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mercoledì, 30 novembre 2005
Uno dei tre animatori di questo spazio web è un mio carissimo amico (sebbene ora lontano):
postato da gabrieledadati, 23:01 | link | commenti
martedì, 29 novembre 2005
SICCOME A PERSONE CON COMUNANZA D'INTENTI ACCADONO COSE ANCHE SIMILI
Mi ha scritto il bravissimo pittore e fotografo padovano Pierantonio Tanzola (che il 16 dicembre sarà tra l'altro a Piacenza a presentare con Marco Mancassola Il ventisettesimo anno, minimumfax 2005):
ho letto il tuo blog del 27 nov. : è irresistibile. Te lo dico perché anch’io ho avuto un incontro simile…in breve…ho incontrato nell’ascensore dell’ospedale di PD un mio vecchio compagno di classe che da circa 15 anni non vedevo: lui è diventato il mega direttore primario del reparto trapianti (ereditato il posto dal papà). Ci siamo guardati senza dirci nulla perché tutti e due si vedeva qualcosa di familiare in noi, ma nessuno dei due aveva il coraggio di farsi avanti. Allora io ho tirato fuori la mia plastica dentale (quella che serve per riconoscere le vittime nei disastri aerei) e lui come prime parole mi dice ”ma avevi un ciuffo di capelli”…quindi abbiamo iniziato questo impareggiabile dialogo:
Lui ”Cosa fai?”…io tra me e me ”che cazzo rispondo adesso”…a lui ”dipingo”…e lui qui inzia una serie di luoghi comuni sulla fortuna di essere artisti ,che si fa quello che si vuole, si è liberi da tutto e da tutti non come lui che ogni giorno è rinchiuso qui dentro etc etc…dopo 10 minuti così io chiedo ”ma tu cosa hai studiato?”…lui ”medicina”…io ”e allora questo devi fare, CAZZO, sennò cambi…”
Penso che se mai avessi bisogno di un trapianto di reni mi sono giocato la raccomandazione…
postato da gabrieledadati, 16:12 | link | commenti
CAPITANO
E allora, io sto sulla tolda. In piedi. Saldamente ancorato al timone.
Tengo la rotta.
Certe volte, è giorno o è notte, la tempesta si fa forte di sorpresa. Pensa di giungere inaspettata ma è inutile: io so che sta lì in agguato. Basta un soffio di vento al contrario e lei si fa gigante si sbatte digrignando le nuvole scure e la pioggia a torrente. Ma è inutile, io so.
In piedi.
Saldamente ancorato al timone.
Il vento mi sbatte i capelli sulla fronte, anche questa è una strategia per impedirmi di guardare, di vedere. Ma non importa: forte della mia posizione, gambe leggermente divaricate, palpebre e zigomi appena contratti per lo sforzo, baricentro perfettamente allineato alle tavole di ponte, pugni serrati intorno alla barra, io sto fermo sulla tolda. Occhi in avanti, io guardo più in là. A caccia di frammenti di luce nascosti nel silenzio nero come il culo dell’inferno. Ché la tempesta è silenzio, dentro il frastuono delle sue grida.
A caccia di frammenti di luce.
Ce n’è sempre qualcuno a balenare nel buio e io tengo la rotta.
Lì, dove la notte finisce.
Certe volte, è giorno o è notte, la secca si fa forte di assenza. Giunge inaspettata perchè parte lontana, fai a tempo a conviverci per un poco sottovalutandone i rischi. Il mare si abbassa mentre la sabbia sale a soffocare la mia nave, contando sulla stasi sulla noia sull’abitudine cattiva. Ma è inutile, io so anche di lei.
In piedi.
Saldamente ancorato al timone.
Movimenti rapidi e improvvisi io cerco l’acqua, trovo l’onda che mi riporta sulla rotta. Movimenti rapidi e improvvisi sorprendo la sabbia proprio quando pensa di aver vinto, faccio a tempo a sentirne la rabbia che esplode giusto dietro i ghigni granulosi di soddisfazione.
Non sorrido di questo, non mi serve: io tengo la rotta.
Non ho equipaggio con me, ci mancherebbe. Che ognuno sta solo sul cuor della nave trafitto da soli e burrasche in un susseguirsi composto di albe e tramonti.
In piedi, saldamente ancorato al timone, io sto da solo.
Tengo la prora sulla rotta.
