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mercoledì, 30 marzo 2005
LA NUOVA NARRATIVA ITALIANA
Mentre gironzolo per la rete cercando tutt'altro mi imbatto in un articolo pubblicato da Avvenire a firma Fulvio Panzeri. L'articolo, che leggo tutto, parla dei nuovi narratori italiani, narratori che ho letti quasi tutti. Alla fine (giuro, non lo sapevo) arriva a un narratore che non ho mai letto. Arriva un narratore "che ho scritto": Gabriele Dadati.
17 Marzo 2005
TENDENZE LETTERARIE
2005, ecco il giovin scrittore
Si sta affacciando una nuova generazione di scrittori, quella dei ragazzi che oggi hanno trent’anni e che attraverso lo sguardo curioso della loro gioventù vogliono scoprire mondi diversi, scavando dentro la loro interiorità (un po’ come certi cantautori molto vicini alla loro sensibilità: Nicolò Fabi, Carmen Consoli, magari anche i Tiromancino) o andando a individuare angoli di realtà sconosciute e marginali. È una generazione diversa di narratori, quella che ha mosso i primi passi in questi anni, lontana dalla auto-referenzialità dei ragazzi che li hanno preceduti, sempre legati al loro mondo troppo personalizzato, al proprio ombelico, un po’ scettici e sempre pronti a usare la letteratura come strumento di rivalsa personale. E proprio questo aspetto ha decretato, a parte qualche rarissima eccezione, il loro fallimento.
I ragazzi che invece scrivono oggi hanno una verità maggiore, quella che gli deriva dal rischio di mettersi in gioco, ma soprattutto di intuire che la letteratura non è uno strumento di ascesa sociale, bensì una possibilità di conoscenza del mondo, un modo per far diventare evidente il loro bisogno di non lasciarsi appiattire dalla realtà e di riuscire invece a interagire con essa, a partire dalla scrittura.
Sono scrittori giovani tutti da scoprire, anche se un certo successo critico qualcuno l’ha già colto con il primo libro. E sono da conoscere le loro storie, che nascondono una consapevolezza degli strumenti della scrittura (letture per niente ovvie, discussioni, curiosità) che stupisce in ragazzi così giovani.
I nomi sono presto fatti, a partire dai più grandi, quelli nati negli anni Settanta, come i due autori usciti dal laboratorio di Marcos y Marcos. Parliamo di un narratore già solidissimo come Davide Longo che nel secondo romanzo, Il mangiatore di pietre, ci racconta una storia di inquietudini, tra le montagne piemontesi sul confine francese. Ed è un omaggio all’autore che lui preferisce, il non dimenticato Francesco Biamonti. Longo continua la sua indagine su quelle zone d’ombra che sono le vie segrete usate dai clandestini per arrivare in Italia e mette a nudo l’anima dei «passatori», coloro che guidano queste carovane di disperati in cerca di nuove terre.
C’è poi il caso di Cristiano Cavina, che accentra l’attenzione sul mondo delle periferie anonime in cui è cresciuto. Ora fa il pizzaiolo, dalle parti di Bologna e in Alla grande mette in scena gli stenti e la vita anonima in quei palazzoni, apparentemente senza volto, disseminati sul territorio italiano, lontano da operazioni sociologiche, bensì attento ad una reinvenzione in senso ironico delle utopie giovanile di un gruppo di ragazzi che ricordano quelli della via Paal, con la loro voglia di un mondo migliore nutrito di fantasia. Un desiderio che la scrittura di Cavina, trasforma in sguardo poetico.
Molto giovane, poco più di ventitré anni ha invece Martino Gozzi che esce dal laboratorio Pequod, la piccola casa editrice di Ancona che ha deciso di puntare molto sulle nuove scritture giovanili. Con Una volta Mia ci racconta una scorribanda tutta impregnata di musica e nella storia, tutta americana, di una ragazza – Mia, appunto – che viene travolta dal desiderio di incontrare la voce leggendaria di Le Roy Williams, reinventa uno dei grandi classi della letteratura fantastica, Il mago di Oz.
Nella pianura piatta e nebbiosa del Polesine, a Rovigo, invece Mattia Signorini (sempre da Pequod) fa muovere i suoi giovani in cerca di un senso sulla propria vita, attraverso il valore dell’amicizia. Anche Signorini è giovanissimo e con Severo American Bar ha scritto un romanzo di formazione intimo, che confronta i desideri dei ragazzi di oggi (spesso in viaggio per l’Europa, come accade nel romanzo) e il silenzio della realtà che li circonda. Aspettano invano un segnale dal mondo degli adulti e trascorrono sere in macchina e nei piazziali a condividere un senso di solidarietà interiore, spesso sconfitto.
Mario Desiati, in Neppure quando è notte (ancora Pequod), ci mostra il mondo notturno, sotterraneo e suburbano della Roma di oggi, tra stazioni e periferie, attraverso la storia di un giovane che ha deciso di scegliere «la strada» e di condividerne rischi e naturalità. Ne esce un ritratto umanissimo, linguisticamente molto elaborato, del popolo dei «senzacasa» che riporta al clima del testoriano In exitu.
Attraverso una lingua propria, modulata sul dialetto napoletano, assai originale, Valeria Parrella, con i sei racconti di Mosca più balena (Minimum Fax) ci presenta storie che nascono da un profondo bisogno di connaturarsi alla realtà fisica delle sue storie, che esprimono la voglia di vivere dei giovani senza lavoro, le insoddisfazioni delle casalinghe borghesi, l’orrore della politica, l’ansia di trovare un posto nella società.
Marco Mancassola – già fortunato esordiente da Pequod con Il mondo senza di me – con Qualcuno ha mentito (Mondadori) accompagna in una Londra acida, marginale, descrivendo la «crisi antropologica dei corpi» attraverso il mistero di due giovani, che si ritrovano «senza sangue», costretti a reggere la loro vita in un involucro «duro e nervoso come un fascio di cavi elettrici».
C’è poi la realtà agra e paradossale, piena di incognite e di contraddizioni, ben raccontata da Christian Raimo nei racconti di Latte e Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (entrambi da Minimum Fax) o l’arte di arrangiarsi, che caratterizza, Marco, il protagonista di una storia stravagante come Vent’anni che non dormo di Marco Archetti, appena pubblicata da Feltrinelli. Intorno a lui ruotano una madre dolente, un nonno epico, una ragazza, pochi sogni e molta svagata fatica di vivere.
