il Fantasma di Gentleman Jack, un libro di pirati letto ad alta voce da mia sorella mentre ero malato; non ricordo l'autore. Poi L'isola misteriosa di Verne: il primo libro grosso cui sia arrivato in fondo da solo, in terza elementare. 2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento? Finendo un romanzo che mi assilla da quattro o cinque anni e provando a trasformare in sceneggiatura per il cinema un racconto lungo pubblicato l'anno scorso. 3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora? Prima di tutto che continuasse a essere letto, magari da un po' più di gente. Poi che venisse tradotto in altre lingue e in altre forme (teatro, cinema, fumetti). postato da gabrieledadati, 07:50 | link | commenti (4)
lunedì, 15 novembre 2004
LO DICO UNA SETTIMANA PRIMA Sabato 20 novembre ore 17:30 presso il Laboratorio delle Arti in via Giordano Bruno 6 a Piacenza: inagurazione della mostra di: Davide CORONA e Laura SALVINI con un reading di Italo Testa da Gli aspri inganni la mostra rimarrà aperta sino al 4 dicembre. Previsto rinfresco. postato da gabrieledadati, 11:20 | link | commenti (2)
ESSERCI SENZA DOMANDE L'inverno è acerbo e odora di colore. Il parco si riempie lentamente di padri part-time alle prese col proprio compito domenicale, un passeggino da trascinare e i capelli arruffati di sonno. Seduto su una panchina, le mani e la testa affondate nel giaccone grigio, mi cerco paziente. Provo ad ascoltare con attenzione i rumori del bosco, la voce dei faggi che delimitano le zone d’asfalto, la stupita disperazione dell’erba che muore ingiallendo. Provo ad immergermi nel cigolio delle ruote di plastica che accompagnano i sonni dei figli passeggeri, tirati giù dalle culle perché l’aria del mattino fa bene ai bambini. Provo a volare più in alto, al di sopra delle magnolie che si agitano nel vento intermittente, uccello senza ali e senza voglia di averne. Raggomitolato nel giaccone, osservo attento la lunga fila di formiche che si arrampica sulla quercia proprio dietro di me, esserci senza domande. Ascolto i colori. L'inverno è acerbo, il freddo contrae i miei muscoli tesi nello sforzo di restringersi il più possibile, alla ricerca di un calore impossibile. Le mani e la testa affondate nel giaccone grigio, mi cerco paziente. Nessuna speranza di ritrovarmi. postato da giuseppemauro, 10:22 | link | commenti (4)
domenica, 14 novembre 2004 Perché, sempre, questo dolore al tallone? postato da gabrieledadati, 11:16 | link | commenti (2)
venerdì, 12 novembre 2004 11 NOVEMBRE
postato da gabrieledadati, 10:34 | link | commenti (1)
PARADOSSO DELLA SAGGEZZA Occorre una saggezza inusuale e smisurata per compiere azioni che di saggezza sembrano non possederne alcuna. postato da giuseppemauro, 09:55 | link | commenti
giovedì, 11 novembre 2004
CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 6 COSIMO ARGENTINA Cosimo Argentina è nato a Taranto nel 1963 e vive in Brianza dal 1990. Ha esordito nella narrativa con il romanzo Il Cadetto (Marsilio, 1999) e poi ha pubblicato Bar Blu Seves (Marsilio, 2002). È appena uscito il suo terzo libro, Cuore di cuoio (Sironi, 2004). Io me lo ricordo a una cena pavese in cui c’era anche Chiara Gamberale, ma lui non so se si ricorda di me. 1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni? La prima lettura che ricordo è un libro sulla gara tra Amundsen e Scott per raggiungere il polo sud, andavo alle elementari; e poi c'erano i gialli per ragazzi in particolare I tre investigatori. 2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento? Aspetta e spera. Sto lavorando a un nuovo romanzo e sono fermo a un ospedale militare. Fermo non per mancanza di idee... ma non c'è tranquillità. 3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora? Che qualcuno leggendo le mie storie pensasse che sono durate, che sono invecchiate bene. Io non lo penso ma l'illusione è che gli altri la pensino diversamente. postato da gabrieledadati, 00:20 | link | commenti (2)
