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lunedì, 28 febbraio 2005
BUONA SERATA Lunedì solito di sonno allungato fino a sera. Domande scomposte che scoprono livori nei confronti di me stesso. Ci ho preso gusto – io – ad accusarmi di essere. Mi fiondo fuori da questo grigiore riscaldato appeso sulla città, sceglierò con cura dove fare provviste per la settimana intera, SMA o Conad o chiunque accetti i miei buoni pasto nuovi di zecca e di mese. Non mi fiondo fuori da questa vita riscaldata che mi suona forte – DLANG – come fosse una pentola a pressione, il coperchio ben stretto e le grate di acciaio e cristallo, che io possa vedere bene come si sta fuori. Mi fiondo sull’asfalto a girotondare sulla pioggia a ritrovare il mare che schiuma ricordi a fotografare i dolori che arpionano lo stomaco a millantare crediti verso il mondo senza un soldo sul saldo del conto corrente dell’anima. Pastina piccola in brodo vegetale, stasera. E poi dieci minuti a guardare Biscardi per godere forte del tacco di Del Piero venti minuti di doccia bollente cinque ad accorciare la barba disfatta settantacinque a scrivere il mio libro mancante sul portatile di Mario riconfigurato allo scopo. Altri minuti a masticare parole e pensieri e immagini, ma non so bene quanti. Pensarti senza sentirmi estraneo. E aggrapparmi ai tuoi occhi scolpiti dentro, chè quello è affare di una vita.
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POLIURETANO
Un paio di settimane fa Marco Nardini mi invia copia di Poliuretano (Bologna, Pendragon, 2004), libro d'esordio di Paolo Mascheri. Lo leggo abbastanza in fretta nonostante le molte cose da fare e mi riprometto di parlarne, perché mi dà subito un certo tipo di idea. Ora: il libro è scritto piuttosto bene, si tratta di quattordici racconti in cui la lingua non cede mai, la struttura è ben controllata, le parti si rispondono con buona simmetria. La realtà raccontata è quella di giovani in qualche modo "idioti", in qualche modo "ebeti" (così come nel primo Aldo Nove), che vivono la loro quotidianità senza progetti per il futuro, in un mondo di merci e di sentimenti del tutto animali. Il nume tutelare di questo tipo di prosa è chiaramente Charles Bukowski. L'io-narrante che prende voce nei vari racconti di Mascheri sta all'autore come Chinaski sta a Bukowski (o come Learco Ferrari sta a Paolo Nori, se volete); il contesto, mutatis mutandis, è pressoché lo stesso. Cosa mi viene però in mente? Che nella scrittura semplice e perfetta di Bukowski, le cui trame sono spesso appena passabili nella loro ripetitività, la cosa più interessante è proprio l'irrompere del personaggio-chinaski-bukowski. Non c'è niente di meglio nei suoi libri di questo io-narrante vorace di vita, che assalta i giorni, ascolta musica classica e legge libri, e questo perché, noi lo sentiamo chiaramente, le mediazione è minima. Saremmo tentati di dire che questo io-narrante è sincero, autentico, vero. E inoltre interessante (perché non è detto che ciò che è rispondente a realtà sia anche interessante). Ora: né in Mascheri né, generalmente, nei vari epigoni mi sembra che l'io-narrante valga quello di Bukowski. Mi sembrano cioè io-narranti un po' costruiti ad arte, con un maledettismo di riporto che non convince del tutto. Con tutto questo però il libro di Mascheri resta un'ottima lettura. L'idea è però che, visto che la stoffa c'è, occorrerebbe forse prendere un'altra direzione, verso un tipo di narrativa che offra trame più complesse, meno "maledette" e così via.
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sabato, 26 febbraio 2005
Vai, vai in giro alle due di notte ascoltando Ligabue, se ti piace. Bravo, che sei bravo: ascolta "Certe notti". Poi se per caso viene mattino, a forza di girare ascoltando "Certe notti", poi mi dici, poi.
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venerdì, 25 febbraio 2005
YIN E YANG Hai preso il nero e mi sta bene. Non perché il nero sia il male e il bianco – per converso – il bene. Non perché così tu indossi abiti di diavolo lasciandomi generosa perversa indolente il ruolo sulfureo di angelo. Mi sta bene perché quel nero è soltanto il contrario di quello che resta. E’ morte che perfeziona la vita. E’ pioggia che abbraccia il sole a fecondare i campi. E’ mare grosso ad affondare nel cielo leggero. Hai preso il nero perché sei l’opposto che mi completa, lo sarai sempre. Qualsiasi cosa accada. Hai preso il nero dicendomi che certi giorni vorrai il bianco e che dovremo scambiarci ruoli e funzioni e curvature della vita: io allora prenderò il nero. Va bene, va tutto bene. Purchè tu ci sia. Purchè si riesca – insieme – a non stancarsi di aspettare il tempo in cui potremo ricongiungere gli orli spezzati.
postato da giuseppemauro, 14:31 | link | commenti (1)
giovedì, 24 febbraio 2005
IL DISAGIO DEI NAVIGANTI Che esistono empatie soffuse, concomitanze di stati d’animo; disagi. Si avvertono qui – tra i capitani - e mi piace scriverne, dietro al susseguirsi dei giorni che assegna una dimensione al tempo che traspare nello specchio di chi legge, di chi cerca di capire. Di chi si chiede ma è vero? Perché un blog è questo, ci scolpisci dentro pensieri che si intrufolano tra le dita senza darti – senza darti – l’agio di pensarli davvero. Senza parole costruite nella testa. Senza frasi da articolare per riversarle sullo schermo. Sono scariche elettriche che si nutrono di cieli d’ovatta grigia di chilometri macinati senza guardare di assenze troppo importanti per nasconderne gli effetti laceranti. Goccia dopo goccia. Sono scariche che passano come lampi elettrostatici, fuori un brivido freddo e nient’altro, un solo istante rabbuiato e rituffarsi nelle cose da fare da costruire da sturare. Sono scariche più rapide dei pensieri, sono sovrapensieri, allora tu pensi che c’è poco di logico in questo e ti chiedi cos’è. Ti chiedi cos’è le volte che sprofondi in una poltrona brutta di cuoio, ti chiedi cos’è solcando gli asfalti impollinati di sale dell’autostrada, ti chiedi cos’è interrogando stupito i giorni, il loro sapore rancido e grottesco. Bene e male che rovesci intorno e che si sentono in diritto – per questo - di rovesciarsi sopra di te. Poi alle assenze di cose – e persone - si sommano le assenze di senso e il tutto plana in un grande vuoto che si scava proprio al centro del petto: ti opprime forte. Sono giorni strani, ed è difficile scriverne; lo fai senza pensarci. Come tirare le somme di un destino e sentirsene nauseati, certe volte che il mare s’abbassa.