Ci sono anche giovani che rileggono in modo inusuale la lezione cristiana: Paolo Papotti, ad esempio, che con Come quando il treno muove (Edizioni Messaggero) racconta un viaggio, che diventa anche un’indagine dell’anima, che ripercorre la difficile scoperta di quale sia la strada di una generazione di giovani che spesso non sanno da che parte andare per diventare adulti. O Gabriele Dadati che sarà pubblicato da Pequod, nei prossimi mesi, con una raccolta forte e matura: otto racconti che ricalcano la stessa struttura, un io narrante che si trova ad affrontare una prova da solo. E ci spiega Dadati: «La prova da affrontare può essere l’arrivo del primo figlio, la necessità di scagionarsi pur essendo Charles Manson, la consapevolezza che affrontare la cometa di Halley può essere mortale, la possibilità di imparare ad accettare il carcere eccetera. In ogni caso, prove che si affrontano senza l’aiuto di nessuno (ma al termine il premio può essere proprio che l’"io" diventi un "noi", ed è il caso migliore). Affrontare le prove con la consapevolezza che siano prove è quello che io chiamo epica. Il libro è inoltre un esempio di quello che io penso sia la narrazione di un credente. Come è possibile che uno scrittore di 22 anni scelga un narrare cristiano, addirittura cattolico? Davvero non vedo come potrebbe essere altrimenti».
di Fulvio Panzeri
(da http://www.db.avvenire.it/avvenire/moduli/approfondimento/index1.jsp?idNotizia=18989)
postato da gabrieledadati, 19:07 | link | commenti (4)
martedì, 29 marzo 2005
INTANTO, IO SCRIVO
(..)
La notte si strugge lisciata dal suono sottile dei nostri silenzi.
La schiena curvata verso il camino, digeriamo la cena ed il giorno andato strofinandoci sui chiaroscuri rossastri che riempiono l’aria. Penso a quanto è difficile tirare via lo sguardo da un fuoco.
Fa fresco, stanotte. La primavera quassù fa sfoggio di forza durante il giorno, ma la sera si appisola tranquilla e lascia che l’inverno soffi da lontano i suoi ultimi arrivederci. Aristide rimesta nella scatola del tabacco che sta ammonticchiando nella sua pipa, pressandolo con cura. Ne guardo i gesti misurati che ormai conosco bene, sempre gli stessi. E’ una liturgia sacra – io penso – con il bosco a fare da chiesa e il fuoco in terra come altare. Sopra, mucchi di stelle fedeli scintillanti ad ascoltare il rito.
Silenzio e voci del bosco che dorme.
E poi succede.
La pipa accesa a sbuffare soddisfatta, succede che Aristide mi guarda diritto negli occhi a dirmi con lo sguardo di prestare attenzione poi rivolge ancora il viso al fuoco.
Lui parla.
Non le solite frasi smozzicate seminate come briciole preziose nel vuoto di una notte enorme, no. Lui stavolta parla. La voce fonda, bellissima, lui dice
no che non era una testa di cazzo.
Molti lo pensavano, gli amici venivano a dirmelo stai attento si dice questo e quell’altro l’hanno visto qua e poi anche là ma io alzavo le spalle senza dire nulla non c’era niente da dire non c’è mai niente da dire. Gli avevo passato il mio silenzio, lui parlava sempre poco preferiva guardarti diritto negli occhi e quel sibilo che attraversava l’aria in quel momento valeva più di mille parole di mille discorsi.
Non era una testa di cazzo.
Gli avevo passato il mio silenzio ma il resto era di Anita mia moglie, lei che ha pensato bene di lasciarmi sei anni fa una bella mattina mi sono svegliato e lei no, non c’è riuscita ed è così che va la vita, io penso, ogni mattina ti sforzi di svegliarti e una mattina non ce la fai proprio non ci riesci e non c’è molto altro da dire non c’è mai niente da dire. Quando se n’è andato anche lui, in quel modo balordo che se ci penso sì che mi viene da parlare e da urlare, ho pensato che era una fortuna che Anita non ci fosse che lei ne sarebbe impazzita e impazzire è peggio che morire, è peggio.
No, lui non era una testa di cazzo.
Si era nutrito dei discorsi di quassù, quelli della gente che c’era che rammenta la sera nei bar davanti a una grappa a un mazzo di carte e a una bestemmia, quelli che hanno bisogno di parlarne ogni giorno perché i ricordi non li ammazzino, loro che sono morti già allora sparando e uccidendo e facendosi sparare all’anima. Discorsi da vecchi, quello che gli dicevo sempre quando me ne chiedeva conto con i suoi occhi bambini appena felpati di domande ma poi lui andava da nonno Antonio e lui parlava e diceva e raccontava a quel nipote che portava il suo nome, raccontava senza dimenticare nulla ogni minuzia all’apparenza insignificante perchè la realtà è spesso più assurda della fantasia e a mio padre bastava dire il vero perché mio figlio fosse trascinato via dalla corrente, perché il suo mondo si popolasse sempre più di quelle storie indelebili come marchi a piombo, storie di rabbia e di riscatti impossibili. Mio figlio Antonio non era una testa di cazzo e nemmeno dico che tutto quello che è stato dopo sia stata colpa di mio padre né di quelle storie da vecchi udite nei bar, non posso dirlo non lo dirò non c’è mai niente da dire. E’ che questi monti hanno visto troppe cose, è quello. È che i sentieri che li corrono quelle cose sanno raccontarle a saperle ascoltare, ogni singola storia ogni sguardo ogni lacrima versata sull’erba. Sono gli odori degli stivali tedeschi che calpestavano veloci queste zolle sempre più ostili, è il profumo delle camicie rosse e verdi delle brigate partigiane, sono le bombe inesplose prova di coraggio nei giochi dei bambini. Sono i montarozzi di terra ancora intatti a ingarbugliare i percorsi, le casematte sperse nelle valli a segnare i confini, le scritte disperate sugli alberi e sui muri a trafiggere il tempo ed il cuore. Sono le memorie e le ombre e le croci piantate in terra a ricordare i morti, è il vento che fischia tra i rami fitti e porta ancora in giro il desiderio di libertà e di un mondo senza oppressioni, è il bisogno di giustizia che scava l’anima la voglia di pensarci uguali fratelli compagni, è la vita stessa e il suo senso e non c’è poi molto altro da dire non c’è mai niente da dire.
