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sabato, 31 dicembre 2005
Allora: cercate di non prendere freddo, di non ingerire cose che poi vi costringano poi ad avere male alla pancia, di non avvicinare le mani o il volto a pedardi inesplosi, di baciarvi sotto il vischio, di mangiare o le lenticchie o l'uva o entrambe, di non scivolare soprea lastre di ghiaccio e di non essere imprudenti alla guida. Anche Giuseppe e io cercheremo di fare più o meno queste stesse cose. Buon anno.
postato da gabrieledadati, 16:16 | link | commenti (1)
venerdì, 30 dicembre 2005
AUGURI
E allora, che possiate attraversare tutto il prossimo anno a mente e cuore lucidi e pieni evitando che sia lui a attraversare voi.
Buon anno, insomma.
Io, per parte mia, oggi mi regalo il libro che vedete di sotto: trovo lei assolutamente straordinaria.
A presto.

postato da giuseppemauro, 09:24 | link | commenti
mercoledì, 28 dicembre 2005
C'è un discorso, tra gli altri, che mi fa totalmente incazzare. Ed è questo, in soldoni: "si sa, in questo ambito si procede solo per raccomandazioni". L'ambito può essere qualsiasi (il discorso contro cui mi sono scontrato io tre giorni fa aveva come ambito l'arte). Insomma, le posizioni sarebbero già tutte prese. - Tre giorni fa ho provato a ribattere: ma io qualche cosa sto cercando di farla e non ho mai conosciuto nessuno. Risposte (due diverse in due momenti diversi): 1) ma tu stai a lavorare da mattina a sera; 2) all'inizio non conoscevi nessuno, ma adesso qualcuno conosci e ti aiuta.
Allora sono andato ancora più in bestia (anche se sono stato zitto). 1) è ovvio, bisogna lavorare, spesso a vuoto, spesso solo per migliore la tecnica e poi buttando via il risultato, spesso gratis, spesso non pretendendo che il lavoro venga all'istante riconosciuto. Bisogna lavorare, altrimenti come si fa anche solo a produrre un qualsiasi manufatto?; 2) le persone che adesso conosco (davvero quattro gatti) non le ho conosciute mai tramite entrature (i miei genitori sono rispettivamente un ragioniere in pensione che lavorava per un'assicurazione agricola e una professoressa delle medie in pensione; le mie sorelle sono l'una maestra elementare e l'altra contabile in una ditta), ma perché ho proposto del lavoro e queste persone lo hanno ritenuto di una certa qualità. Dal che, magari, sono nate collaborazioni, o semplicemente stima. Cosa c'è di strano? Se io avessi 60 anni, fossi un editore importante e uno sconosciuto mi proponesse buoni testi, be', poi ci conosceremmo e lui potrebbe dire "conosco il tal editore".
Penso sempre agli esempi incontrati negli anni, persone senza entrature che qualche cosa l'hanno pur fatta: ad esempio Marco Nardini che ha lavorato due anni a Semi di fico d'India prima di riuscire a portare a termine il progetto, senza conoscere prima né editori né scrittori; ad esempio Gianluca Morozzi che ha iniziato a mandare in giro i suoi testi fino a che ha trovato un editore e un pubblico; ad esempio Stefano Fugazza, che viene da una famiglia poverissima ed è attualmente uno dei più importanti storici dell'arte italiani; Aldo Nove, orfano dall'adolescenza di entrambi i genitori che all'università curava gli anziani e faceva fotocopie per mantenersi. Ecc. ecc. ecc.
Sì, le raccomandazioni ci sono, occupano la maggioranza delle posizioni, ma qualche varco resta. Il fatto è che non bisogna pretendere di avere accesso a un varco: esiste sempre la possibilità che non abbiamo talento e voglia di lavorare quanto basta. Bisogna provare, provare e provare.
postato da gabrieledadati, 14:25 | link | commenti
domenica, 25 dicembre 2005
NATALE AL CASELLO
Anche stanotte, come spessissimo, ho preso l'autostrada, sono andato e tornato. Siccome, storicamente, non c'è un casellante uno che mi saluti, ieri all'andata ho provato a dire, al posto che "buonasera", "auguri". Niente.