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Allora adesso la sera ti prendi la testa tra le mani, seduto nella poltrona brutta di cuoio, ti stringi il cranio tre le dita. Cerchi di capire com'è che il male del mondo viene a farti visita, in questo periodo, e ti chiedi perché ha messo questo abito, un abito tale per cui succede che non senti il male, senti l'assenza del bene. Dove se ne sono andate le cose che avevi nascosto sotto la ringhiera delle costole?, che direzione hanno preso i giorni? Allora tu hai trovato questa soluzione, che è più che altro ciò che ti prefiggi. Hai deciso che tu non pretendi niente, non vuoi avere niente dagli altri. Piuttosto ti interessa essere tu la risposta alle domande di chi ti vuole bene. Ti prendi il compito di andare di fronte a coloro che vedi sperimentare il male e dici loro: cerco di essere il tuo bene, lascia che possa agire su di te. Il tuo desiderio di essere il bene forse ti farà, alla lunga, un uomo buono. A quel punto il male del mondo non si potrà più dirigere verso di te a cuor sereno. Imparerai ad inquietare il male, volendo fare il bene anche del male lo lascerai senza parole. Ti alzi dalla poltrona brutta di cuoio.
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mercoledì, 23 febbraio 2005
Dio e Marx sono morti; recentemente li hanno raggiunti don Giussani e Hunter S. Thompson (Paura e delirio a Las Vegas); Woody Allen e il sottoscritto non si sentono troppo bene. In compenso l'amico Bonnie (al secolo, Riccardo Bonini), che si trova in quel di Nizza, giovedì scorso alle 22:02 mi ha mandato il seguente messaggio: "In quella sera così tremendamente affabile smisi di essere speciale. Non è poi così male perire per gli strali di un giorno residuo." Partendo da questi dati ognuno si diriga verso le conclusioni che predilige.
postato da gabrieledadati, 13:42 | link | commenti (2)
martedì, 22 febbraio 2005
GIORNI E sono giorni di mare in burrasca di squarci in mezzo alle nuvole che scoprono un buco nel cielo che sta lì, sempre, come fosse incollato. E sono giorni di onde complesse giravolte sospese sul filo tra l'acqua e il cielo confusi in un abbraccio rumoroso e grottesco; loro si respingono amandosi. E sono giorni di notti annegate dentro sonni agitati tempestosi riottosi, ancora perduto non faccio che aggrapparmi al pensiero di te come fosse un relitto e tu fai lo stesso - lo so - pensieri relitti che tengono a galla speranze e giorni di felicità confuse soltanto immaginate. E sono giorni che ti perdo e ti ritrovo e poi ancora ti perdo e non smetto di ritrovarti perchè è questo il cammino è questo il suo senso è questo il balordo vagabondare di anime smarrite a cercarsi a rincorrersi a difendersi dai giorni che sono e che vengono senza scontarci nulla del nostro dolore assennato. E sono giorni incamminati su un sentiero dislivellato, colline e dossi, bianchi e neri, prima e dopo. Appartenenze e apparenze accantonate senza oblio come misteri da dissotterrare con attenzione scrupolosa; lentezze da macinare. Che ci si conceda un appello, Vostro Onore Signore del Tempo.
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lunedì, 21 febbraio 2005
IERI ALLA GALLERIA "RICCI ODDI" DI PIACENZA
ho allora tenuto il mio reading sulla scultura "La pelle" Lorenzo Pepe. Oggi è andata in onda l'intervista rilasciata a TeleDucato, domani ci sarà l'articolo su La Cronaca (che si potrà leggere dal pomeriggio su www.cronaca.it) e stamattina c'era quello su Libertà:
Si è tenuto ieri mattina, alla Galleria d'Arte moderna Ricci Oddi, il secondo appuntamento di "Scrivere l'arte", il ciclo di incontri della domenica mattina organizzati dalla Ricci Oddi in collaborazione con la Fondazione di Piacenza e Vigevano. E in questo secondo appuntamento, affidato allo scrittore piacentino Gabriele Dadati, si è finalmente entrati nello spirito che sottende all'iniziativa, quello che vuole dare modo al pubblico piacentino di ascoltare alcuni giovani scrittori italiani invitati a trarre ispirazione da dipinti e sculture per un testo di carattere narrativo. Dopo la dissertazione di Alessandro Golinelli, che domenica scorsa ha aperto il ciclo di incontri parlando di Giuseppe Ricci Oddi collezionista d'arte, l'appuntamento di ieri è stato infatti principalmente un reading, in cui Dadati ha letto il testo da lui creato intorno a "La pelle", scultura in bronzo del 1970 di Lorenzo Pepe, donata alla Galleria, insieme ad altre undici opere dello scultore astrattista, da Ferdinando Cogni. Provando a "raccontare una scultura", come ha affermato lui stesso, Dadati ha risposto all'invito del direttore della Ricci Oddi Stefano Fugazza, curatore degli incontri, immaginandosi e descrivendo, in una prosa ispirata e incisiva, come può essere nata quest'opera, in cui "Lorenzo Pepe - scrive Dadati - raggiunge anche il vertice più significativo della sua tecnica, e il bronzo prima di farsi pelle passa ad essere cartone, creta, muschio, volta stellata, accumulo di detriti, sogno, portacenere, muro scrostato". E così, raccontando un sogno rivelatore in cui lo scrittore assiste alla creazione de "La pelle", sotto le sembianze di "un ragnetto attempato" (chissà, forse almeno in sogno Dadati vuole liberarsi dell'etichetta di "giovane scrittore" che lo perseguita...) che vive in un angolo dell'atelier milanese di Pepe, Dadati ha dato libero sfogo alla propria fervida fantasia creativa immaginando Lorenzo Pepe come una sorta di Jack Lo Squartatore, come una specie di freddo e sadico chirurgo che dopo aver narcotizzato la modella ne ha dissezionato il corpo, incidendone la pelle e arrotolandola nei punti di maggiore estensione, sganciando i muscoli dai loro alloggi, riassumendo lo scheletro "in un mazzetto di stecchini da Shangai", estraendo gli organi, imbottigliando il sangue, raschiando via da ogni angolo la vita. Poi - prosegue il racconto di Dadati - al culmine della creazione artistica, lo scultore "si è concentrato su quello che gli interessava. Ha preso un pezzo di pelle che gli sembrava significativamente sbrindellato, l'ha fissato con quattro chiodini al tavolo da disegno, s'è spogliato, s'è premurato di tornare ad essere un uomo e infine s'è messo a scolpire". Ecco, è così - immagina con studiati accenti macabri Dadati - che Pepe ha creato il suo capolavoro, riducendo all'essenziale quanto ancora poteva esserci di superfluo, facendo in modo che una donna che era stata di sangue caldo e nervi finalmente divenisse "un'opera senza fine bella". Un bel racconto, scritto con estro e maestria, con cui Dadati dimostra come a suo parere Lorenzo Pepe in quest'opera sia metaforicamente riuscito a "strappare via la vita dal modello per metterlo nella posa dell'arte".