mercoledì, 10 novembre 2004 fai farai casa / non l'abiterai / farai fuoco / non ti riscalderà / farai figlio / e non lo vedrai / eppure uomo / fai / f a i / f a i (Nello Vegezzi, Le radici dell'esserci, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1992, p. 53) [questo qui sopra giuseppe è il mio consiglio. e anche il mio modo di farti gli auguri] postato da gabrieledadati, 11:16 | link | commenti (3)
TRENTASETTE Io nella vita ho scelto poco e male. In sostanza, ho lasciato che la vita scegliesse per me, pur ribellandomi di continuo all’idea. E la ribellione all’idea ha partorito decisioni improvvise, poi risultate fondamentali nell’organizzazione della mia esistenza, spesso frettolose, giocate d’istinto sull’onda della rabbia, o degli irrefrenabili impulsi del momento. Decisioni fondamentali e, col senno della riflessione a posteriori, non del tutto giustificate o non del tutto volute. Decisioni non libere, perché rendersi prigionieri degli impulsi e dell’irriflessività ti costringe comunque a non scegliere o a farlo in condizione di schiavitù. Perché le scelte autentiche sono quelle che si compiono nella libertà del ragionamento, pur senza dimenticare l’irrazionale. Ci si siede su un sasso, ci si guarda intorno, e indietro, si prova a buttare lo sguardo in avanti. Ci si interroga dentro con lo scandaglio, sondando dolori, sofferenze, gioie, certezze, dubbi. Ci si annusa e ci si tocca e ci si ascolta, fuori e dentro. Si prova a sentire. Dopodichè, al termine della notte, ci si alza dal sasso e si sceglie una strada, una qualunque, giusta o sbagliata che sia. Con le certezza di averla scelta, finalmente. Con la consapevolezza che in quanto scelta, quella strada non potrà mai dirsi sbagliata. Io sono bravo a descrivere ciò che dovrebbe essere, ma non ho saputo mai trasferire la limpidezza dei miei processi mentali in una serie di azioni conseguenti. Che dessero il senso – anche - di ciò che sono. Io nella vita ho scelto poco e male. Io oggi compio trentasette anni. postato da giuseppemauro, 11:07 | link | commenti (12)
martedì, 09 novembre 2004
CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 5 TIZIANO SCARPA Tiziano Scarpa è nato a Venezia nel 1963, ma vive a Milano. Ha scritto i romanzi Occhi sulla graticola (Einaudi, 1996) e Kamikaze d'Occidente (Rizzoli, 2003); i racconti raccolti in Amore® (Einaudi, 1998) e Cosa voglio da te (Einaudi, 2003); i saggi di Che cos'è questo fracasso? (Einaudi, 2000); la guida Venezia è un pesce (prima Paravia non so l’anno perché ce l’ho a Piacenza e adesso sono a Pavia; poi Feltrinelli, 2000); l’esplorazione per aforismi del suo Corpo (Einaudi, 2004). Con Raul Montanari e Aldo Nove ha pubblicato la silloge poetica Nelle galassie oggi come oggi (Einaudi, 2001). Ha una voce bellissima e conosce tutte le parole del mondo. 1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni? Tropico del cancro di Henry Miller, letto a quattordici anni. 2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento? Mi sta rovinando la vita. 3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora? Che la rovinasse a qualcun altro. postato da gabrieledadati, 09:05 | link | commenti (11)
lunedì, 08 novembre 2004
FINO A CHE TUTTE LE STRADE PORTANO A TE NON CI SI PUO’ SBAGLIARE E’ inverno, di botto. Trafiggi il vento che sferza i lunghissimi dossi a cavallo tra sanvittore e caianello e la strada è sempre diversa, ad ogni risalita leggera. Guardi le montagne innevate che soltanto una settimana prima non c’erano neanche le vedevi e i cui contorni si stagliano talmente netti da sembrare finti. Come cartone azzurrato, appena rinfrescato di bianco sulla sommità. Guardi il verde, messo a circondare il tuo correrci attraverso, che si spezza in un arancio ad ogni viaggio più carico. Nuovo, o differente. Guardi le pecore appoggiate alla rinfusa sopra colline scure senza misure, come un’istantanea che non riuscirai a conservare. Guardi le foglie perdute e rovesciate a mucchi contro il tuo correre, come imbattersi in un