|
lunedì, 30 maggio 2005
FACEVO DEI VERSI (COME UN ANIMALE)
Mi ricordo che io come scrivente ho iniziato dai versi, non dalla prosa (so che, del resto, è una cosa comune). Alcuni brutti, altri bruttissimi, quasi tutti inediti. Oggi ho ritrovato qualche foglio che deve risalire a tre anni fa: devono più o meno essere gli ultimi. La metrica non ha particolari regolarità, in compenso il ritmo qualcosa vale. Metto di seguito queste due quartine scanzonate. Aspetto le vostre pietre.
I) Vorrei irradiarmi
in un milione di stelle,
darmi un sogno,
ridere a crepapelle.
II) Troviamo un angolo
per complimentarci col sole,
spalancare le costole,
irradiarci in parole.
postato da gabrieledadati, 18:53 | link | commenti (7)
ANCORA SUL REFERENDUM
Se ne parla qui.
postato da giuseppemauro, 14:48 | link | commenti
venerdì, 27 maggio 2005
COSE CHE CAMBIANO
Giulio Mozzi se ne va da www.giuliomozzi.com. Si trasferisce tutto In Vibrisse. Mi sembra chiaro, è chiaro, che le forme che assumerà la sua scrittura sul solo Vibrisse non saranno le stesse. La forma-diario più propria (i suoi viaggi in treno, le sue telefonate) probabilmente scomparirà quasi. Ci sarà più spazio per il Giulio Mozzi motore del panorama letterario contemporaneo (e cioé: Mozzi non è il motore dell'editoria e della letteratura, è uno dei. A mio parere tra i più meritori). Vedremo un po'. Intanto ha finito il suo romanzo. Il suo primo romanzo che verrà pubblicato. In un 2005 di clamori letterari comincio a pregustare il 2006 di altrettali clamori.
Poi Antonio Moresco se ne va da Nazione Indiana. Dove va? A stare nella realtà e basta, credo. Giulio Mozzi ha criticato il suo congedo per le forme in cui è espresso e non ci si può che dire concordi con Mozzi. Giuseppe Genna ha accennato al fatto che Moresco è pronto per un'altra avventura telematica, o giù di lì. Io di Moresco posso dire questo: l'ho visto una domenica mattina quand'ero matricola all'Università di Pavia e ho pensato: "che dolore quest'uomo". Magari sbaglio, ma: "che dolore quest'uomo consunto, riassunto" (- così forse scriverebbe lui). Dei suoi bei Canti del caos ricordo una pagina bellissima, nel secondo volume. Naturalmente, data la natura magmatica della prosa, non sarà mai in grado di ritrovarla.
postato da gabrieledadati, 17:58 | link | commenti (2)
giovedì, 26 maggio 2005
UN ANNO FA
Oggi Capitanicoraggiosi compie un anno dal primo post.
E’ una navigazione curiosa, questa dei capitani seduti o in piedi sulla tolda della nave. Curiosa dei fatti che succedono intorno, delle altre navi che filano al largo sull’orizzonte, delle parole da tirare fuori sull’onda delle emozioni e del mare tranquillo o agitato. E’ una navigazione lunga e senza mete prefissate, al massimo qualche scalo in porti che si parano di fronte o di fianco improvvisi e che meritano attracchi lunghi a piacere. E’ una navigazione che va avanti e che accompagna la vita vera quella che sì, oggi mi vede meno infelice di un anno fa e che mi ha rovesciato sulla schiena cose belle e meno belle. Altre decisamente brutte. Non ho bilance adatte a misurare il peso e il reciproco interferire di quei pezzi di vita, ma importa poco: sono – appunto – pezzi di vita.
Consentitemi, con tutta la discrezione e la morbidezza di cui sono capace, di dire oggi che io sono contento – davvero contento – di viaggiare insieme a Gabriele Dadati.
P.S. Prima o poi si festeggia. Ci inventeremo qualcosa.
postato da giuseppemauro, 19:23 | link | commenti (1)
UN ANNO FA
Oggi Capitanicoraggiosi compie un anno dal primo post. Non so se chi ci segue da allora ci sia ancora, se in un anno siamo stati meritori della vostra attenzione e così via. Non so se abbiamo once di carta e di sangue in più. Io ho perso dei capelli, ho una laurea in lettere in più e mi sono capitate molte cose belle da allora. Giuseppe mi sembra più felice oggi di un anno fa. Questo diario (questo esperimento mediale di compenetrazione di due sostanziali sconosciuti) è stato un'occasione portentosa ed è diventato un tam tam sotterraneo verso persone in cui riconoscersi. Sono contento. Questo diario continuerà ad esistere, perché ancora svolge le sue funzioni appieno. E sei poi ieri il Liverpool e il Milan, be', lo sapete tutti... ecco: allora i capitani oggi sono proprio sugli scudi.
postato da gabrieledadati, 09:25 | link | commenti (2)
mercoledì, 25 maggio 2005
ALLORA VADO
Dal primo di giugno, la mia sede di lavoro prevalente sarà a Napoli.
Prevalente perché a Roma avrò comunque cose da fare e se non ne avrò, me le inventerò. Perché Roma, una volta che hai avuto la fortuna di abitarci e di viverla, ti resta ficcata in ogni angolo del corpo e non puoi più liberartene. Immagino dunque che il mio pezzetto di romanità, che sono intenzionato a custodire gelosamente, continuerà a espandersi fino a diventare una sorta di metà di me stesso. Mezzo napoletano, mezzo romano: è questo l’approdo.
Oddio, in verità conservo dentro anche un pezzetto d’Abruzzo e di qualche altro luogo in cui il mio immemore vagare infantile mi ha portato a vivere anche solo per pochi mesi. Però, insomma, oggi posso dire di sentimi diviso tra il mare di Napoli e quello di Roma, tra il Vesuvio e i Colli, tra i Decumani e Trastevere. Cose e posti e vite che si assomigliano, a guardare bene.
