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lunedì, 31 ottobre 2005
LE TUE INSICUREZZE E LA MIA INQUIETUDINE
Che poi le tue insicurezze e la mia inquietudine dovevano trovarsi, prima o poi. Combinarsi insieme non lo so, mescolare le diversità è un esercizio complesso, costa un sacco di fatica e bisogna procedere con pazienza, per approssimazioni successive. E’ un campo dove a ogni passo c’è una mina in agguato e se esplode non muori ma devi ricominciare daccapo, con pazienza ricomposta. E uno di ricominciare dall’inizio può pure stufarsi. E però, lo sai, provarsi a combinare insieme le comunanze è certo più facile ma è anche più - come dire - inutile. Il risultato lo conosci in partenza: prendi due cose uguali o perlomeno simili le fai combaciare agitandole un po’ osservi l’effetto te ne mangi i frutti. Ma quei frutti li conosci, asprezze e dolcezze, da due cose uguali non può venire fuori che qualcosa che ricorda troppo gli originali. Sono frutti buoni, ma sono sempre quelli. Mescolare le diversità è più complesso – lo dicevo – ma può essere infinitamente più gratificante. Bisogna cercare un punto di contatto tra esse, provare ad accostarle, seguire con la cura che serve i processi di fusione e di scambio che possono avvenire. Il prodotto, nel caso l’incontro non marcisca ancora prima di germogliare, sarà sempre qualcosa di sorprendente. Roba che non ti aspetti. Bellezze autenticamente sconosciute e ruvidità che sanno far male come nulla mai prima. C’è il nuovo, dentro la fusione tra diversi, qualora riesca. C’è il senso stesso del camminare. C’è il confronto che ti fa grandi i pensieri, e i sogni. C’è lo spazio per vivere e per rimettersi in discussione, ancora e sempre. C’è il motivo per fermarsi un po’ e provare a capire come si sta, da sospesi. Mah, non lo so. Il fatto è che le tue insicurezze e la mia inquietudine dovevano trovarsi, prima o poi. Il fatto è che le tue insicurezze non sono così certe e la mia inquietudine non appare così smaniosa, a guardarle bene. O magari è solo che si aggrappano insieme al principio dei vasi comunicanti e allora stanno provando a svuotarsi un po’ di contenuti, scambiandosene qualcuno. O forse più di qualcuno. Il fatto è che spendo come al solito troppe parole per tentare di spiegare cose che per loro natura non fanno che sfuggire a ogni tentativo di inquadrarle dentro una cornice di logica e coerenza. Purtuttavia, ho bisogno di farlo. Perchè a guardare bene anche me, fin dentro le cose che abitano il mio corpo, ci si può guardare tutto intero – stelle supernove pianeti buchi neri galassie asteroidi – un universo orgogliosamente shakerato, come appena uscito da un bigbang all’incontrario.
postato da giuseppemauro, 16:06 | link | commenti (3)
venerdì, 28 ottobre 2005
Metto da parte per un po' le cose che devo fare. Adesso DEVO leggere ASSOLUTAMENTE il nuovo romanzo di Giuseppe Mauro!
postato da gabrieledadati, 11:32 | link | commenti (7)
mercoledì, 26 ottobre 2005
LETTERA AI MIEI RIMPIANTI
Carissimi e amati,
è un giorno come un altro. La vita si struscia sulle cose come al solito, i ricordi bussano improvvisi e veloci alla porta della mia testa, i pensieri buttati avanti sui giorni a venire e sugli anni si contendono la scena provando a invadere il campo del primo piano spintonandosi senza garbo.
Tutto è come sempre.
Eppure ho voglia di scrivervi, senza ragioni precise. Senza motivi conoscibili o percepibili, pure se esistono sempre molle che scattano nascoste dentro certe pieghe dell’inconscio. Quelle agiscono senza il pensiero, a volte contro di esso. Però sono pensiero uguale, pure se inconsapevole.
Ripiegarsi all’indietro, verso di voi, è facile. E’ facile eleggervi a motivo di esistenza, rendervi soggetto e oggetto di confessioni di anima infelice, utilizzarvi come scudo di alibi dietro cui celare le nostre incapacità. Perchè ci capita sovente di non saper vedere, né sentire, né scegliere. Ci capita di non saper vivere e allora ci serve una giustificazione, qualcosa che spieghi mancanze che sono tutte nostre ma che dobbiamo suddividere tra noi e il mondo, dobbiamo altrimenti si muore.
Allora c’è il destino, che è sempre cinico e baro. Io però al destino non so crederci, nonostante certi accadimenti che pure mi scossero e mi scuotono la vita congiurano per convincermi della sua esistenza. E’ inutile, non c’è verso: il destino non c’è.
