capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

giovedì, 30 giugno 2005

NOSTALGIE / 3

Ricordate il coprocessore matematico? Bè, rivoglio anche quello, che un processore imprigionato dentro un case senza compagni deve sentirsi davvero molto solo.

postato da giuseppemauro, 10:25 | link | commenti

mercoledì, 29 giugno 2005

CHE POI LE COSE
 
Che poi le cose a volte si fanno senza sapere perchè o senza preoccuparsene affatto. Senza domandarsi, né chiedere conto a qualcuno o a se stessi. Si fanno e basta. Come si va e basta. E’ così che Alberto cammina costeggiando l’alba e sa benissimo dove andare senza per questo saperlo. Non sbaglia un solo passo, nel tragitto breve che lo separa dalla stazione Termini.
Le lampadine – intanto – si spengono tutte, in successione ordinata. Insieme al succedersi dei numeri civici sulle strade. Come in una serie colorata di quelle che si aggrovigliano a un albero di natale, la prima lampadina muore e una dopo l’altra si spengono tutte, senza nessuna speranza per l’abete – finto o realmente vegetale poco importa – di sottrarsi a quel buio immanente prestabilito inevitabile. Succede così, da sempre.
Prima legge della scienza elettrica applicata al natale.

postato da giuseppemauro, 12:11 | link | commenti

martedì, 28 giugno 2005

NUOVI DINOSAURI

Bambiraptor feinbergi

  • Species: Bambiraptor feinbergi
  • Pronunciation: "BAM-be-rap-tor fine-BERG-eye"
  • Size:
  • LENGTH: 0.7 meter (30 inches)
  • HEIGHT: 0.3 meters (12 inches)
  • WEIGHT: 2 kilograms (4.4 pounds)
  • Food: small mammals and reptiles
  • When it lived: 75 million years ago
  • Fun fact: The large claw on Bambiraptor's second toe was probably used for killing prey, suggesting the animal was a fierce hunter.
  • postato da giuseppemauro, 10:56 | link | commenti (1)

    lunedì, 27 giugno 2005

    NOSTALGIE / 2

    Rivoglio il DOS 3.30, che non mi impallava mai il PC e a cui sapevo esattamente, a ogni comando, cosa stavo chiedendo.

    postato da giuseppemauro, 10:06 | link | commenti (3)

    sabato, 25 giugno 2005

    PER CHI SI FOSSE MESSO IN ASCOLTO SOLO ORA

    Allora, oggi alle 18 introdotti da Stefano Fugazza il curatore Marco Nardini e i due autori GianMichele Lisai Senes e Gabriele Dadati presentano Semi di fico d'India (Venezia, Nuova Dimensione, 2005) presso la Libreria Fahrenheit 451 di Piazza Duomo a Piacenza. Chi potesse / volesse / passasse di lì per caso ci farebbe piacere facesse un salto dentro.

    postato da gabrieledadati, 11:09 | link | commenti

    giovedì, 23 giugno 2005

    NOSTALGIE / 1

    Ridatemi indietro il murodiberlino, e tutto quello che c'era attaccato sopra.

    postato da giuseppemauro, 10:44 | link | commenti

    martedì, 21 giugno 2005

    PUBBLICO APPELLO

    Allora bisogna che diamo una mano al mio amico Luca Fiorentini che ha un sogno realizzabile. Se tutti ci lavoriamo, questo sogno diverrà realtà e un nuovo sorriso brillerà sulla sua bocca. Insomma, c'è questo sito che è www.moviesquiz.altervista.org, che propone un gioco del cinema in cui da un singolo fotogramma bisogna indovinare il titolo del film. Il difficile è che gli attori sono privati dei volti. Ora: Luca ci sta provando e chiede che tutti ci proviamo con lui. E già un intero studio legale di Milano e mezza Accademia del Cinema di L'Aquila (oltre che privati utenti sparsi ovunque) lo stanno facendo. Cosa bisogna fare? Giochiamo tutti con lo username e la password di Luca e fottiamo il sistema! Il suo username è: sancho. La sua password è: cacca. - Vedrete che bello quando tutti insieme ce l'avremo fatta!


    postato da gabrieledadati, 19:19 | link | commenti (6)

    lunedì, 20 giugno 2005

    SOGNI (Cantata d’amaro prosopoetico in quattro pezzi disfatti)
     
    I.
     
