capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

venerdì, 31 dicembre 2004

PER UNA MIGLIOR COMPRENSIONE DEL ROMANZO "SILVIA DORME" di GIUSEPPE MAURO. UNA NOTA SCRITTA SUL FINIRE DELL'ANNO 2004

Ho smesso di imparare genuinamente cose nuove da molti anni. Non riesco cioè ad acquisire dati genuinamente nuovi. Questo non vuol dire che ho smesso di imparare, al contrario: negli ultimi anni mi sono laureato sfruttando conoscenze che sicuramente non avevo in precedenza, ho superato gli esami della Scuola Universitaria Superiore, ho scritto articoli, letto saggi. Però per imparare le cose nuove ho sempre avuto bisogno di rifarmi alle vecchie. Ogni conoscenza che acquisisco, attualmente, viene acquisita solo mediante un confronto con qualcosa che so già e registrata dentro di me per somiglianza o differenza. Le date storiche, per fare l'esempio più banale, le imparo solo prendendo una data che conosco già e aggiungendo o togliendo anni (meglio se in numero coincidente con l'età di un amico o come le prime cifre del pin del mio cellulare).
C'è una zona della letteratura, mi sono reso conto, su cui arranco. E questo perché ne ho dentro di me una frequentazione scarsa e quindi, ogni volta che incoccio in un testo che fa parte di quella zona, faccio fatica perché ho poche pietre di paragone. Quella è la zona dei "romanzi musicali". - Di che cosa si tratta? Naturalmente non di romanzi che trattano di musica (sarebbe così inutile dividere i romanzi per argomento), ma di romanzi costruiti come spartiti. Ad esempio "Il Fuoco" di Gabriele D'Annunzio, romanzo completamente wagneriano, comincia con il lunghissimo discorso che non è se non un potente crescendo musicale. E così molti altri romanzi dannunziani (direi forse tutti, ad eccezione di quelli "russi": "L'Innocente" e il "Giovanni Episcopo"). Per venire a un esempio più recente anche "Camere separate" di Pier Vittorio Tondelli è costruito su tre movimenti che hanno il loro tema, le loro fughe, i loro crescendo e così via. Lo spiega benissimo lui stesso in un testo che Fulvio Panzeri ha messo in appendice al volume delle prose uscito da Bompiani.
Sono romanzi su cui arranco un po': mi manca la preparazione musicale di base e ne ho letti troppo pochi da piccolo per avere una base buona e leggerne altri con cognizione. Voglio dire: se leggo un giallo dentro di me ho decine di modelli esemplari con cui confrontarlo e quindi so subito se è un buon lavoro o no. E così con la maggior parte dei testi. Con quelli che chiamo "romanzi musicali" faccio più fatica. - Non è solo colpa mia, chiaro: è che non ne abbiamo un gran numero nella nostra storia della letteratura.
Poi me n'è venuto in mente un altro. E' "Anonimo veneziano" di Giuseppe Berto (Venezia è anche la città de "Il Fuoco". Probabilmente si presta). Questo è romanzo musicale al massimo, sia come struttura che come argomento. E questo romanzo (che è poi tratto dalla sceneggiatura del film), che mi è venuto in mente all'improvviso, rappresenta una chiave di lettura valida per il romanzo "Silvia dorme" di Giuseppe Mauro. Ho fatto mentalmente dei confronti, finalmente forte nel mio metodo consueto. E ho deciso: adesso so che bisogna che leggiate "Silvia dorme" di Giuseppe Mauro.

postato da gabrieledadati, 10:34 | link | commenti (1)

NON SCAPPO

 

Non scappo dalla consuetudine di auspicare, per tutti i presenti e gli assenti temporanei e sempiterni, un ottimo anno a venire: che vi sia lieve e splendido, emozionante.

Non scappo dal desiderare un sacco di cose per me ma non solo: fortemente le voglio.

Non scappo dalle speranze che riverso su questa palla azzurra che vortica su se stessa e su cui stiamo e corriamo e da cui non sono riuscito mai a capire davvero come facciamo a non cascare giù nello spazio sfinito: idealmente l’abbraccio.

Non scappo da qui, né dal mio splendido compare capitano (non capite male, ok?) che mi insegna un sacco di cose a dispetto della sua età anagrafica considerevolmente più bassa della mia: metaforicamente abbraccio anche lui.

Non scappo dall’amare tutte le persone amate che amo e che amo e che strizzo di parole e di nondetti e di affetto e di voglia di eclissi sempre temporanee e di incapacità e di passione e di ansie che semino e che raccolgo: spero di amarle di più, o magari meglio.

 

Non scappo, però sonnecchio per un poco.

Mi piacerebbe, nel sonno, cominciare a pensare sul serio al mio libro mancante. E’ forse ciò a cui penso di più, in questi mesi passati e che verranno.

 

E’ stato un anno difficile, per me. Un anno duro ma ricchissimo, pieno di emozioni che non potrò mai raschiare via e che mi hanno cambiato senza cambiarmi. Un anno topico, se si può dire.

Per questo, mi affaccio sul prossimo con un po’ di timore e con la sensazione esatta di avere davanti una infinità di giorni di mezzo, che si mettono distesi comodi tra me e ciò che vorrei. Devo mangiarne, anche se non ne ho nessuna fame. Ma mi tocca, ragazzi, mi toccano proprio tutti.

 

Buon anno.

Ci si rivede tra non molto.

postato da giuseppemauro, 10:07 | link | commenti

giovedì, 30 dicembre 2004

FERNANDEL

Allora oggi già che c'eri, che eri a casa del tuo amico Giacomo, ti chiamava Giorgio Pozzi di Fernandel. Non te lo ricordavi con una voce così simpatica. Stavate 12 minuti al telefono, vi lasciavate molto bene. Lui ti diceva della sua formazione culturale, tu gli dicevi di pubblicare le immagini dei quadri del tuo amico Davide Corona che secondo te, gli dicevi, andavano proprio bene. Alla fine gli auguravi buon anno nuovo, cosa dovevi fare se no?

postato da gabrieledadati, 19:12 | link | commenti (4)

PER CHI VUOLE E PER CHI PUO’

 

 

Si può fare qualcosa qui.

postato da giuseppemauro, 15:10 | link | commenti

NUN CE STA PIACERE (*)

 

Ci si addanna l’anima, senza dimenticare le gambe.

Quando si va che si corre, si sbattono i piedi contro l’asfalto viscido attenti a fare più rumore possibile e a non cadere. E ci si addanna l’anima affamata.

Che io, proprio io, so bene di apparire monocorde astratto esistenzialista, ma proprio non riesco a smettere di chiedere al mio specchio di parlare. Di rispondere. Di farmi capire il senso della corsa verso il vuoto che intraprendiamo dal giorno del nostro primo strillo esasperato sul mondo. Per tacere della corsa prenatale, priva di strilli ma non certo di suoni. Il senso di una corsa che ci appaga per istanti rapidi dai modi spicci e che poi, ciclicamente, ci lascia privi del piacere di correre. Orfani della voglia di andare.

Ciclicamente, è chiaro.

Il senso di spossatezza che ci attanaglia intimando di fermarci è quasi sempre temporaneo, scalfisce veloce i giorni fermandoli, staccando le spine una ad una. L’anima accende una spia, benzina finita, c’è da ricaricarla. Ognuno a modo nostro, noi ricarichiamo. Dopodichè si riprende la corsa.

 

Quaccosa nun va cchiù
è già tutto scuntato
comme si nun fosse iì
ma nun ce sta piacere
e nun ce sta piacere
nemmeno a stà' buono 'na sera

Mi chiedo cosa mai stabilisca le priorità, le tappe, i traguardi da raggiungere, in questa corsa irragionevole.

Mi chiedo quanto contino i geni di mio padre e la ninnananna di mia madre ascoltata con gli occhi di chi non sa ancora rispondere, le lunghe corse antiche dei nonni e le perorazioni leopardiane del professor Alfuso, la curiosità riversata su mia sorella piccola da giocare e l’angoscia per i giorni di Nemecsek, il symbolum urlato in chiesa e gli occhi dolci di Sabrina, la Pantera che correva in Facoltà e i direttivi notturni infiniti rabbiosi incazzati al PCI, l’amore stropicciato su occhi di ogni colore di cui non so più il nome e le prime angosce da fuggire via che ti chiamerò, l’inchino ipocrita alla perpetuazione della specie e la smania di costruirti una tana solida in cui stare.

Mi chiedo quanto conti tutto questo, sta di fatto che si corre e che - isolate in un angolo comunque vero alcune peculiarità intrasferibili - le corse sono più o meno tutte uguali.

E’ come la partenza della maratona di newyork ripresa dall’alto: c’è qualcuno a sparare un via, tu parti insieme ad una moltitudine che sfiori incroci impatti accompagni in misura tanto minima da apparire - ed essere – risibile, poi corri e corri resistendo alla tentazione di fermarti a riposare o talvolta arrendendoti al bisogno, corri e corri e smetti per un poco o smetti per sempre, corri e corri fino al traguardo quello sì uguale identico micidiale per tutti.

Intraprendiamo la corsa il giorno del nostro primo strillo, cresciamo impariamo a stare al mondo cadendo guardando ascoltando masturbandoci amando e odiando sibilando tentennando colpendo illudendo e illudendoci sposando figliando credendo nascondendo e nascondendoci.

Tutti uguali, più o meno, incontriamo una donna compagna o un uomo compagno, noi stiamo bene. Insieme. Poi qualcosa si estingue, la spia si accende l’anima va in riserva bisogna fermarsi.

 

Quaccosa nun va cchiù     
te 'nviente pure Dio
p'essere overo
ma nun ce sta piacere
e nun ce sta piacere
nemmeno a sta' 'nzieme 'na sera

 

Si perde il piacere di stare al mondo, che non aver voglia di correre significa esattamente questo. Perché stare al mondo senza correre non si può. O almeno io ricordo così (ma da dove lo ricordo? da cosa? da quanto? da quali parole rubate?).