Dunque ci sono gli altri, quelli per cui o contro cui agiamo in maniera diversa da quella che vorremmo, quelli che ci impongono comportamenti con il loro semplice esistere o con il loro rapportarsi a noi. Qui il discorso si complica, la necessità di non fare troppo male intorno si scontra con quella di non farne troppo a noi stessi, però a volte le due spinte collimano anche se facciamo fatica ad ammetterlo o neanche siamo disposti a farlo. Comunque sia e si faccia, pecchiamo di chiarezze mancate. Pecchiamo di scelte mancate. Perchè in certi frangenti – ci sono gli altri – la cosa più semplice è non scegliere. Ma non è la cosa migliore.
E poi ci sono altre cose che usiamo per schermarci e languire sotto una patina di infelicità inquieta, qualcosa di cui vantarsi persino in certe discussioni serali con qualcuno che combatte contro la vita e i suoi scherzi tragici e noi a fare di compassione virtù, sapessi amico mio quante ne ho viste, io... Ma la verità è che non sappiamo un cazzo, che siamo il frutto di nonscelte inanellate una dietro l’altra perchè le scelte che sono venute prima non sappiamo metterle in discussione, non sappiamo confrontarci con la loro perdita di consistenza, con il venire meno della spinta propulsiva che pure hanno posseduto. Ne abbiamo terrore. Il cambiamento non è mai un valore in sé, ma è un buco nero dentro il quale guardarsi bene dal precipitare. Anche se così si rischia di perdere il giardino che c’è sotto, e certe felicità che restano ricordi.
E rimpianti.
Perchè poi ci siete voi, carissimi.
Voi che siete peggio dei rimorsi e io non so quante volte mi hanno ripetuto questa frase idiota gli stessi che continuano a vivere di voi proprio perchè così possono evitare i rimorsi e tutto quello che ne consegue. Voi che ci fornite l’alibi per poter vegetare in una condizione di depressione permanente ma soft, buona per lamentarsi con gli amici o con la vita nelle mattine in cui ci pare che il piattume che ci schiaccia sempre sia ancora più insopportabile del solito e allora abbiamo bisogno di inveire di stare male di martoriarci coi ricordi; e con voi.
Se avessi potuto.
Se avessi detto.
Se io.
Se avessi fatto.
Se fossi andato.
Se tu.
Se.
Ma sono stato un eroe, ho rinunciato alla mia felicità sacrificandomi per le ragioni
degli altri
del destino
dei rimorsi
Ci ripieghiamo all’indietro, perchè è facile. Perchè non sappiamo cambiare, perchè le svolte che incontriamo sul cammino ci mettono addosso un’ansia incontrollabile e una paura fottuta, perchè la strada diritta è bella comoda senza spigoli. Non dà sorprese né dolore, la strada diritta. Ci ripieghiamo all’indietro rifiutandoci di andare avanti, di guardare il futuro con gli occhi giusti e addossiamo le colpe di questa cecità ai rimpianti
io avrei voluto ma non ho potuto e adesso sono inchiodato qui
ma queste sono solo stronzate, in realtà non abbiamo voluto prima e non vogliamo adesso, protetti dalla nostra esistenza soffice confortevole spugnosa e che porte e finestre restino ben chiuse e a mandata doppia, che non entri il vento a spostare i pezzi che ho messo insieme a prendere polvere da una vita, che non entrino occhi a dirmi che dentro manca l’aria per respirare.
Che non entri nessuno a rivelarmi che non vivo.
Io però non ci sto.
Perchè io vi amo, rimpianti carissimi, e amo tutto ciò che siete stati e che siete per me e dentro di me, nei pensieri che mi attraversano le giornate e le notti prima del sonno, nelle mani che muovo in un certo modo e negli sguardi che indirizzo al mondo.
Ma io non voglio smettere di guardare com’è fatto domani. Non voglio smettere di domandarmi come sarà vivendo della bellezza di non saperne affatto, di respirare forte i dubbi e le consapevolezze che si abbracciano insieme a formare straordinarie incertezze da raggiungere, di lasciare che il sole che affonda rosso di stupore dietro le cose o i tuoi occhi che mi guardano ansiosi e senza fondo continuino a capovolgermi gli organi interni senza distinzione di cuore e di stomaco.
Io lo amo, il mio futuro.
E allora se anch’io non sono stato immune dal peccato di usarvi come paravento per impedirmi di affrontare le paure legate al dopo, se ho passato buona parte della mia vita ad accumularvi senza neppure riuscire a ordinarvi che almeno potessi ritrovarvi netti e definiti all’occorrenza, se ho preferito spesso guardarmi le spalle pensando a come sarebbe stato bello se, adesso mi spiace: io mi alzo e vado.