    Perché poi è così che succede: si smette di sognare insieme.
    Sbagliando i tempi delle cose e poi le parole – oh, le parole! – si lasciano crepe invisibili sulla strada che si percorre insieme. Crepe lasciate indietro, a costellare il percorso di ferite non sanabili, sedimento invincibile di approdi che sono già scritti nel passo che si fa incerto; indeciso.
    Succede che a volte quelle ferite si affrontano – subito o poco più tardi del tempo del loro formarsi – e allora ci si parla addosso, rovesciandosi negli occhi ragioni che si contrappongono come paladini di epoche differenti, armi diverse e corazze di differente robustezza. Sono tanto eroici quei paladini che ogni sfida si conclude sempre in una sorta di pareggio sanguinante, stanchezze mortali contro il tramonto e un cerotto sulle ferite: si riparte. Ma i cerotti durano poco – questo per esperienza di bimbo – e le ferite restano lì, rosse ai margini e nel profondo.
    Si smette di sognare insieme. Meglio: prendono peso e ragioni sogni differenti, ancorati a tempi diversi e sfasati tra loro. Ci si guarda d’improvviso senza riconoscersi (e magari ci si sorrideva quasi felici soltanto il giorno prima) e allora è come se tutte le ferite lasciate indietro si incontrassero facendone una sola: enorme e fragorosa. Bruciante come mille vulcani. Un fossato impossibile da guadare, due sponde contrapposte e – ovviamente – ognuno a occuparne una. Increduli, ma neanche poi tanto. E hai voglia a gridare parole da una sponda all’altra, quando in mezzo si riversa un fiume imprevisto maestoso impazzito di futuri da riscrivere e di passati in macerie: sentire è impossibile. Non si può, semplicemente e senza scampo.
    Si smette di sognare insieme. Di condividere gli stessi sogni: una vecchiaia da spartire, la difficoltà del cammino, le salite che si fanno più ripide ma proprio per questo si fanno pane per la nostra curiosità indomabile, per un amore che pretende d’essere roccia enorme e senza confronti, per l’impossibilità di sottrarci a emozioni che sono dolore e vita. Perchè senza emozioni e senza dolore noi si muore. Eppure si smette. Qualcuno resta a sognare gli stessi sogni, qualcun altro – in un silenzio che non ha colpe – ne mette insieme altri e fanno meno colore, quello senz’altro, ma dio se sono più comodi e se fanno meno male, in certi posti che stanno dentro!
    Si smette di sognare insieme. Tutto qui. Ci si incammina su una strada che a un certo punto ti piazza un muro davanti e neanche c’erano i cartelli ad avvertirti o forse c’erano e ti sei rifiutato di vederli ma – insomma – non c’è che tornare indietro al primo incrocio e fermarsi un istante a guardarsi negli occhi per ricordarsi com’era e impazzire domani di nostalgia ma adesso no è solo un istante e si ricomincia a camminare: stavolta di schiena.
    Di schiena.
     
    II.
     
    Cadono giù come pioggia
    vivi di carta e vetro e acciaio
    lucenti nel vento tardo d’autunno
    fissati da soli a coppie o in gruppi scomposti
    in ogni caso
    esiliati dai respiri del vero
     
    sono i fili a cui ci aggrappiamo
    per risalire i sogni
    troppo fragili per sostenere il peso
    delle sconfitte
    delle nostre ragioni
    del tempo pagato per metterle insieme
     
    III.
     
    Che poi la vita è costellata di strade che fanno labirinto e che non smettono di incrociarsi, per gioco o per dispetto. E allora si cammina di schiena e però un bel giorno ti ritrovi a guardarti ancora negli occhi e allora capisci a cosa è servito quell’istante indugiato su un incrocio d’addio. E’ facile riconoscersi. Appesi ad altri sogni, fili fragili e sconfitte e ragioni e tempo sempre più pesanti a oscillare nel vento tardo d’autunno, è facile riconoscersi. E’ facile ritrovare la magia delle parole e dei ricordi, è facile illudersi - o scoprire - di poter ricostruire un sogno unico e la voglia di cercare ancora il filo giusto per aggrapparsi e ricominciare a salire insieme. E’ facile e allora è il tempo di mezzo che si fa fondamento necessario a capire se quella magia è illusione o ancora scoperta. Quel tempo che pare inutile sempre ma che – in certi casi – è esattamente quello che serve a rimestare nel fondo della ragioni di una vita, pescandovi i pezzi giusti e rimettendoli insieme. Tenendoli lì, buoni per quando ci si può guardare negli occhi e affrontare un’altra alba e la fatica di andare, perché sai – esattamente in quell’istante – che è quello che volevi da sempre. Tenendoli lì, sapendo che potrebbero non servire mai perché i tempi di mezzo sanno far male e sanno uccidere con violenza d’assassino. Tenendoli lì, proteggendo con attenzione e testardaggine le consapevolezze che li reggono insieme.
     