Al ritorno, al momento di porgere il biglietto, lo stesso m'è volato via. Sono dovuto scendere dall'auto incastrato come una sardina tra fiancata e casello, incunearmi, piegarmi, recuperarlo e alla fine porgerlo alla casellante. Ci abbiamo riso su, tornato in auto le ho dato le monetine e ho scherzato sul fatto che le avrei fatte cadere. Insomma: c'era un certo rapporto cordiale tra noi. Prima di ripartire le ho detto quindi "auguri". Niente.
postato da gabrieledadati, 10:40 | link | commenti
sabato, 24 dicembre 2005
NATALE
Laici o no, auguri anche da me. Non tanto di felicità, poichè credo che essa - in fondo - non esista poi più di tanto. O meglio, quando arriva si rivela illusoria e comunque fugace. Le felicità sono flash improvvisi, inaspettati, forse allora un buon compromesso sta nell'augurarsi che la vita sia piena di questi flash, diffusi e anche dolorosi. Lo sapete, nella mia pesantezza endemica io non riesco a immaginare felicità senza dolore, per quanto ci provi non riesco. Onde per cui la quale eccetera, augurare felicità significa per me augurare anche dolore: perciò non lo faccio.
Auguro invece pace, interna e esterna, che piombi come una specie di cappa senza peso. Quietezza serena. Apatia operosa.
Vi auguro di sentirvi bene, insomma, e di potervi permettere il lusso di confessarlo a voi stessi.
Di mio, mi auguro la stessa cosa, in aggiunta ad altre cose più complicate che però tengo per me. Anche perchè non basta un Natale perchè esse si avverino o mi raggiungano.
Auguri a tutti!
postato da giuseppemauro, 12:44 | link | commenti (1)
INTANTO AUGURI
Intanto, auguri a tutti. L'altro ieri ho incontrato una persona che me li ha fatti e poi ha aggiunto "rigorosamente laici". Immagino che se uno li vuole laici, se li può prendere laici: di fatto, sono sempre lo stesso tipo di auguri, e cioè auguri di felicità. Ecco, io mi auguro che siamo tutti felici il più possibile. E soprattutto ci rendiate conto di esserlo. Di mio ho ricevuto finora quattro regali graditissimi: Pierantonio Tanzola, che ringrazio, mi ha mandato una sua piccola xilografia intitolata Neppure quando è notte; Teodoro Cotugno una sua incisione, e ringrazio anche lui; poi il quotidiano Libertà ha deciso di pagarmi per un po' di articoli scritti negli ultimi mesi, e ringrazio perché non riesco mai a dare per scontata la cosa (ma finora è andata bene); da ultimo, ho potuto passare la serata di ieri con un amico carissimo che causa suoi frequenti e prolungati soggiorni all'estero posso vedere poco, e anche di questo ringrazio.
postato da gabrieledadati, 12:21 | link | commenti (1)
venerdì, 23 dicembre 2005
MI FIDO DI TE (*)
Certi tempi scorrono surreali, ricomposti ordinatamente in mezzo ai giorni tutti uguali. Capovolgono i sensi, restringono il campo delle ipotesi, fanno a pugni con gli anni trascorsi e ne scoprono le facce nascoste. L’impensabile diventa consuetudine, rovesciando i termini della questione. Le carte si mischiano senza scopo, evitare l’usura del dorso diventa ragione di vita. Non c’è un tempo di inizio, figurarsi se si trova un confine da attraversare: tutto diventa salsa da vendere per strada senza etichetta di origine né ingredienti da scegliere.
Dolce e salato, antico e futuro, tutto infilato a forza nella stessa melma, sotto la pioggia che scivola leggera rimescolando il mondo.
Case di pane, riunioni di rane vecchie che ballano nelle cadillac muscoli d'oro, corone d'alloro canzoni d'amore per bimbi col frack musica seria, luce che varia pioggia che cade, vita che scorre cani randagi, cammelli e re magi
Lampi di luce, al collo una croce la dea dell'amore si muove nei jeans culi e catene, assassini per bene la radio si accende su un pezzo funky teste fasciate, ferite curate l'affitto del sole si paga in anticipo prego arcobaleno, più per meno meno
In certi tempi che scorrono surreali, vanno cose che sono come domande affilate. Sono momenti che piombano sulla vita con la potenza di un pensiero fisso, a volte sembianti d’ossessione. Sono giorni che calano in fretta regalando stasi apatiche senza risveglio. Sono intervalli di sogni che non sanno capire né comprendere, ricominciando ogni volta a morire.