Non abbiatene a male, in fondo lo faccio anche per voi.
Perchè so che alcuni tra i miei tanti rimpianti – quelli più fulgidi e superbi – sapranno stare dentro al mio futuro e potranno formarne persino l’essenza, piantandosi come pilastri nel mezzo della mia vita.
Però allora, dentro il domani che inseguo, essi saranno diversi. Nuovi.
Lungi dal chiamarvi rimpianti, voi sarete quello che saprò costruire cambiando me stesso.
E se oggi non vi abbandonassi, relegandovi o innalzandovi al rango dei ricordi, nessuno di voi troverebbe posto dentro quel domani.
Vi abbraccio, tutti.
postato da giuseppemauro, 14:16 | link | commenti
Ieri pomeriggio pensavo che avrei scritto qualcosa sugli avverbi di modo nella prosa di Giuseppe. Per giustificarli, collocarli, coccolarli. Avevo qualche argomento e pensavo di poterlo/volerlo fare. - Poi ieri sera qui nel posto in cui vivo, a Pavia, c'è stata una festa. Una festa con qualcosa come 250 persone, più o meno. Una festa cominciata intorno alle dieci e mezza e che si sarebbe dovuta concludere alle due. - Alle due meno un quarto però s'è spento tutto. Ci siamo guardati in faccia, abbiamo smesso di ballare o di bere. S'è levato un brusio, ho sentito dire "s'è ammazzata." Ho pensato che esistono due significati che attribuisco a questa epressione: letterale, e cioè "si è tolta la vita", e metaforico, e cioè "s'è fatta molto male". Era il secondo. - Si tratta di una ragazza che conosco da quattro anni, o meglio conosco il fatto della sua esistenza da quattro anni: ci saremo parlati cinque volte in tutto. E' una ragazza gravemente anoressica, con disturbi del comportamento e una situazione difficile in famiglia. Viene dal centro Italia ma vive a Pavia da cinque anni, perché della sua famiglia non credo voglia molto sentir parlare. - Ha dato un calcio contro una porta a vetri, la gamba le si è completamente aperta, ha perso moltissimo sangue (ho poi visto la pozza di), e non ne ha molto in corpo. E' arrivata l'ambulanza, l'hanno portata via con ossigeno e flebo, senza conoscenza, ma dovrebbe essere fuori pericolo. Sono arrivate le forze dell'ordine a capire cos'era successo. Io stesso non capisco cosa è successo, con tutte le immagini che ho ancora accovacciate nel cervello. - Poi le voci, quante voci ho sentito ieri, espressioni come "festa rovinata". Chissenefrega.
postato da gabrieledadati, 11:57 | link | commenti (1)
martedì, 25 ottobre 2005
postato da gabrieledadati, 13:48 | link | commenti
lunedì, 24 ottobre 2005
MODI
C’è chi mi rimprovera – a giusta ragione – di utilizzare nella scrittura troppi avverbi di modo.
Sì, ma dico: come faccio a fare senza se voglio spiegare il modo in cui mi sento?
Lo so, non c’entra nulla.
E’ che oggi sto bene. Però sto anche male.
Effettivamente, o anche probabilmente.
Dopo non lo so.
Eppure, che bella e strana sa essere la vita, purtroppamente solo in certi momenti...
P.S. Ho finito il libro. O meglio, quell’ammasso di pagine che aspira a essere tale. Mi accingo con una sorta di terrore vago e incerto alla rilettura, pure se qualcuno l’ha già letto dicendone cose discrete. Ma sono qualcuno vagamente di parte, perciò non vale. Quantunquamente, me ne sento sollevato.
Lievemente.
postato da giuseppemauro, 11:05 | link | commenti (2)
sabato, 22 ottobre 2005
Siamo alla vigilia della seconda DOMENICA DELLA GALLERIA RICCI ODDI
presso
AULA DIDATTICA “G. SIDOLI”
Via San Siro, 13 – Piacenza
Tel e fax: 0523.320742
DOMENICA, 23 OTTOBRE 2005, ORE 10.30
Tranquillo Cremona, Ritratto del cavalier Giuseppe Bianchi (1872)
Giulio Mozzi (Padova)
Eppure l'uomo col giornale in mano ci guarda / con uno sguardo attento e cortese / con lo sguardo di chi ha interrotta un'occupazione / e sta in attesa: / sta in attesa che noi, noi, gli diciamo qualcosa.
postato da gabrieledadati, 11:08 | link | commenti
giovedì, 20 ottobre 2005
MAGIE
Certe cose le tieni dentro per un sacco di tempo, che siano minuti o anni poco importa. Chè il tempo - ce lo hanno insegnato - è convenzione relativamente inesistente.
