capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

lunedì, 31 gennaio 2005

Ieri sul quotidiano Libertà, quotidiano della città di Piacenza fondato 122 anni fa da Ernesto Prati, è comparsa una recensione di Stefano Fugazza a Silvia dorme col titolo RACCONTARE INSIEME IL PRIMA E IL DOPO. Ecco il testo:

Arriva ora nelle librerie Silvia dorme di Giuseppe Mauro, seconda pubblicazione nella collana Dammi spazio delle edizioni Il Foglio di Piombino, dopo l'antologia inaugurale. Si tratta di un breve romanzo che racconta in maniera lucida la storia di Mario, che aveva una storia d'amore che gli ha lasciato solo una figlia da crescere, e che adesso si trova a guidare di notte mentre Silvia, la babysitter della figlia, dorme sul sedile a fianco in attesa di scoprire quale ruolo avrà nella vita di Mario. Tutto il romanzo dura poche ore, le ore di una notte passata guidando, e si costruisce in una doppia elica che è quella del presente, in cui Silvia dorme, e del passato che torna prepotente nei pensieri di Mario e che quindi viene offerto al lettore. Nella scrittura si nota una costante progressione musicale, dove il potere evocativo delle parole si affida ai suoni e alla combinazione dei suoni tralasciando il più possibile le complicazioni della trama. Un romanzo che è in qualche modo primitivo, estremamente semplice, ma in questo più vicino alla vita che alla tradizione della letteratura, quindi più accessibile e più vicino alla sensibilità del lettore che gli offre la propria disponibilità. Nella sua prefazione Francesca Mazzucato lo definisce “un grande orecchio” che raccoglie tutto e in altra occasione l'ha detto un romanzo “musicale, romantico e geniale, femminile, sottilmente malinconico, tenero, assolutamente da non perdere”. Mentre risulta più analitica sulla struttura, di cui parla in termini di narratologia cinematografica, la posfazione di Gabriele Dadati. Scrive “Giuseppe Mauro fa una scelta singolare e coraggiosa. Decide di non raccontare prima il prima e dopo il dopo, o prima il dopo e dopo il prima. Decide di raccontare sia il prima che il dopo contemporaneamente. Non basta: decide anche di raccontarli da due prospettive diverse. Nella prima c’è un io-narrante che si chiama Mario e racconta l’oggi, nella seconda c’è una terza-persona-narrante che si chiama sempre Mario e racconta quello che è venuto prima dell’oggi. Si capisce bene che Mario è sempre Mario e che le due storie sono i due pezzi di un unico continuum, però è anche vero che giovandosi di questa struttura narrativa nuova ci troviamo ad avere in una stessa parte del libro, le ultime pagine, sia il punto-di-non-ritorno che dovrebbe stare al centro sia il finale vero e proprio.” Naturalmente nessuno dei due, Mazzucato e Dadati, rivela il finale, che è tutto fuori dalla mente del protagonista e calato nella realtà. Senza accenderci di eccessivi entusiasmi per questo scrittore alla seconda prova, preferiamo confermare un certo interesse e una certa qualità che ci fanno ben sperare. Consigliamo dunque la lettura di questo testo, ma anche suggeriamo anche di attendere ulteriori, magari più cospicue, prove.

postato da gabrieledadati, 08:27 | link | commenti (12)

giovedì, 27 gennaio 2005

MIO NONNO

L'uomo che si è spento alle 7:20 di venerdì scorso nella sua camera del reparto di malattie infettive dell'ala nuova dell'ospedale di Piacenza era soprattutto un signore. E' quello che ho più chiaro e che voglio ricordare con più chiarezza, è questa la marca che l'ha contraddistinto. Non voglio intendere con il termine signore che avesse modi controllati o che il suo comportamento seguisse uno schema chiaro di buone maniere, del resto non aveva fatto che pochi anni di scuola: intendo piuttosto che il suo rapporto di schiettezza con la realtà e con gli altri lo portava ad avere un atteggiamento univoco e impeccabile, di totale chiarezza e limpidità di pensiero e di azione. Era un uomo coerente.
Non gli ho mai visto in mano soldi. Se cerco di ricordarlo con in mano dei soldi non ci riesco. Non ha mai voluto darne ai suoi nipoti: era piuttosto mia nonna che lo faceva, di nascosto. Poi magari offriva una pranzo a venti persone, ma senza dire niente, e non era esattamente facile capire quando e in che modo si fosse alzato da tavola a pagare. Solo che a un certo punto il pranzo finiva e tutti sapeva di potersene andare a casa senza che nessuno dicesse niente. Io non l'ho mai ringraziato e suppongo che nessuno l'abbia mai fatto, per la sua generosità: del resto l'avrebbe trovato strano. Non era riottosto o taciturno o altro: semplicemente per lui era strano che lo si potesse ringraziare.
Tre settimane prima della sua morte mi ha dato cinquanta euro perché gli comperassi una ricarica del cellulare (a ottantadue anni era lucido tanto da seguire ancora le nuove tecnologie e da completare ogni settimana la Settimana enigmistica) e mi ha fatto tenere il resto "per la benzina", come ha detto. L'ho trovato strano, era un cattivo presagio. Poco dopo è entrato in ospedale.
Gli mancava metà di una mano, se l'era portata via una sega circolare in fabbrica quando aveva vent'anni ed era ancora a Cesena. Ha quindi cominciato a fare lavori d'ufficio, lo faceva anche quando bombardavano perché la guerra lui non l'ha fatta: non poteva. Si è sposato, ha avuto tre figli. La primogenita è diventata infermiera e adesso è in pensione; la secondogenita - mia madre - si è laureata in pedagogia all'età di 21 anni (aveva fatto la primina e poi le magistrali, a 17 anni era già all'università) e ha insegnato tutta la vita, adesso è in pensione e fa già la nonna; infine un figlio che è diventato ingegnere chimico ed è adesso un importanta dirigente della Unilever Italia (che fa la maggior parte dei prodotti di igiene che compriamo tutti i giorni) e viaggia in mezzo mondo. Mio nonno è andato avanti nella sua vita, la vita che si è spezzata venerdì scorso. So che mi ha amato in maniera eletta, e così io l'ho amato e lo amo in maniera eletta.
Non ho il rimpianto del nipote che dice "avrei potuto passare più tempo con lui." Ho invece il rimpianto di colui che dice "ho passato molto tempo con questa persona che amavo, e ne vorrei dell'altro, perché era bello il tempo passato insieme."
E' stato portato in chiesa e sepolto al cimitero. Ma mio nonno non ha creduto mai, in tutta la sua vita. Negli ultimi mesi veniva a messa, si metteva con vergogna (io credo) in fondo e andava via prima. Io stavo accanto a lui, stavamo in un angolo. Mi impauriva già questo suo cedere alla malattia e quindi a Dio. Giovedì scorso, mi è stato detto, quando il prete è venuto a dargli l'estrema unzione era contento, non l'ha cacciato. Non voglio credere che si sia convertito in procinto della morte. Questo non gli renderebbe l'onore che merita per l'uomo che era. Voglio credere che abbia accettato il prete perché mio nonno era un signore e quindi con signorilità ha lasciato che il prete facesse il suo compito. Se poi c'è riuscito, quando il prete è uscito dalla camera, deve aver dato un'alzatina di spalle.

postato da gabrieledadati, 18:18 | link | commenti (4)

mercoledì, 26 gennaio 2005

Quattro giorni fa mi arriva una mail in cui un'amica racconta di sé rispondendo a domande. Il gioco sta nel rispondere a propria volta, rimandare la mail a chi te l'ha mandata e a chi vuoi tu. Si crea una catena in cui si scoprono alcune piccolissime cose, anche divertenti. Ecco più o meno le mie risposte.

NOME : Gabriele. All'anagrafe Gabriele-Fabrizio per un errore: invece della virgola hanno messo un trattino. Sono diciassette caratteri:
provate a scriverlo in in modulo prestampato poi mi dite...

SOPRANNOME : Chi mi vuole bene mi chiama Lele o Gabri(-y). In altri tempi anche Dado (come tutti i membri della mia famiglia quando erano
giovani, credo).

COLORE DI CAPELLI : Castano scuro, una decina bianchi: quelli andati non posso controllare.