Antonio non era una testa di cazzo.
Se n’era andato presto, giù a studiare filosofia perché aveva voglia di capire la vita e i suoi silenzi. Se n’era andato fin dentro la città perché i monti lo angustiavano diceva che erano diventati una casa troppo stretta ma io so che quelli gli parlavano coi sentieri e il vento e tutto il resto, gli raccontavano le loro storie perché lui sapeva ascoltarle, gli dicevano di andare che era possibile lottare perché l’ingiustizia venisse cancellata dalla terra e lui voleva questo, niente altro che questo, lui e la sua filosofia e i suoi silenzi a strapiombo sul nulla. Studiava, poco ma studiava. Non ho mai pensato che gli servisse l’università per nascondere quello che le storie dei monti gli avevano seminato nell’anima, non ho mai pensato che mi raccontasse balle, non su questo. Lui voleva studiare davvero, ma voleva anche altre cose e pensava che quelle fossero le cose importanti quelle per cui valeva la pena anche morire, se necessario morire, io questo l’ho capito dopo quando lui si è fatto ammazzare così da stupido, quando ho dovuto capire e morire ogni volta che mi conficcavo le domande nel petto e i perché e le cose che potevo e che non ho saputo fare, quelle che non ho detto. I miei silenzi e i suoi, le nostre impotenze.
Lui non era una testa di cazzo, no.
Anita era così. Lei non stava in silenzio mai, parlava di libertà e di giustizia e lo faceva da sempre, anche quando stava in città là dove io mi ero innamorato dei suoi occhi trasparenti e delle sue parole che trapassavano facili lo scudo con cui proteggevo l’anima e lei si era innamorata di quello scudo e del cuore che stava dietro e dei miei silenzi testardi. Era venuta quassù con me senza che glielo chiedessi con le parole e con i monti lei aveva da subito costruito un rapporto speciale, segreto. Era come una simbiosi intima e inspiegabile. Lei coi monti ci parlava, non so se puoi capire. Ci parlava. E poi svelava ad Antonio ogni parola, lui neanche sapeva parlare e stava lì in braccio, con gli occhi corrucciati di chi comprendeva perfettamente ogni cosa e so che sembra impossibile, una madre che parla e un bambino di pochi mesi che ascolta e capisce ogni parola ma dio mi fulmini adesso in mezzo a questa radura davanti a te se racconto stronzate, lui capiva ogni cosa. Un po’ ci soffriva a vederlo crescere vestito del mio stesso silenzio, quello sì. Soffriva un poco anche nel vederlo andare via da mio padre a mangiare storie che lei non poteva raccontargli, lei non era stata in guerra a combattere gli invasori, non c’erano carri armati né aerei né eroi nelle sue storie e Antonio aveva bisogno anche di quello. Ma ne aveva bisogno per completare un quadro che era stata lei ad iniziare, ogni colore ciascun profilo tutti gli occhi e le nuvole e i particolari del disegno. Lei lo sapeva. Le volte che discutevamo io e Antonio in casa erano poche ma lei sorrideva sempre, nascosta dietro l’orgoglio di ritrovare le sue idee proprio al centro di quelle del figlio. Lui se le teneva dentro, spesso, ma quelle stavano lì. Lei lo sapeva. Siamo stati insieme trentaquattro anni, io e Anita.
(...)
postato da giuseppemauro, 16:12 | link | commenti (3)
sabato, 26 marzo 2005
Eh, allora auguri.
postato da gabrieledadati, 16:11 | link | commenti (6)
mercoledì, 23 marzo 2005
Giuseppe mi ha appena segnalato (ore 10:35) un accesso dalla Rai (anche se nell'accesso risulta scritto minuscolo). E' un'omonimia di acrostico con qualcosa che non conosciamo o è qualcosa che conosciamo troppo bene? (Comunque, come dicevo a lui, io sono 4 anni che non ho più la televisione).
postato da gabrieledadati, 11:08 | link | commenti
martedì, 22 marzo 2005
QUANDO MI RISCOPRO LUOGO (ROVESCIO DI PAROLE SCONNESSE)
Mi piace essere un luogo, sfogo viandante. Rifugio rovescio di parole sconnesse, scommesse sul nulla e sul tutto di un pozzo profondo. Fondo di un bicchiere infinito i miei occhi specchio di anime, la mia prima che tutte ma pure la tua che degna non disdegna di guardarsi scoprirsi riconoscersi; certe volte delusa talaltre estasiata.
La mia e la tua e quella d’altri che piombano dentro, attratti dagli anfratti lucenti che schiudono i miei sguardi obliqui di ragno. Anime insetti da ammaliare stringere con fili brillanti e poi mangiarne. Gustarne.
In sogno mi aggroviglio sui sensi indecenti di un’attesa, tesa nell’ansia di un giorno che vedo ma che gioca a nascondersi un passo più in là. Ti prenderò, gli grido sulla schiena. E’ quello il mio giorno, il momento nostro di riprenderci una mela che rotola lontana vana come è vano il suo fuggire: noi la riavremo progenie moderne morderne spicchi che si riformano senza ragioni. Prigioni.
Occhio, sono luogo d’angosce. Delicato è lo stormire delle mie porte di accesso, folle il frusciare del vento che sbatte i confini di ogni stanza rotonda, splendente e rovente è il senso delle sole parole che so regalare. Tracimare.
Occhio, sono luogo d’affanni. Prodigio di un’anima in panne colorata di mare, segni incantati disimpegni e voli di aliante in circolo sul nostro cercare. Trascendo mentre scendo dall’alto di un solco scavato nel cielo, atterrare non mi è consueto ma devo. Sollievo.
Occhio, sono luogo d’impervie distese scoscese. Discese all’inferno e ritorno, sogno di purgatorio deriso; paradiso. Fiumi di lava e di fango a segnare la rotta interrotta, riscriverne le tracce ogni volta è passione e fatica e odori da scavare. Vagare.
Mi piace essere un luogo, terra da pensare.
Attraversarmi è un istante, sfogo viandante.
postato da giuseppemauro, 16:27 | link | commenti (4)
OLIO DI GOMITO
Sta per arrivare, partorita dalla mente vulcanica di Alberto Ghiraldo & friends, OLIO DI GOMITO, una fanzine legata al progetto dammi spazio di cui già agli esordi della collana letteraria si parlava.