Caterina Caravaggi
Chi volesse leggere il mio testo (che sarà pubblicato alla fine dell'anno circa in volume con quelli di Golinelli, Bosonetto, Pagani e Mazzucato) mi lasci nei commenti l'indirizzo mail: così faccio una spedizione unica a tutti gli interessati.
postato da gabrieledadati, 20:49 | link | commenti (1)
UNO COSA CHE NON HO FATTO, NON LA FARò PIù
Oggi è un mese che il padre di mia madre se ne è andato. Un mese fa mi trovavo nella sua camera mortuaria, la camera mortuaria in cui si trovava cioè il suo corpo, e ho avuto la possibilità di fare una cosa ma non l'ho fatta. Avrei potuto cioè baciarlo per un'ultima volta, sulla fronte, o almeno avrei potuto accarezzarlo. Vittorio Dadati, il padre di mio padre, è morto il 26 dicembre 1995. Anche allora avrei potuto baciare, almeno accarezzare, un corpo che mi era stato estremamente caro, e anche allora non sono riuscito. Avevo tredici anni e la morte mi dava la stessa sensazione devastante che mi dà adesso a più di nove anni di distanza. Mentre mi recavo alla camera mortuaria di un mese fa già ero proiettato verso quel gesto d'affetto, già pensavo: non ci sei riuscito nove anni fa, adesso riuscirai. Ma non è stato possibile. E mentre non riuscivo, mentre ero bloccato, già sapevo questo: ecco, adesso chiuderanno la bara e tu proverai una morsa al petto perché non potrai più scegliere. E' andata così. La madre di mia madre, la vedova dell'uomo che se n'è andato un mese fa, ha desiderato baciarlo sulla fronte, è stata una delle poche cose che ha voluto in quel momento. Ma il suo stato fisico non le permetteva di arrivare al corpo, che era posizionato troppo in alto. A sollevarla sono stati Daniele, suo figlio (mi zio), e l'impresario delle pompe funebri. Lei è riuscita a baciare suo marito.
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sabato, 19 febbraio 2005
IERI e DOMANI.
Domani alle 10:30 sarò alla Galleria d'Arte Moderna "Ricci Oddi" (www.riccioddi.it) di Piacenza per tenere una lezione-reading sulla scultura di Lorenzo Pepe "La pelle" (1970). Per chi fosse interessato la Galleria si trova in via San Siro 13 e io cercherò in ogni modo di fare un quarto d'ora accademico all'inizio.
Ieri invece è uscito su "Libertà" il pezzo di Caterina Caravaggi (verso la quale mi sa che sto maturando tutti i debiti possibili) che parla de "La notte dei blogger". Il pezzo è qui di seguito (a Caterina non l'ho chiesto, ma penso che abbia subodorato le mie mosse e forse mi perdonerà):
La metafora di Internet come oceano, nel quale gli utenti navigano in cerca di informazioni vuole che il "weblog", o, come viene comunemente chiamato, il "blog" sia un giornale di bordo, ovvero il registro dove il comandante segna tutti gli avvenimenti significativi della giornata. Fuori di metafora, il blogger, o proprietario di un blog, è un utente qualsiasi, dotato di conoscenze informatiche minime (il software è semplicissimo) che, spinto dalla passione per la scrittura e per la comunicazione, esprime le proprie opinioni e i propri commenti su vari argomenti (esistono blog che si occupano di attualità, blog che trattano di sport, di arte, di letteratura, di politica o di cucina, blog filosofici, blog matematici, blog sui fagiolini e sui tarocchi, ecc. ecc.) inserendo pressoché quotidianamente un proprio testo (il post) e dando la possibilità ai visitatori di commentarlo on line. Ora, il fatto che tra le centinaia di migliaia di blog italiani presenti sulla rete (se ne registrano mille nuovi ogni mese), ve ne siano diversi a carattere letterario, in cui si recensiscono libri, si discute di generi, si leggono racconti e ci si incontra tra scrittori, giornalisti, poeti, fumettisti, autori e semplici utenti a cui piace leggere e scrivere, fa nascere il sospetto che le nuove strade della letteratura passino anche da qui. Un sospetto nato alla giornalista e scrittrice Loredana Lipperini, la quale ha pensato di invitare diciotto blogger tra i più seguiti sul web, a scrivere un racconto destinato a comparire sulla carta stampata. Il risultato di questa operazione è "La notte dei blogger", ovvero la prima antologia dei nuovi narratori della rete, pubblicato recentemente da Einaudi e presentato l'altra sera a Piacenza da due degli autori: Simone Cefaro Tolomelli e Violetta Bellocchio. Nato a Milano nel 1977, dove vive e lavora come consulente della comunicazione nell'area new media, Simone C. Tolomelli ha cominciato a scrivere con l'apertura del suo blog, www.sasakifujica.net, in cui Sasaki Fujica ("che - dice Simone - non sono io, ma che è sicuramente tutto me stesso") inserisce i suoi racconti e scrive soprattutto di attualità, ma anche di Sanremo, di questioni di cuore, di meringhe e di altre amenità. Figlia del sindacalista e poeta piacentino Alberto Bellocchio, Violetta Bellocchio, invece, scriveva già prima di aprire il suo blog (www.violettabellocchio.typepad.com), tanto che nel 2003 ha vinto una delle borse di scrittura del "Premio Solinas - Scrivere per il cinema". Per due edizioni ha fatto parte dello staff del Dizionario del cinema di Paolo Mereghetti e al momento scrive con regolarità per Rolling Stone Italia e Flair. Ha pubblicato il racconto "Sorellina", in "Scontrini" (Baldini-Castoldi-Dalai) e collabora per Radio Due. La presentazione del libro, durante la quale i due giovani autori hanno raccontato vizi e virtù della "blogsfera", è stata moderata dallo scrittore piacentino Gabriele Dadati, blogger a sua volta all'indirizzo www.capitanicoraggiosi.splinder.com
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venerdì, 18 febbraio 2005
E CERCA ‘E ME CAPI’ (*)
E’ che faccio fatica a farmi capire persino da me stesso, nello sgattaiolare subdolo avverso irridente di questo tempo. E’ che avverto immenso il peso del dire, che sia d’occhi o di parola poco importa, ed è difficile guardare in faccia i giorni; e la mia vita. E’ che diventa difficile combattere l’inadeguatezza di una spiegazione, l’impotenza dei gesti e di un sorriso, il volo surreale e instabile di un pensiero proiettato sul fondo di un cammino. Difficile crederci. Perché fai fatica anche tu, lo so. Come sai – senza che tu lo chieda o lo voglia – che io devo caricarmi quel peso sulle spalle, ne sento un bisogno che non posso escludere. Perchè tu mi capisca, sollevata un poco da un fardello che sa soffocarti l’anima. E’ che questo srotolarmi infinito su strade senza orizzonte assomiglia in maniera delirante al senso stessa della vita, tra il nascere e il morire e lo spettegolio dei giorni che si raccontano le cose del mondo, che quello viene sappia ogni cosa da chi sta tramontando per poterne governare beffardo i singoli episodi, il loro dipanarsi inconcludente. E se la vita sa fotterti, figurati un viaggio che non sa finire, amore mio. Un viaggio che non smette di martellarti gli occhi, rubandoti i contrasti tra il galoppare dell’asfalto e il restare splendido immutabile dell’appennino. Un viaggio che torna ogni volta in un punto – lì dove nasce la fatica - dove non c’è che ascoltare. Voci e musica e le ragioni ovvie del ripartire. E cerca 'e me capì' è tanto tempo che non ti vedevo eppure so' cuntento 'o ssaje m'hanno fottuto 'e viaggi e l'autostrada tutto chello c'aggio passato e mo' nun credo cchiù nun credo cchiù. E torno a casa stanco muorto e nun voglio fà' niente sto cu ll'uocchie apierte e sento 'e sunà'.. sunà'…
C’è da guidare spenti, pure se il sole nero del tormento mi rovescia negli occhi il suo carico di riflessi accecanti. C’è da guidare vestito degli stracci consunti malmessi lacerati del nostro esserci, parlarne pure cosciente della follia che sguscia via dalle parole che si attaccano le une all’altre per regalarsi forza, per succhiare energia da ogni singola lettera dal soffio sferzante del loro sbattersi sul muso del mondo. C’è da correre un deserto di mare e le lusinghe che soffiano le sue notti dolciastre per i quaranta secoli previsti dalla misura dell’espiazione calcolata dall’ego te absolvo. C’è da cercare le ragioni e le braccia che ti condannano a una stasi da prendere a calci incuranti del dolore e delle sue carezze di carta vetrata che stracciano violente l’anima. C’è da crederci senza per questo subirne la rassegnazione. E pruove a vedè' cu dint'a ll'uocchie 'o sole e c'o cazone rutto a parlà' 'e Rivoluzione e cride ancora cride ancora e pruove a vedè' chi t'ha attaccato 'e 'mmane e nun te può girà' pecchè te fanno male e cride ancora cride ancora...
