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venerdì, 29 aprile 2005
MI PRENDO UNA LIBERTà SU UNA COSA NON MIA, COME AL SOLITO
La rivista Atelier compie dieci anni e fa un numero con racconti di narratori italiani. Massimo Gezzi, laureato a Bologna con Ezio Raimondi e dottorando presso l'Università degli Studi di Pavia, mi ha presentato Federico Francucci, laureato a Roma con Stefano Giovanardi e dottorando presso l'Università degli Studi di Pavia, che mi ha chiesto un racconto. Io sono molto sono stato molto felice di darglielo (gliel'ho già dato). Poi gli ho chiesto i nomi "degli altri". Ecco l'elenco che mi ha fornito e che io divulgo senza chiedere permesso:
Laura Pugno
Antonella Cilento
Flavio Santi
Giovanni Tuzet
Mimmo Cangiano e Eugenio Santangelo
Roberto Saviano
Alberto Garlini
Luigi Severi
Leonardo Colombati (sperando di averlo convinto)
e infine, ultimo ma non ultimo, tu
Il "tu" cui si riferisce sono io. Esprimo pubblicamente la mia felicità provocata dal comparire in questa rivista a fianco di queste persone. In particolare mi permetto di segnalare Laura Pugno, la cui scrittura trovo fantastica.
postato da gabrieledadati, 16:09 | link | commenti
Succede qualcosa di interessante qui.
postato da gabrieledadati, 11:13 | link | commenti
martedì, 26 aprile 2005
IERI, 25 APRILE, IL MIO CONTRIBUTO è STATA QUESTA RECENSIONE COMPARSA SULLE COLONNE DEL QUOTIDIANO PER IL QUALE SCRIVO, LIBERTà.
Corre quest'anno il sessantesimo anniversario della fine della
Seconda Guerra Mondiale. E quindi corre il sessantesimo anniversario
anche di tutto ciò di cui questa guerra è stata il contenitore: tra
le altre cose, naturalmente, fortissima c'è l'esperienza
resistenziale dei partigiani italiani.
Prendendo le mosse da questo, nel senso che si dirà poi, le edizioni
ravennati di Fernandel mandano nelle librerie italiane l'antolgia
Resistenza60 che, come informa la quarta di copertina, propone
"sedici scrittori di diverse generazioni - ma tutti nati dopo il
1945 - che si confrontano con gli ideali della Resistenza, con
l'obbiettivo di raccontare l'attualità o meno di questo movimento e
dei suoi valori".
Ecco allora il senso del volume, che non intende proporre racconti
resistenziali (fiction ambientata dal 1943 al 1945, insomma), quanto
racconti post-resistenziali, quasi meta-resistenziali, racconti
ambientati nell'oggi che compiano una ricognizione nella nostra
società per capire se i valori della Resistenza sono ancora
presenti. E' questo, indubbiamente, che rende il libro interessante
e diverso dalla linea della narrativa resistenziale.
Leggendo però ci si rende conto della presenza di un'ulteriore
dimensione. Non c'è infatti solo la Resistenza come storico
movimento di popolo impegnato a lottare contro il regime fascista,
c'è anche - e forse di più - la resistenza, e cioè il compito
quotidiano di resistere agli eventi. Perché il disagio di vivere e
le frizioni che continuamente si verificano nei giorni richiedono
una risposta da parte dell'individuo che deve, prima ancora di
proporre una reazione, "resistere".
I racconti, come sempre in un'antologia, sono di valore diverso. Tre
ci sembrano davvero buoni. Portami via di Carlo Lucarelli che apre
il volume, scritto in maniera impeccabile, è davvero un racconto su
cosa è rimasto della Resistenza oggi. La conoscenza del periodo e
dell'argomento, su cui Lucarelli si è formato, rendono fondato il
suo testo. Altro racconto per cui spendiamo addirittura l'aggettivo
formidabile è Progetto Grande Scimmia di Laura Pugno (già autrice
per Sironi delle prose raccolte in Sleepwalking): in questo c'è
tutto un senso del resitere come di un opporsi al logorio di logiche
che ci superano. Infine La rappresaglia di Michele Rossi (suo il
romanzo Nuda, peQuod 2003): di questo autore, che semplicemente ha
il dono di sapere scrivere e non quello di simulare la scrittura, ci
piace la sobrietà che non detta giudizi.
Nel complesso anche gli altri testi sono buoni (Gianluca Morozzi,
Vanessa Ambrosecchio), con forse un paio di eccezioni, ma che
dichiariamo e lasciamo al lettore individuare secondo il suo gusto.
Quello che però piace, in definitiva, è in ogni caso il retrogusto
che il libro lascia. Il senso generale, insomma, le fila che si
possono tirare. In un'editoria affollata di antologie ben
confezionate e tuttavia superflue, questa Resistenza60 che qua e
là è macchiata da sprazzi di sangue forse la si può davvero leggere.
AA.VV. Resistenza60, Fernandel 2005, pp. 160, Euro 12.
postato da gabrieledadati, 11:42 | link | commenti (6)
domenica, 24 aprile 2005
PUBBLICO APPELLO A LEONARDO COLOMBATI
Leonardo!, tu che leggi queste pagine e che sei da noi letto! Leonardo!, tu che sei lo scrittore di cui si parla adesso e hai scritto il libro di cui si parla adesso e che noi lo compreremo, quel libro! (E che lo leggeremo, quel libro!) Leonardo!, non sottrarti ai tuoi obblighi di scrittore! Leonardo!, fornisci un tuo racconto alla rivista Atelier che è una delle migliori riviste italiane e che compie dieci gloriosi anni! Leonardo!, io il racconto l'ho già dato e con me i pequodiani Igino Domanin e Flavio Santi e la sironiana Laura Pugno e non so chi altro!