Sono quello che sono, resta il fatto che fanno male. Molto male.
Eppure, non posso impedirmi di subirne la malìa prepotente e sapida di vita. Resto lì, sdraiato sull’angolo del burrone che strapiomba a cercare con gli occhi il punto di caduta o i metri di volo che stanno in mezzo. Resto lì sdraiato e tu mi sei distesa al fianco, lo so senza bisogno di voltarmi. Guardi giù, pensando e ascoltando le stesse identiche scariche che viaggiano in fondo e nel flusso di pensieri scambiati. Guardi giù, nel gorgo in cui ammontiamo i pezzi di vita da scartare per poterci alzare e correre a riprendere il porto in cui siamo arrivati, trovare la nave nuova che abbiamo bisogno del mare, la nave nuova che quelle con cui siamo giunti al burrone non bastano più.
Sei lì e lo so senza guardare, sento la tua presenza e mi basta. So che non mi spingerai giù, sai che non lo farò io.
Perchè fidarmi di te è un cammino facile tutte le volte che ti scavo l’anima negli occhi.
Perchè fidarci di noi è simbiosi empatica logicamente naturale e non ci sono altre persone nel mondo con cui staremmo distesi sull’uscio di un burrone.
forse fa male eppure mi va di stare collegato di vivere di un fiato di stendermi sopra al burrone di guardare giù la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare mi fido di te io mi fido di te ehi mi fido di te cosa sei disposto a perdere
Ci si sveglia dalla recita della vita che è già sera, a volte. Confusi e storditi, pronti a urlare al mondo la collera che gli è dovuta. Non c’è tempo per riprendersi la realtà, allora, studiarsi il tempo e gli occhi allo specchio per capire chi siamo. Ricordiamo il tempo lasciato nel cestino dei ricordi e scivoliamo nell’oblio, lasciando che la rabbia sfumi nel pensiero ultimo: Abbiamo vissuto senza farlo, perchè noi non c’eravamo.
Certe volte succede invece che il sole o la tempesta spacchino le tavole del palcoscenico nel mezzo di un pomeriggio finto, noi solitamente attori in attesa di risveglio. Succede allora che dal palcoscenico si cada proprio nel centro del mondo, lì dove possiamo ritrovarci, a volte trovarci (perchè accade, a volte, di recitare fin dalla propria nascita). Ci riconosciamo e è quello il sintomo più estremo e reale della felicità.
Io credo che la felicità sia nell’essere se stessi o nel somigliarsi il più possibile.
Certe volte ancora, nei casi più assurdi, nel centro del mondo dove cadiamo c’è qualcuno precipitato lì un momento prima o che magari cadrà un istante dopo: con quella persona, risvegliata dal sole o della tempesta e tirata via da una recita tutta diversa ma pur sempre uguale, sembra ancora più facile e necessario comprenderci. Il nostro riflesso nello specchio dei suoi occhi è uguale a noi.
Lì, in quel momento, due vite si incastrano ricomponendo le facce di una qualsiasi luna del sistema solare o universale: si tratta di un fenomeno cosmicamente rilevante pure se non rilevabile dagli strumenti comuni di osservazione.
Lì, in quel momento, la recita è finita la vita comincia: io sono felice davvero.
rabbia stupore la parte l'attore dottore che sintomi ha la felicità evoluzione il cielo in prigione questa non è un'esercitazione forza e coraggio la sete il miraggio la luna nell'altra metà lupi in agguato il peggio è passato
Sei lì e lo so senza guardare, sento la tua presenza e mi basta. So che non mi spingerai giù, sai che non lo farò io.
Resto collegato a te come fossimo gemelli di vita, stelle discordi pronte a implodere insieme. Resto incantato a fissare il vuoto del burrone in cui perdiamo cose che ci azzerano la vita ma che disegnano i confini di quella nostra. Cancello un mondo per dipingerne uno nuovo aspettando che tu scelga certi colori e l’intensità dei tratti e la dimensione dei vuoti da riempire; per la tua parte.
Perchè fidarmi di te è un cammino facile tutte le volte che ti scavo l’anima negli occhi.
Perchè ti amo, pure se il limite delle parole non rende giustizia alle cose che ti riguardano e che mi abitano dentro.
forse fa male eppure mi va di stare collegato di vivere di un fiato di stendermi sopra al burrone di guardare giù la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare mi fido di te io mi fido di te ehi mi fido di te cosa sei disposto a perdere
(*) Mi fido di te è di Lorenzo Cherubini Jovanotti – Buon Sangue - 2005
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STAMPE SU TELA!