    IV.
     
    Io adesso – intanto che rimesto nel fondo – non ho sogni da risalire.
    Ho però un filo che cade da una schiena che la notte mi si attacca al petto – io attento ai respiri che la muovono ordinati - e mi ci aggrappo in una specie di gioco dei contrari e del paradosso ma questo succede spesso, in fondo, nel rapporto di specchi indistruttibili che riflettono e legano un padre e una figlia.

    postato da giuseppemauro, 10:55 | link | commenti (2)

    giovedì, 16 giugno 2005

    Segnalo al volo che è on-line una nuova rivista di narrativa piuttosto interessante al sito www.ilcalzerottomarrone.it . Se avete voglia date un'occhiata. Ciao.

    postato da gabrieledadati, 22:04 | link | commenti

    OCEANOMARE
     
    Scorro dentro un fiume che segue inerme le strade e i monti e le valli che gli vivono intorno, loro immutabili inscalfibili perpetui.
    Scorro portato giù – ma a volte mi sembra di risalire – diritto dalle correnti che talvolta si scontrano, altre volte si coalizzano per correre più forte, spingendo via il mio corpo dalla linea di rotta che ho tracciato con fatica e che con la stessa fatica provo a mantenere.
    Scorro con la schiena diritta le braccia distese lungo i fianchi i piedi puntati in avanti, così come mi insegnarono navigando la dorabaltea.
    Scorro con paziente impazienza, i pensieri a disperdersi sulle rapide fitte e improvvise che non cessano di provare a fiaccare la mia resistenza; inutilmente.
    Scorro sotto il sole e la pioggia e le notti che si alternano regolarmente, imparzialmente facendomi più vecchio.
    Scorro e certe volte mi sembra di scorgere una foce un delta e l’acqua intorno ribolle d’ansia e tutto si convince e mi convince che ormai ci siamo il fiume si apre terminando la sua corsa in una pace che sta lì azzurra smisurata accessibile che è riposo e poi la felicità delle cose serene e invece no, tutto si ferma risucchiato dentro una fine che è solo un altro inizio e riparte ancora con ritmi e vortici e salti esattamente uguali a quelli di sempre, io allora ho smesso un affluente per sfociare in un fiume diverso ma che è ancora fiume, sempre e ancora fiume, gabbia e prigione d’acqua imperterrita dolorosa.
    Scorro dentro un fiume che io lo so che c’è ma non so se avrò mai il tempo e i sogni di vederlo e viverlo e nuotarlo, quell’oceanomare che sta lì – eterno e sicuro – ad aspettare il fiume e ad aspettarmi, sapido e generoso e ricolmo delle cose e dei colori del mondo.
    Quell’oceanomare che sta lì ad aspettarmi, e ad aspettare anche te che viaggi sopra un fiume lontano.