(No, a parte gli scherzi: per favore accetta di fornire un racconto all'ottima Atelier, cui lavorano alcuni dei più brillanti giovani italianisti del paese.)
postato da gabrieledadati, 20:33 | link | commenti (3)
venerdì, 22 aprile 2005
IL PERCEBER DI LEONARDO
Leonardo Colombati l’ho conosciuto alcuni mesi fa nel corso di una infuocata discussione sul blog di Giulio Mozzi. Si parlava di guerra preventiva, di Iraq, di America; del futuro del mondo, in sostanza. Discussione impegnativa, ma si sa che lanciandosi con le parole sopra terreni così impervi e così laceranti per gli animi e le convinzioni si arriva a dire su tutto, ci si mette in gioco ed è come cercare conferme dentro se stessi.
Leonardo non è di sinistra. In più è filoamericano (mi perdonerà la sintesi superficiale ma già di mio tendo a dilungarmi troppo), ovvero molto legato alla cultura made in USA. Lo si vede anche dai suoi scritti su Medicine Show, la fanzine musicale da lui curata con Mozzi e altri. Quegli scritti sono pieni di passione e competenza, leggendoli si capisce bene che Leonardo la musica americana la conosce come pochi, sa trarne riflessioni irrituali e inconsuete ben difficili da scovare sui Mucchiselvaggi o sui Rolling Stone nostrani.
E insomma, si discuteva di guerra. Siccome io continuo a dirmi impenitente comunista, le mie opinioni sulla guerra in Iraq e sull’amministrazione Bush si sono cozzate con discreta violenza con quelle di Leonardo. Per un po’, ma non per molto. Perché quando si discute con l’intento di confrontarsi, di mettersi in discussione, di non prevaricare le idee dell’altro, si arriva più o meno sempre in un punto in cui ci si incontra. A mezza strada, per approssimazioni successive, tenendo ben presenti le differenze ma raggiungendo una piazzola abbastanza comoda in cui poter mettere in comune un po’ di idee. Alla fine è successo questo. E – per questo – Leonardo è una persona che stimo e per cui nutro simpatia: non a caso il suo blog appare nella colonna qui a sinistra.
Tutto questo per dire che il 5 maggio prossimo troverete nelle librerie il libro d’esordio di Leonardo Colombati. Si chiama Perceber, è edito da Sironi.
Io comprerò questo libro perché:
- Stimo molto Leonardo e mi incuriosisce leggerlo di narrativa dopo averlo letto e apprezzato di polemica.
- Nutro una certa fiducia nelle capacità lavorative di Mozzi, e questo libro l’ha scoperto lui.
- C’è stato un tempo (quando scriveva sulla Società delle Menti di Clarence) in cui era sufficiente che Giuseppe Genna consigliasse di leggere le ricette di suor Germana perché io corressi in libreria a comprare il prezioso testo. Oggi sono appena un poco più distante dall’ avantpop che è da sempre la sua letteratura di elezione, ma non per questo ho smesso fiducia nella competenza critica di Genna. Allora, lui dice che questo libro è un capolavoro e lo fa da almeno quindici mesi. Da quando, cioè, Giulio Mozzi gli fece leggere il manoscritto in Anteprima.
- Infine, Leonardo è di Roma. Il che mi rende più o meno facile incontrarlo e farmi autografare il libro.
E allora: in bocca al lupo, Leonardo.
postato da giuseppemauro, 11:09 | link | commenti (3)
giovedì, 21 aprile 2005
Ecco, allora date un'occhiata qui (e scusate se Linux mi ostacola il link):
www.librialice.it/forthcom/ni/ni972911.htm
postato da gabrieledadati, 18:16 | link | commenti (4)
TESORI
Oggi tesoro incorporeo svestito di confini di pelle di peli di occhi su cui adagiare lo sguardo stanco come nave all'ingresso del porto, memoria serbata con cura di padre e fratello e compagno di vita.
Domani tesoro lucente a riempire uno scrigno sepolto nel giardino dell'anima, la chiave il posto il destino annotati sopra ogni cosa dolente a vivermi dentro e a fare da mappa ingiallita di tempo.
Tutte qui
le ragioni che sento.
postato da giuseppemauro, 15:35 | link | commenti
mercoledì, 20 aprile 2005

postato da giuseppemauro, 11:29 | link | commenti (6)
martedì, 19 aprile 2005
AUTOCELEBRAZIONE
Sciltian Gastaldi, i cui due libri vi consiglio di andare a considerare su ibs, mi segna sul suo blog (anellidifumo.ilcannocchiale.it) tra gli ultimi libri letti così:
Gabriele Dadati, Quando saremo veri, (2004), Stampa Alternativa. Un racconto sulla ricerca della bellezza, rintracciabile anche nella produzione di un paio di scarpe, che mescola tratti di genio narrativo a una spiccata originalità di trama. Proprio bello.
Sono contento.
postato da gabrieledadati, 11:40 | link | commenti
lunedì, 18 aprile 2005
Oggi Ezio Cola, il mio nonno materno, avrebbe compiuto gli anni. Anche se non escludo, anzi penso, che li abbia davvero compiuti (solo: da un'altra parte), lo stesso non riesco a essere troppo allegro. Non posso fare alcun festeggiamento all'assenza del suo corpo, in definitiva nell'assenza di lui.