Però, qualcuno resta in scia. Qualcuno segue la mia rotta disegnata sul mare. Qualcuno resta lontano ma non per questo perde di vista la poppa della mia nave. Qualcuno mi chiama capitano e io so di portare lungo le onde anche la responsabilità di questo titolo, senza pormi domande sulla sua legittimità.
Io tengo la rotta, qualcuno la segue.
Da lontano.
Certe volte, tra secche e tempeste e soli asfissianti, il tempo benevolo e azzurro promette navigazioni condivise.
E una nave finalmente al fianco, per capire insieme se esiste e dov’è il porto a noi assegnato. Per capire se continuare il viaggio o fermarci a riposare per poi prendere e prenderci di nuovo il mare.
Ma ancora insieme.
E – magari - sulla stessa nave.
postato da giuseppemauro, 12:19 | link | commenti (2)
domenica, 27 novembre 2005
Ieri sera parlo con una persona che non conosco. Questa persona sa che sono laureato in lettere. Mi chiede: perché l'hai scelta? Io, dopo aver tentato di svicolare, rispondo come al solito: perché volevo occuparmi della bellezza. Mi guarda perplessa. Dice: per me è stata una delle prime facoltà da escludere. Ti spiego, mi dice: ci sono delle cose utili e delle cose inutili. La letteratura è bella ma inutile, dopo cosa fai? Ora: qui si crea un equivoco insopportabile. Io ho risposto alla domanda perché hai scelto lettere, non alla domanda ma a che posizione credi ti possa dare accesso nella vita. E' diverso. In ogni caso: salta fuori che questa persona studia design ad architettura. Ora: non è che questo apra molte più porte di lettere. Le chiedo cosa vuole fare nella vita. Inizia a dire delle cose relative alla moda, alla grande distribuzione, agli interni. Alla fine conclude: se proprio va male, rilevo la ditta di grafica di mio padre. - Vabbé, allora grazie al cazzo. Davvero. Cosa ne parliamo a fare.
postato da gabrieledadati, 12:58 | link | commenti (3)
sabato, 26 novembre 2005
Il negazionista Irving resta in carcere David Irving resterà in carcere a Vienna. Lo ha stabilito ieri il tribunale austriaco che ha esaminato il caso dello storico britannico, arrestato due settimane per apologia di nazismo in esecuzione di un mandato emesso nel 1989. L'avvocato di Irving aveva chiesto la sua scarcerazione su cauzione, «ma il giudice ha respinto la richiesta, ritenendo ci fosse un rischio di fuga e di reiterazione del reato (di negare la Shoah)», ha spiegato un portavoce del tribunale. A nulla sono servite le precisazioni del legale di Irving, che ha sostenuto che lo storico, negli ultimi tempi, ha rivisto le sue posizioni fino ad ammettere l'esistenza delle camere a gas. Irving ha tre giorni di tempo per ricorrere contro questa decisione; la prossima udienza è prevista per il 27 dicembre.
postato da gabrieledadati, 13:38 | link | commenti
Chi dovesse passare oggi attorno alle 17 per il centro di Piacenza, volendo, potrebbe infilarsi in Vicolo S.Ilario ed entrare nella Galleria d'arte lì posta. Espongono il pittore Francesco Rossi e lo scultore Nardo Arcani nei cui piccoli cataloghi ho scritto un pochino. Se poi si vuol fare un salto un po' più in là, in via Calzolai (presso Nuovospazio), espone l'incisore Roberto Tonelli e vale davvero la pena incontrarlo.
postato da gabrieledadati, 10:36 | link | commenti
venerdì, 25 novembre 2005
Evviva Melissa P. Ho scritto un brano su il libro Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. e sul film che ne è stato tratto. Con la solita gentilezza Giulio Mozzi l'ha pubblicato in Vibrisse.
postato da gabrieledadati, 15:24 | link | commenti (1)
giovedì, 24 novembre 2005
Oggi ho ricevuto da Silvia un regalo perfetto. Si tratta di una piccola macchina graffatrice, con la quale mettere punti a piccoli raggruppamenti di fogli. Si tratta di un regalo perfetto perché è un bell'oggetto, fa quello che deve fare e soprattutto mi serviva. Non si ricevono molti regali perfetti, nella vita, e farli è difficilissimo. Io credo di non averne mai fatti in tutta la mia vita.
postato da gabrieledadati, 15:58 | link | commenti (2)
lunedì, 21 novembre 2005
CORPO, ANIMA E CERVELLO
Mi domando cose intanto che cammino.