OCCHI : Come i capelli, castano scuro. Nessuno dei due è ancora bianco e nessuno dei due è ancora caduto.

NUMERO DI SCARPE : 43-44?

CON QUANTE PERSONE VIVI? : A Piacenza 2 e a Pavia 200.

CHE LIBRO STAI LEGGENDO ATTUALMENTE: "Il secolo del design" (ma sono per lo più foto); "Jules e Jim"; "Senza Rete" (saggio di Panzeri sui nuovi narratori italiani); dei racconti sulla birra e mille altre cose.

COSA C'E' SUL TUO TAPPETINO MOUSE? : il colore rosso.

GIOCO DA TAVOLO PREFERITO?: Non so se vale: comunque briscola.

ODORE PREFERITO? : Detersivo in polvere. Il fritto (per me sanno di fritto anche i glicini).

SUONO PREFERITO? : La voce di Tiziano Scarpa.

LIBRO PREFERITO: Tanti, tra cui "Il soccombente" di Bernhard, "Il giocatore" di Dostoevskij, "Atlante occidentale" di Del Giudice, "Bambino bruciato" e "Il nostro bisogno di consolazione" di Dagerman, "Questo è il giardino" di Mozzi.

MUSICA CHE ASCOLTI? : Tutta e, devo dire, mi piace quasi tutto.

PEGGIORE SENSAZIONE AL MONDO?: Comportarsi in maniera diversa da quello che si è.

TI PIACE CUCINARE? Direi proprio di sì. In genere quasi tutto quello che si fa con le mani mi piace.

COLORE PREFERITO? : Non è il colore che conta, è la forma.

UN OGGETTO A CUI SEI PARTICOLARMENTE LEGATO : Mi piacciono i libri, ma come sistema-libri: le differenze tra gli uni e gli altri nell'ordine di
dimensioni, copertina, caratteri, ecc.

SE VINCESSI UN MILIARDO?: Userei la mia laurea in lettere per impacchettarlo.

LA COSA PIU' BELLA? : Riuscire ad essere un uomo giusto.

QUAL E' LA PRIMA COSA CHE PENSI ALLA MATTINA QUANDO TI SVEGLI?: Non penso, faccio dei gesti. Controllo i miei occhi, cerco i vestiti,
stabilisco una situazione di luminosità accettabile.

MONTAGNE RUSSE : Mi piacerebbe conoscere l'origine dell'espressione.

QUANTI SQUILLI DEL TELEFONO PRIMA DI RISPONDERE? : Il mio cellulare non squilla, muggisce. In ogni caso ci metto poco a rispondere.

NOME DELLA TUA PROSSIMA FIGLIA FEMMINA: Non lo so. Ne parlerò con lei, credo.

CIBO PREFERITO?: Pizza.

CIOCCOLATO O VANIGLIA ? Vaniglia.

DORMI CON UN ANIMALE DI PEZZA? : Come animale basto io. E la pezza raccoglie polvere, cui io sono allergico.

SEGNO ZODIACALE? : Leone. Non tutte le ciambelle riescono col buco.

POTESSI SCEGLIERE UN LAVORO CHE TI PIACE, QUALE SAREBBE? Piazzista di me stesso, saltimbanco del mio bel viso, prostituto dello stile. E' quello che faccio già, vorrei che rendesse di più.

SE TI POTESSI TINGERE I CAPELLI, CHE COLORE? Infoltire, più che tingere.

BICCHIERE E' MEZZO PIENO O MEZZO VUOTO? : Mezzo pieno. Mi sforzo di vederlo così.

FILM PREFERITO? Non so: "Le onde del destino", forse. Magari "Pic-nic ad Hanging Rock". "Quarto potere". In generale non mi oppongo ai capolavori.

SULLA TASTIERA, SCHIACCI I TASTI GIUSTI? Abbastanza, e in fretta.

SOTTO IL TUO LETTO?: Controllo che non ci sia un mostro, come insegna King nella prefazione ad "A volte ritornano".

IL NUMERO PREFERITO? : Non ha tanto senso. Forse 1 o 3 o 30, non so.

SPORT PREFERITO DA GUARDARE? : Calcio.

CHI DEGLI AMICI SARA' IL PRIMO A RISPONDERTI? : Non so.

MARE O MONTAGNA? : In linea di massima il mare. Ma l'importante è non fare niente tutto il tempo. Comunque quello che conta è la compagnia.

IL TUO MIGLIOR PREGIO? : Ho talento.

IL TUO PEGGIOR DIFETTO? : Non lo uso come dovrei.

HAI PIU' AMICI O AMICHE? : Amici.

QUANTI AMICI CONSIDERI REALMENTE TALI? : Sono tanti. Direi anche più di dieci. (Parlo di amici che mi hanno visto piangere, esultare, a cui darei mi darei in mano ogni giorno).

LA FRASE CHE TI IDENTIFICA : Ogni tanto attacco con lunghe e dettagliate spiegazioni non richieste che mirano a darmi ragione. Se qualcuno vuole pescarci dentro un frase, faccia pure.

SCRIVI QUALCOSA A CHI TI HA MANDATO QUESTA MAIL: Sono curioso di te.

QUANTE PERSONE CREDI CHE TI RISPONDERANNO?: Non so davvero (non ho ancora deciso a chi mandarla). 

postato da gabrieledadati, 19:55 | link | commenti (9)

COMINCIA COSI’, PER ADESSO
 
Lungo il crinale, un’altra alba si sta inerpicando lenta, posandosi docile sul bosco e sulle cose ripiegate di ieri.
Ci sono anch’io, come sempre.
Ci sono disteso sulla terra quieta, le mani intrecciate a far da cuscino dietro la nuca. Ci sono a guardare in alto, godendo di pelle e di memoria dello schiarirsi impalpabile che ridipinge il cielo, restituendo suoni e contorni all’universo che vive intorno.
Ci sono che non so chi sono.
 
               Un’altra alba pulita.
 
I giorni quassù si spiegano con fatica, l’uno dopo l’altro. Mi risolvo a pensare che dev’essere proprio lo sforzo necessario a raggiungere il passo che li rende così pigri, senza voglia di andare. Stanno in silenzio dentro le cose, i giorni quassù, oltrepassando i limiti dettati dal tempo. Risuonano più a lungo che altrove, barricati dietro ad una luce che - a poterne misurare le frequenze sonore - rimane uguale a se stessa in ciascuno dei singoli istanti che camminano svelti le ore.
Ogni istante risulta indubitabilmente più lungo quassù e, per riflesso esponenziale, ogni ora si allunga scavalcando le ombre.
Eppure - eppure - la notte quassù arriva in un lampo.
 
Non so chi sono, no.
O meglio, il vecchio Aristide mi ha dato il nome di Antonio. Eravamo lì che sbarcavamo in perlustrazione giù dalla sponda ovest del Godi, saremmo scesi a picco verso Villetta per poi rimontare il Marsicano
 
               luci filtrate dalle foglie zoccoli di zampe minute lasciati in terra
 
e lui mi chiede brusco ma te un nome ce l’hai? E io gli spiego che no, o meglio che sono ragionevolmente certo di chiamarmi Aqualcosa ma che non ho la più pallida idea di cosa ci sia effettivamente al posto di quel qualcosa e lui bene, allora te ti chiami Antonio.