    postato da giuseppemauro, 14:32 | link | commenti

    martedì, 14 giugno 2005

    REFERENDUM
     
    In verità mi ero ripromesso di non scriverne, eppure devo. Perché i 30 milioni di italiani che hanno scelto di non votare, rappresentano – io credo – una ferita aperta nel corpo sociale e civile del nostro Paese. Una ferita dovuta a una caduta che si abbatte su spigoli diversi, ognuno con la stessa capacità di lacerazione: qualunquismo, ignavia, assenza di senso civico, disillusione, mutamento degli scenari di riferimento, ambiente culturale. Altri spigoli, anche. E’ chiaro che alcuni di essi vanno affrontati senza demonizzazione ma, anzi, comprendendo le ragioni del loro formarsi e del perché non siamo riusciti a scorgerne in tempo i pericoli. Non siamo riusciti a vederli e questa è una colpa grave. Non siamo riusciti e non riusciamo ad affrontarli e a smussarne gli apici e questa è una colpa anche peggiore. Dobbiamo farlo, senza indugio.
    Ci sono spigoli che risentono di  convinzioni profonde, fondati su ragioni etiche poderose, fortemente motivati. Non credo siano tanti, non li condivido ma li rispetto. Perché sono il segno di una visione comune, pure contrapposta alla mia, ma con cui comunque confrontarsi.
    Ci sono spigoli, però, che denotano un profondo mutamento del corpo stesso della società italiana. Al nostro interno, a sinistra. E sono quelli di cui mi interessa parlare.
    C’è una tendenza a sovvertire totalmente certi orizzonti di riferimento e certe visioni comuni del mondo che accomunavano – un tempo che pare lontanissimo – tutti coloro che si chiamavano “di sinistra”. In altre parole, le persone che facevano parte di tale (evidentemente superata per alcuni) categoria politica, ne facevano parte anche culturalmente. Prima ancora, ne facevano parte anche socialmente. Prima ancora, chissà. C’era una dimensione collettiva, che permeava profondamente soggetti sociali che facevano gruppo. Erano gruppo.
    Quello che voglio dire, confusamente magari, è che c’è stata una progressiva perdita di significato dell’appartenenza politica, una progressiva scomparsa delle caratteristiche fondanti ed essenziali di certe relazioni pure solide, uno smarrirsi silenzioso di quella consapevolezza di essere parte di un mondo, di un nucleo di soggetti che – insomma – il mondo lo guardavano allo stesso modo e non certo perché parte di greggi indistinte, ma perché condividevano modi di pensare, di essere, di vivere, di lottare. Tutta questa roba non c’è più. Non c’è, soprattutto, un panierino in cui raccogliere valori comuni dove chi si dice di sinistra possa agevolmente riconoscersi. C’è una tendenza in alcuni (che poi continuano a dirsi di sinistra) a smarcarsi, a sventolare una sorta di anarchia intellettuale, di egoismo culturale, di individualismo spinto.
    Io non sono incasellabile, penso con la mia testa.
    Il punto è che l’individualismo con la sinistra c’entra poco e per favore, nessuno venga a dirmi che pensarla allo stesso modo di altri che condividono una visione del mondo significa derubricare il proprio intelletto tipo Compagni, lo dice l’Unità.
    Il punto non è questo, il punto è un altro. Il punto è che codesti individualisti di sinistra (sembra un ossimoro, così come è un ossimoro la categoria di ateo clericale che pure ha contribuito fortemente alla sconfitta del referendum sulla procreazione assistita: ma il mondo ormai è un coacervo indistinto di ossimori) magari al referendum non votano perché contestano l’etica individualista della società, l’egoismo che ne permea le ragioni e i desideri e le ambizioni. Bè, dovrebbero contestare prima se stessi, io credo. Il punto è che alcuni amano ostentare la diversità del proprio pensiero rispetto a quello di un leader politico o del partito cui fanno vagamente riferimento perché questo è chic, perché fa moda, perché credono in questo modo di dimostrare la loro superiorità intellettuale concretizzata nel pensarla al contrario.
    Io non sono incasellabile, penso con la mia testa.
    Io condivido quasi del tutto l’editoriale di Ezio Mauro su Repubblica. Vista l’incapacità della sinistra (Mauro parla di centrosinistra, ed è la cosa che non condivido: bisogna ripartire da noi, non da Rutelli o Mastella), qui e ora, di elaborare una politica forte, un progetto di alternativa credibile e realmente altro, bisogna dedicarsi a ricostruire una identità culturale forte. Una identità di sinistra. Un luogo di elaborazione del pensiero critico in cui ritrovarsi agevolmente, una capacità di riannodare i fili spezzati di un discorso collettivo. Bisogna ritrovare le capacità di essere gruppo, comunità, soggetto cosciente e consapevole delle proprie ragioni. Capace di motivare e di mobilitare le coscienze intorno a progetti che siano complessivi, coerenti, unitari. Bisogna rielaborare la nostra identità culturale anche a costo di perdere pezzi che tanto di sinistra già non sono, ma che si ritrovano a regalarci saltuariamente un consenso che non esprime appartenenza né condivisione ma semplicemente umori del momento o contrarietà o protesta o chissà cosa. Non è la nostra gente, quella. Non sappiamo cosa farcene.
    Bisogna ricostruire una identità culturale perché è quello il solo modo di ritrovare la capacità e la voglia e le motivazioni per fare politica, a sinistra. Quella capacità progettuale smarrita ormai da troppo tempo, tempo occupato a inseguire sottili alchimie elettorali senza anima e senza storia.