Mi chiedo, in questo momento con più forza rispetto al resto, cosa sostanzi il concetto di bisogno. Quanto cioè conti il pensiero e quanto la naturalezza, quanta costruzione ci sia dentro e quanta parte di istinto ne componga invece le forme. Mi chiedo dove sia il confine tra la consapevolezza e la inspiegabilità. Me lo chiedo intanto che faccio i conti con il peso a tratti insostenibile della tua assenza e della mancanza delle tue mani a intrecciarsi alle mie.
Ecco, devi sapere che le fughe nella nostra irrealtà mi affaticano, lasciandomi addosso un senso di spossatezza appagata, un benessere mascherato da fatica. Devi sapere che quella spossatezza, che si occupa semplicemente di fornire una misura alla completezza senza aggettivi né forma che viene dal nostro stare insieme, è nulla se paragonata alla fatica dura disperata rabbiosa che appesta i giorni in cui non si siamo. In cui non ci sei. E in cui, siamo ai soliti paradossi, scivolo inesorabilmente in una irrealtà ancora più vera.
E’ quella fatica – allora – che vorrei tentare di spiegarmi, che mi scervello a sondare a pesare a interrogare perchè mi sveli il senso e le logiche.
Perchè io ho un bel dire – quante volte ho provato a spiegarti o a convincerti? – nel descrivere con minuzia puntigliosa e persino esasperante l’incredibile naturalezza dei nostri mondi sovrapposti, la dimensione della certezza di una appartenenza che sento fortissima e reciproca, le complessità che indicano con chiarezza senza ombre che noi siamo in fondo condannati a camminare insieme a meno di non voler mettere in discussione i disegni di un destino inesistente e della natura così attenta e generosa nel farci trovare finalmente dicendoci delle sintonie assurde e perfette delle nostre anime attorcigliate.
Ho un bel dire, sì.
Ma quando non ci sei, tutto questo non serve a un cazzo: io ho bisogno delle tue mani, del calore, degli odori, dei sapori di noi. Ho bisogno della tua voce. Avverto fortissime necessità fisiche che si fanno beffe perfide delle elucubrazioni della mia mente, inchiodandole a una dimensione di inutilità tanto chiara quanto frustrante.
Ecco: perchè?
Quali sono le ragioni per cui io ho bisogno adesso proprio delle tue, di mani?
Esistono, queste ragioni?
Cos’è che ti fissa nella mia mente dal momento del risveglio fino al sonno sempre più ritroso e difficile?
E poi, ha un senso che io mi chieda perchè?
Lo so, sono domande irragionevoli. Sconclusionate. L’amore è privo di logica, è follia pura, ignora del tutto i contesti in cui nasce e vive, i mondi che distrugge, i dogmi della mente. L’amore si nutre di impossibilità e di dolore, di lontananza e di assenza, di tortuosità assurde di testa e di anima. Pare sguazzarci, dentro il dolore. Pare vivere più forte e più grande, in condizioni estreme.
C’è anche questo dentro di noi? Ci sono compatibilità chimiche? C’è la disperata corrispondenza delle nostre dita incrociate? Ci sono consapevolezze e bisogni della vita intrauterina? C’è la forza con cui ti stringo che è esattamente uguale a quella con cui fai lo stesso? C’è il dolore che viene ogni volta che cado sopra uno dei tuoi spigoli senza numero? C’è che quando ci sei mi sembra di non avere bisogno di niente altro al mondo? C’è il tempo che si presenta eterno o crudelmente breve in maniera invariabilmente opposta ai nostri desideri? C’è che ogni bacio è una frustata allo stomaco e tra le gambe?
Non so.
Non so.
So che corpo, anima e cervello si contendono un primato impossibile in questa corsa che mi porta da te: io di te voglio tutto.