Non so se sia per tutti un collage invidiabile quello a cui voglio approdare: io però so invidiarmelo da solo. Lo amo, incondizionatamente.
Non so neanche, data l’equità della divisione cui aspiro, se avrò mai un luogo definitivo in cui stare e se potrò mai affermare di fronte ad esso: ecco, questa è casa mia. Conoscendomi, a spanne, direi di no.
Però – credetemi – non ne sono per nulla dispiaciuto.
postato da giuseppemauro, 10:20 | link | commenti (2)
martedì, 24 maggio 2005
Mi occorre un palliativo al palliativo.
postato da giuseppemauro, 15:55 | link | commenti
lunedì, 23 maggio 2005
"Al mondo esistono 10 tipi di persone: quelli che capiscono il sistema binario, e quelli che non lo capiscono."
postato da gabrieledadati, 10:53 | link | commenti (1)
sabato, 21 maggio 2005
Giovedì sera, mi dice Stefano (Fugazza), Rossana Bossaglia era a cena a casa sua. Rossana Bossaglia (un tempo professoressa d'Arte contemporanea all'Università di Pavia e bravo critico) è stata la relatrice di Stefano venticinque anni fa circa. Ora: in casa di Stefano, com'è naturale, ci sono molti dipinti e altre opere d'arte (incisioni, sculture). Tra tutte la Bossaglia giovedì sera ne ha lodata una che non è di troppo pregio.
Mi viene allora in mente questo: è brutto quando ci troviamo in disaccordo con i nostri maestri. E' brutto vederli fallire un giudizio o proporre un lavoro mediocre. Forse, penso, sarebbe bene poter uccidere i proprio maestri per ottenere il definitivo respiro intellettuale.
postato da gabrieledadati, 13:40 | link | commenti (5)
venerdì, 20 maggio 2005
CHE COSA LEGGETE
Voi che cosa state leggendo? Io nel tempo libero, pur mentre sono costretto a leggere molte altre cose, ho sul comodino di Piacenza Rumore bianco di Don DeLillo a una cinquantina di pagine dalla fine e sul comodino di Pavia Perceber di Leonardo Colombati, la cui prossima pagina da leggere è la 217. Voi cosa leggete?, a che punto siete?
Intanto: oggi alle 14:30 va in onda su RadioPiacenza la mia intervista comica in cui non capivo le domande e per sicurezza davo comunque risposte del cavolo. Nel magma però parlo anche di Semi di fico d'India, che così si sono guadagnati il loro quarto passaggio in radio.
Alle 17:00 Francesca Mazzucato, Marco Bosonetto, Alessandro Golinelli, Giancarlo Pagani ed io presentiamo il volumetto Scrivere l'arte che raccoglie i nostri interventi presso la Galleria d'arte moderna Ricci Oddi. Ci ospita Stefano Fugazza. Stamattina al telefono gli ho detto: "Perché non presentiamo in Galleria anche i Semi?". Mi ha risposto: "Cosa c'entrano con l'arte moderna?". Ho ribattuto: "Mah, niente, però ci siamo dentro Francesca, Marco ed io che veniamo lì anche oggi pomeriggio...". Ha concluso: "E allora oggi pomeriggio ne parliamo."
Io tengo duro: oggi pomeriggio ne parliamo.
postato da gabrieledadati, 09:19 | link | commenti (13)
giovedì, 19 maggio 2005
SUL GOLFO
C’è il mare che affonda nei suoi letti vallati abbracciato dalla costa che gli cinge i confini tutto intorno. C’è il sole che smania d’ansia precipitando lentamente verso la linea dove tutto finisce si perde dietro altri risvegli ingalliti. Ci sono due monti sovrapposti bagnati di azzurro a sorvegliare l’universo ingobbiti dai giganti che vivono dentro da sempre. Ci sono i colori che piovono sulle strade impalmate impinate inventate a seguire come ombre nitide i gorgheggi scogliosi del mare. C’è un castello orgoglioso prodigio d’Aragona che naviga sopra le onde senza staccarsi mai dalla terra che si allunga a ormeggiarlo con saldezza secolare. C’è la gente che beve gli odori del tramonto e lascia che il mare gli penetri dentro riempiendo le vene e l’anima e la lievità dei giorni tutti uguali. C’è una città che parla mille suoni che messi insieme fanno un canto indistinto irripetibile magnifico senza tempo. C’è un uomo che si mescola al mondo ma potrebbe non esserci e sarebbe lo stesso eppure – eppure – quel mondo è anche il suo forse è quello il suo mondo.
Quell’uomo, adesso, ha bisogno del mare.
postato da giuseppemauro, 13:24 | link | commenti (9)
mercoledì, 18 maggio 2005
SEMI
Certo, è un trafiletto. Però i semi sono su Tuttolibri (il settimanale de La Stampa di Torino). E ci stanno bene.
postato da giuseppemauro, 13:09 | link | commenti
"Per questo, talvolta, ci si ferma: non per un motivo, ma perchè ne manca uno".
dalla storia di Asher narrata dal Professor Bologna in Perceber, pag. 33.
Libro rutilante e che non concede tregua, questo.
Sono contento - stasera - di poter conoscere il suo autore.
postato da giuseppemauro, 10:29 | link | commenti
martedì, 17 maggio 2005
SCRIVO
Scrivo - intanto che un magnum mi raffredda generoso la vita - nel silenzio lacero vuoto untuoso di un ufficio talmente inutile da farmi paura, certe volte che mi sorprendo a guardare intorno. Bislacco, nella sua genuina insignificanza. Grigio, nel ripetersi circolare dei suoi giorni scoloriti.