Oggi si è aperto anche il conclave. Chissà cosa ne avrebbe detto: di sicuro gli sarebbe interessato come del resto gli interessava quasi tutto.
In ogni caso è qualche giorno che di nuovo penso a lui. Ho rilevato alcune sue cose: un pigiama che doveva aver comperato troppo grande e mai messo; una giacchetta logora; una cintura. Mentre posso dire che pigiama e cintura non mi dispiacciono affatto, è giusto notare che la giacchetta di mio nonno non è bella. Però se non la considero la giacchetta di mio nonno, ma la giacchetta di mio nonno, allora diventa bellissima.
Questi capi gli sono appartenuti ed io, trattenendoli dalla dispersione "ai bisognosi" di quasi tutte le sue cose, ho deciso che lui appartiene a loro. Pigiama, giacchetta e cintura possiedono mio nonno, in qualche misura, ed io lo prendo a prestito da loro indossandole.
postato da gabrieledadati, 21:54 | link | commenti
IL TUO POSTO VERO
Quando il ritmo delle cose che corrono intorno non va a tempo con quello della mia macchina e gioco continuo col pedale dell’acceleratore per tentare di incastrare insieme i suoni le parole la musica e non ci riesco e il respiro si spezza la vista si annebbia e si sporca di pianto.
Quando una nuvola si stacca dal branco perché vola più in basso delle altre e lì il vento va più veloce ne approfitta la porta via perdendola fino ad estinguerla se ne sente il lamento di solitudine di paura a volte qualche lacrima in forma di pioggia sottile.
Quando guardo in alto verso la notte che si accende e mi aspetto che il reticolo di stelle sia quello di sempre composto tremolante limpido e invece no tutto è diverso le forme la disposizione il senso senza alcuna spiegazione senza permesso senza darmi il tempo di capire.
Quando il sole asciuga veloce l’asfalto riprendendosi prepotente il cielo la luce il tempo e le macchie di pioggia in terra si spezzano informi si decompongono e sono storie e vite incomplete che perdono ragioni e voglie e spariscono mute in silenzio ribelle.
Quando mi piego di scatto in avanti con gli occhi ancora chiusi il buio dentro ovunque e il sonno si interrompe perché non so perché le immagini i sogni le storie che conservo dentro si sentono libere di scappare di vagare tra ogni cosa rovesciando organi e vene e respiri rovesciando il sangue.
Quando mi intreccio alle spire del silenzio e cammino da solo lungo in mezzo ai pomeriggi che vivono che parlano che si spengono nella sera perché la luce che cambia mi rovisti l’anima e magnanima mi cambi il destino.
Quando tutto questo.
Allora so che sei ancora lì, un po’ più a sinistra di un tempo o forse più a destra in ogni caso non certo dove ti vorrei. Lo so perché lì dove ti siedi o cammini le cose sussurrano dolenze e disarmonia; mi imbruttiscono la vita.
Ma in fondo è giusto così, che tu continui a cercare il tuo posto vero e poco importa il dolore del tuo cammino dentro di me.
Che tu riesca a trovarlo, prima o poi.
Il tuo posto vero.
Quello in cui, oggi, io non ho alcun modo di farti arrivare.
postato da giuseppemauro, 12:16 | link | commenti (1)
sabato, 16 aprile 2005
ESERCITARE LA PIETà
Negli scorsi giorni una persona che Silvia ed io conosciamo ha avuto una traversia. Una disavventura che ha portato spavento ma che si è risolta con poche conseguenze. Entrambi, Silvia ed io, non amiamo questa persona.
Silvia era presente alla sventura, io no. Parlandone mi ha detto: "Ho provato pietà per X, al quale è successo questo e questo". Le ho risposto: "Io no, non la provo". Lei mi ha chiesto se non avevo provato nemmeno un pochino di pietà, e perché: se insomma il non amare questa persona (per la quale anzi provo ostilità, e così lei) mi porta ad essere lontano dal sentimento di pietà. Le ho detto di no e poi le ho detto cosa penso della pietà.
Ho detto questo: la pietà si esercita, non si prova. E cioè io vengo raggiunto da un evento che potrebbe eventualmente muovermi a pietà e dentro di me, volontario o no, si innesca un meccanismo di esercizio della pietà che è protratto nel tempo. Insomma: se vedo "per televisione" un bambino che soffre la fame posso prendere una parte del mio tempo, sospendere le mie attività e pensare a questo bambino come a un soggetto di sofferenza. Nell'immedesimarmi in lui e nel provare con la mia immaginazione la sua sofferenza sta il mio esercizio della pietà. La pietà insomma non è istantanea ma è un percorso che richiede dolore, tempo e immaginazione.
Quello che si fa dicendo istanteneamente "poverino" di fronte alle immagini del bambino che soffre di fame non è pietà, è pietismo. Trovo tra l'altro il pietismo una delle massime forme di superficialità e abbiezione umane (del resto penso lo stesso del comportamento formalmente cortese che la società in certi frangenti ci chiede, laddove la cordialità dissimula i coltelli).
La mia risposta va allora in questo senso: "Non provo pietà per la persona che non amo incappata in sventura (finita tra l'altro bene): non ho intenzione di spendere per questa persona il mio esercizio di pietà". Silvia mi ha perfettamente capito.