    postato da giuseppemauro, 11:44 | link | commenti (9)

    lunedì, 13 giugno 2005

    VIAGGIO NEL TEMPO

    Ieri pomeriggio, dieci minuti alle sei, sono con l'amico Luca alla stazione di Piacenza, in attesa di prendere il treno per Pavia. Gli dico che cenerò tardi con Silvia, tipo nove e mezza (che per me è tardi: so che per molti è normale), e quindi gli lascio un attimo la valigia per prendere un gelato pro tempore alla macchinetta sul binario. Infilo prima 5 cent (il gelato costa 1.20 euro) e il display non segna niente. Penso: non avrà sentito la moneta. Inserisco un altra monetina da 5 cent, e di nuovo il display segna beffardo 0.00 euro di credito. A questo punto tento la restituzione e premo il pulsante apposito. Sento cadere una moneta e poi più niente. Un bel tonfo pesante. Apro lo sportellino e prendo in mano quel che mi è stato restituito. Guardo. 500 lire. Una moneta da 500 lire. Sono perplesso, schiaccio di nuovo ma non esce niente. Vado verso Luca con in mano le mie 500 lire, come un bimbo. Gliele mostro. Gli racconto l'accaduto. Lui le prende in mano, le considera un attimo e dice: sono del 1983, io non ero neanche nato (cosa in effetti avvenuta nel maggio del 1984). Gli dico: io sì, ma lo stesso queste 500 lire non mi dicono niente.
    Le 500 lire vengono chiaramente dal passato e la macchinetta dei gelati è una macchina del tempo.

    (p.s. In questi giorni sto scrivendo a puntate la mia giornata di sabato cone Marco Nardini e Gianluca Marcadante su www.semidificodindia.it, sezione weblog).

    postato da gabrieledadati, 12:43 | link | commenti

    venerdì, 10 giugno 2005

    UN'ALTRA VECCHISSIMA POESIA CHE CI POTEVAMO RISPARMIARE MA CHE POSTO LO STESSO IN ATTESA DEL RITORNO DI GIUSEPPE E CHE SI INTITOLA SENZA L'OBBLIGO.

    Propongo una poesia
    che riassorba i suoi versi
    nel bianco della carta.
    Poi i versi hanno l'obbligo
    di rispuntarmi dalla cute
    e rinfoltire i capelli.

    Voglio una poesia
    portentosa
    da spalmarsi sulle rughe.
    Voglio una poesia
    autoabbronzante
    per abbrustolire tutto il corpo.

    Sia mi raccomando
    esteticamente efficacissima
    e soprattutto economica.
    La poesia faccia più bello il corpo:
    per troppi secoli
    s'è occupata dell'anima.

    Se poi i morti
    restano tali nella terra,
    fa lo stesso.
    Facciamo i conti con i vivi
    per adesso:
    poi baderemo alle eternità.

    postato da gabrieledadati, 14:43 | link | commenti (3)