Per la precisione sta per arrivare il numero zero, una sorta di prova tecnica, l'uno-due-tre per regolare il volume del microfono, giusto per attirarsi addosso una vagonata di critiche e (si spera) qualche buon consiglio per il futuro.
Per ora qui: http://www.ilfoglioletterario.it/fanzine.htm poi dal 25 marzo in download gratuito e in distribuzione su carta (aggratis) agli abbonati al foglio letterario che ricevono le varie riviste e a quanti acquistano un titolo qualsiasi della casa editrice.
postato da giuseppemauro, 10:19 | link | commenti
lunedì, 21 marzo 2005
TRENO
Insomma, certe volte sto lì a pensare che la mia vita viaggia su binari morti. Penso che lei - la mia vita - sta lì dentro un vagone senza locomotiva che va lentissimo, a volte troppo veloce, aspettando che qualcuno azioni uno scambio e riesca a farle cambiare rotta e destinazione.
Qualcuno.
Un angelo o un demonio o un capostazione generoso. Un padre o una madre. Una donna. Una crisi mistica. Una vincita fortunata. Uno zio sconosciuto d'america. Un sogno che si colora di botto. Un destino creato per l'occasione. Circostanze casuali che si intrecciano. Cose opportune.
Penso poi - ci arrivo, a pensarlo - che è stupido stare ad aspettare e continuare a viaggiare su un binario che non porta da nessuna parte o nel mezzo di un deserto in cui morire.
Penso tuttavia che oggi, proprio oggi, io non riesco davvero a fare altro. Posso solo restare sul vagone, a guardare l'orizzonte e le cose perdute che scorrono accanto.
Penso però - alla fine - che riuscirò a scendere dal vagone in corsa, approfittando di un rallentamento o di un vigore insperato. Non so quando nè come, ma riuscirò ad azionare lo scambio giusto. Riuscirò ad inseguire il vagone e a risalirci senza affanno. Riuscirò a dipingere nitidamente quello che voglio. Riuscirò a sorridere del passato e a farmelo amico.
Riuscirò a scrivere la mia meta sulle nuvole, e a rattoppare così il mio buco in mezzo al cielo.
postato da giuseppemauro, 16:56 | link | commenti
domenica, 20 marzo 2005
UN'ALTRA?
gabriele, ti stai innamorando di un'altra?
dico: no, non mi sto innamorando. Sono già innamorato di una ragazza che si chiama Silvia. Basta così.
gabriele.
22:28, 19 marzo, 2005
Adesso però mi sorge un dubbio: un'altra rispetto a chi?
postato da gabrieledadati, 20:48 | link | commenti (7)
venerdì, 18 marzo 2005
LE MANI
In questo periodo troppo impegnato, dove lavori tanto e comunque sbagli le consegne (a volte rinunci, alle consegne), hai in ogni caso un certezza: sei felice. Nonostante percepisci un caro amico lontano (- un altro è davvero lontano), nonostante altri attriti, tutta una serie di cose a cui tieni corrono a un voltaggio molto, molto soddisfacente.
Però ieri notte alle tre ti guardavi le mani. Le vedevi attraverso il ricordo di un film visto tante volte da piccolo, La storia infinita. Non sai più se il primo o il secondo film della serie, in ogni caso quello in cui un grande uomo-roccia si guarda le mani e dice: "non ti sembrano forti queste mani?, eppure..." Lo diceva perché all'avanzare del Nulla non era riuscito ad opporsi e non aveva stretto abbastanza le mani per compiere un salvataggio.
Così tu ti guardavi le mani e dicevi: "non ti sembrano forti queste mani?, eppure: saranno capaci di tenere strette le cose?, durerà la situazione in cui ti sei andato ad installare?"
Il tuo impegno, da oggi in poi, è difendere ferocemente lo status quo.
postato da gabrieledadati, 11:27 | link | commenti (4)
mercoledì, 16 marzo 2005
IERI
Ieri sono successe un sacco di cose.
Ho guidato molto, parlato tanto, mi sono perso per le lande che stanno tra Bologna e Ferrara.
Ma soprattutto sono stato bene, e molto.
Però sono appena tornato e sono stanco e poi mi sto godendo sensazioni tali che il piacere che ne deriva non merita di essere fissato su un foglio, non oggi. Poi ne scrivo con calma.
Intanto gustatevi questa splendida sintesi scritta da GianMichele, proprio qui.
Io sono contento.
P.S. Mancava solo Gabriele. Anche Alberto mancava. Ma la prossima volta non mi sfuggiranno…
postato da giuseppemauro, 15:13 | link | commenti (6)
"Musica siempre"
Mauro & the Blues friends e gli ex Genesi in concerto.
Venerdì 18 marzo alle 21.30, presso il "Mad House" in via castellana 25.
Il concerto, nel quale si esibiranno, con classici del Blues e del Soul,
Mauro Sbuttoni, Giordano Bricchi, Alessandro Zanelli, Maurizio Pitacco e
Fabrizio Repetti (ovvero i "Mauro & the Blues friends") e Mauro Aldi,
Alberto Bricchi, Franco Mandelli, Riccardo Rulli e Mauro Sbuttoni (ovvero i
"Genesi", la mitica formazione piacentina che per tre anni, dal 1969 al 1972
girò l'Italia in tour e concerti), è organizzato dall'associazione "Piacenza Solidale", che devolverà l'intero ricavato della serata (l'ingresso costa 10 euro) al "Programma di Assistenza alle Mense Infantili" della Fondazione Mempo Giardinelli.
I biglietti sono in prevendita presso la libreria Fahrenheit 451 di piazza
Duomo, La pecora nera di via Calzolai, Ferranti Musica di via Venturini.Gelateria 900 di via Taverna.
postato da gabrieledadati, 12:30 | link | commenti
martedì, 15 marzo 2005
Ieri sera ho fatto un gioco con la mia compagna. Il gioco era più o meno questo: come mi vedi?, o meglio: cosa hai capito di me?
Silvia ed io non stiamo insieme da molto tempo, e prima non ci conoscevamo proprio, per cui siamo adesso molto curiosi delle nostre esperienze, dei nostri pensieri, di tutto. E a Silvia è venuto in mente che ognuno di noi percepisce se stesso come una stratificazione, mentre l'altro vede solo l'ultimo stadio perché in passato non c'era: quindi ognuno vorrebbe sapere dall'altro quale ultimo strato si vede adesso.