Ci si ferma.

Ci si attorciglia sopra le ragioni perdute e su quelle da reinventare, perché quando l’anima accende la spia tutto va ridefinito. Si ricostruiscono ragioni perdute e se ne ricostruiscono di nuove. Si cerca qualcun altro con cui correre, o lo si ritrova al fianco. Ci sono cose da perdere e da ritrovare, oggetti e sottane e maglioni sgualciti, ci sono pensieri che non guardi più in faccia da secoli e che ti sbattono sugli zigomi tutta la loro forza compressa, costringendoti. Ci sono sogni impolverati e facce riscoperte, ci sono parole che non hai mai sentito ed altre di cui non ricordi più il suono, ci sono canzoni e tempi remoti motori morti. Ci sono odori che ti investono i ricordi e ti segnano gli occhi di pianto e ti chiedi cos’è senza una sola cazzo di risposta da inventare. Ci sono scopate insulse inutilizzabili che alla fine vuoi solo fuggire ma lei ti abbraccia e non ti lascia andare, ci sono mari da accarezzare con gli occhi e far scorrere il tempo senza curarti di perderlo perché sai che non lo stai perdendo. Ci sono passi alle spalle e una mano sulla testa che ti parla, ci sono istanti da serbare stretti tra le dita per non scordare chi sei, e cosa siete stati. C’è sonno e voglia di dormire senza radiosveglie né orari di uscita da impostare.

C’è un mondo tra le mani che non riesci a sopportare.

 

Cull'uocchie astritte
e chino e suonno
te resta 'o munno 'mmano e po'
l'haje suppurtà
cull'uocchie astritte
e 'o viento attuorno
te vieste e nun saje cchiù
che cosa haje raccuntà
'

C’è la voglia di risvegliarsi che davvero non riesci a capire da quale angolo sia saltata fuori. Improvvisa notturna suadente scura di azzurro. Sei lì che mediti e pensi intorno al muro di insensatezze che hai meticolosamente costruito e al riparo del quale ricaricavi l’anima senza saperne nulla e click!, la spia si spegne. L’anima chiama furente impaziente piena di voglie.

Allora, tu ti alzi lento che dici un momento, ti ho aspettato finora dammi almeno il tempo di sgranchirmi la mente e poi esci dal sonno e riparti, lento a spezzare il fiato, i muscoli intontiti, il respiro corto duro affannoso.

Riparti e vai che corri, sempre più sciolto veloce tranquillo.

Automatismi ritrovati che vanno alla perfezione e tu sorridi e vai che corri e corri ancora fino al prossimo specchio da inchiodare, fino alla prossima riserva, fino alla prossima sconfitta che incatena, fino alle prossime domande da arrenderti, fino al traguardo senza luce senza tempo senza risposte ma così pieno zeppo carico di domande da non sapere da dove cominciare quali inscatolare quali scegliere che ti dici che è meglio il silenzio, è meglio attraversarlo senza parlare.

 

(*) Nun ce sta piacere è di Pino Daniele – Vai mò - 1981






















postato da giuseppemauro, 11:23 | link | commenti (1)

mercoledì, 29 dicembre 2004

da LA SUA VOCE dei Succo Marcio

Io potrò sembrarti allegro / anche se ogni notte prego

postato da gabrieledadati, 11:51 | link | commenti (3)

SENZA ALCUN TITOLO

 

Il fatto è che io c’ero, capisci? Io c’ero e tu no, presenza assente intrappolata in un vento angosciato. Impazzito, tra le sbarre della tua mente.

E oggi che perdemmo il gusto del correre lontani, mi manca la tua assenza. Quella vera, dissolta nell’atomo che eravamo. Così disperatamente voglioso d’esserci, di stare. Diventare.

Resto a malapena a guardarti.

Dormi, e ricordo un tempo non più nostro in cui la notte non riusciva a domarci, navigatori instancabili sopra un fiume di parole senza foce. Senza mare. Senza amplessi interrotti da uragani morenti.

Ti guardo. Mi guardo intorno. In ogni oggetto circostante mi sforzo di ritrovare i chiaroscuri dei tuoi profili.

Annaspo, senza fretta.

Te l’ho mai detto? Avevi un profilo per ogni luce, per ogni sapore, per ogni singola nota elargita dai diffusori B&W piazzati nei due angoli ai lati del balcone del salone. Signature 800, un gioiello.

Avevi un profilo per ogni goccia d’olio che scivolava dal vasetto di tonno Alco nel tuo piatto rigido in PVC, sopra le nostre tavole preparate in fretta. Ti piaceva guardarlo il tonno, mentre lo addentavi con la forchetta per rovesciarlo nel piatto, ti piaceva la scia dell’olio che si faceva strada testardo tra le fenditure asimettriche degli strati di carne rosa e tenera, si concentrava in un punto del bordo arrotondato del vasetto in vetro e scivolava giù filiforme, denso e lento. Chimico.

Un profilo per ogni lato su cui ti assestavi sul letto a una piazza e mezzo le notti che decidevi di lasciarti da me ed io restavo a guardarti, incapace di prender sonno dopo un Pynchon letto in due, tu impaziente a chiedermi di girare pagina ed io assorto nel cercare di carpire altri sensi nascosti tra le righe, a farmi dispetto. Leggevi troppo velocemente, lo fai ancora?

C’era un profilo per ogni gelato in macchina, approfittavo del traffico per rubarli, e serbarli in caso di bisogno.

Uno per ogni notte interrotta, ci svegliavamo sudati di voglie e dio, quanto era bello fare l’alba rovinandoci addosso con la fretta di chi non ha fretta, ritardando la fine e gli orgasmi, aspiranti demiurghi impegnati a creare sensazioni e sensi e sentimenti, caleidoscopici e diluiti in un tempo lunghissimo, ingordi e mai rassegnati.

Un profilo per ogni noia, sguardi persi tra pagine e immagini interstiziali, a riempire vuoti sempre più profondi.

E un profilo per ogni ritorno, che fosse addio o arrivederci tornavamo sempre ed era ogni volta un daccapo che imponeva testardo i tempi e le sue leggi.

Abbiamo smesso perchè l’avevamo imparato?

E dove siamo, ora?

Quale luce filtra da quella finestra incassata dolente in un legno che non so?

Non è mio quel legno, non è nostro. E tu dormi, ma forse fuggi. Da me, da quel maggio e dai troppi noi che eravamo. Ogni giorno diversi. Senza peso.

Eppure, amore, stanotte t’ho sentita. Ho sentito il flusso dei tuoi pensieri cercarmi tra il vento che placava. Ho ritrovato i tuoi capelli, per un istante solo.

Senza domani, ho voglia di respirarti.

Dentro.

Addosso.

Ieri, ancora.

Puoi sentirmi, adesso?

postato da giuseppemauro, 09:57 | link | commenti (1)

martedì, 28 dicembre 2004

IL MARE OGGI E’ NERVOSO

 

Stamattina il mare era stanco.

Ieri era veramente incazzato, come se volesse in ogni modo sfuggire alla dimensione in cui si mantiene prigioniero, fuggire dai fondali e tracimare, scappare a guardare il mondo che non è mai riuscito a vedere.

Quando sta così incazzato, il mare tipicamente fa paura.

A me no.

Io non riesco a staccare gli occhi dalle montagne ribollenti tonanti gonfie d’acqua e di schiuma sporca che si azzuffano per arrivare prime alla meta, che poi è soltanto uno schiantarsi violento sulla rena e uno sparo a casaccio di gocce che si perdono nell’umidità e nel sale che stanno sopra e intorno.

Sto lì, seduto sui vecchi muretti bassi del lungomare duilio a smarrire lo sguardo in tutto quello che non vedo, le vite e le nonvite che stanno sotto, che si lasciano trascinare e capriolare e sballottare dalla furia incontrollata del padre d’acqua smisurata oramai così vecchio da sembrare eterno. Mi chiedo se lo scambiano per un dio, annotando mentalmente che l’abbiamo fatto anche noi in passato e che forse qualcuno lo fa ancora. Mi chiedo se sia davvero un dio, io che tendo ad attribuirgli anima e passioni e persona e stati mentali. Mi chiedo se non si divertano lì sotto, come andare sulle montagne russe senza sapere se arriveranno alla fine della giostra. Giocare a sfidare il nulla.

 

Stamattina il mare a guardarlo era nervoso. Ma più stanco che nervoso. Ieri era veramente incazzato e sbuffare con quella ferocia dev’essere appagante, forse piacevole, ma è certamente sfiancante.

Per cui, magari oggi il mare sta incazzato uguale, ma non riesce a dimostrarlo come vorrebbe. Produce colline e non montagne, non le ribalta come vorrebbe, vortica senza pazzia.

Raccoglie le forze per incazzarsi ancora di brutto, regalandoci - a queste latitudini - la fortuna di ignorare cosa sanno fare i suoi fratelli che bagnano altre sabbie e altri porti, che custodiscono altre vite e nonvite, che vorticano ben altre pazzie.

La fortuna di ignorare che quei suoi fratelli sanno l’arte di uccidere intorno con voracità innaturale, che ti viene da pensare che qualcuno che non sai li usi per scopi arcani, oscuri, maligni. Ti viene da chiedere perché, senz’altre parole.

Ti viene da pensare a quanto siamo fortunati noi a poterlo guardare senza troppo timore, il nostro mare dio mansueto benigno compagno che a volte si incazza, però senza mai trasmodare.

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lunedì, 27 dicembre 2004

IL COMPLEANNO DI DON CHISCIOTTE

 

Quello che per molti è il Libro (Bibbia a parte), o il più grande libro di ogni tempo, compie quattrocento anni.