Scrivo di storie che si incrociano senza ragione, distruggendo legami e mondi e affetti per purificarsi e rinascere bagnandosi nelle acque del caso che non ha parzialità da spendere sul tappeto del tempo.
Scrivo dell’assenza del destino, della mancanza di disegni sovraumani, della esilità esposta esigua esangue del vivere affannoso.
Scrivo sconsiderato e incerto.
Scrive di me e di tutto.
Ma scrivo di niente.
Scrivo e mi ritrovo a fuggire dalle righe che nascono e si inseguono crudeli, forse io
impaurito
da quelle.
postato da giuseppemauro, 17:24 | link | commenti
OGGI
Oggi è giorno di silenzi e di ricordi cattivi.
Domani - invece - sarò qui.
postato da giuseppemauro, 10:24 | link | commenti
QUALCHE APPUNTO SPARSO
- Le due sferette di metallo che occhieggiano dal mio sopracciglio destro non sono una scheggia di granata, sono proprio un piercing;
- I capelli, lavati con uno shampoo appropriato, possono tranquillamente sapere di cacao;
- Ieri ho registrato un'invervista radiofonica per un programma che si chiama Il comodino del piacentino, inventato da un vulcano che risponde al nome di Emma Stopelli. Il blog è www.ilcomodinodelpiacentino.splinder.com. Il problema è che io non capivo niente, allora ho dato risposte a caso e venerdì alle 14:30 le si potranno sentire;
- Venerdì alle 17:00 presso la Galleria d'Arte moderna Ricci Oddi Francesca Mazzucato, Alessandro Golinelli, Marco Bosonetto, Giancarlo Pagani ed io presentiamo il volume Scrivere l'arte, di cui abbiamo scritto ed eseguito i testi due o tre mesi fa. A introdurci e coordinarci il direttore Stefano Fugazza;
- Adesso mi metto di buzzo buono e trovo una data per presentare Semi di fico d'India a Piacenza.
See you.
postato da gabrieledadati, 09:00 | link | commenti (4)
sabato, 14 maggio 2005
REFERENDUM
Naturalmente, prima o poi, dovrò parlare anch'io (dovrò motivare anch'io) la mia posizione nei confronti dei quattro quesiti referendari a cui sono chiamati gli italiani. Vorrei scrivere (meglio sarebbe: parlare) lungamente. Ma non lo farò. Cercherò un punto di vista unitario per porre qualche problema più che per dare qualche soluzione.
Allora; mi sembra che i quattro quesiti vertano più o meno su questo: l'esistente si scontra talvolta con qualcosa che è, al massimo, un'ipotesi di vita, e noi siamo chiamati a capire chi e cosa ha diritti, e di quali diritti si tratta. Con qualche cellula (ipotesi di vita) si può ottenere di tutto: da un bimbo a una cura a niente del tutto. Quali sono i diritti di tale cellula nei confronti di noi che siamo già al mondo?
Ora: la Chiesa più tradizionalista dice che anche un embrione è una vita, e che quindi come tale va salvaguardato. Questo è ovviamente abbastanza opinabile, perché si fa fatica a dire che un embrione è già vita. E' però vero che esiste un'altra ala della Chiesa (diremo: "progressista", tra virgolette) fatta di più o meno giovani teologi che dice una cosa molto più interessante e condivisibile: non sappiamo se l'embrione sia già vita o no. Questo è ragionevole e condivisibile da qualsiasi laico, perché in effetti non sappiamo se si tratta già di vita o no da un punto di vista prettamente scientifico. - Ma cosa ne discende? Per questi stessa Chiesa "progressista" il ragionamento si configura così: non sappiamo se l'embrione è già vita, e proprio perché non lo sappiamo non possiamo correre il rischio uccidendolo.
Di quest'ultima opinione sono anche io: non so assolutamente (e nessuno lo sa) se l'embrione è vita, ma nell'incertezza non me la sento di correre il rischio dell'uccisione. Naturalmente questo mi porta a una determinata posizione, e cioé di far ricadere quello in cui credo sulla società. Dalla mia etica insomma dovrebbe discendere il diritto. Ma questo è molto pericoloso: sappiamo bene che ci sono paesi in cui dalla religione discende l'etica e da questa il diritto e la conseguenza è la Guerra Santa. - Può allora la mia etica imporsi sul diritto? Questo problema è grande e faccio fatica a risolverlo. Posso dire questo: la mia etica (cattolica) è molto simile a un'etica laica di stampo antropologico. Io cioè credo al valore della vita come conseguenza dell'esistenza di Dio, un laico di solito ci crede perché crede che l'uomo sia in sé un valore; e molto altro condividiamo, perché sia un cattolico che un laico (mediamente) credono che si debbano aiutare i più deboli, coccolare i bambini, impegnarsi nelle cose e così via. - Questo però (che la mia etica sia sufficientemente condivisibile, per larghi tratti, da un laico) non rende possibile che dall'etica discenda il diritto in maniera pacifica.
Ma il diritto del vivente, si diceva. Il volere un bambino a tutti i costi. Ora: se davvero il vivente ha tutti questi diritti (quante meravigliose femministe ho incontrato in questi giorni), perché non riconoscere il diritto a essere figlio dell'orfano, del bambino abbandonato, del bambino solo? Se davvero il vivente ha diritti, perché invece di chiederci come rendere più facile il concepimento in laboratorio (addirittura grazie a un donatore) non ci chiediamo come rendere più facili le adozioni? Davvero vorrei un quinto quesito del tipo: volete che modifichiamo questa legge o che rendiamo più agevoli le adozioni? Prima di andare a votare però vorrei che facessimo tutti una visita ai luoghi della miseria, della disperazione e dell'emarginazione, dove i bambini (e anche gli adulti) sono ridotti in condizioni disumane. Allora forse ci renderemmo conto che il nostro desiderio di paternità/maternità può essere messo da parte a favore di un più ampio desiderio di volere bene a questi essere che già ci sono stanno soffrendo. Non saranno carne della nostra carne, ma lo stesso non si può amare un bimbo adottato?