carnevale fuori stagione o in un matrimonio che non s’ha da fare. Guardi e ascolti, imbottito nel gelo intorno, intanto che il tuo disco suona che non ci prendono a quarant’anni e pensi che è vero, pensi che comunque vada in ogni caso loro non ci beccano più. E’ che nel fare su e giù i duecento chilometri che separano Napoli da Roma, tu ci attraversi il mondo e le stagioni e il tempo vorticoso. Sono più di tre anni che mi arrampico o precipito attraverso e tutto non è mai uguale. Sono riuscito giusto ad imparare i nomi delle uscite, e dei relativi ingressi, senza arrivare a comprendere cosa mi aspetta dietro la prossima curva, o cosa diavolo stringerò con lo sguardo lassù, in cima al valico seguente. Il potere metaforico di un viaggio solitario è immenso, pure se la strada dura solo duecento chilometri, pure se copre sempre lo stesso identico percorso, pure se la mente scoppia di sonno e di domande inesplose. Anzi, proprio in virtù di tutto questo e di mille altre circostanze e sensazioni analoghe. Dieci giorni fa era estate, ora è inverno di botto. Scomponi il tuo viaggio in pezzetti da ventichilometri l’uno, calcolando con la mente il tempo che ti manca alla diramazione romasud, e alla curva che ti presenta alla vista l’urbe, d’improvviso, nella sua dimensione sconfinata, senza fiato. Guardi il tappeto grigio scomposto, messo sopra al tuo risalire, che si spezza laggiù, c’è una linea proprio laggiù in fondo che divide di netto il grigio dall’azzurro, pensi che è un azzurro sbilenco ma che in fondo è carico di promesse, che l’azzurro profondo l’hai lasciato in anni che stanno amaramente irrimediabilmente indietro, che con i colori che sbiadiscono devi farci i conti e provare a rinvigorirli da solo, a farne intensità nuove. Guardi il tuo tempo senza farne passato né futuro, lo guardi riconoscendolo nei filari obliqui di pini, nel mare che senti forte dietro le montagne d’occidente che ne oscurano le onde, nel fluire composto delle mille storie che ti scorrono accanto rinchiuse negli usuali abitacoli di metallo colorato. Guardi intanto che ascolti certi pezzi in cui ti lanci a cantare sopra ma non ci riesci, proprio non ci riesci, che la voce si spezza d’un colpo e ti senti gli occhi che partoriscono lacrime che non t’aspetti, ma che sai bene. Lo sguardo fisso, le parole impigliate nella gola, aspetti che gli occhi riguardino asciutti le cose intorno, che riprendano a vederle. E proprio quando le cose riacquistano il proprio consueto apparire, stanco ma perfettamente consapevole, il disco canta finalmente quello che senti, quello che chiedi, quello che è già risposta, quello che è coscienza, quello che guardi oltre, quello che ti aspetti, quello che sai perfettamente, quello che sarà e ne sei certo, canta con l’esattezza che è tua tutto quello che desideri, canta come l’avessi pensato e scritto proprio tu, canta con la convinzione che ti serve e che ricostruisci lentamente con indomabile testardaggine, canta che gli occhi sono asciutti e la bocca si piega in un sorriso di forza ritrovata, fino alla prossima risalita, fino al prossimo precipitare, fino alla prossima fermata, fino alla prossima vita; canta che non lo so come vado, ma viaggio. Mi riesci a sentire? in questo rumore vieni un po' qua fammi sentire il mare al centro di questa città Tu che sai ciò che so sai la vita che ho riparati un po' forse ti piove dentro usa la casa che ho Tu che sei ciò che sei che non cambierai mai promettimi che ci sarà sempre un posto che tieni caldo per me postato da giuseppemauro, 12:07 | link | commenti (1)
domenica, 07 novembre 2004 MACELLO In copertina alla raccolta Macello (Torino, Einaudi, 2004) di Ivano Ferrari che mi ha regalato l'amico Stefano Fugazza diversi mesi fa (il libretto è uscito a gennaio) c'è questa bella poesia: Dalla vasca d'acqua bollente / emerge un enorme maiale / bianco come uno spettro / che oscilla impudico fino a quando / dal finestrone il sole / accende quintali di luce. La quarta di copertina ci informa che Ivano Ferrari (Mantova, 1948) ha lavorato per alcuni anni nel mattatoio cittadino. Presso Einaudi ha pubblicato una prima volta Macello in forma ridotta all'interno dell'antologia Nuovi poeti italiani 4 e la raccolta La franca sostanza del degrado. postato da gabrieledadati, 22:45 | link | commenti (2)