    giovedì, 09 giugno 2005

    PERCEBER

    Ho terminato, un po' di giorni fa, la lettura del romanzo Perceber (Milano, Sironi, 2005) di Leonardo Colombati. Il libro mi è piaciuto quanto a idee, sviluppo della struttura, stilistica, singole sequenze (quella della grancevola è tra Swift, Tiziano Sclavi e l'Assoluto Narrativo). Per alcuni tratti non sono rimasto convinto, ma del resto è una cosa connaturata alla struttura di un'opera così lunga: non si resta convinti neppure di tutta la Divina commedia, la Gerusalemme liberata o I promessi sposi, per dire.
    La lettura (quando non sia una lettura volta all'analisi puntuale), almeno nel mio caso, si sviluppa per paradigmi: e cioè ho bisogno di esempi di romanzi che seguano il medesimo modello per capire se quello che ho letto è buono. Per esempio se dovessi leggere oggi pomeriggio un romanzo, per così dire, generazionale italiano, sarei in grado di esprimere un giudizio, perché ho letto moltissimi romanzi generazionali italiani e ho nei recessi del cervello un metro di valutazione pronto. Ma se dovessi leggere un poemetto italiano contemporaneo, arrancherei: non ne ho praticamente mai letti (e penso se ne scrivano pochissimi).
    Allora: io so che cosa ha a che fare con il romanzo che ho letto, perché è tanto che se ne parla. Il modello da avere presente è cioè il romanzo-mondo. Non è un tipo di struttura narrativa molto frequentata nella nostra storia letteraria, e i modelli sono soprattutto stranieri (soprattutto pan-anglici, direi). Io qualche romanzo-mondo l'ho letto in questi anni: però non tanti.
    Mi sono sforzato di chiedermi però se ci fossero degli altri libri che potevo considerare, in particolare altri libri italiani pubblicati nell'ultimo torno di tempo (10 anni, intendo). E mi sono venuti in mente due libri: Cargo di Matteo Galiazzo (Torino, Einaudi, 1999) e Residui. L'avvento dei nuovi umani di Stefano Massaron (Milano, Addictions, 1998). Naturalmente non penso che nessuno dei due abbia influito sulla stesura del libro di Leonardo, anche se è possibile che li abbia letti (soprattutto il primo).
    Il caso di Galiazzo è quello di una scrittura divertentissima (lieve) che costruisce mondi per poi amalgamarli. Ma non incastrandoli l'uno nell'altro come in una matrioska, piuttosto intersecandoli in maniera che ognuno possa contenere gli altri in un gioco che slitta sempre di lato. In questa voglia di costruzione divertita, in cui il testo diventa mondo e tutto il resto sta fuori dalla copertina, mi sembra di notare una somiglianza tra i due romanzi.
    Il caso di Massaron è invece il caso di un romanzo lunghissimo quanto a numero di pagine (430, e scritte con carattere-formica) e a tempo di stesura (mi sembra abbia dichiarato 9 anni di lavoro) che fa una cosa simile a quella che fa Leonardo Colombati, pur senza dichiararlo: assalta Milano, ne seleziona una parte (in particolare il Parco Lambro - che oggi non è più quello narrato nel libro però - e anche altre zone) e la scrive. La scrive deformandola (lui stesso alla fine avverte di aver aumentato l'altezza di una certa collinetta, per esempio), la vivifica (Colombati dà voce alle statue e Massaron anima agli alberi), ne distilla l'orrore e la vitalità inesausta.
    Ora: cosa apporta tutto questo alla lettura di Perceber? Forse niente, forse qualcosa. Quel qualcosa potrebbe essere una sistemazione provvisoria (personale) del libro tra i libri di questi anni. Se davvero ha ragione Calvino quando scrive che leggiamo per tutta la vita un solo enorme libro che si nutre dei libri letti, e che tutti i libri sgomitano nell'assestarsi (Calvino usa altre parole: io uso le mie), ecco che allora nel libro che è dentro Gabriele il fascicolo-Perceber ha ora dove essere cucito.

    postato da gabrieledadati, 11:39 | link | commenti

    martedì, 07 giugno 2005

    COSE NUOVE (E NON)
     
    Ho una scrivania nuova, una stanza diversa, il computer è rimasto lo stesso.
    La mattina percorro altre strade, la finestra d’ufficio mi regala viste differenti, i caffè sono decisamente migliori.
    Gli sguardi parlano un’altra lingua, le vite scorrono diverse, il quotidiano divenire delle cose nel fondo resta uguale.
    Io mi arrangio a immedesimarmi in un altro ruolo, e faccio fatica come in un sogno sbagliato.
    Attendo il risveglio, senza impazienze particolari.

    postato da giuseppemauro, 11:18 | link | commenti (1)

    lunedì, 06 giugno 2005

    Oggi ritrovo un volumetto di poesie. E' di Giovanni Zilioli (che conosco di vista, ogni tanto chiacchieriamo: ma lui è un irraggiungibile, senza cellulare, computer, auto, vive isolato e fa non so che strano lavoro. Ci incontriamo per caso in giro, delle volte. Però è forte Giovanni), si intitola Parole dall'esilio (Venezia, Edizioni del Leone, 1999). Le cose brevi sono belle. Ne ricopio qualcuna.

    p.12:
    Non l'alba mi commuove i sensi,
    ma il tramonto, coi suoi densi
    clamori di immobili silenzi.

    p. 27:
    Mi corrobora il freddo
    silenzio, la modestia lunare...

    p. 38:
    Mi chiedono: che fai?
    Seguo un pensiero fisso.
    Nemmeno tu lo sai,
    il mio amore per l'Abisso.

    p. 43:
    AL FIUME
    A fatica si vede
    la riva di fronte,
    nell'aria di pece
    che il senso confonde.