Infine: cosa farò? Voterò quattro no o mi asterrò. Sono da sempre, come tanti, contro il meccanismo del referendum. Contrario al quorum. Se si va a votare chi va deve decidere anche per chi non va, sia che ci venga comodo o no di volta in volta. Questa volta a me viene buona l'astensione, la volta prima (articolo 18) al contrario. Ma stando così le cose, devo osare l'arma onesta del no o l'arma più potente dell'astensione?
postato da gabrieledadati, 21:34 | link | commenti (9)
venerdì, 13 maggio 2005
Allora, come si evince dalla homepage di librialice.it, da oggi è in distribuzione Semi di fico d'india, l'antologia più bella dell'anno cui hanno dato il loro contributo sia Giuseppe Mauro che Gabriele Dadati. Per intanto, ho trovato due lettori di grande peso: la dott.sa Franca Lavezzi dell'Università di Pavia (e cioè la mia relatrice, che ha detto che lo comprerà) e la biblioteca di Italianistica della medesima Università (sempre grazie a Franca, il cui parere è decisivo per gli acquisti). Per il resto, speriamo di trovare tanti altri lettori (e lettrici giovani, belle ed entusiaste).
See you.
postato da gabrieledadati, 12:24 | link | commenti (4)
POSTILLA ALLA POSTILLA
Mi hanno clonato la carta di credito. Fortunatamente all'Ufficio Sicurezza della banca se ne sono accorti in tempo per cui non sembrano risultare operazioni non effettuate da me.
Ragazzi, qualcuno di voi conosce un esorcista?
postato da giuseppemauro, 11:11 | link | commenti (2)
giovedì, 12 maggio 2005
SALONE DEL LIBRO DI TORINO – PARTE PRIMA
(continua dalla parte seconda andata in onda ieri)
Ore 16,45 di sabato 7 maggio, anno di grazia 2005.
Sono stanco ma contento, il viaggio è stato lungo ma sono finalmente al Lingotto mi avvio allo stand dove ci si accredita come operatore professionale ovvero autore ovvero biglietto gratis.
Accanto a me – anzi giusto un passo avanti – c’è Jadelin M. Gangbo che compie la stessa operazione in compagnia di una ragazza. So che è lui perché ricorda male il titolo del libro per non dire del luogo della presentazione, però riesco a cogliere parole tipo Semi o Spazio Autori, sufficienti per andargli in aiuto e presentarmi.
Ci danno i biglietti, per noi e per chi ci accompagna.
Ci vediamo dentro.
Ci avviamo nel labirinto del Lingotto.
Ore 17,15 di sabato 7 maggio, anno di grazia 2005.
Squilla il telefono, è il mio compare Gabriele capitano Dadati.
Dove sei? – mi fa – io e Silvia siamo allo stand di Fernandel, ho appena incontrato Culicchia ci vediamo qui?
Va bene, ci vediamo lì. Io però devo comprare il libro di Leonardo, ho visto sulla planimetria che lo stand di Sironi è vicino allo Spazio Autori. Ci vediamo da Fernandel, poi andiamo lì così salutiamo pure Mozzi?
Ok.
Ci avviamo allo stand di Fernandel.
Ore 17,30 di sabato 7 maggio, anno di grazia 2005.
Dopo un anno di lavoro comune a scrivere parole profonde indecorose stupide cazzute, finalmente Gabriele ed io ci incontriamo. Siamo imbarazzati, ma giusto un poco. Penso che è strano guardare occhi e gesti dopo un sacco di tempo passato a immaginarli ma è quello che penso ogni volta. Ci sciogliamo facilmente.
C’è anche Fabio Beccacini, ci informa che alle 18,00 da Fernandel c’è un happy hour non possiamo mancare.
Gabriele discorre con una tizia e non so perché, però le sta illustrando cosa ha fatto e scritto e tutto il resto. Io guardo Silvia le dico a bassa voce Adesso vedrai che sbotterà: come si permette di non conoscermi io sono GabrieleDadati. Lei sorride, è timida e dolce. Gioca con Laura – mia figlia - che sta sulle mie spalle e ci starà tutto il tempo fino alla presentazione e poi dopo. Le mie spalle non sono contente.
Ore 18,00 di sabato 7 maggio, anno di grazia 2005.
Tutti di nuovo da Fernandel, ma non succede nulla.
Gabriele si lamenta affermando di essere venuto a Torino solo per l’happy hour che si sta rivelando una fregatura.
Io vado allo stand di Sironi, saluto Giulio Mozzi che però a malapena mi dà retta visto che ha appena perso il cellulare ed è vagamente disperato. Io intanto scambio due parole con Giuseppe Iannozzi, vedo anche lui per la prima volta live. Ci chiediamo se riusciremo a finire Perceber.
Ore 18,30 di sabato 7 maggio, anno di grazia 2005.
Presentazione.
Dietro al palco ci stanno quelli che intervengono ( Giulia Mozzato che coordina, Velthur, Francesca, Gabriele, Morozzi, Pololi), in prima fila tutti gli altri.
Quello che ricordo:
Francesca parla scegliendo tutte parole con la ERRE, che lei però non ha. Per cui – ad esempio – dice raccontare ma viene fuori accontae. Che è bello e dolce da sentire.
Gabriele si lancia in una microdissertazione sul passaggio da una dimensione romantica ad una neoclassica che interverrebbe quando si scrive su commissione. La sua ERRE è appena percepibile.