Ragion per cui, io adesso sono Antonio.

postato da giuseppemauro, 09:58 | link | commenti (2)

MESSICO

Stamattina schiaccio il bottone ShinyStat di Capitanicoraggiosi. Non lo faccio quasi mai, ma oggi sì. Tra le ancora poche visite mattutine trovo l'indicazione di questa:

06:27:39   26/01/2005   com   Messico   xxx.xxx.xxx.xxx   Explorer 6.x   Windows XP

Ma chi ci segue dal Messico? Ora: visto che penso che la risposta sia che nessuno, ci segue dal Messico, invito tutti a controllare che non si sia inserita una connessione strana sul proprio computer per cui invece di passare per la vostra città passate per il Messico (la bolletta potrebbe venire a costare un po'). Mi sembra l'unica spiegazione plausibile.
Se invece qualcuno veramente ci segue dal Messico lo invito a palesarsi. Saremmo felici di sapere come vanno le cose là, cosa pensa di quello che facciamo noi qua e così via.

postato da gabrieledadati, 08:44 | link | commenti (10)

martedì, 25 gennaio 2005

DELITTI DI CARTA n°3

Mauro Pianesi ed io due estati fa abbiamo incidentalmente scritto insieme un racconto giallo che si chiama Doppio caso Mondron (anche se era solo un titolo di lavoro. Poi non ne sono venuti fuori di migliori). Adesso questo racconto è pubblicato nel nuovo numero di Delitti di carta, la rivista di racconti, saggi, recensioni e altro sul giallo diretta da Renzo Cremante e Loriano Macchiavelli. Il racconto è stato pubblicato su questa rivista perché Mauro ed io siamo stati RACCOMANDATI. Lo siamo stati da me, di preciso. Questo perché Renzo Cremante è docente di Letteratura Italiana presso l'Università degli Studi di Pavia e, siccome è stato il mio correlatore, non è stato difficile proporgli il testo (che tra l'altro ha accettato a scatola chiusa già sei mesi fa, senza averlo ancora letto: non so neanche se l'abbia letto mai). Nonostante tutto questo, che dichiaro per onestà intellettuale, il racconto è più che leggibile e la rivista addirittura bella.

postato da gabrieledadati, 12:28 | link | commenti (2)

TOMMY (estratto)
 
               Sono passati quindici anni.
               Non che io ne avverta il trascorrere, i giorni e i secoli
               dell’universo sono dispiegati interamente davanti
               ai miei sguardi senza fine né confini, posso vederli 
               tutti e mescolarne contrapposizioni e susseguenze,
               posso giocare con ognuno di essi, farne Storia.
               Posso percorrerli fino alla fine in un solo respiro e
               poi tornare indietro, modificare dettagli all’apparenza
               insignificanti e mutare i destini del mondo, grazie a
               un soffio sussurrato.
               Perché miei sono quei destini e mio è l’inesorabile
               ruotare mai stanco delle lancette sorelle di ogni
               orologio.
 
Tommy procedeva sconcertato, incapace di ogni valutazione.
La disabitudine all’uso ed alla classificazione delle proprie sensazioni e al giudizio che poteva derivarne si univa ad un contesto di surrealtà oggettiva che avrebbe disorientato chiunque, figuriamoci lui. In un certo senso, paradossale senz’altro, la ritrovata possibilità di vedere e di sentire aveva ridotto le sue capacità di analisi, use ad un contesto fatto di buio e di afonia.
Gli sembrava di percorrere le pennellate di un quadro, di quelli che la madre gli raccontava mentre incrociava o sovrapponeva sulla tela rossi e azzurri che lui non poteva più vedere. O di quelli descritti durante le loro lunghe visite alle mostre, lei immersa in una trance estetica ed estatica che parlava e parlava di profondità dei tratti e di volti e di colori, di orologi flosci appesi ai rami di alberi scarnificati dall’inverno, di cubi che diventavano persona attraverso simbiosi perfette, di nuvole d’ovatta che riposavano dentro enormi calici di cristallo sorgenti da campagne senza confini.
Amava quei quadri pur senza conoscerli e la surrealtà di cui la madre si nutriva avidamente non gli era nemica. Purtuttavia, il disagio che avvertiva era reale e strideva in maniera violenta con quel pezzo di mondo che sembrava stazionare in bilico perfetto tra Ernst e Kafka. Uno stridio violento che scompaginava ogni certezza, e ogni dubbio ragionevole.
Chiuse ancora gli occhi, senza smettere di camminare. Li riaprì. Tentò di ordinare gli avvenimenti in una sequenza che avesse un minimo di logica.
Quel tempo e quello spazio non gli appartenevano, e neanche ricordava come avesse fatto a ritrovarsi dentro quella nebbia, in mezzo a quel poligono e a quel silenzio fatto di suoni compressi e di assenza.
Questo era un fatto.
E poi ci vedeva, poteva sentire, era certo di riuscire a parlare: com’era possibile, dopo vent’anni di sonno sensoriale? Chi o che cosa gli aveva ridato quelle facoltà che sembravano irrimediabilmente cancellate dal novero di quelle a lui concesse e per farne cosa?
Le domande senza risposta erano un fatto anch’esse.
Uno stridio violento.
Kafka, gli venne in mente.
Il professor Wagenbach gli leggeva la storia di Karl sedotto a sedici anni da una domestica e della sequela progressiva di disavventure che ne era seguita, di uno zio sdegnoso e di malvagi vagabondi, di viaggi e di Americhe, di un fato bizzarro e di un tempo spezzato. Gli leggeva di Karl e Tommy sentiva che quel ragazzo aveva il suo volto, che per qualche strano scherzo del destino lui era stato chiamato a dare vita a quel personaggio di carta, incarnandone sogni e aspirazioni e angosce.
C’era identità tra lui e Karl, ne era certo. C’era identità tra il suo mondo e quello che vorticava nella testa di Kafka. Mondi che si incastravano con sublime saldezza con quelli immaginati nelle tele che vedeva attraverso gli occhi della madre e di cui conosceva ogni sfumatura, ciascuna imperfezione, qualsiasi dettaglio.
E Kafka gli entrava nelle vene poco a poco, insieme al professor Wagenbach - unico tra gli accademici privati che laceravano periodicamente la buia solitudine che lo avvolgeva a stare dentro le sue grazie - e insieme alle storie che ascoltava, bevendone ogni parola senza sentirsene sazio. Senza dormire.
Fino a quando la progressione dell’esaurimento sensoriale che lo aveva colpito non si portò via anche il suo udito ed ogni suono, lasciandolo nel silenzio.
Nel silenzio suo e degli altri.

postato da giuseppemauro, 12:23 | link | commenti

lunedì, 24 gennaio 2005

C’E’ TEMPO (*)
 
Andando, sgualcisco un altro pensiero.
Lo accartoccio insieme agli altri che serbo malinconico e acerbo, come un bimbo troppo vecchio per giocare a crescere ma pur sempre troppo giovane per scappare fuori all’aperto. Lo accartoccio con cura disponendolo accanto, che i pensieri accartocciati non ho voglia di buttarli via.
Verranno buoni, ci sarà tempo per loro.
E’ ciò che mi dico guardandoli che fanno costellazione scomposta mentre provo a decifrarli, a costruire un personalissimo oroscopo che riguardi anche te, in barba ad uno zodiaco scortese e saccente.
Per lui, noi non possiamo funzionare: insanabile discordanza di segni.
 
              Dicono che c'è un tempo per seminare
              e uno che hai voglia ad aspettare
              un tempo sognato che viene di notte
              e un altro di giorno teso
              come un lino a sventolare.

C’era una volta un disastro annunciato, c’era un fuoco che spegneva il proprio ardore, poi c’erano i cocci dispersi di un bicchiere rovesciato, c’era l’assenza ostentata di un pensiero distante. C’era il bisogno inascoltato di andare per imparare a ritornare. C’era un anello che non ti ho regalato a roteare intorno a una penna priva di inchiostro, a scorrere inutile sopra un foglio bianco impregnato di speranze disdette.
Colpa mia, parole masticate autocompiaciute a trascurare sostanza e a smettere conquiste. Colpa tua, angosce imprigionate nell’anima ad impedirmi di guardarle e di interrogarle.
Insieme, a negarci.
Ed io barricato muto in una terra ch’era nostra, ho visto altri invaderne i confini senza saperli difendere, senza potere. Rabbiosamente restando in silenzio.
 
              C'è un tempo negato e uno segreto
              un tempo distante che è roba degli altri 
              un momento che era meglio partire
              e quella volta che noi due era meglio parlarci.
              C'è un giorno che ci siamo perduti 
              come smarrire un anello in un prato
              e c'era tutto un programma futuro
              che non abbiamo avverato.
 
Eppure quanto ce n’è ancora, di tempo per nutrirci. E quanta voglia di mandare a memoria ogni sbaglio, di sovrapporre instancabili mattoni l’uno sull’altro, di arare terre nuove da comprare senza chiudere gli occhi; senza accontentarci.
Io ne ho ancora di corsa nelle gambe per riprendere il tempo o per farci riprendere e ho immagini davanti che si colorano di reale mentre appallottolo i giorni insieme ai pensieri e li dispongo, costellazioni stavolta benigne e coscienti. Io non ho destini a cui sottomettermi rassegnato, ma solo un tempo da mangiare gustandone ogni sapore ogni batticuore che spezza l’anima.
Io non ho te ma ho tempo.
C’è tempo e lo voglio.