    L'unica cosa che resta del tutto oscura, in questo bel libretto (bello anche tipograficamente), sono le parole della dedica che Giovanni mi ha fatto quando me l'ha regalato. Forse c'è scritto: "A Gabriele, / nella premura / delle voci, / con amicizia / Giovanni". Ma magari c'è scritto tutt'altro.

    postato da gabrieledadati, 20:21 | link | commenti (1)

    domenica, 05 giugno 2005

    NON HO SONNO

    Ieri pomeriggio ero a Pavia (così adesso). Da alcuni giorni sto tentando di procurarmi una copia di Non ho sonno di Dario Argento (film modesto che ho visto quando è uscito) per controllare una certa idea che mi è venuta (in sostanza: questo film avrebbe a che fare con Pinocchio di Collodi).

    Vado in questa videoteca ed entrando ho subito la sensazione che qualcosa sia strano: tutte le pareti sono coperte solo di videocassette. Niente dvd, cioé. Mi dico: vabbè, nostalgici, avranno molti film vecchi.

    Nello spazio angusto c'è una vecchina immota su una poltrona e una signora iperattiva. Mi rivolgo a lei e chiedo come funziona la videoteca. Mi dice: si può diventare soci o no, tanto la differenza è solo di millelire. (Millelire?, penso). In ogni modo domando del film. Lo cerca tra quelli di Dario Argento, poi in vetrina, poi un po' qua un po' là. Si scusa dicendo: sa, magari l'ha dato in prestito mio figlio. Qui abbiamo circa 10.000 titoli, mica 4, non è facile trovare sempre tutto. Che poi il cliente esce e io subito trovo il film.

    In somma: poco a poco scopro che ha 10.000 film e non sono catalogati, neanche di striscio. Inoltre non solo non ha un computer, ma neanche un registro dei prestiti. Mi dice ancora: venduto non l'ho venduto, perché i film di Dario Argento li tengo tutti, ho la serie completa. Scopro quindi che le stesse videocassette le presta o le vende, a seconda.

    Sono perplesso, la vecchina immota sulla poltrona in dieci minuti non ha mai respirato. La signora (che ha tra l'altro la caratteristica di non prendere mai fiato tra una parola e l'altra, come un abitante di Perceber) arriva al caso limite. Tira fuori una videocassetta a caso e mi chiede: ma l'ha già visto questo?, è meglio di Non ho sonno. 

    Sono sicuro, le dico, ma a me serviva proprio Non ho sonno. Semmai questo la prossima volta. Ribatte: ma guardi che è una rarità, è un film dell' '88 che non ha più nessuno. Vede che c'è su Babbo Natale?, ma non si faccia ingannare, ha l'ascia in mano perché ogni Natale che passa in questo film c'è una strage, fanno a pezzi una famiglia. Io ho visto solo la prima scena, ma mio figlio m'ha detto che è molto bello. Quando chiedono il sangue io dò sempre questo che è pieno di sangue.

    Io il sangue non lo amo troppo. Dico: la prossima volta, signora.

    Ribadisce: no ma io il film di Dario Argento ce l'ho, ce li ho tutti, sono obbligata ad averlo e vedrà che salta fuori. Intanto estrae un'altra videocassetta e dice: e questo l'ha visto? (Naturalmente no. Mi rassegno all'idea che mi spiegherà la trama). Ecco, in questo film c'è un'esploratrice che va con suo padre in un paese africano, poi il padre muore e una tribù lo prende e lo impaglia. Così lei non lo può neanche riportare a casa e fargli l'autopsia. Insomma, è anche un po'... d'avventura! (Naturalmente l'ha tirato fuori dallo scaffale dei film dell'orrore).

    Scende dalla scaletta sconfitta. Rabbercia un sacchettino che giace sul pavimento, da cui escono film pornografici, dicendo: che confusione, qui mettono tutto a soqquadro e poi entrano i bambini (sì, con le loro millelire in mano, penso) e vedono i film a luci rosse. Questo sacchetto è già pronto per un signore...

    Per un attimo ho una visione: ricordo il vecchino immoto di Non aprite quella porta (versione originale, il remake non l'ho visto) che, di fatto, è il capofamiglia della famiglia di pazzi-assassini-cannibali. Penso che la videoteca sia solo una copertura. Guardo la vecchina immota nella poltrona, guardo la titolare. Mi affretto a salutare e a ringraziare, promettendo che tornerò presto.