C'è un'ultima cosa che mi preme dire: l'esercizio della pietà deve essere parsimonioso. Se lo usassimo in continuazione chiamando a noi il dolore del mondo, non riusciremmo a sopportarlo. Sarebbe mortale. D'altro canto però non esercitare mai la pietà ci rende uomini miserabili.
postato da gabrieledadati, 13:21 | link | commenti
mercoledì, 13 aprile 2005
Ieri ho fatto per l'ennesima volta questa riflessione (non mia e non originale): culturalmente viviamo in un delicato momento in cui ai giovani scrittori non si affiancano più i giovani critici. Per quel che mi riguarda conosco decentemente, a livello di storia della letteratura, un solo argomento: gli esordi di Montale. E questo perché il mio lavoro di tesi era proprio sulle amicizie del giovane Montale. Posso quindi dire che tra queste risultano diversi critici (tra cui Cecchi, Solmi, Debenedetti) o persone che si sarebbero dedicate anche alla critica (Bazlen). Insomma intellettuali più o meno coetanei a Montale che con lui si formano e crescono, con un rapporto di scambio continuo. Un circolo virtuoso insomma.
Oggi a tanti nuovi giovani narratori non corrispondono altrettanti nuovi giovani critici. Mi vengono in mente pochissimi nomi, e tutti comunque non giovanissimi: Cortellessa, ad esempio. Il risultato (uno dei risultati) è che gli scrittori si forniscono l'un l'altro il lato di critica che necessitano per crescere (un esempio tra tutti: i testi esuberanti scritti da Giuseppe Genna su www.miserabili.com o i vari interventi di vari scrittori su www.nazioneindiana.it). In generale accade ampiamente anche sul cartaceo: di recente penso alla pagina intera che Tullio Avoledo ha dedicato a Piersandro Pallavicini per Atomico Dandy su Il Giornale. Oppure penso allo stesso Pallavicini su Pulp, a Nove su Tuttolibri, a Scarpa sull'Unità, a quanti scrivono su Fernandel.
Mi piacerebbe che chiunque passa di qui lasciasse un'opinione, perché vorrei capire se i critici sono in via d'estinzione e dobbiamo tenerci stretti gli ultimi Tommaso Ottonieri, Fulvio Panzeri ecc. che abbiamo. Perché non ci sono critici giovani?, è un bene o un male che non ci siano più?, cosa capita adesso che si si arrabatta tra di noi?
Grazie.
postato da gabrieledadati, 18:47 | link | commenti (4)
SEMI DI FICO D'INDIA

postato da giuseppemauro, 14:40 | link | commenti (4)
martedì, 12 aprile 2005
Se Silvia dice che faccio il piacione / avrà anche ragione.
postato da gabrieledadati, 19:45 | link | commenti
MARCO PANNELLA
Stamattina lo sentivo parlare ad una radio romana, alla fine dell’ennesimo sciopero della sete (quando non è della fame o magari di entrambi) avviato per sostenere la battaglia sull’amnistia, proposta da Karol Wojtyla durante la sua visita al Parlamento Italiano qualche tempo fa.
Marco Pannella è un pezzo enorme della storia civile del nostro Paese. In un mondo schiavo dei media ormai senza speranza di redenzione, lui non esita a rischiare di suo e a martoriare il proprio corpo pur di dare visibilità alle sue lotte e a quelle dei radicali, perché comprende perfettamente che non gli resta altra via, avendo rifiutato di svendere la propria testarda a volte illeggibile coerenza.
Lo sentivo parlare, per una volta senza limiti di tempo, argomentando la sua posizione con la voce un po’ spaccata ma con un flusso ininterrotto di idee, di concetti, di immagini. Lo sentivo aggrovigliarsi sulle parole, lo ascoltavo facendo uno sforzo incredibile per assecondarne le tortuosità e individuare la sostanza delle cose in mezzo a quel fiume in piena caotico scomposto e però provateci voi ad arrivare a settantacinque anni combattuti in trincea senza mescolare insieme discorsi idee ricordi passioni suggestioni presente passato amarezze litigi obiettivi bilanci progetti e il resto di tutta una vita, provateci voi.
Lo sentivo evocare immagini, con una capacità che nel mondo politico italiano hanno in pochi forse nessuno. Parlava dei delusi di destra e di sinistra che magari lo avvicinano per strada gridandogli di non mollare e diceva – sì, io rispondo con affetto ma penso al mestiere dei delusi che è così tipico del nostro Paese – e io pensavo a quanto è vera questa immagine, a quanto appare lucida e suggestiva.
Marco Pannella è più di un pezzo della storia civile del nostro Paese, è la sua quintessenza.
E penso sarebbe giusto che il Presidente della Repubblica – senza il condimento di fastidiose lusinghe destre o sinistre – glielo riconosca, facendolo sedere tra i banchi dei senatori a vita.
postato da giuseppemauro, 10:46 | link | commenti (1)
lunedì, 11 aprile 2005
TEST PSICOLOGICO
Lo ammetto, saltuariamente faccio un giro sul blog di Dashenka. Può darsi che io sia masochista, più probabilmente conservo una certa curiosità – nonostante tutto – nei confronti della sua personalità.
Oggi ho letto sul blog in questione i risultati di un test psicologico svolto da lei.
Il test mi sembra piuttosto serio (trovate il questionario qui) e non ho resistito alla tentazione di cimentarmi anch’io nell’impresa.
Più giù trovate quelle che dovrebbero essere le mie caratteristiche psicologiche.
Mi ci ritrovo abbastanza, devo dire. Almeno credo.