Non smettere di guardarmi dentro, amore mio. Non smettere di fronte ai miei silenzi urlati da dentro, alle lacrime di rabbia crudele, ai passi veloci che mi portano lontano dai tuoi occhi a farmi male e a pescare dal culo dell’inferno la voglia di tornare e di stringerti e di averti e di rotolarti addosso. E’ che sono stanco – lo sai - della compostezza ottusa con cui dico la mia anima trascinata appresso, costringendomi ad aprirne il lucchetto con cui chiudo il tempo e il dolore e i ricordi scoloriti per poi ritrovarmi con gli orli slabbrati freschi di sangue di carne viva; e suonarne. Sono stanco di fuggire a caccia della forza di bruciare i chilometri di strade e di giorni che ci separano e le mille ore che ci lacerano l’anima sorpresa attonita smarrita e poi di percorrerli all’indietro, preda del dubbio atroce che tu abbia smesso la capacità di sentirmi e di farti leggere da me. Sono stanco di tornare ogni volta in quel punto – lì dove nasce la fatica - dove non c’è che ascoltare. In quel punto – sempre lo stesso – dove mi nutro senza saziarmi di voci e di musica e delle ragioni ovvie e perverse del ripartire. Sono stanco di esserci – riesco a dirmi talvolta – di una stanchezza compiaciuta della propria inevitabile fatale immortale impotenza… …e cride ancora cride ancora… E cerca e me capì' vorrei strappare mille occasioni e poi fuggir lontano me so' scucciato 'e parlà' e dire ogni volta quel che ho dentro e poi star male e poi suonare Ma torno a casa stanco muorto e nun voglio fà' niente sto cu ll'uocchie apierte e sento 'e cantà' ...
(*) E cerca ‘e me capì è di Pino Daniele – Pino Daniele - 1979
postato da giuseppemauro, 15:45 | link | commenti (1)
In questi giorni sono a casa e mi dedico a una delle occupazioni che amo di più: fare il figlio (essere il figlio di mia madre). Stamattina l'accompagno in centro, abbiamo una serie di commissioni da fare. Finire di pagare il funerale di suo padre, mio nonno; passare in libreria; passare in banca per l'eredità che da suo padre, mio nonno, deve passare a sua madre, mia nonna; passare in biblioteca; passare in merceria; berci un caffè in santa pace.
In banca aspettiamo il gestore che si occupa della pratica almeno venti minuti perché "è uscito". Intanto conosciamo un uomo di 91 anni che spiega come oggi nessuno abbia più voglia di lavorare perché "non gli si dà in mano la vanga". Spiega la sua (straordinaria, dico io) condizione fisica col fatto che è sopravvissuto a 2 anni e 6 mesi di prigionia a 30 gradi sotto zero in Polonia. "Il paese del Papa", dice. Poi è stanco di aspettare, se ne va, tornerà un'altra volta. Lo salutiamo.
Arriva il nostro uomo e da come rientra è chiaro che s'è preso una pausa caffè. Si siede, parliamo, io lo odio per come è vestito, per la forma e il movimento delle sue mani, per il suo modo di simulare interesse e altro. Poi mia madre deve fare una firma. Prende la penna lignea al contrario. L'uomo le dice: "mi scusi, è al contrario". Si mette a spiegare con un sorriso e con soddisfazione che l'ha fatta lui col tornio. Ci fa vedere tutti i piccoli oggetti di legno che ha fatto lui col tornio, spiega le differenze tra i tipi di legno, si illumina. All'interno del meraviglioso mondo del terziario il gestore torna ad essere un uomo. Racconta degli ulivi che vede in Liguria, dei legni che deve accettare dal nostro Appennino.
Più tardi siamo in biblioteca e io, per un attimo, mi comporto in maniera stupidamente superba con un'altra persona. Ci sono delle volte in cui, all'improvviso, di fronte all'inettitudine mi comporto in maniera superba e poi me ne pento.
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giovedì, 17 febbraio 2005
LA NOTTE DEI BLOGGER
Ho letto il libro La notte dei blogger (Einaudi Stile Libero, 2004), la copia donatami da Violetta Bellocchio per posta la scorsa settimana, già prima di ieri sera, com'è ovvio.
Mi sono fatto delle mie idee, tra cui: la qualità dei testi è mediamente alta, e cioè la scrittura è usata in modo assolutamente competente da tutti gli antologizzati. Questo mi porta a una prima "conclusione": l'esercizio quotidiano della scrittura, com'è quello fatto da tutti i blogger, consente di ottenere il possesso di una scrittura esercitata, quantomeno. Con questo non voglio dire una scrittura "bella", voglio dire una scrittura che ha imparato a conoscersi da sola e che quindi può esprimersi pressoché al massimo. Di due persone ugualmente dotate, penso, scriverà meglio quella che ha la scrittura più esercitata (lo stesso penso per un atleta, per un cantante, per un pittore nei loro rispettivi campi, è ovvio). Quindi questo libro è un libro che si può leggere.
La seconda cosa che mi viene in mente è questa: è stato giusto chiedere a dei blogger di scrivere racconti invece che pagine di diario? A questo non trovo una risposta definitiva. Sicuramente una raccolta di racconti è più vendibile (in particolare questo libro è quasi a fine tiratura, e la tiratura è stata imponente) di una raccolta di pagine di diario. Ma è giusto apprezzare una persona per una "forma" (la pagina di blog è, come il sonetto, il romanzo, il racconto, la ballata, il saggio, la recensione ecc., una "forma" che ha delle minime regole di genere) e chiederle di cimentarsi in un'altra? Non sono troppo persuaso su questo punto. Penso che però ci possa stare.