Ho parlato prima io, poi abbiamo cenato, e di notte ha parlato lei. Tra le altre cose ha detto: tu hai la capacità di tenere la tua vita unita, di mettere in contatto le persone che ritieni importanti e le esperienze, di far collimare tutto senza filtri.
Silvia ha ragione, quello che ha detto è perfettamente vero. Non ho mai avuto "una compagnia". L'ho sempre creata prendendo le persone da parti sempre diverse. Le ho risposto: non concepisco la mia vita come un tempo, ma come un luogo. La mia vita è una specie di stanza dove stanno le persone che amo e quello che costruisco, i giorni che passano sono sempre uguali o forse non passano; la mia vita è un posto. Se uno entra per me trova lì tutto il resto.
Ho detto questa cosa senza mai averla pensata organicamente prima. Ma è una cosa assolutamente vera.
postato da gabrieledadati, 16:30 | link | commenti
lunedì, 14 marzo 2005
SILVIA SI PRESENTA E LO FA A BOLOGNA
In via Saffi 2/A a Bologna c’è una bella libreria, neanche da troppo tempo. Si chiama Pendragon (mi ha detto Marco Velthur Nardini di pronunciare bene il nome, sennò vengo linciato antepresentazione), dal nome del re padre di Artù. Lì dentro, nella libreria, arrivano autori quasi ogni giorno a presentare i propri libri e non solo, lì dentro sono attivissimi, lì dentro preparano dei calendari mensili delle attività belli e invitanti.
Tra l’altro, Pendragon è anche una casa editrice e produce – tra altre ottime cose – libri in una collana che si chiama Naviganti, cantanti italiani che si raccontano come guardandosi allo specchio o sulle strade che solcano intanto che vanno.
Insomma, domani alla libreria Pendragon, alle ore 18,30, ci saranno Francesca Mazzucato, Marco Nardini e il sottoscritto a parlare di Silvia Dorme.
Il mio secondo libro (del primo un giorno vi dirò).
Per dopo, Marco mi ha proposto una passeggiata sui viali ed una gita in osteria, ma non lo so. La verità è che sono praticamente astemio, non ho mai fumato e sono pure vegetariano (però il pesce lo mangio). In pratica, sono un essere inservibile.
Vabbè.
Ci vediamo domani, per chi può e per chi vuole.
postato da giuseppemauro, 19:57 | link | commenti (3)
IERI
Ieri c'è stato il magnifico incontro, artistico ma soprattutto umano, con Francesca Mazzucato, persona a cui credo già di tenere e che spero di rivedere al più presto. Molto banalmente, di seguito c'è il mio pezzo comparso oggi su Libertà. Racconta l'intervento di ieri. Da questo pezzo, è ovvio, manca tutto il bello di stare con Francesca prima e dopo il suo intervento.
"Come tutte le cose belle, così anche questo ciclo purtroppo volge al termine". Con queste parole ieri Stefano Fugazza, direttore della Galleria d'arte moderna Ricci Oddi, ha aperto l'ultimo incontro di Scrivere l'arte, la serie di appuntamenti della domenica mattina che ha visto presenti in Galleria cinque scrittori a proporre narrazioni e performance relative ad altrettante opere. Ieri mattina appunto l'ultimo di questi incontri, quello con Francesca Mazzucato, che s'è confrontata con il dipinto di Emilio Rizzi "La vasca da bagno" del 1913. Si è trattato di uno di quei casi eletti dove il finale di una cosa bella è singolarmente altrettanto bello e addirittura riesce forse ad alzare ancora il tiro. La Mazzucato è infatti stata bravissima a proporre un testo di prosa poetica completamente intessuto di rime e assonanze, in grado di restituire l'atmosfera dell'opera: la misura del verso disciolta nella prosa non ha smarrito il suo ritmo e la costruzione impeccabile delle immagini ha convinto i numerosi presenti. Il dipinto di Rizzi presenta un corpo femminile piuttosto pudico che fa toeletta di fronte a una vasca da bagno, ed è risolto con una compostezza formale possibile forse per un'ultima volta: l'anno successivo sarebbe infatti scoppiata la Grande Guerra e nulla sarebbe più stato come prima, i corpi e i paesaggi anche nell'arte figurativa sarebbero diventati totalmente compromessi e le Avanguardie avrebbero finito per averla vinta sull'arte di stampo ottocentesco. E su questa "ultima volta", su questo interno borghese e compito, s'è innestata anche l'atmosfera della narrazione di Francesca Mazzucato. È emersa allora la figura della "Regina Tazzina", vale a dire una nonna che uniformava al suo carattere la vita della famiglia, che era attenta alle piccole cose, che credeva nel valore di trasmettere alle giovani generazioni i suoi insegnamenti e che prediligeva la nipote Francesca. La figura però è una di quelle a cui ci si affeziona. Vicina a certe atmosfere proustiane, o forse diversamente gozzaniane, la donna che ci è stata presentata diveniva man mano reale con le sue abitudini, le sue manie, le sue routine. Al termine è stato anche possibile per Francesca Mazzucato parlare liberamente, e così si è espressa secondo quella che è la sua idea d'arte, in tutti i campi dell'arte: un momento che prende in considerazione il corpo e ne fa oggetto d'indagine per diventare "una delle poche cose per cui vale la pena vivere". Il direttore Stefano Fugazza ha già anticipato che sarà presentato nella seconda metà di maggio il volume, nuovo Quaderno della Ricci Oddi, risultato di questi incontri. Inoltre, tenendo conto del successo e dell'interesse suscitato dall'iniziativa, si stanno già definendo nomi e date di un nuovo ciclo di Scrivere l'arte, che avrà luogo all'inizio del prossimo autunno.
Gabriele Dadati
postato da gabrieledadati, 11:56 | link | commenti (4)
venerdì, 11 marzo 2005
"La mia letteratura è emotiva.... ritrovare 'l'emozione del linguaggio parlato' attraverso lo scritto; il testo scritto fotte l'inconsapevole solitudine di stare al mondo."