La prima edizione del Don Quijote andò infatti in stampa a Barcellona nel 1605 e da allora quelle pagine non hanno smesso di affascinare i lettori di ogni età, raccontando del coraggio pazzo e romantico di un paladino senza tempo, per cui le disavventure del mondo e i malanni le offese e le prepotenze che lo corrono, sono domande a cui si è chiamati a dare risposta (“I punti interrogativi hanno la forma dei ferruzzi a uncino e s’impigliano nella coscienza, la fanno sanguinare, la spingono a reagire” - Erri De Luca).

 

La Spagna ha stanziato un bel po’ di milioni di euro per le celebrazioni, che comunque si terranno in tutto il mondo. Ma la prima a celebrare il libro di Cervantes sarà Alghero, (qui il programma) unica isola linguistica e culturale catalana in Italia (avvenne lo stesso per le celebrazioni di Dalì). Dal 10 dicembre fino all’8 gennaio prossimo, il centro della città sarà un grande museo a cielo aperto, con una imponente mostra e installazioni urbane nello stile delle grandi capitali.

 

Nel Don Chisciotte ognuno può vederci le metafore che preferisce, o leggerle come gli pare. Con il rispetto dovuto ad un eroe immortale.

 

Io, per parte mia, vorrei dimostrare la mia incrollabile stima all'eroe medesimo omaggiandolo con le parole di Guccini:

 

Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...








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domenica, 26 dicembre 2004

"Allora i romanzi, ci vorrebbe una macchina miracolosa così, per risalire dal romanzo alla vita di quello che scrive il romanzo, solo la gente è difficile che lo capisce, la gente gli basta che vede una cosa stampata, ci crede subito, quello che vede."

[Paolo Nori, "Si chiama Francesca, questo romanzo", Torino, Einaudi, 2002, p. 7.]

Allora anch'io sono fatto così, se vedo una cosa stampata. Stamattina mi sveglio presto (presto se si considera che è domenica e ieri era Natale, presto) e leggo questi saggi di filosofia del diritto di Gaetano Carcaterra dell'Università la Sapienza di Roma. Poi ci credo tutto il giorno, a questi saggi: vado a messa e ci credo, pranzo e ci credo, vado a fare un giro prendendo la pioggia e ci credo, torno a casa vado avanti a leggere e ci credo, dopo cena prima di vedere un film riprenderò a leggere credendoci.

postato da gabrieledadati, 17:32 | link | commenti

sabato, 25 dicembre 2004

UNA TRISTE VERITà

I due Capitani Coraggiosi quando mangiano e bevono molto, come a Natale, sviluppano entrambi una terribile aerofagia. Si trasformano allora in Capitani Scoreggioni. Questa è una triste verità. Aspettate domani a venirci a salutare, semmai. Intanto: buon Natale a tutti! - Ah, ah, ah!

postato da gabrieledadati, 10:24 | link | commenti (6)

venerdì, 24 dicembre 2004

Esce oggi il giornalino della parrocchia del mio piccolo paese. Come ogni Natale e Pasqua. E come ogni Natale e Pasqua sono costretto a scrivere qualcosa. Quest'anno ho toccato il fondo con il più brutto racconto di Natale mai scritto. Lo ripubblico qui di seguito. Cattiva lettura a tutti voi:

RACCONTO DI NATALE

Infilando le chiavi nella serratura l'uomo si ferma a pensare per un attimo che no, non ha avuto una cattiva vita, una vita di cui lamentarsi. Non s'è mai sposato e quindi non ha mai avuto figli che potrebbero prendere il suo posto adesso che pensa di ritirarsi dagli affari, certo, però tutto il resto l'ha avuto: soldi, successo negli affari, qualche prima pagina, la salute. Oddio, per quanto riguarda la salute adesso non è più come quando aveva vent'anni, deve stare riguardato, mangiare solo certi alimenti, evitare strapazzi, però non si deve proprio lamentare. Fuori dalla porta c'è freddo, siamo al 24 dicembre, per cui l'uomo scaccia i pensieri, finisce di girare le chiavi nella toppa e entra.
L'ingresso della casa dei suoi genitori è proprio come lo ricordava. Appende il cappotto vicino alla porta e pensa: è stata gentile la signorina dell'agenzia a lasciarmi le chiavi perché abbia agio di decidere. La casa infatti è in vendita da quattro mesi, da quando suo fratello è morto oberato dai debiti. I suoi genitori l'avevano lasciata al fratello e lui non aveva mai voluto rivedere né la casa né il fratello. Adesso però in qualche modo il destino ha messo a posto le cose e lui può ricomprarsi la casa d'infanzia, come ha sempre desiderato. L'uomo pensa si tratti del destino che ha agito, perché a Dio non ha creduto mai.
Arriva in salotto. Neppure suo fratello s'è mai sposato e anche in salotto tutto è rimasto come quando ci vivevano assieme. Fa freddo però e l'uomo si guarda attorno fino ad aver trovato una soluzione: la piccola stufetta elettrica che c'è in quell'angolo là. La prende, la porta vicino alla poltrona di suo padre, l'accende e si siede. Sul pavimento c'è una coperta, chissà com'è sporca. Lo stesso la prende e se la mette sulle ginocchia. Un dolce torpore lo porta fuori dal suo corpo.

I due fratelli giocano sul tappeto del salotto. Fanno gli indifferenti, come fosse una sera uguale a tutte le altre, e invece è la sera del 24 dicembre, per cui stanotte nasce Gesù, domani si mangia tanto e si aprono i regali. La madre è in cucina, il padre sta spalando il vialetto. I due fratelli gli hanno chiesto se devono aiutarlo e lui ha risposto di no. È il modo che ha di volere bene ai suoi figli, questo di preservarli da qualsiasi tipo di fatica.
I due fratelli si vogliono bene, non hanno mai sviluppato le invidie e le rivalità che possono avere due fratelli quasi coetanei. A volte fantasticano e dicono: quando saremo grandi sposeremo due sorelle. A volte dicono: vivremo vicini in due case uguali. A volte dicono: apriremo insieme una gelateria. Questo fantasticare li fa felici e fa felici anche i loro genitori che pensano che quando non ci saranno più i due fratelli si aiuteranno come le dita della mano.
Fuori si sente uno scampanellare e subito dopo il padre rientra con i vicini che sono venuti a fare gli auguri. I grandi vanno di là in cucina a bere un bicchiere, i due fratelli restano da soli a giocare. In questo momento si vogliono bene, poi per il resto della vita non succederà più. Causa una donna che non aveva una sorella come lei e che, alla fine, nessuno dei due sposerà.

L'uomo si sveglia di colpo, si guarda le mani e le trova vecchie. Nel sonno era tornato indietro di sessanta, sessantacinque anni, quando la sua famiglia c'era ancora e si voleva bene in quella casa. Si rende conto che quelle mani non hanno mai saputo costruire nulla. Con gli occhi guarda desolatamente fuori dalla finestra e poi attorno a sé nella stanza.
In un angolo c'è una cosa che non aveva visto prima. Una culla. L'uomo si alza barcollando, la sua salute non è affatto buona come lui stesso si dà a credere. A passi lenti raggiunge la culla e dentro la culla, come dentro a ogni culla, c'è un bimbo. Addormentato. L'uomo è stupito, guarda il bimbo, non sa cosa fare. E soprattutto non sa chi sia quel bimbo che prima non c'era e adesso improvvisamente è lì. Il bimbo apre gli occhi e lo guarda. L'uomo sente una voce dentro di sé che gli parla dolcemente e capisce che è quella del bimbo, anche se dire come faccia a fare questo, be', non è proprio possibile.
Il bimbo gli parla dolcemente e all'uomo si apre il cuore. Così, mentre fuori dalla finestra comincia a scendere la neve e il campanile suona la mezzanotte in cui è nato il Signore, l'uomo si accovaccia a terra a fianco della culla e si addormenta nuovamente.
Quando si sveglia una volta per tutte è in un salotto del Cielo, è tornato bambino a sua volta e per sempre, e lì con lui ci sono suo fratello e i suoi genitori. Improvvisamente capisce tutto e non può che ringraziare Dio per il perdono che gli ha concesso e per il dono che gli ha fatto nel giorno di Natale.


postato da gabrieledadati, 10:47 | link | commenti (3)

BUON NATALE E UNA DOMANDA

 

Passate un Natale sereno, voi che transitate su questa pagina carioca e voi che non ne conoscete l’esistenza. Che poi siete, irraggiungibili, la stragrandissima maggioranza del genere umano…ehm…va bene. Buon Natale a tutti, insomma.

 

E una domanda:

 

ma insomma, capitano Gabriele, firmi o non firmi?

postato da giuseppemauro, 10:02 | link | commenti (3)

giovedì, 23 dicembre 2004

Vado a questa festa di laurea dove non conosco quasi nessuno. In tutta la sera riesco: a fare innamorare di me il cantante del gruppo che sebbene porti la fede al dito appena può mi raggiunge e si struscia su di me; a vedere un ragazzo sulla carrozzella che fuma e pensare "ma perché fumi?" con lo stesso stupore che ha il protagonista di Cattedrale di fronte alla barba del cieco; a guardare una ragazza troppo magra e a immaginare di descriverla sulla pagina mediante la frase "con il corpo lasciato aguzzo dalla recente anoressia". Questo è il mondo, canterebbero i Tre Allegri Ragazzi Morti.

postato da gabrieledadati, 01:28 | link | commenti (2)

mercoledì, 22 dicembre 2004

CHIARISCO: L’IDEA POTREBBE ESSERE QUESTA

 

Un lavoro interdisciplinare.