Infine la terza cosa che mi viene in mente è: ma questi racconti a Gabriele sono piaciuti? La risposta del tutto politica (ma anche vera) è: qualcosa più qualcosa meno. Almeno un testo però mi sembra memorabile, e si tratta del racconto di Gianluca Neri Nessuno mi può giudicare. Uso il termine "memorabile" per dire che è un racconto che nella mia esperienza di lettore resterà, affiancandosi in un certo senso a Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei (Sironi editore, 2003).
Inoltre ho incontrato due persone che mi ha fatto piacere avere incontrate: Violetta Bellocchio e Simone Tolomelli (Simone Storci è atterrato troppo tardi con un aereo da Amsterdam a Bologna e è ripartito stamattina alle cinque per Budapest. Gli abbiamo detto di stare a casa). Anche i loro racconti è giusto che siano letti (e i loro blog, quotidianamente).
postato da gabrieledadati, 12:22 | link | commenti (7)
martedì, 15 febbraio 2005
Mercoledì
16 febbraio ore 21.00
presso
il Circolo "Familia Piasinteina" in via San Giovanni a
Piacenza
presentazione
del libro
"LA
NOTTE DEI BLOGGER"
edizioni
Einaudi
Conduce
Gabriele Dadati
intervengono
Violetta
Bellocchio, Simone Storci, Simone C. Tolomelli
postato da gabrieledadati, 10:03 | link | commenti (5)
lunedì, 14 febbraio 2005
SILVIA
postato da giuseppemauro, 15:36 | link | commenti
ALESSANDRO GOLINELLI
Allora ieri mattina alle 10:30 si è tenuto presso la Galleria d'Arte moderna Ricci Oddi il primo incontro con uno scrittore, nel caso Alessandro Golinelli, che ha offerto dal suo particolare punto di vista la lettura di un'opera. Io mi ero appena fatto 200 km in autostrada e non ero al meglio per un po' di motivi: ma Golinelli è stato bravo. Questo mi fa un po' temere perché domenica prossima tocca a me (ho l'ansia da prestazione, come si dice). Ecco il pezzo che ho scritto, comparso oggi su Libertà:
Era davvero difficile immaginare un avvio migliore per il nuovo ciclo di conferenze della domenica mattina organizzato dalla Galleria "Ricci Oddi". Ieri infatti ha preso la parola Alessandro Golinelli, scrittore milanese che ha già pubblicato sei romanzi e la cui ultima prova - "Qui e altrove" - è in uscita per i tipi di Marco Tropea, e ha parlato per una quarantina di minuti del "Ritratto di Giuseppe Ricci Oddi" eseguito nel 1937 da Luciano Ricchetti di fronte a un pubblico folto e attento. Golinelli ha illustrato bene come la collezione di Ricci Oddi sia una esemplificazione nitida dell'idea che l'uomo aveva dell'arte come migliore dei mondi possibili: negli anni '30, finita una guerra e in attesa di quella successiva, Ricci Oddi offre alla città una serie di esempi del mondo come luogo bello, dove è bello vivere, tenendosi lontani dagli orrori bellici che le avanguardie e l'arte successiva registrano puntualmente. Illuminismo e Romanticismo, che Golinelli ha definito facce di una stessa medaglia che ha come senso complessivo la volontà dell'uomo di attingere la realtà con mezzi diversi, di fatto divengono in maniera diversa le idee guida della collezione. Di fatto Ricci Oddi ha avuto vinta la battaglia con l'immortalità mediante le opere, con la particolarità che le opere erano sue per come le aveva selezionate e non per averle prodotte, come invece è degli artisti che normalmente mirano alla stessa immortalità. In questo senso è allora anche lui artista, e ancora oggi ci offre il ricordo della sua persona, del suo modo di vivere e di vedere la vita; anche solo camminando per la Galleria. E sulla forma della Galleria stessa è intervenuto Alessandro Golinelli che ne ha commentata la pianta: pianta quasi da chiesa, ma chiesa laica, in cui in luogo delle immagini sacre ci sono le opere e in luogo di una venerazione oltremondana c'è la possibilità di accostarsi alla bellezza e all'ideale del donatore. Citando il "Faust" di Goethe, testo in cui l'alchimista è uomo tutto moderno per il modo che ha di ricercare in maniera inesausta, lo scrittore ha parlato proprio del fermare l'attimo nella sua bellezza, al di fuori della quale è anche possibile il dolore e la disperazione. Al termine dell'intervento di Alessandro Golinelli c'è stato spazio per le domande. Si è così parlato ulteriormente della figura di Giuseppe Ricci Oddi, che fu al contempo uomo amante della campagna e anche proprietario di fabbriche: lo scrittore ha sottolineato come questi due mondi siano due possibili alternative di inizio Novecento e che nel primo c'è ancora spazio per la bellezza mentre nel secondo la modernità strappa l'equilibrio e crea perturbazione. È il mondo della campagna quello che Ricci Oddi raccoglie. C'è poi stata una domanda sulla funzione dell'arte in generale. Qui Golinelli ha ricordato come l'arte presupponga fruizione e non sfoggio, quindi nel caso specifico della letteratura non l'acquisto di libri per riempire il mobile-libreria magari di design ma lettura reale dei testi.
(p.s. Due giorni fa mi è arrivata una lettera indirizzata a "Egr. Sig. Dott. Dadati Gabriele". Cerchiamo di non esagerare, per favore.)
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venerdì, 11 febbraio 2005
Allora io parto, vado via.
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ANALOGIE Il rosso e l’azzurro. Sopra la mia testa, mille tonalità di rosso e di azzurro si contendono gli ultimi minuti di luce, eredità di un sole che è già d’alba nell’altro emisfero. Il mare, specchio infedele, rielabora la contesa inventandosi sfumature nuove, sbiadite da onde lievi e improvvise. Impreviste. Ogni volta mi sorprendo a chiedermi di chi siano figlie quelle lontane striature schiumose che appaiono e scompaiono in un lampo, senza lasciare traccia di sé. Ogni volta mi perdo in complesse analogie tra il senso effimero di quelle misteriose striature e quello della vita, un lampo e nessuna traccia. Analogie. Sorrido, senza sapere perché. Cammino lungo il perimetro della riviera, lentamente. Gli occhi verso il mare, incrocio di lato sguardi senza volto storie sconosciute fili intrecciati strade parallele che convergono improvvise per separarsi dopo un istante. Mondi distanti impenetrabili misteriosi, ognuno segnato dai propri rilievi, da corsi d’acqua che separano valli ed emozioni, da campagne sterminate in cui perdersi e ritrovarsi, in una ricerca senza fine. Io vorrei conoscerli tutti, quei mondi. Assegnare un ruolo ad ogni sguardo, indovinarne i sensi nascosti, carpirne i segreti e le paure, comprenderne gli orizzonti. Vorrei sbirciare nel grande atlante delle esistenze, imparare a memoria le capitali ed i colori delle bandiere di ognuno, ripetere senza errori latitudini e longitudini e i confini di ogni storia. Leggere i sogni delle notti di tutti. Cammino senza un senso apparente. Da est, il buio cancella rapido pezzi di cielo e di colore, oscurando il mare e gli sguardi senza volto. In un istante è già notte. Analogie. Sorrido, senza sapere perché.