              È tempo che sfugge, niente paura
              che prima o poi ci riprende
              perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
              per questo mare infinito di gente.
 
Oggi che piove come quel giorno qualunque, io rileggo. Rileggo sempre, se è per questo, però oggi mi viene meglio e meglio mi viene ogni giorno che rotola accanto.
Ogni giorno passato a leggere e a mescolare e a confondere, ogni giorno che è vita secca ricca riciclata dura da scoparsi con violenza addolcita. Ogni giorno che dismetto il pensiero tuo per raccoglierlo prima del sonno, come sempre. Ogni giorno che afferro e che ti sbatto in faccia sorridendo dentro ai tuoi occhi feroci di diffidenza militante, di gelosia campestre. Mi nutro anche di quella e lo fai anche tu, ne facciamo storia e mattoni da inchiodare.
Ogni giorno che aspetto, se non ho forza di scuotere il tempo. Perché quei giorni arruffati vengono anch’essi e non c’è che aspettare; ordinarsi dentro.
 
              Dio, è proprio tanto che piove 
              e da un anno non torno
              da mezz'ora sono qui arruffato
              dentro una sala d'aspetto
              di un tram che non viene 
              non essere gelosa di me
              della mia vita
              non essere gelosa di me 
              non essere mai gelosa di me.
 
E poi sarà senza avvertire, perché è così che le cose ti sorprendono.
Regalandosi o fottendoti.
Sarà senza avvertire e sarà male di felicità e dolore, perché io davvero non so pensare ad una felicità che non viva pure di dolore. Sarà senza avvertire e inciamperemo nei nostri passi di nuovo troppo vicini da costringerci a scostarci un po’, sorridendo nel voltare lo sguardo e riavvolgendo il nastro dell’anima per scorrerlo veloci in avanti e stop: ricominciare da uno zero che non vuol saperne di essere nulla.
Un poco goffi di allegria, i capelli raccolti la gola umida le mani a stringersi di forza stupita.
 
              è il tempo che è finalmente
              o quando ci si capisce
              un tempo in cui mi vedrai
              accanto a te nuovamente
              mano alla mano
              che buffi saremo
              se non ci avranno nemmeno 
              avvisato.

(*) C’è tempo è di Ivano Fossati – Lampo viaggiatore, 2003
 

postato da giuseppemauro, 15:07 | link | commenti (1)

venerdì, 21 gennaio 2005

Sembra incredibile. Stamattina, alle 7:20, se n'è andato mio nonno. Il padre di mia madre. Vorrei raccontarvi alcune cose ma adesso non mi sento. Spero di trovare la forza nei prossimi giorni.

postato da gabrieledadati, 11:23 | link | commenti (10)

giovedì, 20 gennaio 2005

Ho perso il segno solo
in un'onda

Pensiero come l'acqua sui vetri

Pensieri come acqua sui vetri
onde fra menti

Per quell'acqua di discesa ho perso il segno

Piove
in esclusione di verde

E il bell'ombrello che ho comprato

Questa è la quarta di copertina del libro di racconti  Acqua 2 di Davide Vanotti che lui si è pubblicato da solo con la sigla AutoEdizione nel 2002. Il libro si compone di dieci testi. In generale non ne ho un ricordo completamente positivo, ma ha passaggi incantevoli. Tra gli altri, mi sembra, le ultime tre righe della poesia in quarta di copertina. Davide Vanotti (1972) vive a Novara ed è raggiungibile attraverso d.vanotti@lycos.com. Io l'ho conosciuto in provincia di Cuneo, a Caraglio, due anni fa. Abbiamo passato insieme una notte e il risultato è stato questa antologia. Anche se da qui non si capisce molto.

postato da gabrieledadati, 12:33 | link | commenti (2)

mercoledì, 19 gennaio 2005

NONNA
 
Mia nonna se n’è andata senza rabbia, senza incazzarsi, senza fare troppo casino. La rabbia nell’affrontare la vita l’ha lasciata tutta lì, nel suo passato e ad un certo punto ha pensato bene di mollare. Non ne vale più la pena, la immagino pensare rassegnata. E immaginare mia nonna vestita di rassegnazione mi viene veramente difficile. Impossibile, quasi.
Tosta, mia nonna.
Tosta al punto di mettersi a giocare a rimpiattino con la morte un sacco di volte, sfuggendo beffarda a varie e variopinte sentenze di condanna, è inutile, stavolta non c’è altro da fare.
Sticazzi, pensava mia nonna dietro gli occhi chiusi fintamente incoscienti. E dopo un po’ li riapriva quegli occhi così duri, così imbronciati, indossava di nuovo la rabbia consueta e ricominciava a masticare quel po’ che restava della vita. Rompendo le scatole, pretendendo, tenendo insieme in questo modo una famiglia che tendeva a scollarsi sempre di più e che adesso che lei non c’è più si sentirà libera di farlo senza troppi scrupoli.
 
Mi mancherà, mia nonna.
 
Adesso che i ricordi si sentono liberi di accalcarsi alla porta della memoria, rivendicando priorità e soffiando profumi, sono costretto a fare i conti col fatto che certe cose spariranno e lo faranno per sempre. Anche loro senza rumore, senza rabbia. Rassegnate.
Non vedrò più cose, né le farò, né ci saranno.
Non salirò la tripla rampa di scale altissime di un palazzo antico rimasto orgogliosamente senza ascensore.
Non mi chiederò attraverso quale miracolo i rampicanti continuavano a crescere nel soggiorno senza che nessuno se ne prendesse cura.
Non volterò la testa verso l’angolo sui cui si appendeva il ritratto del nonno che mio padre aveva dipinto per illudere nonna che lui – il nonno – in fondo c’era ancora.
Non mi arrampicherò lungo le scale a chiocciola che portano al terrazzo dove bambino giocavo a rincorrere mio padre e dove mia figlia ha giocato ad inseguirmi soltanto due mesi fa.
Non siederò sul divano dove dormivo le volte che fuggivo dalla vita di scuola e mi rifugiavo nel negozio di nonna, le mattina al risveglio profumate del latte appena scaldato e del passo lieve del nonno.
Non suonerò la tastiera elettronica dove nonno rincorreva ostinato vecchie canzoni napoletane, non mi aggirerò per casa toccando oggetti e quadri e tessuti che mi esistono dentro da sempre, non correrò da un balcone all’altro per verificare se i tredici piani di una facciata continuassero a prendersi gioco dei tre piani dell’altra.
 
Soprattutto, sopra ogni cosa, non sentirò più la voce che mi chiama con un tono esattamente a metà tra il rimbrotto ed un affetto sconfinato.
Pippariè, mi chiamava mia nonna.
Era la sola al mondo a chiamarmi così.
 
Ciao nonna, ti voglio bene.

postato da giuseppemauro, 12:25 | link | commenti (9)

ECCO COSA SI STA TRAMANDO


Incontri d’arte


Riprende il tradizionale ciclo di incontri della domenica mattina organizzati dalla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza in collaborazione con la Fondazione di Piacenza e Vigevano. Dopo cinque cicli posti sotto l’egida del “Leggere l’arte”, in cui vari studiosi hanno analizzato in maniera approfondita altrettante opere della Galleria, si è pensato questa volta di chiedere ad alcuni giovani scrittori italiani di considerare dipinti o sculture, traendone ispirazione per un testo di carattere narrativo. Sono stati interpellati autori piacentini, o a Piacenza residenti, ed altri provenienti da varie località; tutti, benché giovani, con al loro attivo parecchie pubblicazioni.