 

Sulla base della proposta di Alberto Ghiraldo, potremmo lanciare un concorso di idee sul Plagio Musicale. Invitando tutti quelli che passano da questo blog, altri che conosciamo e che pensiamo possano essere interessati, piazzando annunci su altri blog, diffondendo la cosa come meglio crediamo. Ci diamo un tempo per spedire e raccogliere i lavori, che saranno rifacimenti in toto dei testi di canzoni che ci hanno particolarmente colpito, che hanno segnato momenti della nostra vita, che ci piacciono e basta, eccetera. Formiamo un gruppo che analizza i lavori, che li seleziona e che li assembla in una raccolta. L’idea è quella di provare a pubblicare la raccolta (venti/trenta canzoni, non lo so) che potremmo chiamare Plagi d’Autore. In ogni caso, potremmo presentare il tutto in una sorta di raduno in cui quelli che se la sentono cantano le proprie canzoni e magari quelle di chi non se la sente, quelli che sanno farlo suonano, quelli che son bravi e che studiano riprendono e fanno un video dell’evento. Potremmo persino provare a coinvolgere qualcuno degli Autori “veri”, invitandoli a duettare cantando le “nostre” canzoni. Io credo sia un’idea proprio bella, originale, divertente, coinvolgente.

 

E dunque, che ne pensate? Lo facciamo?

 

Chiarisco: E' una ipotesi, non è un progetto definito. Decidiamo insieme se ne vale la pena, se è il caso di integrarlo o modificarlo, se invece è una cosa blasfema o, insomma, poco allettante. Decidiamo questo, ovvero le linee eventuali del progetto. Che ancora non c'è.

postato da giuseppemauro, 12:17 | link | commenti (13)

martedì, 21 dicembre 2004

LE MIE PAROLE (*)

 

Le mie parole son cammini, abili ed astrusi, fuoco a illuminare vecchi scuri chiusi

Sono ponti sopra un fiume, giorni congelati, occhi sospirati intorno ad un portone

Sono navi alla deriva, merci nella stiva, gente che si assiepa dentro una stazione

Sono cani randagi eroi agognati contro un’illusione

 

Sono sogni accantonati, ricordi invertebrati, tavole imbandite il giorno di Natale

Sono inverni raccontati, stagioni scardinate, stanchezze accumulate che non hanno uguale

Sono appunti ritrovati, macigni smisurati, cattiverie senza prezzo da ricominciare

Le parole che afferro da un vento disfatto messo lì a soffiare

 

Forti, tremanti, periodiche alienanti

Passioni voraci affamanti

 

Le mie parole sono struzzi, che sanno non vedere, si infilano in un suolo da disabitare

Sono greggi a pascolare, alberi scarniti, lentiggini dorate sopra il tuo chiarore

Sono lotte disattese, nobili pretese, mani che si aggrappano ad un solo amore

Sanno uscire e rientrare, vetuste inaudite tanto da restare

 

Sono passi nella nebbia, echi della mia rabbia, lievità di un tempo che non so più ritrovare

Sono posti che ho pensato, soltanto immaginato, visioni sovrapposte da rimescolare

Sono la guerra che ho dentro, la pace che sorprende, i voli di un aliante che non sa atterrare

Le parole al tramonto sul filo ricurvo a picco sopra il mare

 

Sane, inquietanti, ragioni devastanti

Inflazionate, cadute, rubate

Spente, pesanti, caotiche opprimenti

Indecorose, ansiose curiose

 

(*) Omaggio a Le mie parole di Gino De Crescenzo Pacifico 2002.

 

Chiedo scusa all’autore, ma il pezzo è bellissimo (lo trovate qui, testo e file audio). Credo capiti a tutti di pensare, leggendo qualcosa che ci colpisce in modo particolare, com’è che questo non sono riuscito a scriverlo io? Il testo in questione (quello originale, ovviamente), ha suscitato in me questa domanda dalla prima volta che l’ho ascoltato, e poi letto. Ho pensato di omaggiarlo così, un po’ indegnamente. Ma Pacifico mi perdonerà (tra conterranei ci si perdona).

postato da giuseppemauro, 13:44 | link | commenti (9)

CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE chiude i battenti

Oggi non ci sono più risposte da pubblicare. Abbiamo messo on-line quelle di 16 autori in 8 settimane, tutti i martedì e giovedì. Gli autori contattati erano tre in più, ma: Paolo Nori ha declinato cortesemente perché dice che queste iniziative sono numerosissime e davvero non si può stare dietro a tutte facendo dei distinguo (posizione rispettabilissima), mentre Giorgio Falco non mi ha mai risposto (anche se ci conosciamo di vista già da due anni prima che pubblicasse il suo libro. Tra l'altro sono stato io uno dei primi a pubblicarlo in un'antologia) e Enrico Faggioli penso non abbia mai neanche visto la mail (è in ogni caso una persona di modestia esemplare).

Penso che sarebbe bello fare una serie anche con gli editori e una anche con i critici. Ma davvero sarebbero serie minime, visti i miei contatti (se ci penso, stranamente forse conosco più editori che critici). In ogni caso, almeno per adesso, ci si può accontentare. E' stata una bella rubrica, almeno dal mio punto di vista.

postato da gabrieledadati, 08:07 | link | commenti (1)

lunedì, 20 dicembre 2004

IL PESCATORE DI ASTERISCHI (*)

 

Che a volte sì che viene voglia di lasciarsi andare, occhi chiusi muscoli spenti canovacci perduti.

 

C'è un quaderno che nascondo
ma non ho mai scritto cosa sei
per me
perché è facile
tu mi leggi dentro
io no

 

Sono le volte che la pioggia sbatte lieve furiosa sul parabrezza, quando ogni goccia frenetica chiede di entrare alternando violenza e compassione, prepotenza e garbo smangiato. L’acqua snocciolata forte dal cielo (che poi in certi momenti mi chiedo se noi non si viva a testa in giù, col cielo a fare da suolo capovolto irraggiungibile; è il tarlo della dimensione ribaltata) sporca i pensieri ne fa tappeto rotondo, senza spigoli a cui aggrapparsi.

Intanto io corro, corro che la pioggia è un velo sfuocato dietro cui ipotizzare luci rosse e distanze da rispettare, o da colmare rapidi impazienti. Lasciarsi andare, per l'appunto.

 

se gli errori li cancello
resta la peggior calligrafia
che ho
avuto in vita mia
nuda li sul foglio

 

Poi in verità non so se è l’istinto di conservazione a salvarci da certi momenti privi di ogni inibizione. Racconto a Gian Marco delle volte in cui lascio gli occhi al soffitto, sdraiato sulla mia solitudine in forma di letto e d’assenza. Delle volte in cui gli occhi scivolano dall’alto verso il pensiero soffice timoroso che in quel preciso istante, abbracciato da una malinconia che non ha lineamenti né dolore, potrei alzarmi di scatto e lanciarmi oltre la finestra, imposte chiuse o dischiuse poco importa. Colmare ancora una distanza, tra il mio corpo disciolto nell’afasia e il suolo. O il cielo, a dar retta al tarlo dimensionale di cui scrissi. Lasciarsi andare, per l’appunto.

 

io sono un pescatore di asterischi
sotto un'onda a forma di parentesi rotonda che mi porta via

 

Ho paura di non reggere il confronto con quei momenti. Non sempre, ma a volte accade. Non è che io abbia voglia di colmare le mie distanze tra il mio esistere e il non (non sono neanche certo che tale distanza esista, e la mia incertezza riguarda il genere umano intero, e l’universo organico e inorganico che sta intorno). E’ che ho paura, in buona sostanza, di averne voglia. Penso che potrei alzarmi d’un tratto, privo di pensiero, traghettarmi verso la finestra, aprirla e attraversarla d’un balzo. Penso che potrebbe accadere, e ne sorrido. Sorrido della mia follia generosamente latente.

 

però nella vita c'è sempre un però
un cielo che si appoggia sul mare
e tu impari chi sei
come un giocoliere spendi tutto il tempo a cercare
il senso gravitazionale che non c'è

 

Non trovo il Senso Gravitazionale, per quanto mi affanni a cercarlo. Per quanto mi sforzi di crederci. E’ per questo – io presumo – che mi piace inebriarmi con l’idea di dimensioni che sovvertono se stesse, che ritrovano nel proprio rovescio essenza e ragioni.

E poi Gian Marco mi dice Bè, cosa c’è di strano? Faccio gli stessi pensieri, prima di dormire sono lì e penso: e se ora mi venisse voglia di buttarmi di sotto?

Sorrido ancora incredulo, pensando che la follia non sta a latere generosa solo con me. Egocentrico del cazzo, cosa credi? Può apostrofarmi Follia.

 

e c'è un grillo che nascondo
ogni tanto esce e dice che
chissà
chissà se anche lei
è pura fino in fondo

 

In questo gioco concentrico che chiamo Vita, non so ancora se viaggio verso un centro o procedo a tentoni a cercare una periferia ricurva, con strade che divengono più grandi e rettilinee via via che il camminare prosegue.

In questo gioco concentrico non mi concentro, almeno non sempre. Certo, non quelle volte che proprio dovrei farlo. In certi momenti di lucidità estrema, che come ogni percezione estrema contattano il proprio opposto (ovvero Follia che sghignazza), avverto netto il pensare di una esistenza di senso nel cammino che è autoreferente. Ovvero, il cammino basta a se stesso e ogni ragione si addensa lì, nel procedere. Sta nei passi che si succedono l’uno dopo l’altro.

 

in questo gioco di pensieri sporchi sopra a un letto
prima di abbracciarti mi connetto più vicino a te

 

Però non basta. Da soli non bastiamo, non basta la solitudine senza dolore sulla quale riposare, non basta il verso astruso dell’elegia dentro cui specchiarsi, non basta lo sbattere la testa contro la certezza che sì, un senso esiste e siamo umani, troppo umani per non riuscire a scovarlo, nascosto tra una dimensione e l’altra. Non basta e tocca andare. Tocca andare senza chiedersi, che la strada segua i circoli di un dipanarsi o che si stringa sempre più rapida verso un centro senza uscita. Tocca andare, senza spasmi.