Tanto che mi succede di sovrapporre i piani, certe volte che parliamo e devo smettere di ascoltarti perchè i tuoi occhi hanno mandato semplicemente un lampo diverso e dentro il mio corpo tutto si rovescia tutto ti pretende e tu non sai spiegarti come sia possibile aver voglia di scappare via e scomparire dentro il gorgo del desiderio nel mezzo del fervore che accompagna il nostro confronto sulle ultime cazzate di berlusconi e un istante dopo ricominciare a interrogarsi sul senso di quello che ci accade riprendendoci tutte intere le nostre sintonie chiedendoci ancora di lato quanto esse siano naturali quanto ci sia di artificiale e capire ogni volta che di costruito non c’è nulla tutto viene facile spontaneo come conoscersi dall’inizio del mondo senza sentirsene stanchi e allora – allora – cos’è tutto questo se non l’effetto caotico e ribollente del continuo sovrapporsi dei piani delle cellule dei bisogni di corpo e anima e cervello che lottano per stare davanti o più in alto ma è inutile ché non c’è predominio possibile non c’è distinzione quando è ogni singola parte che mi compone ad esigerti con la stessa feroce intensità e intanto che ne scrivo mi pare di capirne le ragioni ma poi queste sfuggono mi lasciano addosso e dentro un odore dolciastro qualcosa che so che non riuscirò ad afferrare ma che sta lì ad un passo da me e da noi.
E poi ti ascolto e ti guardo e la mia incapacità di spiegare il senso solido dei legami che ci tengono insieme, di dare una dimensione di logica ai miei bisogni, si rivela in tutta la sua invincibilità.
Io non riesco a spiegare niente.
Eppure, mentre ti ascolto e ti guardo, so per certo – e per gli istanti sempre troppo brevi in cui vive lucida la mia follia – che non ci serve conoscere il senso, ci serve viverlo e viverne.
Fino in fondo.
E’ che siamo due rette che camminano accanto, hai ragione tu.
Distanti ma vicinissimi, i nostri mondi rotolano paralleli con la stessa velocità attraendosi quel tanto che basta a non perdere il filo del cammino comune.
Quel tanto che basta, e a noi non basta mai.
Distanti ma vicinissimi, corriamo verso il punto in cui riusciremo a sconfessare euclide e le sue tesi, noi – rette parallele – a incontrarci in quello stesso punto.
E lì, mondi affamati di comunione e condivisione, prenderemo finalmente a orbitarci intorno.
Mi domando cose, intanto che cammino.
Ma so che a prescindere da esse e dai tormenti che mi provocano dentro, io voglio te come nient’altro al mondo.
postato da giuseppemauro, 14:23 | link | commenti
INADEGUATI
Il più delle volte, non siamo noi ad essere inadeguati.
E' il tempo, giusto lui, ad esserlo.
postato da giuseppemauro, 10:40 | link | commenti
Alé, adesso mi vesto, preparo giusto due cose, vado a prendere un pullman e poi un treno. Alla fine, il fine è di sbarcare a Bologna da GianMichele, ore 12:30. La prima cosa che faremo è andare insieme a una sua lezione universitaria di storia (moderna mi pare), dalle 13 alle 15, alé. Poi andiamo in biblioteca per me a cercare un libro che si chiama Nella vecchia Bologna, autore Oreste Trebbi, che potrebbe (dovrebbe) aiutarmi nella tesi, alé. E poi, alé alé, ho scoperto che tale biblioteca è pure abbonata alla rivista parmigiana Palazzo Sanvitale diretta da Guido Conti, sul cui ultimo numero ci sono ben tre racconti miei introdotti da un testo critico di Fulvio Panzeri, siccome però nessuno mi ha detto niente e neppure mi ha inviato una copia della rivista, ne approfitterei per vederla (prima di comperarla, visto che costa 15 euro, che non sono mica pochi). Alé, poi sto da GianMichele, e domattina si va a Modena che ci incontro Stefano Fugazza che dobbiamo provare a fare un lavoro a Modena, non so mica se ci riusciamo, a farlo, alé. Poi torno a casa, mi faccio una borsa, e vado a Pavia da Silvia, alé. Nella speranza che qualche cinema pavese programmi Melissa P. Scopri cosa è vero che devo assolutamente vedere, alé. - In sottofondo per tutto questo, alé, Antonella Ruggiero con Echi d'Infinito.