Questo è il tuo tipo psicologico:
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Orientamento
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Funzione dominante
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Funzione d'appoggio
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Funzione terza
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Funzione inferiore
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Tendenza
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Estroverso
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Intuizione
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Sentimento
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Pensiero
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Sensazione
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Percettiva
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Questo tipo è motivato dalle novità e dalle possibilità che la sua intuizione riesce a cogliere. È curioso, entusiasta e pieno di interessi. Ha molti amici che lo apprezzano per le sue doti. È empatico, spesso divertente, capace di capire le motivazioni delle persone. È anche sensibile ai bisogni e ai sentimenti degli altri che spesso riesce a captare o a anticipare. Generalmente ama circondarsi di persone piuttosto che rimanere da solo. Attribuisce molta importanza al calore dei sentimenti ed è molto leale nei confronti dei suoi amici. È una persona sensibile che rischia a volte di prendere le cose in maniera troppo personale. È sensibile agli elogi di cui ha occasionalmente bisogno. Cerca di evitare le situazioni che comportano delle tensioni: fa fatica a sopportarle, a meno che non riesca a vederle come un problema interessante da risolvere. Ama infatti, come tutti i tipi intuitivi, affrontare e risolvere i problemi. Ai suoi occhi non c'è niente che non abbia una qualche soluzione! È dotato di molta fantasia e immaginazione e riesce spesso a trovare delle soluzioni brillanti e originali. È indipendente e non è un conformista. Difficilmente si lascia impressionare dall'autorità e dalle regole. Anzi, spesso usa la sua creatività per aggirare le regole se le considera inutili o superflue! La sua funzione inferiore è la sensazione. Questa situazione lo espone al pericolo di non avere i piedi per terra. Ha una gran quantità di idee ma può non essere in grado di valutare se sono realistiche e realizzabili. La sua incuranza nei confronti dei dettagli e dei fatti concreti può portarlo a essere disordinato e a non trovare quello che cerca. Non è generalmente una persona precisa. Detesta la routine e le procedure complicate. Appena una cosa diventa ripetitiva, ha tendenza ad annoiarsi. Ha quindi bisogno di variare le sue attività. Appoggiandosi più al sentimento che non al pensiero, questo tipo rischia di non dedicare tempo sufficiente all’analisi dei problemi, saltando troppo rapidamente alle conclusioni e andando incontro a degli errori. Sul piano del lavoro è più adatto ad avviare dei progetti che a stabilizzarli o consolidarli. È comunque spesso una persona molto dotata, in grado di fare bene quello che le interessa. Sul piano delle relazioni di lavoro non incontra particolari difficoltà. È un entusiasta, è interessato ai rapporti interpersonali e sa trattare con le persone.
postato da giuseppemauro, 18:04 | link | commenti (3)
La carne ha fatto naufragio
La carne ha fatto naufragio
in terra straniera: il tuo corpo.
S'affonda un po' d'anima, erra
nel vago. Anch'essa vapore
e bacio: perfetto nulla.
Si veste di calce. S'ammorba.
E' torba soltanto, non paga.
Germoglia, fiorisce con falce.
[Luca Ragagnin, Biopsie, Lecce, Piero Manni editore, 2000, p.32]
postato da gabrieledadati, 17:53 | link | commenti
domenica, 10 aprile 2005
"Io lo so che il mondo è avvolto da una nuvola di fumo e forse tra breve sarà in fiamme (in questa frase sto usando le parole che un grande scrittore austriaco scriveva nel 1938), io credo che il mondo tra breve sarà in fiamme, ma io che altro posso salvare, che cosa posso salvare io, e non solo per me ma per la coscienza di tutti e per la lingua nella quale questa coscienza si può dire e si può fare parola di salvezza, che cosa posso salvare io se non questa lingua appunto che mi è stata data, io che non ho quasi niente da dire e che già mi accorgo, a trentacinque anni che ho, che forse ho una sola cosa da dire, e tutte le storie che racconto e tutti i pezzi che scrivo forse sono solo come un'esecuzione appena appena variata in ciascuna storia o in ciascun pezzo di quell'unica cosa che ho da dire, e le persone e le cose delle quali parlo sono solo dei pretesti, delle occasioni, opportunità vorrei dire, e la cosa che ho da dire, forse, è semplicemente che tutto questo finisce e che la fine è prossima e che tutti i rimedi che abbiamo sono rimedi falsi ma possiamo trasformarli in mezzi veri per la lotta contro i rimedi falsi; questo è tutto quello che mi interessa dire e non mi interessa fare della letteratura e tanto meno fare della buona letteratura e vorrei dire che quando uso la parola letteratura io la uso per indicare una cosa non buona, una cosa che non serve a niente; a me interessa raccontare delle storie di redenzione parlando della redenzione come di una cosa vera, cosa che non fa nessuno perché io credo che veramente non ci creda quasi più nessuno, alla redenzione, alla sopravvivenza delle anime e alla resurrezione dei corpi, alla sopravvivenza di queste anime e alla resurrezione di questi corpi, secondo me moltissimi fedeli e moltissimi preti non ci credono, non perché siano cattivi fedeli o cattivi preti, per carità, ma perché non ne sono capaci, e così quasi tutti non ne sono capaci, io ne sono capace e il mio dono è questo, esserne capace: verrà la fine di tutto e di ciascuno di noi, si riapriranno i forni di Auschwitz e tutti noi andremo in fumo; avremo una paura enorme ma saremo felici perché la fine di tutte queste cose è un nuovo inizio che sarà bellissimo; questo io credo e il mio dono è questo e io mi glorio di dirlo: perché non è possibile negare che la redenzione è la più giusta e la più buona delle immagini che la nostra persona produce insieme a tutte le altre persone e non è possibile negare che non è possibile produrre la felicità sulla terra se non per mezzo dell'immagine della redenzione, affermo, che arriverà."