Allora certe cose stanno lì, sepolte sotto cenere calda o fredda secondo i momenti e le stagioni. Aspettano, contentandosi del proprio esistere e resistere. Contentandosi di sapere - e loro lo sanno per certo - che prima o poi sapranno uscire fuori, da sole o tirate a forza.
Quelle cose, allora, diventano magie insperate. Improvvise. A volte incontrollabili.
Temporali di cui bagnarsi fino a vivere.
Eppure i sensi della vita, quelli che ti viene da morire e quelli che vorresti non finire mai, stanno tutti quanti dentro quelle magie.
postato da giuseppemauro, 12:17 | link | commenti (1)
martedì, 18 ottobre 2005
Ieri sera Silvia ed io siamo andati al centro sociale di Pavia, il Barattolo. Ci siamo andati perché era previsto un incontro con Gilberto Squizzato, regista Rai che ha fatto cose interessanti (l'ultima è Suor Jo con Giuseppe Genna). In realtà non avevamo abbastanza tempo (io non l'avevo e mi sono trascinato via anche Silvia a un certo punto), ma abbiamo fatto tempo a conoscerlo, stringergli la mano, prenderci un suo grazie (eravamo gli unici presenti ad aver visto Suor Jo) e un suo sorriso (vi assicuro che Squizzato non è che sorrida in continuazione). Si è parlato del problema del palinsesto Rai: qualità come si chiede ad un servizio pubblico, oppure commercializzazione per non perdere ulteriore terreno contro Mediaset? Perché una cosa come Suor Jo, che ha un suo interesse e una sua poetica, andava in onda il sabato notte? In questi giorni poi si parla di tagli ai fondi per la cultura in Italia, con la nuova finanziaria. Abbiamo fatto scioperi, ci siamo opposti, abbiamo detto che non ci va bene. Ora: riflettendoci bene, tutto sommato l'argomento è controverso. Noi diamo per scontato uno Stato che intervenga nella cultura, finanzi, sostenga. Io mi chiedo: è normale?, e anche: non è pericoloso? - La prima domanda significa: è giusto considerare lo Stato un'entità dotata di raziocinio che sa scegliere per il bene finanziando?, la seconda domanda significa: se davvero l'Italia, come dicono alcuni, è uno Stato il cui governo attuale non dà vera libertà d'espressione, cosa vuol dire prendere i soldi da questo Stato? Inoltre mi chiedo un'altra cosa. Lo Stato (semplifico) amministra soldi pubblici. Vale a dire: i soldi dei contribuenti. Cioè noi. Ora: come si fa a scegliere un'arte che sia giusto pagare tutti? Nel caso ad esempio dei alcune cose fatte a teatro (la lirica, ad esempio), l'intervento statale è decisivo. Ma chi ne gode? Solo un numero selezionatissimo di quel gran numero di contribuenti statali. La lirica è importante, e senza lo Stato morirebbe. Ma non siamo sicuri che sarebbe più "giusto" pagare una parte del biglietto del concerto di Vasco Rossi (o U2, o Rolling Stones, o chi volete voi) a ottantamila persone piuttosto che aiutare la lirica per qualche centinaio? Oppure fare in modo che il cinema costi meno? Non ho nessun tipo di risposta. Posso solo dire che Suor Jo l'abbiamo pagato tutti, è un prodotto di discreta qualità, e si riusciva a vederlo solo programmando il videoregistratore.
postato da gabrieledadati, 17:29 | link | commenti
lunedì, 17 ottobre 2005
Avvengono posti in cui il tempo si ferma, spodestato dalle cose che spengono ogni voce finanche quella del sole che attraversa il cielo e dopo la notte si avventa improvvisa sul mondo perchè ci sono da recuperare tutte insieme le ore perdute a stare fermi a ascoltare il silenzio e mangiarne.
postato da giuseppemauro, 16:53 | link | commenti
sabato, 15 ottobre 2005
Siamo giunti alla vigilia della prima de LE DOMENICHE DELLA GALLERIA RICCI ODDI
AULA DIDATTICA “G. SIDOLI”
Via San Siro, 13 – Piacenza
Tel e fax: 0523.320742
DOMENICA, 16 OTTOBRE 2005, ORE 10.30
Ettore Tito, Ninfe (o Ninfee) (1911).....
Laura Pugno (Roma)
postato da gabrieledadati, 14:03 | link | commenti
giovedì, 13 ottobre 2005
MENTRE IN SVEZIA SI ASSEGNA IL NOBEL AD HAROLD PINTER...