Pier Vittorio Tondelli
postato da gabrieledadati, 10:59 | link | commenti
IL NASO DI DANTE (E QUELLO DI CLEOPATRA) E così, dal Rinascimento in poi, ci hanno raccontato frottole: Dante Alighieri non era un adone (Boccaccio lo descriveva come un uomo il cui "colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso"), ma non aveva il naso aquilino. Un naso lungo, oserei dire greco, ma non un naso d’aquila. La scoperta non è certo di quelle definitive, il ritratto… (a proposito, ecco il ritratto) …che viene fuori dal restauro degli affreschi presenti nella sede dell’Arte dei Giudici e Notai a Firenze contrasta innanzitutto con quello ben più famoso di Giotto, conservato sempre a Firenze nella cappella del Bargello, ma appare diverso anche da tutti i successivi omaggi pittorici che hanno provato a dare un volto al padre della lingua italiana. Ora, la notizia in sé non sembra tale da sconvolgere il mondo della cultura italiana, né da sovvertire i giudizi critici sulla poetica dantesca. Esistono ritratti divergenti dipinti in epoche diverse, punto. Se non che Francesco Mazzoni, presidente della Società Dantesca Italiana, si è sentito in dovere di commentare in tutta fretta che ‘sapere se il naso di Dante era lungo o aquilino non aggiunge nulla alla grandezza della sua poesia’. Bè, ho pensato, ma questa è un’ovvietà! Poi ho pensato che l’affermazione somigliava ad una excusatio non petita. Poi ho cominciato a riflettere sul potere evocativo dell’immagine, che non è solo del nostro tempo massmediatico. E’ banalmente inutile affermare che non c’è relazione alcuna tra la poesia di Dante e la misura o la forma del suo naso, questo è sicuro. E tuttavia se Francesco Mazzoni ha sentito il dovere di sottolinearlo, se ha avvertito il bisogno di rimarcare rapidamente questo concetto con forza, vuol dire che certi meccanismi mentali, certe connessioni, scattano dentro automaticamente. Imbottiti di immagini e di versi fin dalle scuole piccole, tutti noi abbiamo imparato che Dante ha scritto un capolavoro che fa da solido pilastro alla nostra lingua e che l’ha scritto possedendo quel naso. Se il naso cambia, cambia la percezione verso il capolavoro, mutano i sentimenti verso di esso. Non si sa bene come, ma avvertiamo una sorta di sconcerto, come se una delle certezze su cui abbiamo costruito il nostro essere vacillasse pericolosamente, costringendoci a sostenerla. A ripensarla. Tra quelle certezze, c’è anche la classica affermazione che con i se e con i ma non si fa la storia. E tuttavia, ci sembra scontato affermare con Pascal che se il naso di Cleopatra avesse avuto un'altra forma la storia del mondo sarebbe cambiata. E dunque - mi chiedo - cosa avrebbe scritto Dante se il suo naso non avesse vantato sembianze di becco d’aquila?
postato da giuseppemauro, 10:37 | link | commenti
giovedì, 10 marzo 2005
Ieri allora c'è stato questo incontro con Matteo B. Bianchi e Giulio Mozzi (ha fatto un salto anche Sandro Pallavicini, che ho avuto piacere di rivedere dopo un bel po'). Ne emerge questo: che la piacevolezza estrema di queste due persone fa il paio con una altissima professionalità. Non entro nel merito dei risultati (buoni libri o cattivi libri) ottenuti da Baldini Castoldi Dalai piuttosto che da Sironi: dico che in ogni caso quello che passa per le mani a queste persone viene trattato con una cura, un rispetto e un amore che rende bello sentirli parlare del loro lavoro.
Davvero non c'è, in realtà, l'abisso che si crede, tra la propria scrittura e la pubblicazione di libri. O se c'è in questo abisso sono andate a prendere casa persone piuttosto sensate che cercano di fare la spola da una parte all'altra per arrivare a colmarlo. Anche se ho il sospetto che qualunque scrittore o lettore per natura tenda a promuovere le scritture che incontra per caso o per lavoro quando gli sembrano belle. C'è un bellissimo circuito di libri e letture che si crea sempre, a tutti i livelli (io passo a mia madre quasi tutti i libri che legge adesso per esempio. E del resto lei l'ha fatto con me quindici anni fa.)
Conservo i postumi della cena dove ho serenamente bevuto troppo (alla fine mi ha stroncato una grappa) e l'ora e mezza successiva (fino all'una) che ho passato a parlare con Giulio Mozzi (che stamattina alle sette doveva essere in piedi, se poi s'è lavato, preparato e mi ha chiamato alle sette e venticinque per fare colazione assieme).
Sono contento. Anche se non ho visto la Juve una volta tanto che meritava.
postato da gabrieledadati, 11:55 | link | commenti (2)
martedì, 08 marzo 2005
E' STRANO … Perché poi è strano – è strano – ma il fatto di avere smarrito il passato mi preclude totalmente qualsiasi idea di futuro. E’ come se l'assenza di un elemento del flusso del tempo mi costringesse a fare a meno del tempo stesso, come se quella parte avesse trascinato via tutte le altre che lo compongono, in un buco nero di cui continuo ad ignorare totalmente le coordinate. Niente passato, niente futuro. Vivere nelle cose senza chiedersi nulla, lasciandosi attraversare dalle stagioni e dagli umori del piccolo universo che sta intorno: questo è lo schema, il progetto che vivo. Un antiprogetto, a volere essere precisi. Ma pur sempre un modo quasi comprensibile di stare al mondo. …
postato da giuseppemauro, 18:06 | link | commenti (2)
SCUDERIE DEL CASTELLO VISCONTEO Viale XI Febbraio - Pavia
MERCOLEDì 9 MARZO
ore 17:00
PALESTRE DI SCRITTURA
E EDITORIA
incontro con
Giulio Mozzi e Matteo B. Bianchi
coordinato da
Franca Lavezzi
postato da gabrieledadati, 14:57 | link | commenti
L'agente Nicola Calipari è indubbiamente un eroe. Secondo la definizione classica infatti l'eroe è colui che conosce il proprio grandioso destino (che è al termine sempre luttuoso: non c'è eroe che si metta le pantofole alla fine della vita) e decide di incontrarlo. Achille sa che morirà e sa anche come e così Ettore: giusto per citare i due estremi dell'eroe disumano e dell'eroe troppo umano.
Così l'agente Calipari, che sapeva bene cosa poteva succedere e che riteneva fosse quello il suo compito (un compito di servizio), è indubbiamente un eroe.