postato da gabrieledadati, 08:51 | link | commenti
domenica, 20 novembre 2005
Questa storia è la storia di una storia che racconta un'altra storia o meglio altre storie o che piuttosto crede di raccontarle perché ciò che può essere mostrato non può essere detto dice lei e lui dice forse è vero non so ma adesso io volevo dire un'altra cosa volevo dire che qui abbiamo anche un caso che è un caso dei più esemplari di processo a mezzo stampa questo tipo di processo che diventerà una pratica corrente per tutti gli anni 70 grandi processi pubblici sommari in cui si emettono subito a caldo a tamburo battente e in una sola volta incriminazionui giudizi e sentenze (Nanni Balestrini, L'editore, Milano, Bompiani, 1989, p. 125)
postato da gabrieledadati, 14:29 | link | commenti
sabato, 19 novembre 2005
Rivelazioni di un amico questa settimana: 1) due sere fa a cena: c'è questa pubblicità in cui Ronaldinho prende al volo per quattro volte la traversa da grande distanza, la palla rimbalza, gli torna, lui palleggia e poi ritira. Non la mettono in giro, ma l'ho scaricata. E' impressionante. Lui dice che è tutto vero e io gli credo. Come non lo sapevi, ma dove sei vissuto?; 2) al telefono: mi ha detto X che ha scoperto sul forum del sito dei Radiohead che se metti su due copie di Kid A su due lettori scalate di 17 secondi si creano degli effetti stranissimi, una specie di esecuzione a canone potente e postmoderna. Per favore portami la tua copia appena ti ricordi; 3) ieri sul treno: hanno scomposto le immagini e in alcune il pallone sparisce e in altre è doppio. Insomma c'è un montaggio, Ronaldinho ha mentito. Che figura.
postato da gabrieledadati, 11:03 | link | commenti (3)
venerdì, 18 novembre 2005
Cari miei, oggi giornata di trionfo. L'amico Davide Corona, l'artista più amato da questo blog, autore di ben due copertine per Fernandel (rivista e libro di Sepp Mall), di un fumetto e di un manifesto col sottoscritto, ma soprattutto di una serie considerevole di opere di pregio, s'è oggi diplomato MAGNA CUM LAUDE in pittura presso l'Accademia di Breria. A lui l'applauso, la gloria e un ramo fiorito (oltre che fiumi di birra domani sera: chi volesse passi alle 22:30 di fronte allo Scientifico di Piacenza che ci trova lì che ci organizziamo e andiamo a spaccarci). Poi: io pure ho fatto un esame e son contento. Davide Bregola ha pubblicato una cosa mia sul suo blog (www.vibrissebollettino.net/davidebregola/). Poi ho preso un aperitivo con Giacomo e mentre camminiamo per andare a recuperare l'auto cosa ci succede: siamo superati in corsa da una donna sui trenta con su solo una canotta e un paio di pantaloni che urla "aiutatemi, mi vogliono uccidere" e poi subito dopo da un'altra, sui sessanta, che urla "bloccatela: mia figlia è impazzita". Noi rimaniamo imbambolati: bisognerebbe bloccarle tutte e due, tenerle separate e chiamare qualcuno. Non ce la facciamo: la prima della due riesce a infilarsi in un'auto e a partire; l'altra si ferma, fa finta di niente e comincia a passeggiare.
postato da gabrieledadati, 21:49 | link | commenti
giovedì, 17 novembre 2005
RICEVO DAL BRAVISSIMO PIERANTONIO TANZOLA E PUBBLICO (NON ME NE VORRà)
Alcuni scritti del grande Jean Dubuffett che trovo molto interessanti:
Penso che rappresentare il nulla, almeno quello che non ha nome, l’indeterminato, sia il compito principale dell’artista. E’ dove la sua azione si esercita allo stato puro.
Il desiderio di coerenza è la causa principale del nostro esorbitante e innaturale timore delle cose.
I miei impulsi sono sempre stati quelli che si trovano nell’anarchia, con un gusto profondo per una calda fratellanza.
Io simpatizzo con gli individui separatamente.
Ma più un corpo sociale aumenta, qualunque forma prenda, più lo considero velenoso e odioso.
Personalmente ho il massimo riguardo per i valori della barbarie: istinto, passione, capriccio, violenza, delirio.
Quando i governi cominciano a proteggere le arti, è l’inizio della fine.
Quando l’arte è in forma, non ha bisogno di protezione.
L’arte dovrebbe sempre farci ridere un poco, e spaventarci un poco.
A me piace ciò che è minimo, embrionale, scarsamente modellato, misto.
Preferisco i diamanti grezzi, ancora nella matrice. E con i loro difetti.