 

siamo giocolieri non sprechiamo il tempo a cercare
il senso gravitazionale che non c'è

 

Tocca andare e non da soli. Che da soli si muore colmando distanze o assecondando dimensioni rovesciate. Tocca andare senza patemi scontati su purezze impossibili persino da giustificare. Tocca andare tra lo sporco dei giorni che ci inchiodano a riaprire gli occhi e le domande, tocca andare tra gli RGB che si compongono a sbafo colorandoci la vita, tocca andare tenendoti per una mano anche quando l’altra l’hai imprestata a uno che non sono io, tocca andare anche quando sul pensiero ci scivolo e rischio di spaccarmici la testa e tu sei lontana che mi chiami, che mi ascolti, che mi pretendi, che mi respingi, che ti connetti ai miei pensieri di sempre, quelli che non sanno morire, quelli che si scaldano l’anima aspettando i giorni, nutrendosi pazienti di attesa, di attesa che è edera scalza.

 

(*) Il Pescatore di Asterischi è di Samuele Bersani - L'Oroscopo Speciale - 2000





















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venerdì, 17 dicembre 2004

IO E I TUOI SILENZI

 

Io nei tuoi silenzi mi nascondo, so scorrerli parola dopo parola e so farne musica, so cantarne.

Io tra i tuoi silenzi ci cammino, so ritrovarli intatti mentre parliamo e parliamo ancora senza smettere, che il parlare forte sensato dolciastro complice ci viene d’istinto e di natura.

Io con i tuoi silenzi ci gioco felice disperato, ne sorrido pulito e amaro e aspetto che si spezzino per ricomporre ogni volta il nostro mosaico imperfetto pieno di colori di futuri possibili.

Io e i tuoi silenzi siamo tutt’uno, confondiamo il nostro esistere planando sull’anima e graffiandone ribelli il coperchio di ghiaccio e di calce.

Io per i tuoi silenzi da perdere e ritrovare e da perdere ancora mi gioco gli anni che ho davanti, ne faccio conquista e casa di mattoni, ne sento l’odore nei giorni che soffiano forte fuori dal mare là in fondo.

Io i tuoi silenzi non voglio rimpiangerli, chiederò di mangiarne ogni volta che dovremo, saprò sputarne il nocciolo tutte le volte che seppelliremo il mondo che sta intorno, certi della sua inutilità, e di bastarci da soli.

postato da giuseppemauro, 11:07 | link | commenti (6)

UNA COSA CRUDELE

Ieri cerchi la Gazzetta dello Sport nella sala giornali del posto dove vivi. Dopo un po' qualcuno te la mette in mano e tu gli dici, Abbiamo una copia fallata!, mettendoti a ridere. Quel qualcuno serio ti risponde, No, oggi è proprio così.
Così come? E' verdina invece che rosina. Perché è verdina invece che rosina?
Perché esce Shrek 2 e non solo la Gazzetta è piena di pubblicità, ma le hanno pure comprato il colore.
Così è esattamente come se ti dicessero che tua madre è tuo padre oppure che tu che sei di Piacenza sei in realtà cinese oppure che no, tutto sommato Silvio Berlusconi ha fondato da dieci anni l'Ulivo e si sta benissimo.
Certe cose non si fanno. Non voglio vivere in un mondo in cui tutto è in vendita, anche il colore della Gazzetta dello Sport.

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giovedì, 16 dicembre 2004

CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 16

 

GABRIELE DADATI

 

Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) ha pubblicato testi con vari editori tra cui Stampa Alternativa, Addictions, Berti, Libreria dell'Orso, Il Foglio, Nephos. I suoi libri sono: uno di racconti, Catene di smontaggio (Berti, 2000), uno di geografia umana scritto a quattro mani con Stefano Fugazza, Piacenza2 (TEP, 2002), il romanzo Il male da dove comincia (Nephos, 2003) e infine il Millelire Quando saremo veri (Stampa Alternativa, 2004). Ha curato il libro di racconti Anche i denti di Babbo Natale sono bianchi (Berti, 2002) e il romanzo collettivo Mistero d'Autore (Nephos, 2004). Scrive sul quotidiano Libertà e su www.capitanicoraggiosi.splinder.com, blog di cui va piuttosto fiero.

 

1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni?

 

Ricordo molto bene, anche io, I ragazzi della via Paal. Che però non è stata una lettura, ma una ri-lettura: 13 volte dall'inizio alla fine. E sempre sperando che un certo soldato semplice non morisse... Poi Favole al telefono. Però l'esperienza più forte sono stati i miti greci e latini che mia madre mi leggeva per farmi addormentare. Avevo una tremenda paura del buio e la cosa poteva durare anche un paio d'ore, prima che finalmente cedessi al sonno.

 

2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento?

 

Rimette a posto un libro di racconti che dovrebbe uscire nel 2005. Scrive un libro a quattro mani con un amico. Scrive questo blog e gli articoli per il giornale. Scrive tante mail. Butta giù i primi appunti per un romanzo che spera riuscirà struggente e apocalittico.

 

3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto finora?

 

Vorrei non avere mai il rigetto. Rileggendo trovare sempre che nelle mie parole c'era misura e mestiere, che niente esorbitava creando bubboni immondi. Poi vorrei che servisse da tam-tam per farmi incontrare persone con cui fare un pezzo di strada. Già succede.

postato da gabrieledadati, 10:44 | link | commenti (4)

IN MEZZO ALL’AUTUNNO CHE STENTA A MORIRE

 

Non posso pensarci, in mezzo a certe foglie che pure mi piovono intorno. Non hanno malizia quelle foglie, né coscienza. Loro non sanno.

Neanche posso inveire contro il vento che le stacca dalla loro vita incosciente, perché il vento è incosciente anch’esso e troppo è il calore ancora da disperdere.

 

In mezzo all’autunno che stenta a morire, è satura la mente di scosse elettriche che fatico a tramutare in parole. Ecco, do ascolto semplice ai sensi dolorosi e al silenzio, alle compulsioni informi che mi scuotono infrangibili. Lascio che gli occhi si incurvino secondo l’inclinazione dell’incresparsi della pelle, della direzione che prende l’immagine di te attraversando i miei organi vitali e colorandoli di incognite, di morsi affamati, di voracità sismica rabbiosa repressa, di malinconica distanza.

 

Lascio che il mio corpo ti chiami, senza che alcun pensiero possa inseguirlo.

postato da giuseppemauro, 09:12 | link | commenti

mercoledì, 15 dicembre 2004

Forse dovrei restringermi

Forse dovrei restringermi / ridurmi con metodici esercizi / di ginnastica e digiuni / in quella cosina / tutta sguardo, zigomi e ossa che eri tu / intrufolandomi in soffitte / bugigattoli, sperduti interno-notte / dove leccarci in pace le ferite. / Ma anche così, corpicino, / anche così, ti chiedo / buttando nella spazzatura / sacchi zeppi delle tue raccolte / di stracci per la polvere e sportine, / anche così, ripeto, / riuscirei a somigliarti / nel dolore che ti smangiava?

[Stefano Simoncelli, Giocavo all'ala, Ancona, peQuod, 2004, p. 51]

Vorrei che questa poesia così semplice, una poesia che incredibilmente si può leggere, la venisse qui a leggere anche Paola.

 

postato da gabrieledadati, 10:42 | link | commenti (3)

SILVIA E FRANCESCA

 

Sul canale Libri di Excite (qui), Francesca parla di Silvia, ovvero del libro in giallo qui accanto. Ne parla bene, e non posso che esserne contento.

postato da giuseppemauro, 08:50 | link | commenti

martedì, 14 dicembre 2004

CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 15

 

MATTEO LABATI

 

Matteo Labati è nato e vive a Piacenza dove ha frequentato il locale liceo scientifico, cosa che l’ha segnato non poco. È un amante dell'avventura estrema: le sue spedizioni in solitaria più recenti includono l’attraversamento della Germania in bicicletta, il giro dell’Islanda a piedi ed un trekking d’alta quota in Nepal durato diversi mesi. Insieme a Silla Giusti, compagno di classe dei tempi del liceo, ha scritto Quasi trenta (Edizioni Contatto, 2001). A volte lo si trova su www.mlabati.splinder.com, ma non troppo spesso.

 

1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni?

 

Non è un libro, ma una serie: la collezione raccolta in quinta elementare, un libro per alunno, tutte le avventure; ne portavo a casa uno al giorno, è durata poco. Il libro, invece, non allora ma dopo: Delitto e castigo, rubato in biblioteca al liceo. Il vero noir.

 

2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento?

 

La mia scrittura sta cercando di sopravvivere alla cattiveria che io dimostro nei suoi confronti.

 

3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto finora?

 

Che diventi pane.

postato da gabrieledadati, 07:18 | link | commenti (2)

lunedì, 13 dicembre 2004

ECCO LE PROVE

Ricordo che uno dei testi che ho letto, riletto e sottolineato di più nella mia vita è la prefazione che Stephen King fa al suo A volte ritornano. Tra le altre cose qui King spiega che le produzioni fantastiche del terrore/orrore (la narrativa ma anche la cinematografia) permettono di affrontare varie forme di "brutto" della nostra vita: dall'adolescente che proietta nel mostro il "brutto" del suo corpo che cresce e che lui non sa riconoscere (cambia la voce, ci sono i brufoli, ecc. : ma se queste cose le si addossano al mostro, se si sconfigge il mostro si sconfiggono anche queste cose) fino al brutto estremo, e cioè il "brutto" del nostro corpo abbandonato dalla vita. La fiction del terrore/orrore serve anche a fare le prove generali per la nostra morte, insomma.

Tre giorni fa vedo invece questa pubblicità (che vedo soltanto, perché tengo la televisione col mute) in cui ci sono dei soldati che combattono e subito dopo questo combattere diventa un videogioco sul cellulare per due ragazzi stravaccati da McDonald's. Mi viene allora in mente che questa è una diversa forma di quel far prova della morte, e più in generale dell'affrontare il "brutto", di cui parla in qualche modo King. Col videogioco combatti, soffri, uccidi o muori a tua volta. Poi mi viene anche in mente, con un po' di snobismo: però, che differenza. Prima si faceva prova del "brutto" e della morte usando la scrittura e/o il cinema, che sono tendenzialmente forme d'arte, e adesso si fa con un prodotto di intrattenimento di massa. Che salto all'ingiù, penso.