[Giulio Mozzi, Il male naturale, Milano, Mondadori, 1998, pp. 210-1]
postato da gabrieledadati, 22:24 | link | commenti
giovedì, 07 aprile 2005
Per quanto riguarda il successore di Giovanni Paolo II, ormai è chiaro, esistono due possibilità. La prima possibilità è di eleggere un successore "finto", e cioè un uomo anziano il cui impatto sia limitato e che ci si aspetta viva poco. Questo perché un'altra figura forte (dello stesso segno di Giovanni Paolo II o di segno diverso) da alcune parti è vista come di troppo impatto, "pericolosa". La seconda possibilità è ovviamente di eleggere davvero l'uomo che si ritiene debba essere Papa, indipendentemente dall'impatto.
Nell'estate del 2001 (estate in cui mi sono diplomato presso il Liceo Ginnasio "Melchiorre Gioia" di Piacenza), prima ancora di avere i risultati delle mie prove d'esame, a inizio luglio sono andato a manifestare a Genova, in occasione del G8. Perché in quel momento e non più avanti, nella tre giorni in cui ha perso la vita Carlo Giuliani? Perché c'era un'altra manifestazione, prima. I giovani cattolici che come me hanno idee "di sinistra" ma sono, prima di tutto, cattolici, si sono mossi da tutta Italia verso Genova per fa sentire la loro voce contro i potenti del Mondo che sembrano così avulsi dal Mondo. Mi sembra fosse il 7 luglio (potrei sbagliare) ed eravamo qualche migliaio: abbiamo seguito conferenze, concerti, abbiamo discusso e abbiamo pregato. Perché se ne è saputo poco o niente? Perché dai giovani cattolici non c'erano da aspettarsi problemi, la polizia non era tesa e non è successo niente: né morti né feriti. Quindi non eravamo "notiziabili" e i giornali ci hanno ridotti a un trafiletto, come se la nostra protesta valesse meno delle altre.
Scusate la memorialistica. Quello che volevo dire, lo avrete capito, è che in quell'occasione ho incontrato e sentito parlare Dionigi Tettamanzi. Quest'uomo, pur così diverso da Giovanni Paolo II, mi ha fatto una grande impressione. Persona intelligentissima, colta e contemporaneamente presente ai fatti del Mondo. Vicino ai giovani, come ritengo debba essere un Papa (o almeno: l'unico che ho visto nella mia breve vita era troppo vicino ai giovani perché io possa immaginare diversamente), Dionigi Tettamanzi ha il mio voto, per quanto può valere. Se devono scegliere un Papa "vero", e se per caso lo vogliono italiano, per favore sia lui per come l'ho sentito parlarci a Genova quell'estate.
postato da gabrieledadati, 09:14 | link | commenti (2)
mercoledì, 06 aprile 2005
ELEZIONI
Vengo da quattro giorni di irrealtà elettorale, ovvero da una immersione totale nel mio dovere civico di rappresentante di lista (per Rifondazione Comunista). Irrealtà amplificata da un'atmosfera strana, perchè la morte di Karol Wojtyla ha avuto e continua ad avere un impatto sul quotidiano non da poco. Faccio il rappresentante di lista da vent'anni, per uno che ha la passione politica i giorni delle elezioni sono forse quelli più esaltanti (o sconfortanti: dipende). Si va in giro per seggi, si discute e si scherza con tutti e lo si fa prescindendo da ogni appartenenza: in quei giorni si può. Quest'anno, sfottere l'amico candidato a sindaco di Forza Italia perchè nella mia città ha rimediato il 3,5 % dei voti è stato il momento più ricco di soddisfazione. E lui, che ha il dono dell'ironia (e che ha potuto rivalersi visto che il partito in cui milito non è che sia andato molto meglio), non ci è rimasto neanche troppo male.
In ogni caso, uscito da questi giorni di ore passate in piedi a parlare a discutere a scherzare a guardare con attenzione le schede perchè non mi sfuggissero segni e nomi, posso finalmente dirlo. Sinteticamente, senza enfasi. Gli italiani (intesi come maggioranza) cominciano ad essere stufi davvero di Silvio Berlusconi.
E, diciamolo francamente, era veramente ora.
postato da giuseppemauro, 17:02 | link | commenti (4)
martedì, 05 aprile 2005
GianMichele, nel suo commento al post precedente, si chiede una cosa importante: l'essere ateo (o fedele) è un valore, una libertà intellettuale in più?
Io penso questo: essere cristiano, o più generalmente fedele, significa - a livello intellettuale - possedere un sistema di idee e di valori e di immagini già condivise con altre persone. Significa inserirsi in una tradizione piuttosto ricca di riflessione sul mondo, sulla vita, sul senso delle cose che comprende non solo teoria ma anche narrazione (Bibbia e Vangeli sono meravigliose narrazioni piene di personaggi e fatti). Cosa vuol dire questo? Vuol dire partire da un certo humus per le proprie escursioni intellettuali. Significa cioè dare per buoni certi valori e certe idee e quindi non dover affrontare la fatica di fondare tutto dall'inizio. Significa avere assi cartesiani su cui fondare il proprio piccolo disegno.