Non si vive due volte. Avere tre anni buoni in una vita è già un grande successo.
postato da gabrieledadati, 15:40 | link | commenti
martedì, 15 novembre 2005
OUT
Da domani sono a Roma, fino a venerdì. Lontano dal computer. In verità lontano dal computer ci sono già da un po'.
E' un momento strano per me.
Mi sento altrove, eppure vicinissimo.
postato da giuseppemauro, 20:09 | link | commenti
lunedì, 14 novembre 2005
Domenica pomeriggio, stazione di Piacenza, aspetto il treno. Una ragazzina mi arriva di fronte trafelata (dietro c'è l'amica) e mi chiede "Scusi, è qui il treno per Genova?" Le dico che può darmi del tu, e che comunque sì, il treno è lì. L'amica dietro ridacchia. Ma possibile che una ragazzina di quindici anni debba darmi già del lei?
postato da gabrieledadati, 22:47 | link | commenti (1)
sabato, 12 novembre 2005
Ma Cézanne era di Cesena? Libro fa discutere
«Cézanne genio cesenate?» Con questo titolo provocante, è stato presentato ieri a Cesena il libro di Romano Pieri, che sostiene la tesi secondo cui il maestro dell'arte moderna Paul Cézanne era di Cesena. Le radici romagnole di Paul Cézanne e insieme la storia della sua famiglia sono illustrate dall'autore, partendo dall'ipotesi di quel cognome francesizzato associato a Cesena per l'affinità fonetica; e rivelatosi invece qualcosa di più di un'assonanza, identificabile con un vero e proprio toponimo, quello appunto di Cesena, e poi ancora come vero cognome della famiglia d'origine, che si sarebbe chiamata proprio Cesena. Al centro della tesi, Pieri cita uno scritto del gallerista Vollard, in occasione di una grande personale di Cézanne a Parigi: «Il padre di Paul Cézanne era originario di Cesena in Romagna». (Q.C.) [fonte: Avvenire, 12 novembre 2005]
postato da gabrieledadati, 15:11 | link | commenti (2)
SILVIA MAGI Allora: per chi volesse/potesse/desiderasse domattina alle 10:30 c'è Silvia Magi alla Ricci Oddi di Piacenza. Si è ispirata a una tela di Vincenzo Irolli per scrivere un racconto che leggerà. Poi sarà possibile farle domande, sentire le spiegazioni del direttore Stefano Fugazza ecc. Insomma: come al solito. Putroppo è l'ultimo appuntamento di Scrivere l'arte. Il nuovo ciclo potrebbe/dovrebbe essere in primavera, perché ne stiamo già parlando.
postato da gabrieledadati, 09:52 | link | commenti
venerdì, 11 novembre 2005
VEDI NAPOLI E POI SCRIVI
Il prossimo 6 dicembre, al Maschio Angioino (Castel Nuovo, in verità), si presenta ufficialmente l'antologia "Vedi Napoli e poi scrivi", in cui saranno raccolti i racconti vincitori dell'omonimo concorso accanto ai racconti di autori più o meno conosciuti.
Tra quelli meno conosciuti, ci sono anch'io.
Tra quelli più conosciuti, ci sono tra gli altri Giuseppe Montesano, Francesco Piccolo, Antonella Cilento, Antonio Pascale, Roberto De Simone.
Sono contento.
postato da giuseppemauro, 13:56 | link | commenti
giovedì, 10 novembre 2005
TRENTOTTO ANNI
Io,
io che so essere mare in tempesta e acqua profonda di lago, perchè pace e guerra non si rassegnano a cedere relegandosi in un ruolo da comprimari.
io che sorrido raro perchè i miei orizzonti non appaiano mai sereni o perlomeno non del tutto.
io che ho voglia di capire se ti ho trovata davvero ogni volta che mi fermo a pensare e nelle pieghe del nonpensare.
io che ho mani nervose di inquietudine che non sanno smettere di cercarti intrecciandosi alle tue e non si capisce se vogliano regalarti le loro ansie o rubarti un poco della tua serena insicurezza.
io che cedo alle tue rivendicazioni prepotenti e consapevoli e allora sì, sono tuo e ti appartengo come fosse vero da mille anni e alla fine ci penso e scopro che è così, è vero da mille anni io ti vidi per primo tu mi aspettavi e hai continuato a farlo, so che continuerai ed è questo il motore inguaribile di tutti i miei giorni.