Però mi (vi) chiedo: se non si fosse frapposto, se avesse mancato l'attimo con il proiettile, se fosse morta Giuliana Sgrena e lui fosse vivo, che cosa penseremmo di quest'uomo? Un uomo che è esattamente lo stesso, con gli stessi valori, gli stessi ideali, le stesse meschinità, le stesse piccolezze (come siamo noi tutti uomini, insomma): ma un uomo vivo. Ecco io penso che chiameremmo quello che è successo al posto di blocco agguato voluto dagli americani, chiameremmo Giuliana Sgrena vittima che forse sapeva troppo (ma cosa?), e il sopravvissuto lo guarderenno con sospetto, ci sembrebbe o un eroe incapace (quindi non un eroe) oppure addirittura un complice. L'agente Nicola Calipari sarebbe sotto gli occhi cattivi dei telespettatori, che vedono il bianco o il nero: l'agente Nicola Calipari sarebbe già sotto inchiesta.
Questo mondo in cui lui vive e la Sgrena è morta è un mondo che si trova forse quindici centimetri più in là rispetto al nostro. Dove il proiettile è andato a segno in maniera diversa e noi che siamo qui pronti a beatificare saremmo là pronti a linciare.
postato da gabrieledadati, 08:52 | link | commenti (5)
domenica, 06 marzo 2005
PIOVE Piove. Piove decisamente troppo.
postato da giuseppemauro, 19:05 | link | commenti (3)
venerdì, 04 marzo 2005
Poteva andare anche molto peggio. A questo punto, ad esempio, avresti potuto essere papà. Invece è andata bene.
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giovedì, 03 marzo 2005
DE CARLO E LE MIE PICCOLE COSE
Allora ieri sera con ben quattro ragazze (ma solo a una sono legato sentimentalmente) vado a sentire Andrea De Carlo. Naturalmente ho letto tutti i lavori di De Carlo: alcuni all'età giusta ( Due di due l'ho letto al ginnasio, per esempio), gli altri nei mesi e anni successivi. Ho visto anche il film che ha tratto da Treno di panna e, insomma, mi sento abbastanza ferrato sull'argomento. De Carlo ha suonato e parlato di fronte a forse duecento persone (ma non ho molto occhio) nella maniera dolce, impeccabile e media che sa mettere in campo e che gli permette di essere amato dai ragazzini e dalle donne impellicciate. Naturalmente sono molto meglio i suoi libri di quanto non possa apparire lui (i suoi tre libri: Due di due, Tecniche di seduzione e Uto. In maniera diversa però sono importanti anche i primi due, che rappresentano l'esplosione della sua voce sul silenzio): ma davvero mi arrabbierei molto se trovassi uno scrittore più interessante di quello che scrive (anche se capita, capita). Alla fine, siccome fa parte del mio feticismo bibliofilo, mi sono fatto firmare un libro. Alla luce dell'incontro con Andrea De Carlo quello che faccio nei prossimi giorni cade in secondo piano. Comunque: domani alle 17:30 presso la libreria Romagnosi di Piacenza presento, insieme a Paolo Pissavino (che collabora alla cattedra di filosofia-non-so-cosa dell'Università di Pavia) e Stefano Fugazza, il libro Il mistero della donna scomparsa di Alberto Beonio Brocchieri, edito da Marsilio. Presente l'autore. Il giorno dopo invece, alle 17:00, presento presso la Famiglia Piacentina Giancarlo Pagani e il suo libro Il diavolo non profuma di zolfo, edito da Libreria dell'Orso. Una cosa che mi sta molto a cuore è inoltre questa: ho caldeggiato e fatto in modo che ci potesse essere un bell'incontro a Pavia la prossima settimana. Mercoledì 9, alle 17:00, presso le Scuderia del Castello Giulio Mozzi e Matteo B. Bianchi parleranno sul tema "Palestre di scrittura e editoria" coordinati dall dott.sa Franca Lavezzi (già mia relatrice) dell'Università di Pavia. L'incontro è patrocinato dal Comune di Pavia e dalla libreria Il delfino, sempre di Pavia. Mi è stato chiesto a più riprese, soprattutto dalla gentilissima e cara dott.sa Lavezzi, di parlare in quest'incontro. O fermamente rifiutato e ho dato la mia disponibilità solo a impersonare Mozzi o Bianchi in caso uno dei due dovesse non essere presente all'ultimo momento.
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mercoledì, 02 marzo 2005
IL PROCESSO PARIOLINKA Riportiamo di seguito ampi stralci del processo ad Olga Pariolinka, svoltosi a porte chiuse presso il Tribunale del Popolo della gloriosa Unione Virtuale delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, alla presenza del Compagno Generale Giuseppe Mauro Stalin, nel ruolo di Pubblica Accusa e di Giudice supremo e del Compagno Poeta del Popolo Vladimir Dadati Majakovski, in qualità di avvocato d’ufficio. Stalin: Dunque…cosa abbiamo oggi? Majakovski: Oggi il Popolo giudica Olga Pariolinka, compagno generale. E’ accusata di… Stalin: L’accusa sono io, compagno poeta…vuoi che faccia processare anche te? Majakovski: No di certo, compagno generale. Stalin: Bene, procediamo. Olga Pariolinka, sei accusata di utilizzare la spregevolezza come arma di polemica politica e non solo, lasciando commenti acidi velenosi bestiali in giro per blog tenuti da compagni da te definiti in maniera sprezzante zecche. In sostanza, sei accusata di rompere il…sì, insomma…Hai qualcosa da dire a tua discolpa? pensoso (‘cazzo sono i blog?) Pariolinka (strafottente): Sticazzi. Stalin (compiaciuto): Una compagna determinata, brava. Avvocato? Pariolinka (incazzatissima): Compagna a me, pezzo di merda?? Io… Majakovski: Ehm…signorina Pariolinka si calmi, la difendo io. Compagno generale, una sola parola: Pietà! Stalin: E che è, un film di Totò?? Pariolinka: Io non riconosco questo avvocato del cazzo, datemi il cellulare voglio chiamare Berlusconi! Stalin: Cellulare? Berlusconi? Chi diavolo è Berlusconi? Majakovski: Berlusconi è il capo del governo italiano, compagno generale. Stalin: Ah, bene. Anche in Italia il Partito Comunista è finalmente riuscito a… Majakovski: Veramente è il capo di un governo di destra… Stalin (accigliandosi): Io ti farò processare, compagno poeta… Majakovski: E’ anche il capo di Forza Italia che… Stalin (ricompiaciuto): Ah, un