Naturalmente il credere in questo senso è un'ideologia, e di ideologie ce ne sono anche altre: ad esempio il marxismo, il relativismo, la filosofia aristotelica ecc... Chiunque si integri in una di queste ideologie può dare per scontati alcuni presupposti e occuparsi di meno cose, nella sua riflessione. Questo, penso, rende le cose più facili. - In estrema sintesi dirò allora che un cristiano (cattolico, nel mio caso) nella sua riflessione intellettuale non deve cercare il senso della vita (che è correre in felicità verso Dio) o di fondare l'etica (che si desume dai testi): si può occupare di problemi più piccoli montando da bravo nano sulle spalle di un gigante.
Oggi però ho sentito parlare alcuni ragazzi che penso atei per cinque minuti (aspettavo Silvia) e hanno detto cose che mi fa sempre male sentire: 1) che la fede è una cosa e la chiesa è un'altra; 2) che non si può scusare alla chiesa il suo passato; 3) che i credenti ritengono cattivi gli atei.
Risponderò punto a punto, anche se non ce ne sarebbe bisogno, come sfogo.
1) La fede è sicuramente una cosa e la chiesa un'altra. La chiesa è il luogo dove un rito codificato si celebra, la fede è un "valore" interriorizzato e privato. Alla fede la chiesa non è espressamente necessaria. Però proviamo a riformulare la frase come: la cultura è una cosa e l'istituzione scolastica un'altra. Non vediamo come alla cultura, che possiamo certamente attingere anche da soli, non sia utile il supporto dell'istituzione scolastica? Se io so che c'è un posto come l'universitaà (chiesa) dove una persona che bene conosce l'argomento come un professore (prete) parla di un argomento di studio che mi interessa (fede) a studenti (fedeli) che condividono i miei interessi, perché non dovrei andarci? Poi esistono anche cattivi professori/preti, ma perché non dar loro una possibilità?
2) A chi mi dice "on perdono la chiesa per il suo passato" rispondo "e io non ti saluto perché il tuo bisnonno era un figlio di buona donna." Mi dite che senso ha giudicare persone che sono adesso al mondo sulla base dell'operato di Bonifacio VIII o Paolo III che furono sicuramente più politici che uomini di chiesa? Vi sembra che Giovanni Paolo II fosse della pasta di coloro che bruciavano libri ed eretici?
3) Un credente non ritiene cattivo un ateo. Molti miei amici lo sono e anche Silvia non è credente: io li amo e li ritengo persone perfettamente buone, perché non voglio che persone buone attorno. Esiste un'etica laica valida per stare al mondo tanto quanto la cristiana, per cui sono sicuro su precetti come "non uccidere" o "non sprecare ciò che hai" o "aiuta chi vedi stare male" li abbiamo tutti in comune.
Con tutto questo vi abbraccio.
postato da gabrieledadati, 19:07 | link | commenti (7)
Il mio problema riguardo alla fede non è il possesso di fede (sono credente, ho il cosiddetto dono della fede), quanto piuttosto la trasmissione della fede. Non sono infatti mai riuscito, in vita mia, ad aiutare nessuno dandogli a fede. So che il cristiano è prima di tutto martire (gr. testimone) e la testimonianza della sua fede è il primo compito. Per questo dico spesso che il posto del cristiano non è la chiesa, la comunità cristiana, ma il bar. E' molto più utile testimoniare la propria fede presso chi non la sperimenta, che presso chi già crede o almeno formalmente dovrebbe credere. Allora ci vuole sì una fase di formazione all'interno della chiesa, ma poi anche una di testimonianza nel mondo (è per questo che non riesco a concepire forme estreme di cattolicesimo come CL, dove troppo spesso gli aderenti al movimento non solo sono chiusi nei confronti dei non credenti, ma addirittura nei confronti degli altri cattolici. Serve a qualcosa coltivare la propria fede come difendendola dagli altri?, non è forse un dono da condividere?)
Nonostante tutto questo la mia testimonianza di fede non è mai stata valida. E questo perché c'è un paradosso, alla base: il cristiano può testimoniare la sua fede ma non trasmetterla. Non è una teoria che si possa spiegare e far apprendere. Non passa per la ragione. E' un dono e il cristiano sa che solo Dio può fare questo dono. E' per questo che né io né nessun altro al mondo ha mai "trasmesso" la sua fede.
Cosa si può fare allora? Vivere la propria fede sotto gli occhi degli altri. Insegnare agli altri ad essere aperti all'eventualità del dono che arriva. Quando Pascal scrive: cominciamo a comportarci da credenti, facciamo tutto quello che fanno i credenti, prima o poi lo diventeremo e se non lo diventiamo comunque ci saremo almeno comportati bene, esagera. Però non di molto. Il messaggio del credente deve essere: io della fede non riesco a spiegarti molto (posso spiegarti la storia della Chiesa, del rito, i testi sacri ecc..., ma non la fede), però ti chiedo di dare un'occhiata a come la vivo e metterti in attesa. Se il dono verrà, verrà da sé. Ora: questo è molto difficile. A chi chiede di dargli la fede rispondere dandogli l'attesa, be', è difficile. Però è quello che si fà, che va fatto. Del resto essere martiri non è mai stato facile.
postato da gabrieledadati, 08:58 | link | commenti (1)
sabato, 02 aprile 2005
Mi metto a scrivere appena sceso dal treno in una Pavia triste perché allegra (perché ci sono i giovani del sabato sera per le strade, e non li vorrei; parlano come sempre e scherzano come sempre, e ora non lo vorrei). La notizia della morte di Giovanni Paolo II ha colto Giacomo e me intorno a Tortona, di ritorno da Nizza, dopo due giorni in cui in qualche modo avevamo cercato di tenerci informati ma riuscendo sempre a cogliere pochissimo dall'Italia.