sabato, 06 novembre 2004 COMUNICAZIONE
postato da gabrieledadati, 00:10 | link | commenti (4)
venerdì, 05 novembre 2004 NODI Succedono in questi giorni cose che ci scivolano addosso attraverso le immagini e le parole che, come sempre ormai, piovono da ogni dove. Paradossalmente, l’indigestione di informazione su certi avvenimenti ne sminuisce in qualche modo il senso, ti abitui a sentirne parlare e via via il rumore devastante delle notizie diventa brusio, fino a scomparire o a restare sibilo di sottofondo. Eppure, la rielezione di Bush e la (prossima?) morte di Arafat sono avvenimenti di importanza grandissima, ancorché concomitanti. Siamo alle prese con una sorta di nodo storico, il mondo imbocca una direzione precisa anche se continua ad ignorare le prospettive reali della strada che si accinge a percorrere. Negli Stati Uniti si rielegge un presidente che incarna una visione del mondo ben precisa. Monolateralismo esasperato, integralismo di pensiero e di azione, logica permanente da trincea assediata da cui ripartire per distruggere ogni cosa intorno. Non a caso, per quello che ricordo, queste elezioni hanno avuto un seguito nel resto del mondo come mai forse prima. Ci siamo disperati o rallegrati come se quelle elezioni ci riguardassero in maniera diretta, come se da esse dipendessero anche i nostri destini. Ed infatti, mai come oggi, è così. Quattro anni sono lunghi, e nei frenetici tempi che viviamo lo sono anche di più. Ma quello che mi preoccupa davvero è l’America che viene fuori da questo voto. Non drammaticamente divisa, non stanca di menare fendenti e di subirne smantellando relazioni e rapporti, non paga di arrotolarsi in una crisi economica che investe gli strati deboli della popolazione ma che consente a quelli forti di prosperare secondo i dettami più radicali del vecchio reganismo. Piuttosto stretta intorno al proprio condottiero, investito da un consenso senza precedenti e dunque pronto a ripartire verso nuove avventure, conquiste, distruzioni, morti, bombe intelligenti, prigionieri incappucciati, soldati e poveri cristi decapitati. Il mondo di questo è stanco, mi pare. L’America no. E siccome i fieri e urlanti americani non sono stanchi, non possiamo permetterci di esserlo neanche noi. Meraviglie del mondo d’oggi. Su Arafat, dico poco. C’è stato un tempo in cui la mia ammirazione verso l’uomo e il partigiano era grande, c’è stato un tempo in cui a Stoccolma hanno deciso di riconoscergli il Nobel per la Pace, c’è stato un tempo in cui i ragazzini che tiravano pietre sui blindati israeliani mi ricordavano le pagine migliori delle lotte di liberazione dei popoli oppressi in ogni luogo e in ogni tempo. Oggi quei giorni sono finiti. E la colpa di un uomo che è stato grande e piccolo ad un tempo, è quella di non aver saputo o voluto evitare che una parte importante del popolo che si vantava di guidare abbia dismesso le pietre per far saltare chiunque nei centri commerciali, negli autobus, nelle scuole. Questa è una colpa indelebile, di fronte a questa ogni cosa scompare. Il punto è che dopo quest’uomo c’è un buio in cui non si riescono a distinguere forme, c’è un popolo oppresso e oppressore ad un tempo che potrebbe reagire in ogni modo, sprofondare nell’anarchia, impazzire. Rifiutare qualsiasi guida o compromesso. Suicidarsi uccidendo, mortalmente schiavo delle proprie ragioni e dei propri torti. Meraviglie del mondo d’oggi. La quantità di notizie che ci investe sminuisce in qualche modo l’importanza che gli avvenimenti di questi giorno rivestono e rivestiranno. Ma in questa settimana sono successe cose importanti e gravi, che avranno un ruolo di rilievo nei libri di storia di un futuro neanche troppo lontano. E che mi inducono ad un pessimismo che oggi ha molti appigli e poche speranze. postato da giuseppemauro, 11:30 | link | commenti (2)