Arrestato un extracomunitario clandestino: è Ferlinghetti
Il poeta ed editore Lawrence Ferlinghetti, considerato il vate della beat generation è stato arrestato a Brescia "in ottemperanza della legge sull'immigrazione Bossi-Fini". Il notissimo intellettuale americano, arrivato in Italia per partecipare a un incontro in Trentino dal titolo Oltre la beat generation, era andato a Brescia per visitare la casa in cui erano vissuti i suoi genitori (Ferlinghetti è infatti di origini italiane). Il poeta, avendo iniziato a fare delle fotografie alla casa, ha insospettito una signora che ha chiamato la polizia e a questo punto è scattato l'arresto. È dovuto intervenire il sindaco per chiarire l'equivoco. Questa curiosa notizia appare oggi su La Repubblica in un articolo di Tiziano Zubani. (www.librialice.it)
postato da gabrieledadati, 13:33 | link | commenti (1)

Ebbè sì, sono contento.
Per una volta almeno, quest'uomo non fa da capro espiatorio per le disgrazie calcistiche dell'Italia pallonara.
P.S. Alex non si discute, si ama.
postato da giuseppemauro, 10:38 | link | commenti
mercoledì, 12 ottobre 2005
DI QUESTI TEMPI, RISCRIVO L'EPIGRAFE DI PIETRO GIORDANI POSTA SOTTO UNA STATUA DI DANTE SEDUTO E GRIDANTE "AHI SERVA ITALIA"
Acquieta il tuo magnanimo dolore
o Dante padre nostro
alla tua Italia serva non più volontaria
e già dolente di sua lunga pigrizia
or sono in cospetto i tempi che tanto desiderasti
postato da gabrieledadati, 21:30 | link | commenti
martedì, 11 ottobre 2005
GIUDA
Storia antica quella di Giuda come più fedele dei discepoli. [...] Da quando Gesù lo riconosce tra i Dodici, ne dice sia la malvagità sia l'incontestabile importanza nel suo progetto di gloria (Gv 6, 70-71: "Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!". Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici.), alla vicenda di Betania (Gv 12), in cui Giuda si lamenta che dell'unguento prezioso a ricavare del denaro per gli sfortunati venga utilizzato per lustrare i piedi del Cristo. Se l'episodio prepara la sepoltura del Figlio di Dio, vero è che Giuda, secondo una lettura alternativa, potrebbe aver ritenuto l'atto della lavanda di scarsa importanza: che bisogno c'è di predisporre al sepolcro un corpo che sarebbe risorto? Giuda, l'unico credente. [...] Uno spicchio di tenebra, un'azione di satana (che in qualche modo compie la gloria del Cristo) è necessaria al compimento degli eventi. E ci vuole un uomo abbastanza netto e scaltro (e fedele) per fare da capro espiatorio.
(da Davide Brullo, Giuseppe Berto, un giuda, Il Domenicale, anno 4 numero 41)
postato da gabrieledadati, 21:07 | link | commenti
lunedì, 10 ottobre 2005
PRIMARIE

- Post-it compilato da Romano Prodi -
Il 16 ottobre, domenica prossima, si svolgeranno le elezioni primarie per la scelta del candidato premier della coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni politiche del chissàquando.
Io andrò a votare poichè - tra le altre cose - ritengo questo strumento indispensabile ad accrescere il coinvolgimento democratico di chi vota, soprattutto in un sistema elettorale come quello maggioritario che la dimensione puramente democratica tende ad affievolirla. Perciò, le primarie sono il futuro e immagino che lo saranno anche sull'altra sponda. A meno che, per i calcoli di bottega che hanno caratterizzato con invidiabile costanza la corrente legislatura, non si ritorni davvero e per lungo tempo al vecchio e caro proporzionale. In quel caso, bocce ferme e via daccapo.
Intanto però si vota e io, da elettore del centrosinistra, non mi sottrarrò al dirittodovere di contribuire alla scelta del leader.
E voterò Fausto Bertinotti.
postato da giuseppemauro, 10:31 | link | commenti (2)
domenica, 09 ottobre 2005
Mi hanno spiegato che è più difficile modellare una statua con la creta che scolpirla nel marmo. Nel secondo caso infatti devi togliere da un blocco di materiale il trenta per cento di superfluo, nel primo aggiungere al nulla il settanta per cento di necessario. Questa formulazione l'ha data il grande Arturo Martini, che si divertiva moltissimo mentre lavorava alle sue opere, tra fatica e gioco.
postato da gabrieledadati, 12:50 | link | commenti
venerdì, 07 ottobre 2005
Stasera ho presa in mano la carpetta in cui raccolgo i miei articoli pubblicati dal quotidiano Libertà. Mi sono reso conto che è esattamente un anno e un giorno che ho cominciato a collaborarci (anche prima scrivevo qualcosa ogni tanto: ma da un anno e un giorno collaboro in maniera abbastanza continuata). Bene, adesso vorrei sapere: da quando il tempo si è messo a correre così? In che gorgo è scivolato questo anno intero e veloce? Com'è possibile che i quattro anni abbondanti di Università già alle spalle siano durati come uno solo del Liceo? E soprattutto: dove vanno a finire i capelli che piovono via dalle mie tempie sempre più alte?
postato da gabrieledadati, 20:43 | link | commenti
LE LOGICHE
Il sole è andato a picco, intanto che i passi si susseguono e il mare imbrunisce scontroso. La gente si scansa senza fatica, incrociando sguardi e parole senza riconoscersi. Alberto prova a inseguire occhi che sfuggono, storie racchiuse dentro volti che non rivedrà mai più; se ne chiede il senso.