LE DOMENICHE DELLA GALLERIA RICCI ODDI
AULA DIDATTICA “G. SIDOLI”
Via San Siro 13 – Piacenza
Tel. e fax: 0523-320742; e-mail: riccioddi@libero.it; www.riccioddi.it


DOMENICA 13 FEBBRAIO 2005, ORE 10.30
Luciano Ricchetti, Ritratto di Giuseppe Ricci Oddi (1937)
Alessandro Golinelli

DOMENICA 20 FEBBRAIO 2005, ORE 10.30
Lorenzo Pepe, La pelle (1970)
Gabriele Dadati


DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005, ORE 10.30
Giacomo Grosso, Ritratto all’aria aperta (1902)
Marco Bosonetto


DOMENICA 6 MARZO 2005, ORE 10.30
Amedeo Bocchi, La colazione del mattino (1919)
Giancarlo Pagani


DOMENICA 13 MARZO 2005, ORE 10.30
Emilio Rizzi, La vasca da bagno (1913)
Francesca Mazzucato

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martedì, 18 gennaio 2005

OGGI

Oggi un pomeriggio un po' dormicchi e un po' leggi la biografia dello sfortunato poeta romantico Shelley in inglese. Squilla il telefono ed è Colombo di Instar libri di Torino. Ti chiede se per caso non ti cresce mica un romanzo, per caso. E' molto simpatico, vi date del tu, parlate del comune amico Marco Bosonetto. C'è un tuo racconto che piace moltissimo a entrambi ma che non era piaciuto per niente a Giorgio Pozzi. Colobo commenta: impossibile, quel racconto lì è bellissimo. Alla fine gli dici che hai un romanzo scritto ai tempi del liceo, andrebbe rivisto, se vuole glielo mandi lo stesso. Dice di sì, ma di non preoccuparsi: anche tra sei mesi, un anno, due anni, ti dice, appena scrivi di nuovo basta che tieni presente le edizioni Instar. Allora tu poi guardi il tuo romanzo da Gabriele Dadati diciannovenne e già non sai più se mandarlo o no. Accendi il computer, vai salla casella mail con l'intento di scrivere a Colombo che non sei più tanto sicuro se mandarlo o no e trovi una mail di Anna Grazia D'Oria delle edizioni Manni. Dice: hai mica delle poesie che ti crescono? Tu le rispondi che no, le poesie le scrivevi ma hai smesso. Quelle vecchie son brutte.
Poi dopo nella solitudine della tua mente, mentre lo sfortunato poeta romantico Shelley è ormai naufragato per i fatti suoi, tu ti chiedi: ma cos'è oggi, il pomeriggio degli editori viventi?, com'è che oggi si fan sentire?, com'è che stamattina t'han chiesto una nota biografica dal Comune di Parma?
Non trovi spiegazioni plausibili.

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CATTIVA MAESTRA TELEVISIONE

Che poi, insomma, c’è il telecomando. Obiezione principe di quelli che difendono a spada tratta la televisione. Tu entri nel tuo bel negozio, scegli il modello che più ti piace, porti la scatola a casa e quando la apri dentro c’è il televisore ma c’è pure il telecomando. L’attrezzo di libertà, quello con cui puoi scegliere. Puoi scegliere sia di accenderlo o meno, il televisore, si a di cambiare canale con possibilità che vanno fino a 99 stazioni diverse o più.
Il punto è che nella globalizzazione del linguaggio e delle forme d’espressione in generale che compongono oggi il mondo televisione, nello spaventoso e sistematico appiattimento del messaggio che giunge da quel mondo, questa libertà di scelta offerta dal telecomando si riduce a zero. Tutto è uguale a se stesso, si ripete ciclicamente durante l’arco di ogni giorno.
E allora c’è il target mattutino, c’è quello del primo pomeriggio, quello preserale, il prime time e via discorrendo. Ogni target è analizzato con estrema cura nella sua propensione complessiva al consumo: quello legato al prodotto televisivo, quello legato al prodotto di mercato (la pubblicità, insomma). Quest’ultima propensione tende sempre più a diventare l’anima stessa del prodotto televisivo. C’è una tendenza a legare insieme i prodotti (trasmissione=spot) in modo da massimizzare l’effetto trainante del messaggio pubblicitario, che diventa così il fine stesso del programma televisivo a cui si lega.
 
Dov’è il problema? Se la cosa non ci aggrada, basta spegnere. Che però è un nonscelta, a pensarci bene. Ovvero, perduta in maniera irrimediabile la possibilità di scelta tra messaggi alternativi o quantomeno diversi, la televisione ti impone di accettarla così com’è. Non c’è scelta. A meno di pagarci la possibilità di visione di canali monotematici secondo le nostre inclinazioni e preferenze. La televisione generalista non lascia scelte: tacendo del ricorso ormai sistematico a format importati dall’estero, contenitori, fiction, palinsesti e tutto il resto sono sovrapponibili, i protagonisti di ogni programma presentano caratteristiche analoghe, i messaggi sono replicati ovunque. La televisione è, sostanzialmente, unica. E non entro nel merito del contenuto dei messaggi.
 
Il punto è che questa nonscelta costa cara. Perché la televisione è comunque uno strumento che possiede potenzialità straordinarie, anche di libertà. Lo stesso Popper, decano della necessaria battaglia contro la televisione com’è si è sempre posto questo problema:
 
Il problema televisione si presentava, nel cammino della società aperta verso un mondo migliore, come un terribile inciampo, dal momento che la Tv è figlia, oltre che del progresso tecnologico, anche della libertà. - Giancarlo Bosetti; introduzione a Cattiva maestra televisione, K. Popper, J. Condry - Donzelli 1994)
 
Costa cara perché della televisione c’è bisogno, c’è bisogno della sua capacità ancora insuperata (nonostante l’avvento di Internet e delle nuove tecnologie) di trasmettere in maniera capillare messaggi, informazioni, educazione. Cose che servirebbero, per dirla semplicemente. E il problema si pone in maniera drammatica se pensiamo che quei messaggi, quelle idiozie controllate che vengono fuori dallo schermo ad ogni ora del giorno, raggiungono anche i bambini che sono totalmente indifesi nei confronti dello schermo cui stanno davanti:
 
I bambini si accostano alla televisione e la guardano con motivazioni che differiscono in misura significativa da quelle prevalenti fra gli adulti. (…) La maggior parte dei bambini, pur trovandola divertente, guarda la televisione perché cerca di capire il mondo - J. Condry – Cattiva maestra televisione cit.).
 
Ed è questo forse il punto che duole più di ogni altro: quale mondo si costruisce nella testa un bambino davanti alla televisione, non possedendo alcuna capacità di mediazione tra i messaggi che lo raggiungono?

postato da giuseppemauro, 11:22 | link | commenti (2)

MA LA COSA PEGGIORE

Allora alle tre di notte della notte tra sabato e domenica il tizio comincia a vomitare.  Ha conati ogni quaranta minuti circa. Alle nove e mezzo del mattino non è riuscito a dormire ed ha vomitato otto volte. Le ultime due sono state piuttosto dolorose: non solo non aveva più cibo nello stomaco, ma nemmeno più liquidi. I conati sono andati quasi completamente a vuoto, spaccandogli la gola dentro e parecchi capillari sulle guance fuori.
Verso metà mattino la cosa si è calmata. Il tizio si è ritrovato con 38 di febbre, un forte mal di schiena, giramento di testa e diarrea. Disidratato, tra le altre cose. Senza poter mangiare niente né poter bere. Così per tutto il giorno.
La prima cosa che ha potuto mangiare, dopo 24 ore, è stato un po' di riso in bianco. Siccome si trovava a Pavia il tizio ha chiesto alla sua ragazza se glielo andava a comperare lei. Dove? Nell'unico posto dove si possa prendere del riso e portarlo via. In un take-away cinese. La sua ragazza glielo ha portato. Completamente senza sale e olio. Maledetti musi gialli, ha pensato il tizio. Puro riso bollito. La ragazza del tizio gli ha dato almeno l'olio. Il tizio è riuscito a mangiare metà riso. Poi aveva troppo schifo e ha buttato via il resto.
Ma la cosa peggiore, di tutta la giornata, la prova peggiore e cioè quella in cui un uomo si trova da solo di fronte a se stesso, è quando il tizio ha dovuto assumere tra le altre cose anche Peridon 60 mg. E non attraverso il cavo orale...