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mercoledì, 09 febbraio 2005
PINOCCHIO E KING LEAR
Nico Orengo spiega molto bene, nell'introduzione all'edizione Theoria di Pinocchio (edizione di metà anni '90, illustrata da Mario Schifano e con una nota di Achille Bonito Oliva), che il personaggio Pinocchio è un figlio che mette in rapporto al suo essere figlio Geppetto, la Fata Turchina e gli altri personaggi. E cioè col suo essere tenero, scapestrato, esposto agli eventi, insegna a Geppetto come si fa il padre e alla Fata Turchina prima come si fa la sorella e poi come si fa la madre. Ma è soprattutto nei confronti del padre che avviene l'ammaestramento: Pinocchio parla di paternità, spiega Nico Orengo. Trovo la spiegazione bella e del tutto soddisfacente. Davvero il burattino insegna agli altri ad avere un ruolo nei suoi confronti. Ho allora spostato il righello di questa interpretazione sul King Lear. Il protagonista (re che divide il regno tra le figlie a seconda di quanto dicono di amarlo ma che negli atteggiamenti vorrebbe restare re. E non si può essere re e non re al medesimo tempo) offre un suo essere padre bizzarro, buttato tutto sul fuori: e alla fine impazzisce. Questo, mi sembra, insegna a chi gli sta attorno come si fa la figlia (ma due su tre non l'imparano), come si fa il suddito (ma a fronte di pochi fedeli tanti invece non lo sono), come si fa l'amico, come il fa il giullare e così via. Mi sembra davvero che si tratti di un meccanismo simile. I due personaggi (personaggi fortissimi anche nel nostro immaginario) insegnino ai personaggi che hanno attorno a creare rapporti con loro.
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martedì, 08 febbraio 2005
BALLATA DELLE COSE CHE HO PERDUTO E DELLE COSE CHE HO TROVATO HO PERDUTO La felicità penetrante del risveglio al mattino. Occhi e voci e odori e sogni rotolati all’indietro, senza neanche sapere se nel frattempo si siano fermati o abbiano trovato altre strade su cui andare. La luce della semplicità. La naturalezza della sincerità senza sforzi senza fatica senza domandarmi se non sia meglio – certe volte – omettere o nascondere o dire altro rispetto al vero che però non faccia male o che ne faccia di meno. Mille volte me stesso, mille volte la voglia di andare a prescindere. L’abilità di dipingere i miei sogni con parole morbide suadenti sinuose e di riempirli di protagonisti ammaliati dai colori dei miei tragitti tortuosi e dei miei sfavillanti miraggi. La sacralità di certe convinzioni. La capacità solida intollerante granitica di costruire certezze assolute e la conseguente fiducia incrollabile in qualunque cammino che pretenda di convincermi della propria eternità. Un sacco di sguardi di cui non mi sono avveduto. Il sacrosanto bisogno di incazzarmi sempre e comunque per le tragiche illogicità colpose e dolose del mondo che abito, e l’incapacità di rassegnarmi. Una parte della mia straordinaria intelligenza emotiva. Il sapore promettente di certe serate passate a sommergerci di parole e promesse e consapevolezze in cui tutto – domani – sarebbe stato possibile. Ciascuna delle mie scelte alternative. La voracità nel masticare i giorni e il mio tempo giocandoci intorno e insieme sbeffeggiandolo e rinfacciandogli che in fondo ne resta ancora e lui non è altro che passato. La forza di rimettermi in gioco un istante dopo essere caduto. Lo stupore che mi regalavano i giorni freschi di vento giovane, quello stupore affilato che ti entra dentro passando dagli occhi sospirando giù fino allo stomaco e che lì si ferma, rivoltando ogni cosa senza riguardo alcuno. L’immensa saggezza dell’adolescenza. I miei giorni più veri, serbati sotto il cuscino ogni notte giusto un istante prima del sonno, che non scoloriscano lasciandomi solo. La tua anima, ma lei saprà ritrovarmi. HO TROVATO Una follia insana sconsiderata magnifica in cui credere fino a sfinirmi. La quiete smisurata che mi sommerge con le onde al mattino, quando accosto la macchina al mare e mi siedo a rubarne sul muretto che gli corre al fianco, lasciando che il tempo scorra senza accampare ragioni. Un paio d’occhi che crescono coi miei e in cui mi specchio senza meraviglia. Mani e giorni e parole che mi hanno curato senza domandare, carezzandomi lievi gli strazi dell’anima contusa. Mille volte me stesso, mille volte la voglia di andare a prescindere. Parole fresche da dire da udire da scrivere e giorni capovolti di noia e affetti nuovi preziosi da preservare e passi stanchi spinti via a casaccio e legami senza volto ma con profondità prive di fondo e discorsi da inseguire per sentirsi più grandi e dolori ruzzolati in ragioni convolate a giusta pacificazione. L’idea illogica che ci saremo per sempre. Un vigore che non avevo dissepolto dalla rabbia melmosa della distruzione e lo sdegno necessario a rimettere insieme ogni singolo pezzo esploso. Il mio personalissimo fanciullino di Cebete. Mia madre e mio padre dentro un angolo che non avevo mai visto, nascosto nelle crespe della nebbia di un’abitudine insofferente. Un uomo con cui condividere il coraggio screanzato di chiamarsi capitano. Altri sogni da sedimentare a farne tappeto maestoso e poi accantonarli tutti insieme, incendiandoli come in un romanzo di Tom Wolfe. La sconfinata incoscienza della maturità. Un cielo diverso sotto cui abitare per sentirlo padre e poi nemico e poi indifferente e poi – semplicemente – diverso. La capacità di annotare con diligenza le sconfitte per provare caparbio a trasformarle in vittorie, sempre che tra le une e le altre esistano davvero differenze di sostanza. Speranza e non mi è consueto. Un quadrato di terra piccola in cui nascondere il pensiero di noi, come tesoro da accrescere o – almeno - da conservare intatto. Il desiderio rancoroso prepotente giocoso di farmi ritrovare dalla tua anima.