Dopo cena parlo con mia madre, dico cosa penso. Lei obbietta: ma guarda che alla guerra si è sempre giocato, che i soldatini ci sono sempre stati. Le dico: ma la guerra in cui i bambini corrono e si muovono non prevede sangue, e i soldatini men che meno. Mia madre mi dice allora: hai ragione. E continua a lavare i piatti.

postato da gabrieledadati, 22:08 | link | commenti (3)

VIBRISSE

 

E’ tornato il Vibrisse di Giulio Mozzi. Adesso sta nel web, esattamente qui. Consideravo la pubblicazione (in passato veicolata agli iscritti via mail) molto interessante, per cui mi sembra valga la pena segnalare l’evento. Spero che il bollettino non perda in rete il proprio vigore originario.

postato da giuseppemauro, 11:55 | link | commenti

domenica, 12 dicembre 2004

SE INVECE è VERA LA SECONDA

Ci sono due possibilità: o avete persone care, o non ne avete. Se è vera la prima pazienza, se invece è vera la seconda si aprono altre due possibilità: o a Natale li ignorate, o fate loro dei regali. Se è vera la prima siete deprecabili ma pazienza, se invece è vera la seconda si aprono altre due possibilità: o regalate un oggetto qualsiasi, o regalate un libro. Se è vera la prima qualche volta ci azzeccate e qualche altra invece prendete dei granchi, se invece è vera la seconda si aprono altre due possibilità: o regalate un libro qualsiasi, o regalate Silvia dorme di Giuseppe Mauro. Se è vera la prima il discorso sarebbe lungo, se invece è vera la seconda fate bene.

Dice: ma perché fate bene che noi non lo conosciamo questo libro?, su cosa ci dobbiamo basare? - Ecco, ad esempio su questo:

Postfazione a Silvia dorme

 

Supponiamo che una storia raccontata (– in qualsiasi forma: narrazione orale, film, romanzo, fumetto, opera lirica o altro) si possa dividere sommariamente in due parti: prima e dopo. Prima e dopo rispetto a che cosa? Rispetto al punto-di-non-ritorno, ovviamente, che si trova sempre attorno alla metà di ogni narrazione che si rispetti. Il punto in cui il protagonista si slaccia definitivamente dal punto iniziale A e non ha ancora la certezza di raggiungere il punto finale B (– punto B che molto spesso non conosce neanche). In quasi tutte le storie raccontate, com’è naturale, prima si racconta il prima, e dopo il dopo. Altrimenti non si vede perché li si dovrebbe chiamare così. Al più i narratori si concedono la piccola deroga dei flash-back oppure – raramente – delle anticipazioni.

Cosa ha a che fare questo discorso con Silvia dorme? Ecco: Giuseppe Mauro, che è l’autore in questione, fa una scelta singolare e coraggiosa. Decide di non raccontare prima il prima e dopo il dopo, o prima il dopo e dopo il prima. Decide di raccontare sia il prima che il dopo contemporaneamente. Non basta: decide anche di raccontarli da due prospettive diverse. Nella prima c’è un io-narrante che si chiama Mario e racconta l’oggi, nella seconda c’è una terza-persona-narrante che si chiama sempre Mario e racconta quello che è venuto prima dell’oggi. Si capisce bene che Mario è sempre Mario e che le due storie sono i due pezzi di un unico continuum, però è anche vero che giovandosi di questa struttura narrativa nuova ci troviamo ad avere in una stessa parte del libro, le ultime pagine, sia il punto-di-non-ritorno che dovrebbe stare al centro sia il finale vero e proprio. Capiamo di colpo molte cose, il perché di certi fatti, quale sia davvero la profondità del protagonista: le ultime pagine insomma valgono doppio e le due storie d’amore (di questo si tratta) si amplificano l’una l’altra con grande potenza.

Cos’altro c’è? Che la storia che giudichiamo portante (quella dell’oggi, in cui Silvia dorme) può anche durare solo poche ore, tutto il resto essere interpretato come ricordo e allora eccoci di fronte a una di quelle narrazioni che di solito pensiamo non si facciano più, quelle storie che come Ulysses si svolgono tutte in un giorno al massimo. Qui una notte tarda che diventa un’alba.

In un momento in cui solo i cosiddetti romanzi di genere (niente in contrario al genere, sia chiaro) tutti buttati sul fuori sembrano garantire un posto in classifica, qualsiasi classifica, o almeno una certa vendibilità, ecco che Giuseppe Mauro fa una scelta completamente opposta. Il suo è un romanzo tutto buttato sul dentro, che non ha paura di correre i rischi che si corrono di solito guardandosi dentro. Viene tra l’altro il sospetto che Mario sia un anagramma (dell’anima) di Giuseppe. Se così fosse – se così è – allora ci si deve proprio levare il cappello.

L'ho scritta io, questa postfazione, e penso le cose che ho scritto.

Dice: ma dove lo troviamo questo libro Silvia dorme che tu dici di regalarlo? Ecco: qui, oppure qui o ancora qui.

 

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sabato, 11 dicembre 2004

AMLETO

Allora, cosa fai? Firmi o non firmi?

[Paolo Nori, Bassotuba non c'è, Roma, DeriveApprodi, 1999, p. 49]

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venerdì, 10 dicembre 2004

IL LIBRO MANCANTE

 

In tutti quelli che scrivono storie abita un libro mancante.

E’ il libro che vorrebbero scrivere, fatto di parole raccolte a spezzoni durante notti insonni, nel mezzo di un viaggio in tram a guardare la pioggia che cammina fuori, sotto una doccia che vorresti non finire o sopra un amplesso intensamente distratto.

Siamo convinti che la storia sia lì, a portata di mano, frugarsi dentro è un attimo e tutto verrebbe fuori da sé, come un flusso inarrestabile di pensieri e situazioni e personaggi che vivono dentro da sempre.

Eppure, quel libro resta mancante. Eppure, quella storia non riusciamo a scriverla.

Quelle parole raccolte a spezzoni si perdono perché non riusciamo a fissarle, le idee che arrivano veloci scappano altrettanto rapidamente e non si riesce quasi mai a metterle insieme, a farne progetto.

E se resta il talento, la capacità di costruire coerenze con scritture prive di pensiero che assumono forma di storia senza che tu sappia davvero come, quel talento non basta. Scrivi una storia buona, decente, inespressa. Ma non riesci a scrivere il libro mancante, perché manca il progetto a completare il talento.

Credo che la fortuna di scoprirsi scrittori sia tutta lì.

E non è un caso che capiti a pochi, anche se non bisogna smettere mai di provarci.

postato da giuseppemauro, 11:16 | link | commenti (2)

giovedì, 09 dicembre 2004

MIO COGNATO

 

E dunque arriva questa telefonata di mio cognato.

Lui si chiama Icilio (fa ridere, lo so), fa l’avvocato, siamo amici da quasi vent’anni. Mi chiama e fa Come va? Io torno ora dall’Ipercoop, non puoi capire, siamo spaventati a morte (lui e la moglie Rosaria, che legge sempre più o meno per prima le cose che scrivo). Che è successo?, faccio io, in testa già scenari da guerriglia urbana visto che in questo periodo a Napoli abbiamo giusto qualche problemino in più rispetto al solito. Lui, la voce rotta di fifa, Carabinieri e Polizia ovunque, un casino pazzesco, gente che urlava, non riuscivamo a tornare indietro con la macchina, una paura fottuta! E io, ma insomma che diavolo è successo? E in testa scenari di omicidi plurimi e regolamenti di conti, scissionisti e cosche in rivolta. E lui Niente, alla fine siamo riusciti a tornare indietro (…e meno male, penso), non prima di aver chiesto ad una signora cosa fosse accaduto... E io, un po’ spazientito, E allora? Lui fermo in un silenzio suspenceante

 

Io: Insomma, cosa?

Lui: Davanti alla Feltrinelli…

Io: I disobbedienti hanno fatto casino?

Lui: No.

Io: DUNQUE???

Lui: Si è scatenata una rissa gigantesca tra la gente che voleva comprare il tuo libro.

 

Io: ….

Lui: risate grassissime.

Io: risate inframmezzate da maleparole di genere assortito.

 

Ci tenevo a far sapere a quelli che passano chi fosse mio cognato.

postato da giuseppemauro, 13:44 | link | commenti (1)

OGGI

Arrivo a casa e guardo nella cassetta delle lettere, c'è una lettera. Apro la cassetta, una lettera di [xxx]1. [xxx]1 è l'editore di [xxx]2. Apro la busta, un contratto di edizione. Così adesso a casa mia c'è questo contratto in due copie, firmato dall'editore. Da controfirmare e rispedire, una copia.

Note:
1: nome di un editore italiano (nell'originale "Caravel" che sta per "Fernandel").
2: nome della località in cui ha sede la casa editrice (nell'orinale "Ravenna").

[Paolo Nori, Bassotuba non c'è, Roma, DeriveApprodi, 1999, p. 47]

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CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 14

ANDREA MALABAILA

Andrea Malabaila è nato a Torino giovedì 19 maggio 1977. Nel 1999 ha pubblicato il suo primo racconto. Si tratta di Henry jr. e i discepoli di Peter Pan. Ha esordito in volume nel 2000 col romanzo Quelli di Goldrake, edito da Michele Di Salvo Editore. Nel 2002 si è laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi sullo scrittore Sergio Atzeni. Nel 2003 è uscito il suo secondo romanzo, Bambole cattive a Green Park (Marsilio). È presente in numerose antologie e riviste e su www.andreamalabaila.it.

 

1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni?

I ragazzi della via Pal. Qualcuno ha detto che i popoli vincenti sono cresciuti con I ragazzi della Pal, quelli che si piangono addosso con Cuore. La mia preferenza tra i due libri è sempre stata netta.