Marco Velthur si scusa per non avere anche lui la ERRE moscia, poi mostra il libro con orgoglio. Come l’avesse materialmente costruito lui pezzo per pezzo, o almeno è così che mi sentirei io al suo posto. E’ stato grande, Marco.
Gianluca Morozzi racconta di aver pubblicato altrove il primo racconto spedito per l’antologia perché a un certo punto pensava che il progetto si fosse arenato. Richiamato da Marco subito dopo, ha dovuto scrivere un altro racconto all’istante.
Dalla prima fila:
Paola Presciuttini è simpaticissima, si autodefinisce animale invernale per cui scrivere un racconto sull’estate per lei non è stato facile. Si alza per far vedere a tutti l’animale invernale, poi conclude che non è poi così importante il rapporto tra romanticismo e neoclassicismo, ma scrivere in una antologia con tanta gente è bello e stimolante.
Errico Buonanno racconta degli incubi in cui compariva Marco in forma di negro vestito bene (Errico, ma perché negro?) ed è divertentissimo.
Io racconto del messaggio di Marco che mi domanda di scrivere sull’inizio dell’estate ed io sono già a metà racconto devo ricominciare daccapo mi scappa un cazzo! Ma in platea si ride e va bene così.
Giulia Mozzato fa un sacco di fatica per coordinare tutti, però ci riesce bene.
Ore 19,30 di sabato 7 maggio, anno di grazia 2005
Finisce tutto.
Sono contento, siamo contenti.
Gabriele comincia a dire che entro dieci minuti deve essere a Pavia ma continua ad autografare copie del libro. La mia copia l’ho già fatta firmare da tutti (Marco Bosonetto mi ha scritto una dedica e gli dico grazie) a parte Francesca che ad un certo punto è scappata e non s’è più vista. Ma la becco, prima o poi.
Ci salutiamo.
Noi si va in albergo.
(continua ieri)
POSTILLA
Il libro è in macchina a Parma, per cui non ho letto ancora nulla.
Adesso scappo alla stazione Termini, prendo il primo treno per Fidenza e ritorno giù con la scenic, il tizio dell’officina mi ha informato che il conto totale è di 565 euro.
Non sono contento, certo. Però succede e non c’è da pensarci oltre.
Leggerò il libro d’un fiato e ne scriverò credo. Intanto ringrazio tutti – e me stesso – per la giornata di sabato: bella bella bella.
postato da giuseppemauro, 11:39 | link | commenti (2)
mercoledì, 11 maggio 2005
SALONE DEL LIBRO DI TORINO – PARTE SECONDA
(la prima parte verrà messa in onda domani)
Ore 22,00 di sabato 7 maggio, anno di grazia 2005.
Sono stanco ma contento, la presentazione dei Semi è venuta bene è andata forte è stata divertente; è stata emozionante, pure. Sono stanco e busso al portone dell’albergo che ho avuto cura di prenotare il giorno prima e di cui non farò il nome. Però sta a Torino, in corso Orbassano. Non è un granchè ma è vicino al Lingotto ed è stata un’impresa trovare posto.
Busso al portone.
Nessuno.
Busso al portone.
Lo faccio per circa venti minuti, alternando il citofono con telefonate che vanno – ovviamente – a vuoto anch’esse.
Alla fine in macchina ci si guarda, vagamente sconcertati. Decido di prendere in mano la situazione: si parte adesso, sono fresco e riposato posso arrivare fino a Napoli senza difficoltà.
Mi guardano stralunati, ma io parto.
Ore 23,15 di sabato 7 maggio, anno di grazia 2005.
Sono stanco e meno contento, poco ci manca che mi addormenti in macchina. Sono stanco e guardo nello specchietto retrovisore: ehm…tutto sommato sarebbe meglio chiamare Margherita e Gianfranco, comincio ad avvertire la stanchezza loro magari possono ospitarci.
Dietro, sollievo.
Margherita e Gianfranco adesso stanno a Parma, noi siamo quasi a Piacenza gli diciamo che saremo lì entro qurantacinque minuti.
Ore 23,30 di sabato 7 maggio, anno di grazia 2005.
L’autostrada è bloccata per lavori, a Piacenza sud ci fanno uscire.
Lo fanno con tutti, c’è una colonna interminabile per immettersi sulla via Emilia per arrivare a Parma, lì dove l’autostrada riapre.
Sono duecento metri, ci metto quaranta minuti a percorrerli.
Chiamiamo Margherita e Gianfranco, avvisandoli che faremo un po’ tardi.
Ore 00,50 di domenica 8 maggio, anno di grazia 2005.
La mia scenic pensa bene di bloccarsi in piena via Emilia, giusto all’altezza dello svincolo per Fidenza.
Panico.
La via Emilia è percorsa dagli orfani dell’autostrada per cui c’è un traffico da ora di punta. Solo per piazzare il triangolo rosso (dopo aver indossato il giubbetto arancione con diligenza invidiabile) rischio la vita.
Il triangolo non basta: più o meno ogni cinque minuti qualcuno rischia di finirci addosso.
Il motore non vuole sentire ragioni, sta fermo.
Chiamo il carro attrezzi. Mi rispondono gentili che l’officina sta a Fidenza (a cinquecento metri) e che dunque il mezzo di soccorso sarà da me entro quaranta minuti.
Analizzo con preoccupazione – sapientemente nascosta – il significato della comunicazione.
Chiamiamo Margherita e Gianfranco, ci raggiungono appena possibile.
Ore 01,40 di domenica 8 maggio, anno di grazia 2005.
Arrivano Margherita e Gianfranco. Dopo dieci minuti, arriva pure il carro attrezzi.
La scenic va a riposare in una officina a un passo dal Fidenza Village, che mi dicono essere uno degli outlet più famosi d’Italia.