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lunedì, 07 febbraio 2005
MI IMPEGNO A RICORDARE I VECCHI E AD AMARE I NUOVI
Ieri, domenica, a casa mia (casa dei miei genitori) c'erano a pranzo: mia sorella Sabrina con Giampaolo e il piccolo Filippo, mia sorella Eugenia con Roberto e i piccoli Vittorio e Benedetta, mia madre Marisa, mio padre Enrico, mia nonna Edera ed io. Il primo febbraio era il compleanno di Sabrina, ieri l'abbiamo festeggiato. A un certo punto mi sono trovato a pensare ai morti che ho visti a quella tavola e che adesso non ci sono più: Vittorio, mio nonno paterno, Ezio, mio nonno materno, ed Ennio, il padre di Roberto. Ho pensato anche ad altri che ho conosciuto e che sono stati alla nostra tavola senza esserci più: il missionario padre Agostino, amico di famiglia, la "zia" Lena, e cioè Elena Grassi, sorella della mia nonna paterna, e così via. Ho pensato dolorosamente a queste persone e poi ho guardato i miei nipoti: Vittorio che avrà 5 anni il 28 febbraio ed era vestito da maghetto, Benedetta coi suoi occhi grigio-azzurri che di anni ne avrà 1 a giugno, Filippo che è bello come un'oliva nera e per compiere 1 anno ci metterà ancora nove mesi. Ho pensato a loro guardandoli e ho cercato di amarli come amo coloro che se ne sono andati. Ho visto bene la differenza: coloro che se ne sono andati sono tutte persone che mi hanno insegnato qualcosa, mentre nei confronti di questi bimbi ho io una certa responsabilità di esempio, di insegnamento. Non devo piegarmi a cercare su di loro conforto: devo imparare ad essere forte per diventare io il loro conforto. Ho pensato poi alla totalità della mia famiglia che cambia, si riconfigura. I vecchi che se ne vanno e i nuovi che arrivano. Ho pensato alla parola "cambiamento" e ho pensato che fa male perché è un passaggio da un equilibrio all'altro e in mezzo si prova spaesamento. Ma anche il corpo che cresce (i denti che spuntano dopo sei mesi di vita, ad esempio, oppure le prime mestruazioni per le ragazze) spesso ci fa male o ci imbarazza (ricordo i momenti di improvviso falsetto in cui inciampava la mia voce durante la pre-adolescenza) e alla fine il nostro corpo cresciuto ci deve piacere, in effetti ci piace. E' per questo, e per molti altri motivi, che mi impegno a ricordare i vecchi ma anche ad amare con abbandono i nuovi.
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domenica, 06 febbraio 2005
ALLA FINE HANNO APPROVATO LA LAPIDAZIONE DI AMINA Il Tribunale supremo della Nigeria ha ratificato la condanna a morte per lapidazione di AMINA; ha solamente posticipato l'esecuzione di due mesi per permetterle di allattare il suo bambino.Trascorso questo termine la sotterreranno fino al collo e l'ammazzeranno a sassate, a meno che una valanga di dissensi non riesca a dissuadere le Autorità Nigeriane.Amnesty International chiede il tuo appoggio tramite la tua firma nelle sue pagine web.Mediante una campagna di firme come questa si salvò in passato un'altra donna, Safiya, nella stessa situazione. Sembra che per AMINA abbiano ricevuto pochissime firme.Contatta subito: http://www.es.amnesty.org/nigeria/index2.php Non pensare che non serva a niente: a SAFIYA salvò la vita. Fai circolare questo messaggio fra le persone che sai sensibili a questa orribile minaccia di morte. Fallo subito, io l'ho già fatto.
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sabato, 05 febbraio 2005
PUPI AVATI
Esce il nuovo film si Pupi Avati che ancora non ho visto e che quasi sicuramente non vedrò (del resto ricordo con grande piacere solo il suo "La casa dalle finestre che ridono"). Esce e dentro manca una cosa, anzi una persona, che sarebbe potuta esserci ma invece non c'è. Si tratta del mio amico di una vita Calogero Sciascia, neo-laureato in Ingegneria Fisica al Politecnico di Milano, un tempo suonatore di clarinetto e oggi solo una delle migliori persone che conosca. Un paio d'anni fa Calogero è stato scelto per recitare in uno spot per l'Unione Europea girato da alcuni giovani di Piacenza. In questo spot Calogero si spoglia una volta tornato nella sua stanza alla fine di una giornata, ascolta la musica, si scatena saltando sul letto in boxer e maglietta e infine un vortice di fotografie gli si appiccica addosso. Lo slogan deve essere qualcosa come "L'Europa vissuta sulla tua pelle". Lo spot ha vinto un premio e Calogero è anche andato a Bruxelles per qualche giorno.
Ora: il direttore della fotografia di quello spot è lo stesso che lavora con Pupi Avati. Sapendo che Pupi Avati si sarebbe messo a girare un film che parla di musica e sapendo che Calogero suonava il clarinetto, li ha messi in contatto. Poi non se ne è fatto niente, Pupi Avati voleva uno che fosse bravo davvero a suonare, mentre Calogero è solo un dilettante del tutto fuori allenamento. La cosa bella però, la scena cioè che è entrata nella mitologia di noi amici di Calogero, è quando Pupi Avati l'ha chiamato sul cellulare. Perché in quel momento Calogero era sul cesso di casa sua "per l'affare grosso" e ha continuato a lavorarci mentre di là dal filo c'era un regista italiano piuttosto noto a dargli del tu. Alla fine, quando gli ha detto che non lo prendeva, Calogero ha tirato l'acqua.
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venerdì, 04 febbraio 2005
VERRANNO A CHIEDERTI DEL NOSTRO AMORE (*) Eppure, noi abbiamo vissuto. E viviamo anche, sommersi da un tempo che non aspetta e che pretende di dettare regole e sogni, di stabilire priorità. Ci riesce il tempo, ci riesce sempre. Riesce a convincerci delle sue ragioni. Eppure, noi esistiamo, fosse anche per il gusto di fargli dispetto. Esistiamo mascherati da idea, vestiti d’orizzonte, allungati sul futuro. Esistiamo in silenzio, che gli altri non possano scorgere i nostri occhi che si inseguono, occhi come sostegni a cui aggrapparsi. Noi, naufragati senza sapere come. Esistiamo sotto le domande mute di chi non può comprendere, quelli a cui non possiamo regalare risposte perché anch’esse restano mute, nessuna definizione possibile. Ci chiederanno conto, del nostro amore senza ritorno. Ci chiederanno conto, della nostra inguaribile follia. Quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti del nostro amore a quella gente consumata nel farsi dar retta un amore così lungo tu non darglielo in fretta
Non siamo cambiati, ed è questo che ci ha fottuti. La nostra straordinaria capacità di assolverci, sommergendoci di parole buone per imbrigliare i pensieri, ha impedito che potessimo scambiarci pezzi d’anima se non per il tempo che serviva, giusto quello. Dopo, ognuno a riprendersi le proprie cose di dentro e i propri nondetti, le tessere del proprio mosaico senza provare neanche a cambiarne i contorni o – almeno – le sfumature dei colori. Senza provare a confondere i pezzi e a costruire mosaici diversi. Non siamo riusciti a cambiarci, ed è questo che ci ha fottuti.
non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore dopo l'amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre" nell'ipocrisia dei "mai" non son riuscito a cambiarti non mi hai cambiato lo sai.