    postato da gabrieledadati, 10:40 | link | commenti

    sabato, 04 giugno 2005

    RILEGGO MONTALE

    Rileggo Montale. Come sempre quando cerco di studiarlo, finisco per rileggerlo: la mia appassionata libido di lettore vince sul mio talento di scrutatore di testi. In questo (e in molto altro), la grandezza di Montale. Gli artifici non si lasciano scrutare, a vincerla è l'insieme. La poesia di Montale punta al capolavoro e lo centra, ci entra.
    Nel piccolo di Satura (che è l'inizio del "verso" rispetto al "recto" delle tre raccolte precedenti),  rileggo gli Xenia. Mi fermo su versi come Xenia II, 7:

    "Non sono mai stato certo di essere al mondo".
    "Bella scoperta, m'hai risposto, e io?".
    "Oh il mondo tu l'hai mordicchiato, se anche
    in dosi omeopatiche. Ma io...".

    postato da gabrieledadati, 10:26 | link | commenti

    giovedì, 02 giugno 2005

    AZIONI LETTERARIE COERENTI

    Uno degli autori novecenteschi a cui sono più legato è sicuramente Thomas Bernhard. La stilistica che sviluppa risulta (a mio modo di vedere) riuscita in due sensi: in quello proprio, perché la superficie dei testi di Bernhard è perfetta per rendere le sue trame, e in quello d'influenza, e cioé per me (e so di non essere l'unico) non è possibile leggere Bernhard e scrivere in proprio senza subirne l'influenza. Io non leggo mai Bernhard nei periodi in cui sto scrivendo. Ho pagato una volta il mio debito con lui (nel racconto Dichiarazione processuale di Charles Manson tenuta ben lontana dall'aula, racconto raccolto con altri sette nel mio libro in uscita nell'autunno prossimo) e cerco di essere un suo semplice lettore.
    Prendo in mano Il soccombente nell'edizione di Repubblica. Ecco la quarta di copertina: "Io Wertheimer l'ho sempre soltanto danneggiato, pensai, e per tutta la vita non potrò togliermi dalla mente questo rimprovero che rivolgo a me stesso, pensai. Wertheimer era incapace di reggersi sulle proprie gambe, pensai. Pur essendo in molte cose più fine e sensibile di me, finiva sempre per armarsi, fu questo il suo errore più grande, di sentimenti sbagliati, insomma era un vero soccombente, pensai."
    Ora, c'è il caso di uno scrittore italiano (in realtà sono due, ma l'altro caso mi sembra meno significativo) che riprende in pieno la stilistica di Bernhard (che potremmo sintetizzare così: interpunzione del tessuto narrativo con pensai o pensavo, attenuazione di espressioni premettendo l'espressione oper così direcosiddetto, incorporazione dei dialoghi nel tessuto narrativo, identificazione romanzo-monologo fino al punto che tutto un romanzo è un solo lungo paragrafo, e così via). Lo scrittore è Vitaliano Trevisan. Un esempio dal romanzo I quindicimila passi (Torino, Einaudi, 2002, pp.92-3): "Senz'altro si è nascosto lassù, lontano da tutti, soprattutto lontano da me, pensai, in quella casa a cui non ha mai voluto che né io né mia sorella anche solo ci avvicinassimo, di fatto proibendoci esplicitamente, in modo affatto perentorio, di avvicinarci. Eppure, pensavo, la casa era tanto sua quanto nostra, ma lui l'aveva per così dire fatta sua nel corso degli anni, fin dalla prima volta in cui andò, da solo, a visitarla."
    Insomma: la parentela è più che altro una figliazione in senso diretto (il protagonista del romanzo di Trevisan si chiama Thomas, come Bernhard, tra l'altro).
    Ora: perché mostro questo debito di stile, di un grande stile, tra uno scrittore e un altro? Cosa me ne importa?
    Mi importa in questo senso: I quindicimila passi di Vitaliano Trevisan è un gran bel libro (non un capolavoro, però un bel libro). E allora mi chiedo: cosa si deve pensare di un bel libro che germina dallo stile di un altro scrittore?
    Silvia mi ha chiesto: ma il libro di Trevisan è bello per lo stile o per la trama?
    Magari potessi distinguere. Lo stile in cui è scritto il libro plasma la trama, la evoca, e non potrebbe esserci la storia ossessiva senza la scrittura ossessiva. Ma è anche vero che pur facendo propria la scrittura di Bernhard altri potrebbero non arrivare alla buona trama di Trevisan. E allora? Cosa si deve pensare di questa che viene detta (con allusione dall'autore e esplicitamente da Giulio Mozzi) una azione letteraria coerente?

    postato da gabrieledadati, 16:01 | link | commenti