Non me ne frega un cazzo, rivoglio la mia macchina funzionante. Il tizio del carro attrezzi, molto gentilmente, mi dice di chiamare il lunedì successivo alle 8,30 così da velocizzare le operazioni di riparazione.
Vabbè, si passa una domenica a Parma.
Ore 03,15 di domenica 8 maggio, anno di grazia 2005.
Si va tutti a dormire.
Non voglio farla lunga.
Però.
Il lunedì alle 8,30 chiamo il meccanico che mi dice gentilmente che farà delle prove quindi mi terrà informato. Io penso Sticazzi, poi gli dico con uguale gentilezza che preferisco raggiungerlo in officina. Faccia come crede, mi risponde lui.
In officina mi leggo i giornali del giorno, soffermandomi con particolare piacere sugli articoli riguardanti Alex Del Piero e il trofeo di migliore in campo da lui vinto nella partita giocata dalla Juve contro il Milan.
Alle 12,00, più o meno, il meccanico mi informa che il guasto è stato finalmente individuato: si tratta della pompa del gasolio che non funziona (ma che è??) per cui nel pomeriggio provvederà a ordinare il pezzo. Montarlo è una sciocchezza, mezz’ora in tutto.
Bene – penso – l’efficienza che si trova in questi luoghi è insuperabile.
Torno a casa contento.
Nel pomeriggio il meccanico mi chiama dicendomi che il pezzo va ordinato entro le 15,30 perché arrivi il pomeriggio successivo. La mia fiducia nell’efficienza del luogo comincia a vacillare paurosamente.
Altra notte a Parma.
Ieri, martedì 10 maggio, ci avviamo tutti al Fidenza Village. Il pezzo è in arrivo, aspettiamo quel tanto che basta poi partiamo tutti insieme.
Salutiamo Margherita e Gianfranco ringraziandoli mille volte per la loro pazienza e disponibilità. Andiamo in stazione.
Lì, mi arriva la telefonata del meccanico: il pezzo arriva il giorno dopo (cioè oggi) alle quattro.
Sbotto, in preda ad una crisi quasi isterica, sommergendo di recriminazioni e di accuse il tizio che indossa una tuta pulitissima come se lavorasse in ufficio e che non fa un cazzo per risolvermi il problema.
Resto venti minuti in silenzio, a pensare.
Siamo in stazione, si concorda che la cosa migliore è scendere giù in treno. Risalirò a prendere la macchina quando sarà pronta. Informo della cosa il tizio, poi partiamo.
Stamattina, riparto per Roma in treno.
Domani – se va bene – riparto in treno per Parma per recuperare la scenic. Se va bene.
Oggi – adesso – sono in ufficio a pensare e a chiedermi cose circa l’origine di tanta sfiga. Penso ai pensieri cattivi di qualcuno, all’invidia di Baricco per il successo dei Semi, alle maledizioni delle prime lune.
Penso a un sacco di cose.
Penso che la presentazione è stata bella, che non sarei mancato per nulla al mondo.
Penso pure a ieri sera, quando mi è arrivato un sms di un’amica che non sentivo da tempo e a cui hanno trovato un tumore al cervello. Certe cose giungono al momento giusto, a volte, per farti ritrovare il giusto approccio con gli eventi. Ad assegnargli l’importanza che meritano o perlomeno ad aiutarti nell’esercizio.
Penso che però sono stanco e che sono stanco di un sacco di cose.
E che ho bisogno di ricapitolare con cura le ragioni che mi tengono in piedi.
(continua a ritroso domani)
postato da giuseppemauro, 16:22 | link | commenti (2)
martedì, 10 maggio 2005
Allora, ci sono proposte per festeggiare l'imminente primo anno insieme?
postato da gabrieledadati, 20:52 | link | commenti
venerdì, 06 maggio 2005
C'è un mondo - quello della, per così dire, letteratura - che mi richiede fatica per ottenere di comprenderlo. Devo studiare, informarmi, formarmi, non abbassare la guardia mai. E poi c'è un mondo - quello, per così dire, dell'editoria - che per quanto mi sforzi ogni tanto mi mostra un volto e dei meccanismi per me inspiegabili.
Oggi entro in libreria e prendo in mano Inizi (Roma, Fandango, 2005) che costa 10 euro e contiene l'incipit di romanzi inediti di una ventina di autori (da Baricco a King). Ora: qualcuno mi può spiegare perché ha senso far pagare 10 euro una pubblicità a chi dovrebbe esserne il target? Pubblicare l'inizio di un romanzo o un estratto è una mossa pubblicitara atta a ingolosire il lettore. Perché dovrei farmi ingolosire in 20 direzioni diverse pagando di tasca mia?
Non è nemmeno il caso di un volume di studio, perché non crea una categoria di analisi (es: giallisti italiani contemporanei del gruppo bolognese piuttosto che romanzieri storici che trattano dell'alto medioevo in Lombardia) e di confronto.
Sono quindi incredulo e mi piacerebbe sapere tra due mesi quanto il libro ha venduto, e perché. Guardare tra l'altro in faccia i suoi lettori.
Per il resto adesso me ne vado da Pavia. Stasera sono a cena con Teodoro Cotugno (uno dei più grandi incisori italiani viventi, dicono) e con l'amico Stefano Fugazza. Stanotte dormo a Piacenza, poi domani all'alba da Cremona mi raggiunge Silvia e insieme andiamo a Torino. Finalmente.
postato da gabrieledadati, 16:18 | link | commenti (7)
L’ALTARE DEL MATTINO
Succede che al mattino, prima di fare i conti con le inutilità solite composte verosimili che compongono insieme una giornata, si senta forte il bisogno di passare in chiesa. Un momento o più di uno, il tempo per ristorarsi di silenzio e di ragioni; per augurarsi un buongiorno di pace.