postato da gabrieledadati, 10:15 | link | commenti (1)

domenica, 16 gennaio 2005

Ricordo che qualche anno fa, per una volta smarcandosi dall'abitudine bieca di scrivere ovvietà o coglionerie, Francesco Alberoni in un articolo sul Corriere parlava dei presentatori televisivi. E diceva, più o meno: quando vedo in televisione un ballerino e mi chiedo che cosa ci sta a fare, mi rispondo che sa fare una cosa che io non so fare, e infatti sa ballare; quando vedo in televisione un cantante e mi chiedo che cosa ci sta a fare, mi rispondo che sa fare una cosa che io non so fare, e infatti sa cantare; quando vedo in televisione un attore e mi chiedo che cosa ci sta a fare, mi rispondo che sa fare una cosa che io non so fare, e infatti sa recitare; quando vedo in televisione un comico e mi chiedo che cosa ci sta a fare, mi rispondo che sa fare una cosa che io non so fare, e infatti sa far ridere; e così via. In televisione ci sono loro e non io, si diceva Alberoni, perché hanno tutti sviluppato un talento particolare. Poi si chiedeva: ma allora i presentatori?, che cosa sanno fare i presentatori?
Si rispondeva: il presentatore medio probabilmente ha un discreta preparazione culturale, ha bei modi nel porsi, si sa barcamenare, è simpatico, e così via. E aggiungeva: ma quanti amici ho con le stesse caratteristiche?, perché anche loro non sono in televisione?
Al povero Alberoni, per una volta, non si poteva che dare ragione. Però mi chiedo cosa direbbe oggi (se mai ne avesse voglia in un altro lampo di lucidità) accendendo la domenica pomeriggio il televisore sulle reti mediaset e trovandole invase di ex-partecipanti-al-grande-fratello. Un gran numero di persone che non ha preparazione culturale, bei modi nel porsi, non si sa barcamenare, non è simpatico, e così via.
Non so voi, ma io sono un po' stanco dell'Italia degli incapaci sotto i riflettori e degli idioti in poltrona a guardarli.

postato da gabrieledadati, 16:29 | link | commenti (7)

venerdì, 14 gennaio 2005

COME NOI CI OCCUPIAMO DELLA REALTà

I Capitani Coraggiosi si occupano principalmente, e solo, della realtà. Ai Capitani non interessa altro che la realtà. Tuttavia i Capitani ritengono che ci siano realtà con cui è facile fare i conti (che un certo politico sia al potere è evidente: basta saper leggere; che una data tassa venga o no tagliata: basta saper fare di conto) e altre realtà con cui lo è meno: le strategie di una pubblicità di venti secondi, il valore che ha il colore della Gazzetta dello Sport e così via. Siccome i Capitani sono Coraggiosi vogliono affilare il loro "sguardo acutissimo" sulle cose e riflettere ad alta voce. Questo è il modo più concreto possibile di stare al mondo, per i Capitani, ed è il motivo per cui esistono. I Capitani vogliono scovare tutti i metri che possono per misurare le realtà che è difficile misuerare. - Sbagliano i Capitani? Probabilmente spesso, e forse anche molto spesso. Alla grande. Però continuano, si affinano per approssimazioni consecutive secondo il metodo popperiano.

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giovedì, 13 gennaio 2005

RICOMINCIARE
 
Vado ciclicamente spettinando un tempo, riavviandolo un istante dopo.
Sto lì a guardarlo, secco e duro nella sua dimensione ineluttabile. Sto lì a guardarlo che lui dice serio esisto, non puoi fare a meno di attraversarmi. Sto lì privo della possibilità di tirarlo via, fare in modo che sparisca con un gesto solo della mano o con un pensiero.
Allora provo a spettinarlo, per poi rimettere a posto le cose sperando in una disposizione differente. Niente, lui resta uguale. Non è ben disposto, il mio tempo.
 
Che poi sia chiaro, basta poca roba per renderlo digeribile. Una parola zuccherata, un litigio violento, un amplesso dolciastro consumato tra parole e grida che poi non ricordi. Basta poco, come assumere una dose periodica di morfina, con periodicità differenti a seconda della gravità della patologia temporale. Basta riprendersi con forza ragioni che sembrano sfuggire, basta sbottonare la testa e rimestarci dentro, basta mordere con forza le libertà che ci restano. Usarle.
 
Il tempo no, non si può odiare. Si può percorrere provando a correre più forte, come si può rallentare usando gli artifici che sappiamo. Si può desiderare che scorra rapido come un flusso di luce o che si srotoli lungo la scia di una lumaca priva di guscio. Ma c’è da starci dentro, senza smettere di guardare quel punto che sta in fondo. Lì dove c’è scritto uscita, anche se non riesci al leggere la scritta. Troppo lontana.
 
C’è che i giorni si sedimentano sulla schiena, ognuno con la sua scorta di malinconie leggere, di rimpianti, di momenti non vissuti. C’è che ti sembra possibile camminare con quel peso che via, in fondo non è così gravoso. Ma i giorni sono tanti e le leggerezze accumulate l’una sull’altra divengono zavorra, tanto da costringerti a fermarti, ad urlare, a scrollarti ogni cosa di dosso con violenza disperata.
Affanno e sudore. Lacrime, talvolta.
 
Ricominciare il cammino verso il punto, non c’è altro. Ricominciare i giorni sulla schiena. Ricominciare a volerti così forte da starne male.
E pure sorriderne, chiedendoti assurdo dov’è il sortilegio.
 

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mercoledì, 12 gennaio 2005

IL KAPò DI SPIKE LEE
 
Guardo la pubblicità della Telecom girata da Spike Lee, in cui si mostrano immagini di Gandhi asservite ai media. E inorridisco. Inorridisco alla luce del testo Il carrello di Kapò di Serge Daney pubblicato in Italia nel volume S. DANEY, Lo sguardo ostinato. Riflessioni di un cinefilo, Milano, Il Castoro, 1995, pp. 23-44. Scrive proprio in apertura Daney:
 
Nell’elenco dei film che non ho mai visto, non ci sono soltanto Ottobre, Alba tragica o Bambi, c’è anche l’oscuro Kapò. Film sui campi di sterminio, girato nel 1960 da Gillo Pontecorvo, Kapò non è diventato una pietra miliare della storia del cinema. Sono forse il solo che non l’ha mai dimenticato pur non avendolo mai visto? In effetti io non ho mai visto Kapò, ma posso ugualmente dire di averlo visto. L’ho visto perché qualcuno – a parole – me l’ha mostrato. Conosco questo film, il cui titolo, come una parola d’ordine, ha accompagnato tutta la mia vita, solo attraverso un breve testo: la critica di Jacques Rivette nel giugno del 1961 sui «Cahiers du cinéma». Era il numero 120, l’articolo si intitolava «Dell’abiezione», Rivette aveva trentatré anni e io diciassette. Probabilmente non avevo mai pronunciato la parola «abiezione» in vita mia.
Nel suo articolo, Rivette non raccontava il film, si limitava a descriverne un’inquadratura, con una frase. La frase, che si scolpì nella mia memoria, diceva: «Guardate, in Kapò, l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l’uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso verso l’alto, avendo cura di porre la mano alzata esattamente in un angolo dell’inquadratura, ebbene quest’uomo merita solo il più profondo disprezzo.» Così, un semplice movimento di macchina da presa poteva essere proprio il movimento da evitare. Quello che – in modo quanto mai evidente – bisognava essere abietti per compiere. Appena terminai di leggere queste righe seppi che il loro autore aveva assolutamente ragione.
 
Daney fa un discorso che mette in campo molti elementi (e che DOVETE andare a leggervi) e infine arriva alla televisione, al video della canzone We are the children. Questo video con dissolvenze del tutto sdolcinate intercala immagini di cantanti ricchi e di bambini che muoiono di fame. E così vengono unite cose che non possono stare insieme, con pietismo e abiezione. Quindi arriva a scrivere nelle ultime pagine:
 
Immaginando i gesti di Pontecorvo nell’atto di decidere il carrello, mimando con le proprie mani, me la prendo con lui anche di più, perché nel 1961 un carrello significava ancora avere a che fare con rotaie e macchine, cioè con uno sforzo fisico. Ma faccio ancora più fatica a immaginare i gesti del responsabile della dissolvenza incrociata di We are the children. Me lo figuro mentre schiaccia pulsanti su una consolle, con l’immagine a portata di mano, definitivamente staccato dalle cose e dalle persone che rappresenta, incapace di supporre che sia possibile volergliene per il suo essere schiavo di gesti automatici. Il fatto è che appartiene a un mondo, quello della televisione, in cui, essendo l’alterità praticamente scomparsa, non si distinguono più buone o cattive procedure di manipolazione dell’immagine. Non è più l’immagine «dell’altro» ma un’immagine tra le altre nel mercato delle immagini di marca. E questo mondo che non riesce più a farmi indignare, che mi provoca soltanto stanchezza e inquietudine, è esattamente il mondo senza cinema. Cioè senza quel sentimento di appartenenza all’umanità dovuto alla presenza di un paese supplementare, chiamato cinema.
 