Si chiede il senso di un sacco di cose, invero.
Si domanda la ragione per cui lui adesso – adesso – sta lì a intrecciare segmenti di vita con quelli di corpi senza nome né storia, comparse prive di significato eppure lui sta lì, in mezzo a loro: perché?
Si risolve poi a pensare che la domanda ha lo stesso identico senso di quella rivolta all’indietro e alle svolte alle orme e agli incroci nebbiosi: ovvero non ha alcun senso. Niente destino, niente disegni, niente mosaici da completare: si viaggia senza biglietto su strade che non portano a nulla e che si incontrano per puro caso, a volte incrociandosi e sovrapponendosi e atteggiandosi a domino. Vite che si innalzano e poi si spezzano e ricominciano e si chiudono – certe volte ritornando al punto di partenza – dipingendo sul tappeto del mondo segni indistinti e grafie incomprensibili.
Vite che si chiudono imprecise; come cerchi imperfetti.
E lui vorrebbe conoscerle tutte, quelle vite.
Lì – in quel momento che gli sembra contenere magie e solennità inspiegate – sente il desiderio di arrampicarsi sopra ogni storia che incontra perché forse è quello il segreto, forse è solo così che ci può essere concesso di comprendere le Logiche impervie che si muovono componendo le cose, forse davvero le Logiche esistono è solo che noi non sappiamo vederle non ci sforziamo di capire non vogliamo capire.
le Logiche.
Sorride, Alberto.
Si siede sopra uno dei muretti in pietra che spezzano periodici il metallo dello steccato contro il mare. Tira fuori il portatile dalla borsa, quello per cui Angela lo ha preso in giro milioni di volte, lui e la sua coperta di Linus telematica e lui a risponderle sempre invariabilmente Amore, il giorno in cui sparirò io questa coperta l’avrò con me e tu potrai ritrovarmi in ogni angolo del mondo.
Alberto tira fuori il portatile dalla borsa; comincia a scrivere.
postato da giuseppemauro, 12:25 | link | commenti
giovedì, 06 ottobre 2005
LA RETE

La mappa di internet.
Rubata dal blog di Beppe Grillo.
postato da giuseppemauro, 11:52 | link | commenti
mercoledì, 05 ottobre 2005
APPIGLI
Ci sono momenti nella vita in cui ci si aggrappa alle cose.
Impossibile accorgersene subito, i processi che indirizzano le nostre abitudini, i pensieri e i comportamenti che ne conseguono sono lunghi, celati nelle pieghe del quotidiano e difficilissimi da scoprire nel loro svolgersi lento e instancabile. Però succede: allora un bel giorno ci si sveglia da una specie di sonno e ci si rende conto che le cose hanno sostituito le persone nella rappresentazione delle ragioni e del senso della vita.
Cioè, diventano importanti (elenco stilato a puro titolo esemplificativo):
- la casa (intesa come calce e cemento e pavimenti e metriquadrati);
- l’impianto audiovideo multimedialissimo;
- il garage in cui tenere due macchine le biciclette gli attrezzi da lavoro e balle varie;
- la baita in montagna (o in alternativa due stanze dalle parti del mare);
- le camicie da piacione;
- l’occultamento dei segni di invecchiamento di se stessi e di quanto posseduto;
- il computer;
- altro (soggettivamente definibile).
Quando ti rendi conto che le cose sono ormai appigli è un bel casino. Il senso della vita si è ormai trasferito nei soldi che ti servono a costruire altri aggrappi perchè altrimenti cadi ti fai male rischi di romperti. Vivi in funzione di agglomerati chimici inorganici piuttosto che di sospiri e di emozioni che fanno dolori e gioie di cui piangevi alla stessa identica maniera.
Il senso della vita – in sostanza – è spento.
Però la cosa è rimediabile, sia chiaro.
C’è da discutere se si abbia bisogno di medicine eterodirette, ovvero se debba piovere dal destino o dal prossimo angolo la donna o l’uomo capaci di fare da appiglio spingendoci a lasciare quelli in precedenza utilizzati; o se piuttosto la spinta debba venire da dentro, ovvero se dobbiamo autoconvincerci che dietro la prossima curva ci sarà qualcuno/a giusto per sganciarci dalla dipendenza da cose.