Ci sono quelli che lo fanno abitualmente, scendono di casa all’ora giusta – sempre la stessa – poi valicano il portone pesante aperto già da chissà quanto. Quelli restano per la prima messa, stanno lì a partecipare a un rito non rinunciabile, tassello non eliminabile della giornata da comporre.
C’è questo altare che sta di fronte, sopra il quale si depongono domande e auspici. Silenzio o partecipazione, un minuto o una messa: c’è quello. Un altare. Di fronte a loro, come specchio per l’anima.
Ci sono io che non ho una chiesa in cui entrare, al mattino. Non valico alcun portone di legno da troppo tempo perché possa serenamente restituire un senso e ragioni sufficienti all’azione e ai gesti e alle parole che seguono, da troppo tempo. Però non manco di chiedermi perché io abbia smarrito quelle ragioni, è un esercizio a cui mi condanno spesso e che mi fiacca dentro. A volte rinforzando le risposte di sempre, altre volte indebolendole fino a lasciarmi disorientato.
Però un altare ce l’ho anch’io.
Un altare senza misura davanti al quale devo fermarmi ogni volta che posso o quando il bisogno non mi lascia alternative accettabili. Quelle mattine, prima di fare i conti con le inutilità solite composte verosimili che compongono insieme la mia giornata, io lascio la macchina da un lato e vado al mio altare. Un altare trascendente anch’esso, da sempre e da mai. Pieno zeppo di cose riposte addormentate perdute salvate lasciate consunte sognate ripudiate scoperte volute archiviate morte sepolte rinate; pieno zeppo di cose.
Che poi hanno un bel dire – intorno – a raccontarci che lì ci finiscono i fiumi e le piogge e i cicli delle stagioni: tutte balle.
Nel mio altare ci sono i ricordi del mondo, e frammenti d’anima e di corpo di tutti quelli venuti prima di noi. Ci sono pensieri serbati, e parole pronunciate milioni di volte e quelle oscurate dal nostro coraggio pavido. Ci sono i desideri delle stelle, e le suppliche decorose al destino e al caso indifferente.
Io ci vado come a pregare, come davanti a un dio o alle tombe dei miei nonni e dei miei cari. Ci vado a ritrovare il silenzio che mi serve dentro e le ragioni per sperare. Ci vado ad ascoltare voci che non so più e i ricordi sconfitti.
Ci vado per dissetare anche te che mi vivi dentro, amore mio.
Ce l’ho anch’io un altare.
Ogni volta che posso – o che devo – al mattino io scendo sul bagnasciuga a riempire l’anima e le vene col mare.
postato da giuseppemauro, 11:23 | link | commenti
mercoledì, 04 maggio 2005
Oggi apro il Corriere della sera e come sempre, quando non ho tempo, vado alle sole pagine della Cultura. Tra le altre cose trovo un articolo che annuncia: Sandro Ferri, edizioni e/o, ha deciso di puntare sugli "scrittori in erba". Vuole cioè fare una collana in cui pubblicare giovanissimi. Il primo è un diciasettenne che lo ha conquistato per la sua freschezza anche se non viene da consorterie letterarie. Certo, ammette Ferri, scrive come un giovane, parla di amore, giri in motorini, stadio ecc., era tra i tifosi del Livorno che a S.Siro prendevano in giro il presidente del consiglio con la bandana in testa, certo, però è un sicuro talento, sebbene acerbo.
Ora: qui dentro ci sono più o meno tutte le cose che non voglio sentire riguardo ai giovani che scrivono, espresse in poche righe. Butto allora giù qualche appunto sparso.
1) I "giovani narratori" non sono una categoria. Per il semplice fatto che oggi sono giovani e domani non lo saranno più. Fare una collana in cui lo stesso autore può essere pubblicato e poi deve essere espunto tra qualche anno, quando magari avrà scritto di meglio, è assurdo. Quello che li dovrebbe caratterizzare è essere narratori, non essere giovani;
2) "c'è del bello e c'è del nuovo, ma non sempre ciò che è bello è anche nuovo e non sempre ciò che è nuovo è anche bello";
3) i, per così dire, "giovani narratori" non esprimo una scrittura unitaria. Non è detto insomma che la loro scrittura sia per forza fresca e parli per forza di amori, amicizie, motorini, liceo e stadio. O volete dirmi che gli scrittori trentenni parlano tutti del precariato, i quarantenni dell'ingresso definitivo e irreverisibile nell'età adulta, i cinquantenni della crisi di mezz'età e così via? Il dato biografico non subisce una immediata equivalenza nel dato di scrittura. Se questo succede in molti casi, è anche vero che solo pochi poi realizzano testi interessanti. Se si cerca il dato biografico (la giovinezza) calato a tutti i costi nella scrittura, si può tranquillamente escludere dalla pubblicazione chi compie lavoro di ricerca e di invenzione;
4) se il povero Jacopo (come il povero Andrea Santojanni, di Sono solo mostri, Milano, Feltrinelli, 2003) che esordisce adesso da e/o ha un editore che dichiara candidamente che ha una scrittura adatta alla sua età, che parla di temi adatti alla sua età, pur vedendosi che ha talento, non sarà sotto i riflettori perché è giovane e non perché è narratore?, e quando finirà di essere giovane?;
5) mi chiedo: cosa si vuole da questo e da altri ragazzi? Pier Vittorio Tondelli voleva farli crescere. Li pubblicava solo in volumi collettivi dopo aver discusso molto i testi con ognuno di loro. Le stesse lunghe discussioni fa Giulio Mozzi (penso alle cose che ha detto a me negli ultimi due anni). Questo perché i due volevano costruire lo scrittore. Ma adesso, in questo caso, si costruiranno scrittori o ragazzi da un libro solo?, bruciati dopo il primo?;
6) torno con la mente a Enrico Brizzi. Penso a Massimo Canalini che gli rifiuta la prima storia (di sf) scritta a diciassette anni, ma lo incoraggia. Poi gli pubblica il secondo romanzo, non il primo. E lo segue, tanto che anche quando ormai è passato ad un altro editore scende lo stesso ad Ancona, alla sede di Transeuropa, a leggere ad alta voce i suoi scritti a Canalini.
postato da gabrieledadati, 19:13 | link | commenti (3)
GIORNI
Giorni annoiati, e io studio. Che giovedì 5 maggio sostengo l'esame per conseguire il patentino di istruttore di giovani calciatori. Giovani fino a dodici anni.