Da soli, non ci bastavamo. Succede sempre, riuscire trovarsi in mezzo a mille regala la forza di scuotersi il mondo di dosso ma quello ritorna prepotente, senza stancarsi, con ossessiva precisione. Ritorna senza fretta, che il tempo lavora per lui. E le forze scemano, e le cose aumentano di peso, e i silenzi sono segno d’assenza. Il tempo e il mondo coalizzati insieme, a fiaccarci dentro. E adesso che puoi farlo, portare in giro una faccia nuova e sorprenderli e sentirti diversa e finalmente coerente con le regole che il tempo ti ha imposto, ora che ridimensioni ciascuno dei tuoi sogni ogni giorno che passa – proprio tu - , quelli si chiederanno perché. Com’è possibile che tu non fossi abbastanza, per me. Com’è possibile che io abbia buttato via il nostro pezzo di terra così fertile, regalandolo ad altri. Me lo chiedo anch’io, lo sai. Il punto è che non siamo riusciti a cambiarci, ed è questo che ci ha fottuti. E dietro ai microfoni porteranno uno specchio per farti più bella e pensarmi già vecchio tu regalagli un trucco che con me non portavi e loro si stupiranno che tu non mi bastavi, digli pure che il potere io l'ho scagliato dalle mani dove l'amore non era adulto e ti lasciava graffi sui seni per ritornare dopo l'amore alle carezze dell'amore era facile ormai non sei riuscita a cambiarmi non ti ho cambiata lo sai.
Ci chiederanno conto, del nostro amore senza ritorno. Ci chiederanno conto dei nostri occhi perfettamente identici - occhi come sostegni a cui aggrapparsi - a specchiarsi di luce riflessa. Pretenderanno per questo di cambiarli, i tuoi occhi. Pretenderanno di averli, di sfruttarne ogni scintilla, di godere di ogni loro richiudersi e dei pensieri racchiusi dentro. Pretenderanno di cambiarli, i tuoi occhi stanchi. Il punto è che non siamo riusciti a cambiarci, ed è questo che ci ha fottuti. Il punto è che sono riusciti a cambiarci, ed è questo che ci ha fottuti. Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro i tuoi occhi assunti da tre anni i tuoi occhi per loro, ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo e troppo stanchi per non vergognarsi di confessarlo nei miei proprio identici ai tuoi sono riusciti a cambiarci ci son riusciti lo sai. Mi chiedo dov’è che sarai.
Mi chiedo – sapendolo perfettamente - come sia la vita racchiusa a pezzi dentro contenitori ermetici senza nessuna possibilità di metterla insieme. Mi chiedo cos’è che cerchi nel tuo vagare cosciente sensato ostinato. Mi chiedo tutto questo anche per me. Ci chiederanno conto, del nostro amore senza ritorno. Ci chiederemo conto delle inutilità ottuse che ci costringiamo a vivere per essere certi di sopravvivere. Che oggi il tempo ci chiede pochi sensi di colpa e percorsi incasellati e va bene così. E’ lui che vince, adesso. Gli chiederemo conto delle nostre sconfitte. Gli chiederemo conto, quando saremo pronti a scegliere, quando avremo finalmente imparato a farlo. Ma senza che gli altri ne sappiano niente dimmi senza un programma dimmi come ci si sente continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito farai l'amore per amore o per avercelo garantito, andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro senza chiederti come mai, continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai. (*) Verranno a chiederti del nostro amore è di Fabrizio De Andrè - Storia di un impiegato - 1973
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giovedì, 03 febbraio 2005
ANTIBIOTICI Gli antibiotici sono terribili. Aggiustano cose per distruggerne altre. Non ho forza di pensare.
postato da giuseppemauro, 12:39 | link | commenti
L'altro ieri e ieri mi telefona e mi manda messaggi Violetta Bellocchio, una delle autrici del libro La notte dei blogger. Mi chiede una mano per fare una presentazione a Piacenza del volume, cioè organizzare e presentare, con lei a altri due autori (tutti milanesi). Violetta ha origini piacentine, e anzi il suo è un cognome piuttosto conosciuto a Piacenza. Leggo la sua nota biografica che termina dicendo che suo padre ha fatto il sindacalista per venticinque anni. Mi viene in mente uno che sta a Milano come lei, ha l'età per essere suo padre e ha fatto a lungo il sindacalista: è il poeta Alberto Bellocchio, fratello dei più famosi Piergiorgio e Marco. Penso che Violetta possa essere figlia di Alberto (glielo auguro). In ogni caso le dico di sì, e organizzo per il 16 febbraio, ore 21, alla Famiglia Piacentina telefonando a Danilo Anelli che è sempre piuttosto cortese con me. Allora adesso c'è questa presentazione da fare, prossimamente. Voi il libro l'avete letto?, quali critiche feroci vi sentite di fare?
postato da gabrieledadati, 09:25 | link | commenti
mercoledì, 02 febbraio 2005
Il mio desiderio più forte, in questo momento, è quello di costruire un comodino. Naturalmente non sono capace di farlo, ma l'idea che io possa costruire un comodino (e cioè fare una cosa che abbia in sé un progetto che è tutto mentale e una realizzazione che è tutta pratica) mi rende lo stesso felice. Assomiglia a scrivere nella sua parte di progettazione, ma è ancora più fisico nel secondo momento, al contatto coi materiali. Ho idea che mi piacerebbe vedere qualcosa pensato dalla mia mente e costruita dalle mie mani. E perché un comodino? Perché è piccolo, se ti emoziona lo puoi abbracciare facilmente.
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martedì, 01 febbraio 2005
I SENTIMENTI MARCHIATI A FUOCO Giuseppe Mauro ´Silvia dormeª, Edizioni Il Foglio Non c’è passato e non c’è futuro, piuttosto passato e futuro convivono in un presente che diventa unicum temporale, raccontato dallo stesso protagonista da due prospettive diverse. Scelta coraggiosa ma impegnativa per il lettore. Seguiamo il protagonista Mario che ama guidare di notte "con le strade buie e gli occhi allagati di sonno", al suo fianco "Silvia dorme bambina". E lui guida su "strade poco frequentate, galere aperte, indulto notturno". Ed è da uno di questi viaggi che Mario prende spunto per raccontare la sua storia e le sue donne, storie di differenti amori ma tra loro legate da un filo indissolubile. Storie che ne denudano l’anima marchiandone a fuoco i sentimenti. Pamela, sensuale e turbolenta artista lo travolgerà al ritmo delle sue note in una spirale di passione. Da quella storia nascerà Laura, figlia inattesa, da cui trarrà la forza necessaria a superare l’abbandono di Pamela. E quindi Silvia, la baby sitter dolce e trasparente di cui si innamorerà anche grazie alla complicità della figlia. Nella sua prefazione Francesca Mazzucato scrive: "Un libro che si sente scorrere col sangue, si sente come brivido che passa pagina per pagina, riga per riga e ti porta su una montagna russa fino a farti indugiare e dove ti commuovi". Roberto Mistretta – “La Sicilia”, martedì 1 febbraio 2005
postato da giuseppemauro, 23:09 | link | commenti (3)
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