giovedì, 04 novembre 2004 CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 4 GIUSEPPE MAURO Giuseppe Mauro è nato a Napoli nel novembre del 1967 e vive tra Napoli e Roma, perché a Roma ci lavora. Il suo primo romanzo è Il futuro che non c’era (Prospettiva Editrice, 2003). Però ne sta uscendo un altro nella collana Dammi spazio delle edizioni Il Foglio: si chiama Silvia dorme e il direttore della collana, Alberto Ghiraldo, è contento di averlo strappato alle edizioni Di Salvo e di pubblicarlo lui. Giuseppe Mauro scrive, insieme a Gabriele Dadati, CapitaniCoraggiosi. 1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni? I ragazzi della via Paal. 2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento? Sta provando a guarirmi, ovvero ha una funzione prevalentemente terapeutica. In questo momento. 3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora? Vorrei riuscire a non pensare mai, come spesso mi accade rileggendomi dopo un po', "ma l'ho scritta davvero io, 'sta roba?". postato da gabrieledadati, 08:14 | link | commenti (9)
mercoledì, 03 novembre 2004
BALLATA DELLE COSE CHE HANNO SENSO E DELLE COSE CHE UN SENSO NON CE L’HANNO HA SENSO Riuscire a sentire i tuoi pensieri che mi chiamano spaventati e bucare la nebbia di sanvittore a centosettanta all’ora per provare a raggiungerti, e guidarti fuori. Regalarsi certezze in cui credere e la voglia di metterle continuamente in discussione. Spettinare con dolcezza i tuoi capelli indomabili pensando che non è un caso che essi crescano proprio sulla tua testa. Indossare la solitudine per sentire forte che il mondo mi manca. Trascorrerci le ore sopra pagine a caso pescate dai banchi della libreria di vetro a due piani della stazionetermini. Contare gli anni che ci separano senza averne timore. Correre ogni sera sul mio lungomare perchè quello è un momento in cui ogni cosa congiura per costringermi a fare i conti con i miei limiti. Inorgoglirsi e sprofondare nel giro di pochi istanti, e ricominciare a salire un momento dopo. Scorrere meticoloso i banchi dei niceprice per comprarmi il rock progressivo degli anni settanta in digitale. Dirti mi manchi mentre siamo insieme. Tornare indietro per riprovare a percorrere la medesima strada, avendone imparato asperità ed ostacoli. Sentire desiderare illudersi sapere scoprire che sei quella che fa luce pian piano. Ribellarsi all’idea. Affondare le narici nella mia pelle ogni volta che ti lascio per ritrovare il tuo odore e nutrirmene senza parsimonia. Scrivere senza pensare. Costruire ragnatele fitte da raggiungere ciascuno dei nostri pezzi di gente necessari ad esistere. Usarti come specchio, e riflettermi in te senza averne timore. Guardare vecchie foto e scritture corsive sopra fogli di carta strappati per provare a riconoscermi, e verificare quanto sia rimasto di quel me. Inzupparsi le scarpe nell’erba bagnata e falciata di fresco. Sovrapporre la mia anima alla tua e limare di continuo con gli occhi e con le mani i lembi che non coincidono, per provare a farne una senza per questo fonderle insieme. Aspettare un altro tempo, perchè c’è bisogno di noi. Vivere, sostanzialmente. NON HA SENSO Guardare le foto di Cat Stevens in barba e turbante e ricordare che now there's a way and I know that I have to go away. L’impazienza delle cose impossibili. Abituarsi alla tua assenza, adagiandosi quietamente sulla malinconia e pensando che in fondo sì, quella è una dimensione accettabile. Pensare che le cose possano dirsi impossibili. Riconoscerti in altri occhi, stringerti dentro altri abbracci, morderti sopra altre labbra, ritrovarti in qualsiasi altrove. Illudersi con convinzione di essere completamente liberi. Boccheggiare fuori dall’acquario pensando di poter imparare un altro respiro. Cimentarmi nel racconto di ciò che sono. Smettere di domandarsi, guardando fisso davanti e