La cosa è rimediabile, se si vuole. Se si raggiunge cioè la consapevolezza che dipendere dalle cose è casino maggiore che dipendere dalle persone e che il senso della vita può stare solo nella ricchezza emozionale che si accumula dentro nel mentre si viaggia curiosi infaticabili cocciuti tra sofferenze vere e felicità illusorie. Se si comprende che dentro le cose non c’è nulla.
Però, si può anche decidere che le batoste da stress emozionali sono sopportabili una volta o zero o due soltanto e che oltre si può anche morire.
In questo caso – e solo in questo – è meglio l’inorganico.
P.S. Io – personalmente - siamo nati per soffrire.
postato da giuseppemauro, 12:09 | link | commenti (5)
martedì, 04 ottobre 2005
Colto da un malore dopo un vivace confronto telefonico con Preziosi Il programma è stato sospeso. Inutili i tentativi di rianimazione Franco Scoglio muore in diretta tv Addio al "professore" del calcio italiano L'allenatore si è sentito male mentre partecipava a una trasmissione sulla tv privata genovese Primo Canale
GENOVA - E' morto in diretta, sotto i riflettori dello studio di un'emittente televisiva genovese, parlando del suo Genoa, dopo un battibecco con il patron Enrico Preziosi: il cuore di Franco Scoglio, il professore, non ha retto agli insulti dell'età e dell'emozione e, dopo 64 anni, si è fermato per sempre.
Scoglio si è accasciato sulla poltrona: infarto. I soccorritori del 118 hanno tentato invano di rianimarlo. Scoglio era in procinto di partire per la Guinea Bissau, dove nei prossimi giorni avrebbe dovuto firmare il contratto per allenare la nazionale di quel paese africano. Un fascino, quello dell'Africa, che lo aveva portato in Tunisia, in Libia per far crescere le giovani squadre di quei paesi. Ma aveva chiesto ugualmente a Primocanale di partecipare alla trasmissione più seguita dai genoani per parlare del suo grande amore, il Genoa, la più antica società di calcio italiana che ha vissuto il suo anno più nero, il 2005.
E' arrivato in serata a Genova, è sceso in un albergo cittadino e, accompagnato da un volto storico delle televisioni private genovesi, Vittorio Sirianni, ha raggiunto sulla Terrazza di Primocanale il conduttore Giovanni Porcella e gli altri ospiti, i giornalisti Nino Pirito e Domenico Ravenna e Claudio Onofri. Il dibattito si è subito animato quando è intervenuto per telefono l'ormai ex presidente del Genoa Enrico Preziosi. Alla richiesta di Scoglio di aprire un franco confronto sulla società rossoblu, di dialogare, Preziosi si è detto perplesso: "Perchè dovrei confrontarmi con lei, io sono il presidente"; "Vede, questo conferma che lei non cerca il dialogo, vuole solo monologhi"; "i dialoghi si fanno con la tifoseria, non con lei che è un ex allenatore; che titolo ha di parlare del Genoa?".
Ma il tono si è alzato quando Preziosi ha detto: "Senta, Scoglio...". "Quando si rivolge a me - ha replicato l' ex allenatore - mi deve chiamare dottore o professore, perché io la chiamo presidente...'; "Io la chiamo Scoglio..."; "E allora io la chiamo Preziosi...". Il conduttore Giovanni Porcella è allora intervenuto per calmare gli animi e chiamare altri interlocutori. Dopo tre-quattro minuti, mentre Preziosi parlava, gli ospiti hanno visto Scoglio tutto un tratto sbiancare in volto, rantolare e reclinare il capo all'indietro sulla sedia. "Pensavo che stesse scherzando - dice Ravenna, corrispondente del Sole 24 Ore e appassionato tifoso, che gli era seduto accanto - pensavo che volesse prendere in giro Preziosi fingendo di dormire mentre lui parlava. Invece stava morendo!".
La trasmissione è stata subito interrotta e sono stati praticati i primi soccorsi a Franco Scoglio, mentre veniva chiamato il 118. La squadra di soccorritori, arrivata in pochi minuti, ha cercato di rianimare l'allenatore, ma senza risultato.
"Siamo addolorati, sconvolti, perché abbiamo perso un vero amico". Il direttore dei servizi giornalistici di Primocanale, Mario Paternostro, si fa interprete dello shock che ha colto i colleghi dell'emittente e gli ospiti della trasmissione per la morte in diretta del professore del calcio italiano.