E poi il 7 parto in macchina da Roma verso Torino, che si presentano i semidificodindia.
postato da giuseppemauro, 00:15 | link | commenti (7)
martedì, 03 maggio 2005
FERNANDEL n°52 (aprile-giugno 2005)
Esce in questi giorni il nuovo numero di Fernandel. Ora: la copertina del nuovo numero di Fernandel l'ha fatta il mio amico Davide Corona (qui si ringrazia Piersandro Pallavicini per la benedizione. Mi ricordo ancora la sera che con una bicicletta almeno improbabile ho portato le foto dei lavori di Davide a casa sua).
Nella prima pagina del nuovo numero di Fernandel c'è una nota di presentazione del lavoro di Davide. L'ho scritta io. E' la seguente:
Il caso della pittura di Davide Corona è il caso felice della pittura di un giovane artista contemporaneo che viene dall'Accademia (in questo caso di Brera) e va verso il mondo. Si tratta cioè di mettere in atto una scelta che non è tanto quella della sperimentazione, del nuovo a tutti i costi, dello scioccante, ma piuttosto quella di prendersi le necessarie responsabilità verso la storia della pittura e di verificarla alla luce della propria sensibilità per fornire opere che sono prima di tutto fruibili da chi ci passa di fronte. Detto in estrema sintesi, ci esprimeremo così: i dipinti di Corona sono ancora, e fortunatamente, dipinti che si possono appendere alla parete. Da un lato trovano la base solida della buona pittura studiata con attenzione e praticata con perizia, dall'altro c'è la volontà di costituire un ponte comunicativo anche con chi in effetti non è un esperto d'arte ma lo stesso vuole accostarsi ad essa senza venirne rigettato.
Ma cosa rappresenta soprattutto, è lecito chiedersi, la pittura di Davide Corona? Certamente grandi ambienti, personaggi sperduti, finestroni, ombre come lame. Però non solo, c'è qualcos'altro. Qualcosa di più. Ed è l'eccezionale riflessione sul tempo. Nelle tele di Davide Corona viene rappresentato il tempo, un tempo che non passa o che passa a velocità diversa di quello in cui siamo costretti a vivere nelle nostre città, non certo un tempo “naturale” però; più facile pensare che sia un tempo post-umano, che viene dopo il mondo dell'uomo. Sono le stanze in cui tutto è già avvenuto, quelle che escono dal pennello di Davide Corona, e chi resta solo si mette improvvisamente in contatto con un tempo senza eventi. E' il tempo dell'attesa. Sta ad ognuno interrogarsi su che cosa sta per arrivare, se davvero c'è qualcosa che deve arrivare.
Gabriele Dadati
postato da gabrieledadati, 10:40 | link | commenti
lunedì, 02 maggio 2005
UN FATTO PRIVATO (che metto in pubblico)
Sabato mattina alle 6 e 10 Silvia ed io ci svegliamo, ci laviamo, prendiamo il pullman e arriviamo alla stazione di Pavia. Lì, con i nostri bravi biglietti, saliamo sull'EuroCity per Nizza (Nice ville) delle 7 e 35. Viaggiamo per 4 ore e 25 minuti, a mezzogiorno siamo a Nizza. Il Bonni non ci viene a prendere: non si è ancora spagliato. Lo sento per telefono, gli dico che andiamo noi a casa sua. In realtà ci incontriamo a metà strada perché ha avuto un rigurgito di coscienza.
Passiamo due giorni spendidi, con tanto di breve scazzo notturno (mio) e fuga da ristorante troppo caro (di tutti e tre; ma siamo scappati aperto il menù, non dopo aver mangiato). Alle 18 e 5 di domenica riprendiamo l'EuroCity per tornare a Pavia.
Il Bonni non conosceva Silvia (lui era già in Francia quando lei ed io ci siamo messi insieme). Stanotte (stamattina) alle 3 e 34 mi manda questo messaggio: "I generi sono espressioni. Quindi appartengono. L'amore provato risponde ai bisogni dei sentimenti. E' una ragazza splendida e intelligente. Tutto il contrario di te. Ricordati, sei stato proprio fortunato. Tientela stretta. Nove più."
Che le persone che io amo (amo il Bonni da nove anni e Silvia da tre mesi: ma li amo) si piacciano, e in seguito si amino a loro volta, è una delle cose che mi fa stare bene. Il mio bisogno di costruire si concretizza molto di più nella realtà, che nelle operazioni per così dire intellettuali. Non ho mai avuto "la compagnia" da bar, in parrocchia, a scuola, nella sede del partito, o altrove: ho sempre scelto ogni singolo amico in tempi, modi e ambienti diversi. Ho eletto ogni singolo amico e ho preso ad amarlo. Che queste persone poi facciano sistema (spontaneamete: e infatti si cercano senza più la mia mediazione) è importante. Non ho mai fatto altro di buono nella mia vita. Ringrazio tutti.
postato da gabrieledadati, 11:54 | link | commenti (5)
|