rinunciando alle visioni laterali e agli sguardi retroversi. Cozzare contro il destino senza provare ad assecondarne le tortuosità a volte ragionevoli, persino generose. Rinunciare a sovrapporre la mia anima alla tua. Chinare la testa / che non si china la testa / e non si regala l'intelligenza e la compagnia. Aggrovigliarmi nei casini pensando di sconfiggere in questo modo la mia inquietudine, e l’irrequietezza dei miei giorni. Credere che tutto mi sia dovuto in nome delle mie straordinarie capacità. Cedere alla stanchezza della rassegnazione, senza capire che riposare un po’ sopra di essa è comunque necessario a risvegliare la curiosità delle cose, e del tempo intorno. Collezionare progetti da lasciare a metà, splendide opere incompiute. Innamorarsi delle inquietudini, dimenticando che anche quelle diventano normalità e che allora, presto o poco più tardi, non c'è che spezzarle e cercarne altrove. Girarci intorno. Evitare di scegliere con l’accuratezza della codardia, senza saper fare i conti con esattezza con l’assenza temporanea di coraggio. Temere di aver paura. La terrorizzante mostruosa infinità che ci circonda e l’assoluta incapacità di comprenderla, o di spiegarla in qualche modo. Nonvivere, e lo fanno in tanti. postato da giuseppemauro, 12:11 | link | commenti (2)
martedì, 02 novembre 2004 GIORNO DEI MORTI Oggi vado in Biblioteca Universitaria a prendere la raccolta di recensioni cinematografiche Scritti strabici di Alberto Farassino (1944-2003) che è stato un grande critico per Repubblica oltre che mio professore due anni fa (ho in effetti seguito l'ultimo corso che ha potuto tenere prima che la malattia lo spegnesse). Poi rientro, vado in camera, mi metto sulla poltrona a leggere. Il volume è uscito nel 2004, più di un anno dopo la morte di Farassino. Lo stesso, non so come, in biblioteca hanno applicato all'interno della copertina la scritta: dono dell'autore. Oggi è il giorno dei morti, penso. Telefono a Luca per dirglielo. postato da gabrieledadati, 18:33 | link | commenti (3)
CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 3 GIULIO MOZZI Giulio Mozzi è nato nel 1960 a Padova. Ha pubblicato vari libri di narrativa, tra cui: Questo è il giardino (Theoria, 1993 e ora Mondadori 1998), Il male naturale (Mondadori, 1998), Il culto dei morti nell'Italia contemporanea (Einaudi 2000), Sotto i cieli d'Italia, con Dario Voltolini (Sironi, 2004) Ha curato varie antologie. Ha pubblicato inoltre libri sulla scrittura, tra cui Parole private dette in pubblico. Conversazioni e racconti sullo scrivere (Theoria, 1997; nuova ed. aumentata Fernandel 2002), con Stefano Brugnolo Ricettario di scrittura creativa (Theoria, 1997-1998; nuova ed. aumentata Zanichelli, 2000). Quasi tutti i giorni lo si trova su www.giuliomozzi.com 1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni? L’enciclopedia Conoscere, comperata dai miei in edicola a dispense, e poi rilegata in tela rossa con titolo in color oro. La sapevo praticamente a memoria. Ogni volta che si girava pagina c’era un argomento diverso. Peró dentro l’enciclopedia c’era tutto il mondo. Gli argomenti nei volumi si susseguivano senza nessun ordine comprensibile. Questo era il mondo. 2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento? La mia scrittura non é un soggetto con vita autonoma. Se la domanda equivale grosso modo alla domanda: Che cosa stai facendo della (o con la) scrittura in questo momento, la risposta é: sto rispondendo a questa email. Se la domanda presuppone che la mia scrittura faccia da sé, allora dico: magari, che io ci farei meno fatica. 3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora? Ma: che restasse disponibile. Che i libri restino in commercio o nelle biblioteche o tramutati in file nella rete; che il misterioso hard disk che da qualche parte del mondo (non so dove) contiene il mio diario non prenda fuoco; eccetera. postato da gabrieledadati, 08:10 | link | commenti
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