tifoso di calcio, bene! Ricordo i gloriosi fasti della nazionale sovietica quando… Majakovski: Veramente Forza Italia è un partito politico. Stalin (pensieroso): Davvero? E vince le elezioni? Majakovski: Sembra di sì. Stalin: Compagno poeta, chiama Molotov, voglio ordinargli di studiare la possibilità di cambiare nome al nostro partito. Forza URSS per il comunismo…che te ne sembra? Majakovski: In verità, non mi pare una grande idea… Stalin (riaccigliandosi): Io ti… Majakovski: …mi farà processare, lo so compagno generale. Stalin (ricompiaciuto): Bravo compagno, vedo che comprendi. Orbene, pensiamo alla condanna per questa compagna… Pariolinka (sempre più incazzata): Ancora con questo Compagna, latrina ambulante?? Io… Stalin (con decisione): Silenzio! Compagno poeta, esiste ancora la Siberia? Majakovski: Bè, sulla carta sì…però, ecco…oggi è una specie di paradiso sciistico, i nostri vecchi campi di lavoro sono stati… Stalin (rassegnato): Sempre la stessa storia. Da quando sono morto avete trasformato tutto in businesski, non posso mandare in Siberia più nessuno. Che ci faccio adesso con questa? Majakovski: Ehm… Compagno generale, una sola parola: Pietà! Stalin (sempre più rassegnato): Vorrei processarti all’istante compagno poeta, ma non ho avvocati disponibili. Ti difendi da solo? Majakovski: Magari un’altra volta… Stalin (con decisione): Va bene, basta così. Compagna Pariolinka… Pariolinka (ancora più incazzata): Sei uno stronzo, compagna lo dici a tua madre e a tutti quegli stramaledettissimi bolscevichi dei tuoi parenti, vieni qui che ti faccio… Stalin (con decisione): …Compagna Pariolinka, in nome del Popolo io ti condanno all’oblio. Ti è inibita la possibilità di urlare veleni nei blog dei compagni con il tuo nome, questo fino a quando non mostrerai segni di ravvedimento… Pariolinka (isterica, trattenuta a stento da due Guardie Rosse): Bastardo, non me ne frega un cazzo, io continuerò a chiamarvi zecche di merda e a sputare veleno da anonima e né tu né i tuoi compagni del cazzo potrete impedirmelo e…. Stalin (fermo): Lasciatela! Le cronache raccontano a quel punto che il Compagno generale Giuseppe Mauro Stalin scese dallo Scranno del Giudizio e prese a camminare con lentezza maestosa verso Olga Pariolinka, tra gli sguardi attoniti dei presenti. L’uomo del terrore, colui che aveva fermato le armate tedesche con un solo sguardo, il profeta che aveva regalato il potere al proletariato mandando i compagni che sbagliavano in colonia in Siberia per rinfrescargli le idee, camminava verso l’imputata. Sguardo tremendo, baffi demoniaci. Cosa sarebbe accaduto? Cosa avrebbe escogitato quella mente diabolica? Cosa avrebbero percosso quelle mani enormi da demonio rosso? Stalin camminava, Pariolinka arretrava lo sguardo, la testa, le mani, le gambe, insomma arretrava. Giunto ad un centimetro dal suo naso, i baffi enormi sembrarono assottigliarsi – le cronache raccontano – mentre una specie di ciuffo dandy spuntava dai capelli incollati e… …e Stalin disse: Francamente me ne infischio. Le cronache raccontano che una musica di violini invase l’aula del Tribunale, mentre Stalin voltava le spalle ad Olga Pariolinka e si avventurava nella nebbia calata d’incanto. Dalla porta in fondo, una figura - un uomo - che si fregava le mani di continuo entrò allora nell’aula, con un mazzo di fogli sottobraccio. L'uomo si chiamava Bruno Vespa, ma questa è un’altra storia.
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martedì, 01 marzo 2005
La morte di Mario Luzi (poeta tra i più grandi del Novecento che ha scelto la strada rara del dantismo) mi porta a ripensare, come a tutti, al sistema di assegnazione dei premi Nobel. I premi Nobel in Letteratura non si assegnano semplicemente all'opera o allo scrittore, ma si assegnano all'intero movimento di cui lo scrittore è o dovrebbe essere il campione. Un'infilata di Nobel che vede nomi come quelli di Saramago, Grass e Fo fa capire come in quel momento (oggi leggermente meno) la cultura in Europa seguisse una certa direttiva. Mario Luzi, poeta cattolico, non rappresentava che se stesso. Non esiste un grande movimento di poesia e letteratura cattolica (quindi: neanche Giulio Mozzi vincerà mai il Nobel, e neanch'io) da riconoscere in Luzi. Questo nonostante Luzi fosse (e rimane, perché rimangono i libri) uno dei poeti contemporanei più esportabili e leggibili fuori dal suolo patrio. Mi chiedo oziosamente per chi abbia votato negli ultimi anni questo cattolico che non poteva schierarsi con la sinistra più accesa ma che nemmeno poteva condividere, lo si sa bene, una destra facilona e inguardabile. Forse davvero si avvicinava ad Indro Montanelli, altro grande intellettuale che manca a questa Italia dei mezzi busti. Ma la domanda di ordine "politico" è oziosa e non interessa molto. Di Luzi adesso piace ricordare il verso franto, magmatico, le frequenti interrogative, la ricerca metafisica ma anche reale. I passi complessi e l'estrema leggibilità di altri passi. Ne incontrai, ricordo, un testo mai raccolto in volume quando avevo diciassette anni. Si trovava in testa alla terza pagina del Corriere e io ritagliai quel testo e volli metterlo nel mio primo libro, in cima al terzo racconto, Acqua. Il ritaglio lo diedi all'editore perché lo passasse al tipografo, così da non sbagliare le proporzioni complesse dei rientri. Putroppo quel ritaglio non mi è mai tornato. Davvero non valeva niente, ma mi piacerebbe averlo ancora.
postato da gabrieledadati, 15:17 | link | commenti
Martedì 15 Marzo 2005, ore 18.30 presso la Libreria Pendragon in via Saffi 2a - Bologna
presentazione del libro SILVIA DORME Edizioni Il Foglio – collana Dammi Spazio Condurranno Francesca Mazzucato e Marco Nardini Sarà presente l'autore, cioè io.
postato da giuseppemauro, 10:50 | link | commenti (1)
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14:48, 19 marzo, 2005