2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento?

 

Sta cercando, come sempre, di migliorarsi. E accumula materiale che verrà pubblicato, forse, in vent'anni...


3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto finora?

 

Vorrei che le mie storie durassero. Si scrive per l'immortalità, mica per quindici minuti di popolarità, no?







postato da gabrieledadati, 09:41 | link | commenti (8)

mercoledì, 08 dicembre 2004

DISTORSIONI

 

Ho una distorsione al ginocchio e un migliaio ai pensieri.

Si consigliano giorni quattro di riposo, e vortici statici non troppo turbinosi.

Torno presto.

postato da giuseppemauro, 09:02 | link | commenti (1)

martedì, 07 dicembre 2004

CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 13

 

FRANCESCA MAZZUCATO

 

Francesca Mazzucato è nata a Bologna il 6 dicembre di un anno che non si dice perché non si dice l'età delle signore ma ha 39 anni. Si occupa di erotismo, nuove tecnologie, narrativa di frontiera. L'Espresso l'ha definita "la più nota scrittrice erotic-chic italiana" e lei ringrazia ancora per lo chic. Ha pubblicato fra gli altri: Hot line (Einaudi, 1996), Relazioni scandalosamente pure (Marsilio, 1998), Amore a Marsiglia (Marsilio, 1999), Il resto è carne (Adnkronos, 2000), Web Cam (Marsilio, 2002), Diario di una blogger (Marsilio, 2003), Storie illecite di perdizioni e diseredati (Lietocolle, 2003), La sottomissione di Ludovica (Pizzo Nero-Borelli, 2004) e il recentissimo Enigma Veneziano (Pizzo Nero-Borelli 2004). Collabora a  Max, Maxim e al sito internet

www.mentelocale.it.

 

1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni?

La nonna la mattina, mentre preparava il caffè mi raccontava una storia che non ho mai dimenticato, Regina Tazzina. Un giorno la scrisse con la sua grafia obliqua e antica e mi regalò il quaderno. Non ho mai smesso di rileggerla e lo conservo gelosamente. Dopo la Regina ricordo, con grande piacere tutto Gianni Rodari (adesso che sono a dieta sogno sempre La torta in cielo).

 

2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento?

Cambia, cerca la rima, si fa più ritmica, a volte si sfilaccia, non la becco neanche se le do la caccia. Sta raccontando amori fatti di bruciature, si infila nei sentimenti, toglie insalata fra i denti, si attacca come l'edera a interni di case piene di calore, prova a ricucire certe sbavature, spia e cerca di descrivere le vite degli altri, gli sguardi scaltri: si disperde in rete, ma è lo fa con piacere, fa capolino in qualche giornale, aspetta un romanzo che deve uscire, e ogni tanto cerca di continuarne uno nuovo.

 

3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto finora?

Vorrei che, prima della grande dispersione, qualcuno, un biografo, un hacker, un lettore casuale, l'ultimo amante, un parente, un giornale compiacente dicesse: si è occupata di erotismo, nuove tecnologie e narrativa di frontiera. L'ha fatto con serietà, impegno, allegria, qualche pasticcio. Qualcuno si è divertito, qualcuno scandalizzato, ma lei è andata fino in fondo. Da quando è nata sapeva che l'avrebbe fatto. Ora potete cliccare su cancel e bruciare tutti i libri. Se una sua narrazione rimarrà la racconterà qualche nonna, chissà dove, una mattina, preparando il pane imburrato, e allora la promessa sarà stata mantenuta.

postato da gabrieledadati, 12:49 | link | commenti

CAOS

Oggi non riesco neppure ad aprire il file delle interviste (spero di farlo dopo pranzo o stasera). Per adesso allora mi limito a postare questa mail che mi ha girato mia sorella Sabrina:


Sneocdo uno sdtiuo dlel'Untisverià di Cadmbrige, non irmptoa cmoe snoo
sctrite le plaroe, tutte le letetre posnsoo esesre al pstoo sbgalaito,
è ipmtortane sloo che la prmia e l'umltia letrtea saino al ptoso gtsiuo,
il rteso non ctona. Il cerlvelo è comquune semrpe in gdrao di decraifre
tttuo qtueso coas, pcheré non lgege ongi silngoa ltetrea, ma lgege la
palroa nel suo insmiee...
vstio?

Sneodco voi, csoa czazo si funamo a Cadmbrige?

postato da gabrieledadati, 11:37 | link | commenti

venerdì, 03 dicembre 2004

SILVIA DORME

 

Sì, il libro è uscito, come potete arguire dalla copertina gialla messa di fianco (sempre che si veda).

Non c’è ancora su Internetbooksop, ma ci sarà. Magari piazzo il link appena ciò accade. Oltre a ciò, qui trovate un elenco delle librerie in cui il volumetto dovrebbe essere fisicamente presente e poi potreste teoricamente ordinarlo in una qualsiasi grande libreria e comunque sul sito della collana Dammi spazio (edizioni il Foglio) potete saperne di più, se volete.

Sono contento, sì.

postato da giuseppemauro, 10:26 | link | commenti (1)

BALLATA DELLE COSE CHE AMO E DELLE COSE CHE PROPRIO NON SOPPORTO

 

AMO

 

Le mie incoerenze, e le mie inquietudini.

Le tempeste d’acqua e di vento che arricchiscono violente le notti dentro cui mi accoccolo a dormire.

Il disordine che compongo in ogni luogo che vivo.

Dissetarmi e nutrirti di ciò che siamo stati e di ciò che saremo, criogenizzando il presente dentro un tempo d’azoto liquido.

Rovesciarmi sulla faccia secchiate di domande dure.

Restare a guardare gli storni che si distendono in forma di nuvole scure sopra le correnti d’alta quota e che affollano ciarlieri giudiziosi veloci euritmici smisurati i cieli di Roma.

Scivolare sopra i tuoi occhi e sbatterci la testa.

I suoni che riescono ad ammansirmi, le vibrazioni colorate che ne nascono che visualizzo che incornicio che attacco caotiche sopra le pareti delle stanze che stanno dentro.

L’odore sempre nuovo dei ricordi.

Dondolare sulle onde a pancia sotto annotando con la maschera quel che si muove sul fondo, o che esiste senza muoversi affatto.

Le vecchie suite dei Genesis, che sfumano e ricominciano e sembrano non aver mai voglia di smettere.

Il mare incazzato al mattino, quando mi invade prepotente gli occhi e le viscere.

Prenderti le notti che feroci insofferenti deliranti impazienti gonfi di attesa crudele e di voglie insonni ci graffieremo ancora a sangue l’anima e la pelle come felini impazziti.

Andare, che va bene però a volte serve un motivo.

L’idea che lì, appena sopra un orizzonte che non ha tempo né misura, il sol dell’avvenire stia ad aspettarci paziente e che trionfi la giustizia proletaria.

La consapevolezza indistruttibile del nostro appartenerci.

Le lettere che ti scrivo e Blade Runner e le volte in cui mi racconto e Cent’anni di Solitudine e la pioggia che mi picchia sulla fronte e In the court of the crimson king e i cioccolatini rubati alla cassa e Nathan Never e la copertina rossa della mia tesi di laurea e la Storia di Indro Montanelli e accelerare d’improvviso sulla corsia di sorpasso e Toni Morrison e i bronci di mia sorella e Paperino Paperinik PK e quando scrivo senza pensare e il requiem di Tabucchi e i miei silenzi disperati e i sorrisi acerbi e improvvisi che li spaccano e i vecchi editoriali di Luigi Pintor e le stelle che cerco col mio Konus e

le volte in cui riesco a crederci, è difficile ma ci riesco, e il tuo amore so sentirlo balordo devastante vero ineludibile eterno incoerente e allora sì che la vita mi basta, io so farne ragione.

Annusarti, inabissando le narici e la pelle dentro i tuoi pensieri più remoti.

Le Alpi orientali e il loro sollievo profondo di freddo denso limpido asciutto, la spaventosa varietà dei colori che le attraversano, il respiro senza fine delle distese che giocano a scivolare e ad arrampicarsi tra i monti e le vallate che ne compongono il mosaico straordinario.

Percorrere con sicurezza quieta le volte che so per certo di amare te, e che ci siamo.

 

NON SOPPORTO

 

Le mie incoerenze, e le mie inquietudini.

Il calore improvviso fulmineo inaspettato che mette in fuga l’inverno sfiorito violentando torrido rovente bruciante i sensi e i polmoni.

I tuoi silenzi impietosi e irraggiungibili.

L’ipocrisia necessaria che costruisce le regole insane del vivere sociale e che sono costretto ad affrontare e ad utilizzare senza potermi liberamente affidare alle sfavillanti lanterne della mia giudiziosa misantropia selettiva.

Sapere che ne usciremo, ma ignorare del tutto quando.

Il fanatismo delle verità rivelate, predicato sbandierato ostentato da alcune tra le menti più belle dei tempi nostri.

La compostezza lucidamente normata delle situazioni perfette.

La sensazione di sprecare il tempo e l’insopportabile rovinosa tragica frequenza con cui detta sensazione si manifesta.

Dover contare senza riuscire a distrarmi i giorni in cui non esistiamo.

Le stasi, e l’inedia in forma di ombre filiformi allungate sulle ore e sui giorni falcidiati di polvere e di noia.

I viaggi troppo brevi da non lasciare orme alle mie spalle.

L’idea di poterti avere soltanto a bocconi masticati di parole e mi manchi e di momenti di tenerezza rubati e di pensieri da raccogliere e da lanciare, seppellendo da qualche parte il bisogno vivo sofferente urlante disperato di carne e di sangue, che tu non possa sentirlo e soffrirne con me.

L’indecenza della rassegnazione eletta a virtù.

Dedicare una percentuale insopportabilmente elevata dei miei giorni a pensieri e ad azioni che trovo di una inutilità che riesce a sconcertarmi senza abitudine.

Le insofferenze mute che mi trasmetti, e il loro potere discriminante.