Se vi manca ancora l'ultimo regalo per Natale... Se non vi manca ma volete farne uno per Capodanno... Se non vi piacciono i regali ma avete qualche soldo... Se anche solo avete buon gusto... be', allora andate su www.m-p-d.com e andate pure a vedere questi complementi d'arredamento realizzati in collaborazione con vari giovani artisti italiani. Tra i figurativi non vi sfuggirà forse Davide Corona, già autore di una copertina per la rivista Fernandel e per il libro di Sepp Mall (sempre edito Fernandel), oltre che per un libro Nephos, e poi autore di fumetti, pittore presente a varie collettive (la prossima, importante, a Palazzo Te a Mantova, sul tema del lavoro, realizzata dalla Cgil: girerà poi un po' per la Lombardia). Unica nota di demerito (a mpd, non a Davide): usano un pezzettino del mio testo comparso su Fernandel senza citare l'autore. Male, male, male! (Ma il sito visitatelo lo stesso, poi li aggiusto io).
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giovedì, 22 dicembre 2005
ANCORA FANTASMI
Eccoli qui, sul sito della catena Feltrinelli.
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mercoledì, 21 dicembre 2005
OLIO DI GOMITO
E' disponibile on line (formato pdf) il nuovo numero della fanzine Olio di gomito diretta da Alberto Ghiraldo. Questa volta è dedicata alla sf e c'è su un mio raccontino che non fa neanche finta di essere sf (cì, c'è dentro un alienino piccolopiccolo, ma è poco per dirla di sf). La fanzine mi sembra bella e impaginata super bene. Per scaricarla si può schiacciare qui. Il mio raccontino è il seguente:
Ometto verde
Mauro aprì gli occhi, non riuscì a credere di aver visto bene, li stropicciò e siccome quello che aveva visto era ancora lì li richiuse con buona pace. Cinque minuti dopo, quando li aprì per la seconda volta, l'ometto verde continuava ad esserci. Basso, magretto, sorridente. Anche Mauro era basso, magretto e sorridente: un bambino di otto anni. L'ometto verde, con tutta evidenza, era un alieno.
“Ciao”, disse Mauro. “Xyhhh”, rispose quello. “Capito”, fece ancora Mauro: “mica resto in pigiama. Adesso mi vesto.”
Saltò fuori dal letto e a momenti non cadde per terra. Non si sentiva granché bene. Si mise i pantaloni, la camicia e il maglioncino blu. “Io devo andare in bagno. Cosa fai, vieni anche tu?”
“Wwh yyhhhooo.”
Così andarono in bagno. Mauro come sempre fece finta di lavarsi e invece si sciacquò appena. “E tu ti sei lavato stamattina?”. “Ffjjh Wyhhgoo f gtty”. “Come mangiare il sapone!, mica si mangia il sapone!” Ma pensando che l'alieno non scherzasse lo tirò fuori dal bagno prima che lo facesse sul serio. “Comunque io mi chiamo Mauro.” “Ttgghh frrri.” “Sì, anch'io come il nonno.”
Mauro ci pensò su un minuto buono, poi si rassegnò perché era l'unica cosa da fare: chiese all'alieno se veniva in cucina a fare colazione. Mentre scendevano le scale Mauro si sentì di nuovo poco bene.
In cucina la mamma era di spalle che finiva di mettere la marmellata sul pane. Quando si voltò e vide l'ometto verde chiese: “E questo chi è?, un tuo amico?” Prima che Mauro potesse rispondere l'alieno si intromise: “Ddrr thuvvv rft eeeho.”
“Non si capisce niente. Ma si può sapere quanti albanesi avete adesso in classe?”, poi aggiunse: “Comunque adesso mettetevi lì buoni e mangiate, che tra un quarto d'ora passa il pullmino della scuola.” Così i due si sedettero e mangiarono. A un certo punto la mamma guardò per bene Mauro negli occhi e disse: “Sei sicuro di sentirti bene?” e gli allungò una mano sulla fronte. “Ma scotti!”, disse.
“Forse ho preso freddo”, disse il bambino in modo diligente.
“Allora adesso te ne torni a letto e più tardi salgo con la medicina”, e poi rivolta all'ometto verde: “tu invece a scuola ci vai lo stesso.”