io che soffro della stessa prepotenza e della stessa lucida follia, ti pretendo feroce reclamo l’esclusiva sui sentimenti ne cerco la conferma in ogni parola in ogni sospiro nei passi avanti e in quelli a ritroso, noi sullo stesso percorso e io non so vedere altre strade se non questa dove mi cammini accanto.
io che devo ancora imparare a scrivere, devo devo devo.
io che ti uso per riflettermi, che in questo mondo che è casa di specchi continuo a cercarmi dovunque non certo per vanità ma perchè ciò che mi ritorna negli occhi sia l’immagine più vera di me e allora nei miei giorni a volte scontati a volte impensabili io so per certo, lo so qui e ora, che il mio specchio sei tu e che nella tua anima scavata dai dubbi il riflesso che vedo sono io tutto intero, a volte fa paura ma è come trovarsi e scoprirsi e il senso della vita sta tutto qui.
io che uso troppo spesso certe parole e certe forme – il senso della vita – e so che questo è stancante per chi ne scrive per chi ne legge ma lasciatemi passare vi prego questa ridondanza inquieta poiché per chi non possiede la consolazione nitida della fede è veramente difficile camminare col peso delle domande che si moltiplicano insieme agli anni, certe volte è impossibile allora non resta che fermarsi un momento e cercare aiuto in te nelle tue stesse domande nella luna che piomba al centro del cielo nelle lontananze profonde di qualsiasi stella o pianeta ché loro hanno i cammini già scritti, quaggiù ci sforziamo da sempre a prevedere il corso delle cose e a scrivere il cammino dell’universo.
io che ho voglia di invecchiare con te e ritrovarti accanto ad ogni mio risveglio.
io che cresco ma è inutile, non riesco ad accumulare alcun tipo saggezza eppure a volte penso sia un bene ché è solo così che riesco a non perdere mai la curiosità dei giorni che stanno davanti.
io che
oggi sono munito a sufficienza della infelicità tenera e diffusa che accompagna un compleanno e per questo vi chiedo di concedere ai miei trentotto anni di potersi ricordare con la consueta cerebralità impegnativa, che proprio oggi a scrivere di pancia non riesco.
Auguri a me e alla mia inguaribile follia.
postato da giuseppemauro, 10:39 | link | commenti (7)
domenica, 06 novembre 2005
NUVOLE
Ma ci vedi mai, noi insieme, a tormentarci di nascosto sopra le nuvole?
postato da giuseppemauro, 22:44 | link | commenti
sabato, 05 novembre 2005
Domani presso la Galleria Ricci Oddi di Piacenza c'è Matteo B. Bianchi che ha scritto un racconto sul dipinto Occhi neri di Giacomo Grosso e lo legge alle 10:30 (anche undici meno un quarto). Chi volesse venire, venisse.
postato da gabrieledadati, 09:15 | link | commenti
venerdì, 04 novembre 2005
ALLO SPECCHIO
Ragazzo, quand'è che impari a dare una dimensione - una qualsiasi - alle cose?
postato da giuseppemauro, 14:14 | link | commenti (1)
giovedì, 03 novembre 2005
Mia cugina è appena tornata dalla California. E ha aperto un blog dove ha messo le foto più belle che ha scattato. Alcune a me piacciono un mucchio. L'indirizzo è: www.saralilithmyexpressions.blogspot.com.
postato da gabrieledadati, 19:05 | link | commenti (3)
ATTESE (PENSIERI DIVERSI)
I pensieri in circolo si scontrano l’uno con l’altro. Prepotenti. O meglio, alcuni tra essi appaiono più determinati, si fanno forti della logica, dell’evidenza di un contesto, delle impossibilità. Traggono nutrimento dalla razionalità. Che poi questa dovrebbe essere una condizione normale, visto che si tratta di pensieri. Eppure, nella baraonda elettrica che mi agita le acque della mente, si muovono pensieri diversi. Più dimessi, all’apparenza. Composti nel loro formarsi, nel restare nascosti in un angolo stretto lasciato libero dall’invadenza della ragione. Nel cercarsi la strada che porta diritta all’anima. Perchè poi è lì che questi pensieri trovano la propria dimensione ideale: nei colori sempreverdi dell’anima. Come fossero in esilio, a pensarci bene.