Sono completamente d’accordo con Daney (anzi, è un po’ che proietto le sue idee sulle opere d’arte di ogni tipo per giudicarle). Quella pubblicità non è bella: è abietta, indecente.

postato da gabrieledadati, 21:19 | link | commenti (7)

martedì, 11 gennaio 2005

LE COSE DI OGNI GIORNO (*)
 
Il pensiero di te si infila dentro al mattino, insieme alla luce del risveglio che penetra gli occhi dischiusi. Mi sorprende all’uscita dal sonno senza difese. Cauto, si riversa tra le pieghe dei sogni evaporati senza ricordo, quelli di cui avverti ancora il profumo che si allontana ma di cui hai già perso contorni e colori, immagini svanite e mai più ricordate. Si intrufola tra i capelli spettinati, accarezza i pori sudati, fluisce tra le voglie appena accese del mattino. Esiste e sa farsi strada tra i mucchi scomposti delle inutilità che mi attendono di lì a poco.
Il pensiero di te si infila dentro insieme alle pantofole che aggancio coi piedi sotto il letto, tastando il pavimento freddo d’inverno. Appoggia discreto il suo peso sulle mie spalle curve rialzate che dolgono di notti agitate ammalate disarticolate. Sovrappone i suoi passi ai miei ai miei, al mio camminare fiacco trascinato spezzato che mi sposta lungo il buio protettivo artificiale calato sui metriquadrati in cui sto, senza convinzioni appese al muro.
 
            Fermare il tempo sul tuo viso, per te ci riuscirei
            Mutare in quiete ogni silenzio, io lo farei
            Giocare a carte col destino, ci proverei
            Ma è dentro i gesti di ogni giorno
            l'amore è tutto lì
            è dentro alle cose di ogni giorno
            dove ti perdo è sempre lì
 
E poi sono sveglio, e devo tirarlo via.
Come fosse un panno sovrapposto alla mia pelle, il pensiero di te lo sfilo dall’alto – con indispensabile attenzione – e lo ripongo in un cantuccio che so ma che non sai. Chiuso senza chiave, che lui ha preso l’abitudine di stare lì fino all’ora giusta, quella in cui sa di potere uscire e allora non io ho bisogno di porte, né di valermi di chiavistelli.
C’è che sono sveglio e quei mucchi scomposti di inutilità che mi attendono mi occorrono per sopravvivere, devo cibarmene. Non potrei ricomporli e utilizzarli ogni giorno con il pensiero di te attaccato addosso, non adesso. Non sempre.
Non adesso che il tuo odore è così lontano dal mio, non sempre che la tua voce mi chiama così piccola da stordirmi o così grande da non riuscire ad afferrarla.
 
            Cambiare il corso a queste stelle
            per te io lo farei
            Strappare l'anima ai rimpianti
            ci riuscirei
            E dopo aver bevuto fiele da ogni cielo
            per dare un senso a ogni mattino che rinasce…
 
E allora devo ucciderlo ogni giorno.
Devo ucciderlo ma è difesa legittima e qualsiasi tribunale mi concederebbe le attenuanti previste dal caso. Devo ucciderlo sapendo della sua immortalità, nutrendolo con l’attenzione indispensabile che riservo alle cose che amo. Devo ucciderlo sfilandolo via attento a non fargli male, premuroso nel riporlo al suo posto, comprensivo verso il suo affacciarsi fuori orario, che il pensiero di te è curioso della mia vita e talvolta non resiste alla tentazione di aprire la porta e sbirciare fuori prima del tempo che è suo. Il tempo che è solo suo. Devo ucciderlo chiudendolo via rischiando di soffocarne il senso sapendone bene – tuttavia - l’assoluta incapacità di soffocare.
Devo ucciderlo ogni giorno, per riuscire a perdermi tra i mucchi e i panni stesi al sole e viverci in mezzo; immaginare un senso nello stare.
 
           …tornare a casa per capire davanti a te
           Che è dentro i gesti di ogni giorno
            l'amore è tutto lì
            è dentro alle cose di ogni giorno
            dove mi perdo è sempre lì
 
E poi sono alla fine, che il buio protettivo ritorna come tornano a scomporsi i mucchi di sopravvivenza sempre più inutili. Tornano gli sguardi rivolti al disporsi alto apparentemente insensato delle stelle dei pianeti dei soli nascenti e morenti, tornano le corse lungo il mare che dorme ormai privo d’orizzonte, torna l’adagiarsi su notti da leggere e da rincorrere e sui sogni da evaporare.
E’ quella l’ora in cui viene fuori. Discreto accomodante, il pensiero di te mi chiede di stendersi al mio fianco, quello destro. Certe volte che sono più stanco, allora io rispondo con uno sbadiglio dolciastro degli occhi e mi rigiro sul fianco sinistro, aspettando che mi stringa da dietro; il petto a dormire sulla mia schiena. Certe altre volte sorrido e poso la sua testa sulla mia spalla, aspetto che dorma per riposare finalmente anch’io.
Per riposare dai rimpianti e da ogni cosa.
E’ quella l’ora in cui il pensiero di te mi è necessario, perché senza non potrei aspettare di riordinare i mucchi, di riaccendere i giorni, di dare un senso alle cose. E’ quella l’ora in cui sento quanto è difficile stare con e stare senza e quanto i paradossi che farciscono la mia vita siano essenziali ambiziosi imprescindibili: non posso farne a meno. E’ quella l’ora in cui penso all’illogicità di certi percorsi, pure unici e impossibili da abbandonare. E’ quella l’ora in cui urlo il tuo nome in silenzio, lisciandolo con le dita.
Vado avanti, con la fatica della speranza.
 
            e quando passo le mani sul tuo nome
            che si lascia dire
            io so che è dentro ai gesti ogni giorno
            l'amore è tutto lì
            è dentro alle cose di ogni giorno
            dove ti perdo è sempre lì
 
E so già che al dischiudersi del mattino e degli occhi il pensiero di te proverà ancora a incollarsi dentro, sussurrandomi che c’è e che ci sarà e che un giorno saprà liberarsi e liberarmi. Confessandomi che verrà il tempo in cui svanirà il pensiero e resterai tu, dentro i nostri giorni a darmi una mano a riordinare i mucchi, a stringermi le spalle e le notti, ad aiutarmi ad impedire che tutti i sogni evaporino senza colore.
E so già che dovrò ucciderlo ancora, senza fargli troppo male. Carezzandone ogni ricordo e ciascuna ragione.
E so già che sarà un po’ più difficile chiuderlo dentro, che ogni volta è più difficile ricacciarlo in quel cantuccio che è segreto e attesa, lì dove tengo tutti i pegni con cui costruisco la nostra dote per domani.
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(*) Le cose di ogni giorno è dei La Crus – Dietro la curva del cuore - 1999

postato da giuseppemauro, 16:26 | link | commenti (3)

lunedì, 10 gennaio 2005

CLASSIFICHE

Inizia il 2005 e riepiloghiamo il 2004 prima di metterlo via. Cosa c'è stato di buono per quanto riguarda libri, dischi, film, mostre ecc. ? Io davvero non lo so. So solo che nello scorso inverno ho letto due libri fuori dal comune. Il primo è Memoriale di Paolo Volponi. Il secondo Lettera a Dio di Vincenzo Pardini. E voi?

postato da gabrieledadati, 19:35 | link | commenti (9)

COMUNICARE E’ VIVERE (ESERCIZIO BRUTTINO DI RETORICA COSCIENTE)

Succede che lo squillo del telefono ci sorprenda nel bel mezzo di un pensiero.

Magari sei lì, alle prese col tuo solito personalissimo ingarbugliato flusso di coscienza che una volta tanto ti sembra composto, educato, disposto a farsi leggere. O magari stai semplicemente ripassando con la mente parole che non sei ancora riuscito a dire, o frasi che ti hanno appena regalato e che si stanno già sinuosamente adagiando sopra i luoghi dove conservi le emozioni più profonde e più vere.