La dimensione gigantesca e insuperabile che in certi pensieri assumono gli anni che mi stanno davanti, e l’impossibilità di metterli a fuoco.

Le libertà costrette dai bisogni e dai ruoli e dalle responsabilità.

La necessità di mentire per tenere insieme le mille parti che ci costringiamo a interpretare sulla scena.

L’impossibilità di cambiare il mondo.

La proporzionalità inversa che esiste tra gli anni che accumulo sulla schiena e l’ampiezza della fiducia che riesco a spendere verso le persone, e le cose.

L’inesprimibilità del rimescolarsi dei miei giorni e del mio viaggiare.

L’esigenza di dormire, sostanziata nell’impossibilità di vivere quotidianamente la notte e i suoi silenzi colorati.

La tua assenza, comunque si manifesti.

postato da giuseppemauro, 10:02 | link | commenti

giovedì, 02 dicembre 2004

CHI HA PAURA TRA DI VOI

Oggi riordinando una zona semi-inesplorata della mia libreria ritrovo la rivista quadrimestrale Spicchi (Anno I, Quaderno II, Milano, Herrenhaus edizioni). La rivista ha anche un sito: www.spicchi.it. So di avere il primo numero e questo che è il secondo. Sono numeri a tema, il fascicolo che ritrovo si intitola Le paure. So che c'è una cosa mia, dentro. La ricopio impietosamente qui di seguito senza alcun commento.

UNA COSA SCRITTA DA GIULIO MOZZI CHE MI SENTO DI CONDIVIDERE

In una raccolta di racconti del 1998 (Il male naturale, Milano, Modadori) Giulio Mozzi a un certo punto prende in considerazione Lucifero, e dice che nessuno più di Lucifero crede in Dio. Questo perché dopo un'eternità di contemplazione in cui è stato un angelo che ondivago stava dappresso all'Eterno l'ha poi tradito e ne ha ricevuto la punizione. E la punizione - lo sprofondamento infero - s'è tradotto in un esperire la Divinità sulla propria pelle.

Chi fa esperienza di una cosa, quando la esperisce, non può che verificarne l'esistenza.

C'è però un altro aspetto che Mozzi sottovaluta (e d'altra parte le sue considerazioni non sono che cinque righe impiantate a mo' di pausa in un contesto che deve in ogni caso rimanere narrativo): l'esperire inverso che da questo momento in poi si riserva a Lucifero. L'esperire l'assenza. Lucifero è abituato - è un angelo - alla visione di Dio. Per cui, dopo il dolore per averne esperito l'ira, resta quello più lungo, complesso della perdita di Dio.

Allora mi chiedo quale sia il sentimento insondabile che prova Lucifero. Un sentimento misto, articolato in parti e nel complesso, che comprende: rabbia, ed è la rabbia contro di sé per il proprio atto e la rabbia verso la punizione; disperazione, che è quella della consapevolezza del proprio atto; solitudine, che è quella della lontananza dal Paradiso; e poi paura.

Qui la paura è sia dello stato attuale, sia di quello futuro. Non esiste per Lucifero l'idea di redenzione perché non c'è comunicazione dal basso verso l'alto (com'è invece vero il contrario: nell'inferno dantesco abbiamo più di una discesa di esseri non inferi nell'infero) e dunque non esiste la possibilità di chiedere grazia, un riavvicinamento.

La paura di Lucifero è la più grande che è possibile immaginare. Gli inferi si configurano propriamente come un imbuto, un gorgo di paura che tira verso il basso.

postato da gabrieledadati, 20:16 | link | commenti

CAPITANICORAGGIOSI VORREBBE SAPERE - 12

 

GIANLUCA MOROZZI

 

Gianluca Morozzi nato l'11 marzo del 1971 a Bologna, dove vive. Senza alcun motivo al mondo si è iscritto a  Giurisprudenza. Ha suonato in alcune band meteora della zona. Il suo primo romanzo, Despero (Fernandel 2001), è stato giudicato da Pulp "il perfetto, definitivo romanzo rock". Il suo secondo romanzo, Luglio, agosto, settembre nero (Fernandel 2002), è stato definito dalla critica "Il primo romanzo italiano ad affrontare temi quali il G8 di Genova o la guerra in Afghanistan". Ha poi pubblicato Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte (Fernandel, 2003), Accecati dalla luce (Fernandel, 2004) e il grande successo Blackout (Guanda, 2004). Ha pubblicato racconti sulle riviste Storie, Inchiostro, Starmagazine, Nephos, Fernandel, Linus e altre.

 

1) Qual è la prima lettura che ricordi con piacere, andando indietro con gli anni?

 

John Carter di Marte. Io e i miei fratelli ce lo contendevamo avidamente durante le vacanze estive.

 

2) Cosa sta facendo la tua scrittura in questo momento?

 

Mi sta dando la vita, in molti sensi.

 

3) Cosa vorresti che succedesse, domani, a quello che hai scritto fino ad ora?

 

Vorrei che si dicesse "sì, quelle prime cose non erano male, ma vuoi mettere adesso?"

postato da gabrieledadati, 10:00 | link | commenti (2)

mercoledì, 01 dicembre 2004

PAROLE SENZA STRADE

 

Soggiacendo al suo tempo soleva esistere.

Disperato ribelle mancato, si accoccolava su poltrone di nuvola azzurra che la sua mente, ingabbiata nel corpo imprigionato, usava inventarsi per tentare fughe impossibili.

L’isolamento è strano, soleva dirsi.

Amplificando la solitudine riusciva a mitigarla, rendendola desiderabile nelle rare occasioni in cui qualcosa (o qualcuno) riusciva ad interromperla, fugacemente. Un commissario, un prete, un avvocato, pezzi informi e incomprensibili di un mosaico spezzato e malriuscito, mediocri e misconosciuti personaggi diversi e lontani nel tempo.

 

Mesi? Anni?

La sua prima rinuncia era stata matematica. Niente numeri, nessun giorno seguente, nessuna luna calante. Niente orologi, nè meridiane, nessun calendario sul muro.

L’unica percezione che gli restava (non aveva potuto rinunciarvi, pur provando a nascondersi gli occhi) era quella del buio che seguiva la luce che a sua volta liquidava il buio, tronfiamente ostentando la propria ineluttabilità.

 

Perchè proprio io? soleva chiedersi, subito riponendo la domanda in un cantuccio, vergognandosi della sua irrinunciabilità, così rassegnata e docile.

Perchè proprio io? Ultimo di una generazione di ultimi, dispersi o tardivamente vincitori, dimenticati o inutilmente protagonisti, in ogni caso redenti o privi di qualsiasi ipotesi di speranza. Ultimo e non redento, testardamente proteso oltre sconfitte senza appello, senza confini, senza più rabbia. Senza più la Storia a concedere rivincite, almeno non alla sua generazione.

 

Troppe occasioni sprecate, soleva accusarsi.

Lasciava dondolare quella constatazione attraverso i ricordi come un fardello insopportabilmente dolce e pesante, inevitabile contrappasso di un girone infernale inventato da chissà chi apposta per lui.  E si compiaceva di averle attraversate tutte, quelle occasioni che aveva smesso di legare agli anni (numeri dimenticati e negletti) e che serbava insieme ai volti dei compagni e dei nemici, e ai loro nomi, disciolti in un unico abbraccio, confusi in una Guernica disegnata da qualcuno anch’essa apposta per lui.

Vittorio, Ovidio, Renato, Prospero, Aldo, Mario...

E con i numeri non c’erano più le parole, le idee, le speranza, i discorsi. I dibattiti infiniti sulle modalità della lotta, sulla nonviolenza, sul consenso della classe operaia e degli studenti, sulla borghesia ormai in rotta, sul salto di qualità rivoluzionaria. Sullo Stato che non abbasserà la guardia, sulle istituzioni che non scendono a patti, sulle responsabilità delle strumentalizzazioni, sulle inaccettabili degenerazioni di una lotta che è ormai guerra civile.

Parole versate da ciascuno come obolo al nulla, trascinate dal vento in luoghi remoti e inaccessibili, bellissimi dimenticatoi.

Parole inutilmente ri-cercate e ri-trovate, improbabili risposte agli ultimi,  quelli veri e ai loro auspici inestinguibili di giustizia, e di  emancipazioni mai realmente e durevolmente conquistate.

Parole senza strade.

 

Aveva senso ancora chiedersi perché? Aveva ancora senso immaginare altre vie possibili e mai percorse, lasciate di lato ai mille bivi e trivi e quadrivi che si paravano di fronte senza lasciarti il tempo di scegliere il tragitto migliore, regalando la scelta e il campo a quelli che urlavano più forte, la rivoluzione è alle porte compagni, cosa stiamo aspettando?

Non aveva senso, soleva rispondersi.

Sprofondato sulle sue poltrone di nuvola azzurra prive di forma e di spigoli, rigettava ostinatamente analisi e ripensamenti, pentimenti richiesti e non dovuti. Agnosticamente proteso oltre il tempo che gli restava, sorrideva al suo stomaco contratto, al suo cuore bradicardico, ai polmoni oppressi da un peso senza nome. Nulla aveva più senso, se non immagini lontane impresse nella retina e nei circuiti della memoria che avrebbero sfuocato lentamente i propri contorni, come foto sbiadite.

 

Il giorno in cui perderò anche le immagini, sarà tempo di morire, soleva dirsi.

Con riluttante fierezza affrontava in questo modo i fantasmi che, blandamente, agitavano le sue notti. Anche quelli senza più senso, vagamente e pigramente accusatori, perduti anch’essi dietro alle stesse domande, agli stessi perché, alla stessa disperata ricerca di ragioni e di possibilità.

Anche quelli, in fondo, definitivamente perduti in un altro tempo incautamente dimenticato. Privo di qualsiasi opportunità di memoria e di riscatto.

Disimparato.

Ormai.

postato da giuseppemauro, 10:26 | link | commenti