Eravamo in piedi vicino a un finestrino, a sgranchirci dopo più di quattro ore di viaggio. Diana ha mandato un messaggio a Giacomo e così l'abbiamo saputo. Giacomo che è ateo ha mostrato in volto uno scoforto di cui lo ringrazio qui ora. La mia reazione è stata composta.
Quello che ho pensato è quello che penso ormai da qualche giorno, proiettando su Giovanni Paolo II l'ombra della morte, e cioé: non mi dispiaccio della morte di un uomo malato e stanco (quest'uomo che torna a Dio io lo credo completamente felice), mi dispiaccio del fatto che non ci sia più, che non sia più al mondo. E questo per un motivo egoistico: io ho bisogno di vedere che al mondo c'è un santo. E anche il resto delle persone ha bisogno di vedere che c'è un santo. Giovanni Paolo II lo è stato. Non nei suoi meriti o nelle sue colpe, ma nella sua fede e nella sua capacità di vivere il dolore con forza e gioia. Un uomo che crede, totalmente crede, e affronta le prove della sua vita sul cammino della fede è quello che io dico un santo. Non chi fa i miracoli e non sbaglia mai, quanto colui che segue la luce del Signore.
Il fatto che ci sia un santo sulla terra è quello che ha diretto in un certo senso i miei passi, per molto tempo. Questo papa buono, rivolto agli umili (che tanti anni fa, bambino, ho sfiorato in Vaticano: chi c'è di più umile di un bambino che si meraviglia?), innamorato dei giovani è l'uomo a cui va il mio ringraziamento e la mia preghiera, insieme al ringraziamento e alla preghiera non solo dei cattolici, ma di tutti coloro che hanno vissuto questi anni.
postato da gabrieledadati, 23:11 | link | commenti (2)
venerdì, 01 aprile 2005
IL PAPA CHE MUORE
Stamattina salgo in ascensore verso l’ufficio ci sono due donne – dall’aspetto postali, penso – che chiacchierano del più e del meno. I piani da salire sono quattordici, l’ascensore si ferma praticamente ad ognuno: sono costretto ad ascoltare il dialogo intero.
A un certo punto – e ti pareva, penso – il discorso scivola sul papa che muore.
L’una racconta all’altra della cifra spaventosa pagata da certe televisioni o aziende o non so che per acquisire i diritti dell’agonia di quest’uomo. La ratio del discorso è: lo tengono in vita per quello ormai da tre anni, più resta vivo più il Vaticano becca i soldi dei diritti più chi trasmette le immagini - e pensa, ci sono telecamere ovunque, pensa a quella piazzata fissa nella macchina dietro la sua testa mentre tornava dopo l’ultimo ricovero al Gemelli – incassa introiti pubblicitari pazzeschi.
C’è un business incredibile intorno al papa, è per questo che fanno di tutto per tenerlo vivo. Ascolto, via via che i piani si susseguono, di aziende che ad un certo punto non ce l’hanno fatta a sostenere gli sforzi economici, che sono andate fallite perché non si aspettavano che il papa durasse tante, eccetera così.
Chiudono, mentre le porte si aprono finalmente al mio piano, secondo me sono tre anni che è morto e ci mandano immagini registrate…è morto e non lo sa…
Ridono, anche di gusto.
Io in ascensore tipicamente sto zitto guardo altrove chiudo le orecchie, i miei bioritmi sono tarati su risvegli lenti graduali rispettosi e la mattina comincio a parlare – e ad ascoltare – il più tardi possibile. Lo faccio quando devo, in sostanza.
Questo discorso però me lo sono sorbito tutto.
Non discuto la dimensione etica delle parole, eppure ci sarebbe da farlo. Il rispetto dovuto ad un uomo che muore dovrebbe sempre essere presente ma c’è qualcuno che questo principio non riesce proprio a farlo suo, neanche gli appartiene naturalmente (e qualcuno di tal fatta è transitato anche da queste parti, ahimé). Il rispetto dovuto poi a questo papa, nel bene o nel male presente e protagonista negli avvenimenti più importanti e decisivi dell’ultimo quarto di secolo (e a pensarci è un tempo lunghissimo. Quando è salito al soglio, io avevo dodici anni praticamente per me lui c’è da sempre), dovrebbe essere vieppiù enorme in un momento come questo.
Si apre un vuoto grande, colmarlo sarà esercizio faticoso. Una specie di salto nel buio e questo è vero per i cattolici ma lo è anche per gli altri o per chi non crede per nulla o per chi si definisce agnostico (come me). C’è un senso di solitudine che prevale su ogni altro e credo che questo valga per molti.
Di fronte a questo, di fronte all’importanza straordinaria di un evento che segna tutti e che segnerà il futuro del mondo intero, il discorso dell’ascensore mi ha fatto una tristezza infinita.
Quello, tristezza.
Il papa muore e qualcuno (ma quanti?) si abbandona a gossip squallidi e sconfortanti. Perché in fondo, business is business.
Io credo che venticinque anni fa difficilmente sarei stato costretto ad ascoltare il discorso dell’ascensore, questo io credo. Magari mi sbaglio magari è solo la tristezza del momento e del contesto, la rabbia per non aver avuto la prontezza di intervenire di dire ciò che pensavo alle due donne. Magari mi sbaglio, però è questo che credo.
E’ proprio che sento forte che il mondo è cambiato e lo ha fatto in peggio; io fatico ad abituarmici.
Ed è una sconfitta per tutti, per Karol Wojtyla forse anche di più.
Buon viaggio, Karol.
postato da giuseppemauro, 11:25 | link | commenti (4)
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