(3 ottobre 2005)
LA FONTE é IL SITO DI REPUBBLICA. BUON VIAGGIO PROFESSORE.
postato da gabrieledadati, 13:34 | link | commenti
lunedì, 03 ottobre 2005
LE DOMENICHE DELLA GALLERIA RICCI ODDI
AULA DIDATTICA “G. SIDOLI”
Via San Siro, 13 – Piacenza
Tel e fax: 0523.320742
Riprende il tradizionale ciclo di incontri della domenica mattina organizzati dalla Ricci Oddi in collaborazione con
la Fondazione
di Piacenza e Vigevano. Dopo il successo, nei mesi scorsi, del ciclo “Scrivere l’arte”, in cui si chiedeva a cinque giovani scrittori di considerare ciascuno un dipinto o una scultura della Galleria, traendone ispirazione per un testo di carattere narrativo, si è pensato di riproporre l’iniziativa. Sono stati così interpellati altri cinque scrittori, questa volta nessun piacentino, tutti con al loro attivo parecchie importanti pubblicazioni.
DOMENICA, 16 OTTOBRE 2005, ORE 10.30
Ettore Tito, Ninfe (o Ninfee) (1911).....
Laura Pugno (Roma)
DOMENICA, 23 OTTOBRE 2005, ORE 10.30
Tranquillo Cremona, Ritratto del cavalier Giuseppe Bianchi (1872)
Giulio Mozzi (Padova)
DOMENICA, 30 OTTOBRE 2005, ORE 10.30
Marco Calderini, Dopo le piogge di marzo (Giardino Reale di Torino) (1900-1915)
Piersandro Pallavicini (Pavia)
DOMENICA, 6 NOVEMBRE 2005, ORE 10.30
Giacomo Grosso, Occhi neri (1895 ca.)
Matteo B. Bianchi (Milano)
DOMENICA, 13 NOVEMBRE 2005, ORE 10.30
Vincenzo Irolli, Preghiera del mattino (1931)
Silvia Magi (Milano)
postato da gabrieledadati, 14:07 | link | commenti (2)
IL TAPPETO
Allora tu guardi in basso, incurante della dolenza leggera che si espande dietro la nuca senza darti la possibilità di scoprirne il punto di origine. Guardi in basso senza rialzare gli occhi ma facendoli attenti e solerti nella annotazione composta delle visioni in successione. Guardi in basso e sono le tue scarpe – le punte delle tue scarpe – che alternano il proprio incedere incostante scostante accostato senza mai guardarsi indietro (ma poi del resto le scarpe hanno mica gli strumenti per farlo quando volessero):
clip clop clip clop clip clop
Sotto, scorre il tappeto del tempo.
E’ così che lo vedi, nessuna metafora diversa ti viene in mente solo questa che ti sembra perfetta nel suo srotolarsi ora veloce ora lento e tuttavia sempre uguale. C’è un tappeto sotto i tuoi piedi e è fatto di vortici di lancette che inseguono numeri in circolo orario ma anche anti, di giorni bianchi fluorescenti che inseguono notti nere magmatiche a loro volta pronte a inseguire e puoi sentirne la corsa che non si interrompe:
clip clop clip clop clip clop
Sotto, hai un tappeto che non ha colori definiti e disegni ancora meno probabili. Quel tappeto è il tempo ma sei anche tu o meglio è la tua vita che fa da patina al tappeto ci si adagia molle senza potersi ribellare impossibile è uno scarto impossibile è la forza necessaria a scrostarti dal tempo e la tua vita e il tappeto sono nei fatti la medesima cosa puoi sentirne l’incedere ritmico congiunto contemporaneo che:
clip clop clip clop clip clop
Sotto, il tempo disegna un tappeto e tu lo percorri: scarpa dopo scarpa, punta dopo punta.
Guardi questo camminare ottuso e a volte – quello succede – ti viene voglia di fermarti, di arrestare il passo.
Bè, il brutto del tappeto che sta sotto onnipotente anche se sopra ci stai tu e le tue scarpe e le tue punte e quindi – tu sopra lui sotto – dovresti essere tu il capo arbitro deputato a comandare partenze e frenate e interruzioni e volte e giravolte è che no, fermarti no.
Tu questo - fermarti - proprio non lo puoi fare.
postato da giuseppemauro, 13:52 | link | commenti
domenica, 02 ottobre 2005
«Non mi vergogno del Vangelo.»
postato da gabrieledadati, 12:19 | link | commenti (1)
sabato, 01 ottobre 2005
Ma col tempo riuscì a familiarizzarsi così tanto con quei contrattempi del mondo, che in una sera più squilibrata delle altre si denudò nel salottino di attesa e percorse la casa portando in equilibrio una bottiglia di birra sulla sua mascolinità inconcepibile.
(Cent'anni di solitudine)
postato da gabrieledadati, 10:12 | link | commenti (2)
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