Succede che tu sia lì, in pace con qualsiasi cosa intorno, a pensare finalmente!  e a fonderti col divano in alcantara tipicamente del colore delle arance tarocco e che proprio lì, in mezzo a quel momento che sta provando faticosamente a riconciliarti col mondo, lo squillo del telefono mandi in pezzi il momento, il divano, il flusso di coscienza, ogni pensiero di pacificazione cosmica.

Succede che il telefono di Paolo squilli proprio in uno di quei momenti, e non importa quale. Il silenzio intorno, la mente impegnata altrove, un sonno incompleto a fargli compagnia, il trillo elettronico asettico del cordless riempie discreto la stanza, viaggiando lentamente attraverso la distanza che separa lo scrittoio dal divano sopra il quale Paolo sta, strategicamente raggomitolato.

- Ma porca miseria, proprio adesso…chi diavolo sarà a quest’ora?

Ed è un’ora come un’altra, ma conta poco.

Paolo tramonta lentamente dal divano e viaggia malfermo verso il cordless, che non vuol saperne di smettere di scuotere il silenzio.

- Pronto?

- Ciao Paolo.

- Ciao. Ma chi sei, scusa?

- Ti pareva. Eppure la voce dovresti riconoscerla.

- In effetti la tua voce mi ricorda qualcuno. Eppure non … Avresti la gentilezza di…

- Sono te.

- Scusa?

- Sono te, Paolo. Sono te stesso. Sono la tua coscienza, il tuo specchio, la tua anima, quello che ti pare. La sostanza è che sono te.

- Sei me.

- Esatto.

- …

- …

- Ehm…ti serve qualcosa?

- Hai la possibilità di parlare con te e questa è l’unica domanda che riesci a formulare?

- Scusami, ma mi sento leggermente disorientato.

- Bè, chiediti come stai. Chiediti cosa vuoi dalla vita, cos’è che pensi del destino, chiedi se avrai un’altra occasione o se riuscirai ad importela, chiedi se hai voglia di andare avanti, chiediti se ne vale la pena. Ci passiamo la vita a comunicare, a sforzarci di comprenderne ogni singolo processo mentale, i significati più reconditi di ciascuna parola detta dagli altri e abbiamo completamente dimenticato come si parla con noi stessi, tralasciamo di interrogarci, ci sembra superfluo capirci. Ti sembra normale?

- Non saprei. Non hai una domanda di riserva?

- Non hai molto tempo, Paolo.

- Cosa?

- Non hai molto tempo. Il tuo treno sta per raggiungere la stazione. E’ per questo che ti ho chiamato. Perdere la capacità di comunicare con se stessi è come perdere la propria vita. E tu continui a non capire.

- Ma che…non è possibile…io…nooo…

Paolo si sveglia ansimando, le braccia doloranti da raggomitolamento agitato complesso, sudore e battiti impazziti tipici del soprassalto. Con fatica riprende coscienza del divano, del silenzio intorno, del proprio stato di veglia intorpidita.

Uno stupido sogno, pensa.

Sorride, ragionevolmente sollevato.

E’ proprio in quel momento che il trillo elettronico asettico del cordless riempie discreto la stanza, viaggiando lentamente attraverso la distanza che separa lo scrittoio dal divano.

Paolo alza la cornetta, malfermo sui propri pensieri.

- Pronto?

- Ciao Paolo.

- Ciao. Ma chi sei, scusa?

postato da giuseppemauro, 12:34 | link | commenti (5)

domenica, 09 gennaio 2005

MI SEMBRA DI GODERE COME UN RICCIO

Tu dici, Il gesto di Di Canio. Tu dici, Ha sbagliato non ci si comporta così, tu dici. E avresti anche ragione, non c'è dubbio su questo, che avresti ragione. Ma io ripenso al 4 a 0 della Roma sulla Juve l'anno scorso, ripenso al gesto di Totti che mima lo state zitti, fa segno quattro con le dita e poi quello di sloggiare. Penso a tutto questo e non posso che essere un po' meschinamente contento, del gesto di Di Canio. Più ci penso, al gesto di Di Canio, più mi sembra di godere come un riccio, mi sembra. Poi non so, magari mi sbaglio.

postato da gabrieledadati, 00:06 | link | commenti (6)

venerdì, 07 gennaio 2005

INTERVISTA

Per farmi perdonare della lunga assenza, vi invito a dare un’occhiata alla delirante intervista da me concessa (wow!) al portale del Delirio: qui.

Ben ritrovati. 

postato da giuseppemauro, 18:24 | link | commenti

giovedì, 06 gennaio 2005

LO SGRANOCCHIATORE

Allora tu martedì notte vai a vedere "The Grudge" in anteprima nazionale con Luca, Davide e la Federica. Prima avete bevuto un caffè con Tommaso e la sua ragazza, uscendo incontrerete lo Zuffo, ma per adesso siete andati a vedere "The Grudge" in anteprima nazionale. Che tu avevi detto a tutti facendo il simpatico: "È il nuovo film di Sam Raimi, speriamo che sia del tipo de "La Casa" o de "L'Armata delle Tenebre" girato però con il budget de "L'Uomo Ragno". Perché se è il contrario si candida ad essere il film peggiore del 2005 già a inizio anno."
All'inizio del film capite però che non è di Sam Raimi, che Sam Raimi l'ha solo co-prodotto. Ecco cosa vuol dire mettere entusiasmo in qualcosa senza avere letto un articolo uno in proposito, pensi.
Poi il film lo guardate. Dal minuto uno (dove c'è un suicidio) al minuto novanta (dove si vede la creatura pronta a colpire e poi finisce il film) non c'è letteralmente un momento di pausa. Non è possibile affezionarsi a un personaggio che questo subito muore. La protagonista non riesce a diventare protagonista neppure per un attimo.
Fai ridere tutti traducendo "The Grudge" come "Lo Sgranocchiatore". Non è granché.
Poi quando esci all'improvviso capisci il senso del film: è un film contro i rischi dell'Erasmus intercontinentale. Praticamente, il sequel de "L'appartamento spagnolo".

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lunedì, 03 gennaio 2005

LA DISCRIMINAZIONE RAZIALE NELL'ANNO 2005

Ieri sera allora Giacomo, Davide, Giuseppe ed io ci troviamo a giocare a briscola. Dapprima lo facciamo alla Cooperativa dell'Infrangibile e poi - quando questa a mezzanotte s'appresta a chiudere - ci mettiamo in cerca di un altro bar. Il primo obbiettivo, un baraccio in viale Dante, va a vuoto: entriamo e chiedo alla donna dietro al bancone a che ora ha intenzione di chiudere. Lei risponde: adesso. Noi la salutiamo e andiamo. Col secondo obbiettivo, un baraccio vicino al Liceo Sociopsicopedagogico "Colombini" - in cui mia sorella Eugenia s'è diplomata quando ancora erano le Magistrali, va peggio. È ormai mezzanotte e mezzo. Il bar è illuminato, dentro ci sono gli ultimi vecchi che bevono, ma nella la serratura, all'interno, ci sono già le chiavi girate. Attraverso il vetro il gestore ci fa segno dell'orario, sulle labbra gli si legge: è chiuso. Va bene. Facciamo per allontanarci e incrociamo due albanesi sui trenta-trentacinque anni. A prima vista sembrerebbe che anche la loro intenzione sia quella di entrare nel bar vicino al "Colombini". Ci rimarranno male come noi, pensiamo. A una distanza di trenta metri rimaniamo a guardarli. Fanno quello che abbiamo fatto noi: si accostano alla porta, constatano che è chiusa e che dentro ci sono le chiavi. Come noi fanno cenno al gestore per chiedere se può aprire. Lui li guarda, ci pensa, apre con un sorriso.
Noi ci incazziamo come delle murene. Progettiamo di chiamare la Guardia di Finanza. Pensiamo al concetto di razzismo (siamo tutti e quattro piacentini di nascita, tra l'altro).
Un quarto d'ora dopo siamo tranquillamente seduti a giocare al bar Lupin in viale Martiri della Resistenza. Bar che consiglio. Alle due siamo tutti a letto. Ognuno nel suo.

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