Finché si sta nella mente, si lotta. Avviene che i pensieri prepotenti e razionali si prendano gran parte dello spazio disponibile, spingendo via tutto ciò che appare incoerente, non in linea con le cose. E’ una specie di dittatura intollerante. Non sono ammesse deviazioni, niente trasgressioni alle regole scritte e definite negli anni che ci hanno portato al presente, nessuna concessione alla curiosità e alle consapevolezze create dall’illogico. Allora i pensieri diversi, quelli ribelli, si difendono come possono ma alla fine soccombono. Lasciano spazio. Si arrendono alla potenza della ragione. Però, non per questo spariscono.
Al confino nelle pieghe più oscure della mente, in qualche sinapsi sovversiva sfuggita alle ronde della ragione, o finalmente a ritrovarsi nella pienezza dell’anima, lì dove la logica non è sempre benvenuta, i pensieri diversi restano tutti interi. Bussano con la loro forza – che a ben guardare è ben più grande di quella ostentata dagli altri – ovunque possono. Alle porte del mattino. Nello sguardo che si alza senza motivi verso il cielo. Negli occhi che cercano il mare. Sull’uscio della notte. Nelle mani che si stringono insieme. Nel cuore che sobbalza di matto proprio dentro i ricordi.
Ecco, questi pensieri vivono di attesa. Infiniti di pazienza contro un oceano smarginato di insofferenze e di idee che muoiono rapide come le certezze che le sostengono, loro aspettano. Sanno farlo. E non è che nel frattempo restino muti, no. Il loro bussare è costante, discreto ma continuo. Breve e intenso come quella che dicono sia la felicità. Efficace nel seminare dubbi e nell’incrinare con decisione le mura granitiche della ragione. Certe volte sconfiggendola, talaltre contentandosi di metterla in crisi, lasciandola senza forza. Aspettano, imponendomi di dare un senso alle attese.
E in ciascuno di questi pensieri diversi, nell’energia indomabile che li tiene insieme, nella pazienza che si giova delle scintille di felicità angosciosa che mi tormentano veloci l’anima, nel desiderio e nella paura di eternità che mi sconvolgono, nel morire delle certezze che desertifica periodico il mio mondo irrimediabilmente inquieto – in tutto questo e nel mio mondo più vero –
tu ci sei.
postato da giuseppemauro, 11:17 | link | commenti (7)
mercoledì, 02 novembre 2005
Oggi sono 30 anni che è stato ammazzato Pier Paolo Pasolini. Ce l'hanno ricordato in queste settimane i libri usciti, gli speciali televisivi e quant'altro. Ma forse per la fretta di bruciare la notizia s'è già detto troppo. Così alcuni quotidiani oggi non dicono più niente. Ho preso in mano: Corriere della sera, che non dice niente; Il Giornale, che non dice niente; il Manifesto, che invece dedica quattro pagine (di foto: le parole le andremo a prendere da qualche altra parte); Avvenire, che dedica una pagina (la cosa in assoluto migliore che ho preso in mano: Pasolini trattato da un certo punto di vista unitario e con qualità). Se qualcuno può dirmi cosa succede sugli altri quotidiani, mi fa un piacere.
postato da gabrieledadati, 13:51 | link | commenti (2)
martedì, 01 novembre 2005
IL VENTISETTESIMO ANNO Quando ero al liceo, all'ultimo banco, Giacomo ed io parlavamo spesso di calcio. Giacomo era un attaccante eccellente, io non ero nulla, ma pazienza. Lui milanista e io juventino, o anche lui genoano e io cesenate. In ogni caso Giacomo diceva: un giocatore fino a ventisei anni è un giovane, dai ventotto in su è maturo e si avvia al declino. Insomma, al centro della sua carriera è il ventisettesimo anno di vita. Naturalmente Giacomo aveva ed ha ragione, facendo passare nomi e date all'epoca ci eravamo convinti che fosse proprio così. Ora: esce da minimumfax il nuovo libro del bravo Marco Mancassola, con fotografie del bravo Pierantonio Tanzola. Si chiama proprio Il ventisettesimo anno, e se parla di tutt'altro parla anche di questo: superare una certa età, essere più grandi del proprio fratello grande che a quest'età se n'è andato. Siccome si tratta di un bel libretto e le cose belle fanno sempre bene, mi sento di consigliarlo a me stesso, a Giacomo e a tutti quelli che avranno voglia di leggerlo.
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