Cinque minuti dopo, quando Mauro era ormai tornato a letto e l'alieno era stato costretto a salire sul pullmino della scuola, la mamma si mise a riordinare la tavola e – ormai sa sola – si lasciò scappare: “Tutti questi albanesi, anche le malattie ci portano!”
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martedì, 20 dicembre 2005
Marco Nardini e - separatamente - GianMichele Lisai Senes mi segnalano questo.
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PER CHI SI TROVASSE DALLE MIE PARTI...
Mercoledì 21 dicembre: S. Maria C.V. (Caserta) Cafè Letterario Slowly, via Martucci 49, ore 20:30
Slowly Cafè - Arte Cultura e Divertimento
Invito alla presentazione di
"Laureande sull'orlo di una crisi di nervi" di Eliselle

postato da giuseppemauro, 14:37 | link | commenti
lunedì, 19 dicembre 2005
URSS
Io una t-shirt con stella e scritta CCCP ce l'ho, bellissima. Che faccio, vado a venderla in Russia?
http://www.repubblica.it/2005/l/sezioni/esteri/urssnost/urssnost/urssnost.html
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mercoledì, 14 dicembre 2005
Galleria RICCI ODDI di Piacenza
Il ventisettesimo anno: presentazione del libro Venerdì 16 Dicembre alle ore 17:00
Presso l’aula didattica G. Sidoli
Presentazione del libro Il ventisettesimo anno. Due racconti sul sopravvivere
Libro di Marco Mancassola Fotografie di Pierantonio Tanzola
Edizione Minimum Fax 2005
Intervengono, oltre agli autori: Stefano Fugazza Gabriele Dadati
postato da gabrieledadati, 14:30 | link | commenti
martedì, 13 dicembre 2005
IL VIAGGIO
Io poi ho una vera e propria fissazione riguardo al viaggio, alla sua potenza metaforica e evocativa. Ci ho fatto un libro, ci scrivo pezzi qui dentro, ci leggo cose. Non è certo un atteggiamento infrequente, i parallelismi che esistono tra la vita e il viaggio sono forse quelli più facili, sicuramente i più veri, i più carichi di analogie.
La vita è un viaggio.
Eppure, questa è una conclusione troppo semplice per non metterla in discussione. Io, almeno, sento il bisogno di farlo.
E marzullescamente mi dico, ma la vita è un viaggio o i viaggi aiutano a vivere meglio?
E’ questa la domanda.
Se guardiamo all’uomo – uomo animale evoluto nella capacità di pensare farsi domande risolvere questioni chiedersi chi è inventare sistemi e poi oltre – come inevitabilmente preda della sindrome da Ulisse, la domanda ha una risposta ovvia: la vita è un viaggio. Ovvero il senso della vita sta nel viaggio stesso, nei giorni che vanno e vengono con compostezza esasperante e noi a camminarci dentro. Senza mete, come dire, topiche. Senza porti in cui fermarsi privi finalmente della necessità impellente di ripartire. Senza traguardi finali.
Il senso sta nel camminare e noi andiamo.
Eppure, questo non assomiglia forse a un vagare a vuoto, magari in circolo sulle cose? E un viaggio senza mete che siano punti fermi, certezze solide in cui riposare senza tempi prestabiliti, non rischia di privare di senso e di motivi fondanti il camminare e – dunque – la vita stessa?
Allora: perchè si viaggia?
Se il senso sta nel camminare, questa è una domanda inutile.
Se ci diciamo invece che i viaggi aiutano a vivere meglio, dobbiamo domandarci perchè.
Ho scritto una volta che ci sono momenti della vita in cui ci si aggrappa alle cose. Per dirla in altro modo, le cose diventano mete ma senza la capacità di esserlo. Le cose sono palliativi che possono sostenerci in certi momenti in cui le ragioni vengono meno, appigli temporanei da utilizzare per risalire oltre il pelo dell’acqua della vita, o buoni – al limite – quando ne abbiamo abbastanza di emozioni e allora persino il nulla che sta dentro a esse va bene, si sposa perfetto col nulla che sta dentro di noi.
Ma le cose non sono ragioni, perciò non possono essere mete.
Perchè si viaggia?
Bè, la mia personalissima risposta è che il senso del camminare stia nella ricerca di un buon compagno di viaggio. Questa ricerca resta, il più delle volte resta, senza risultato e è proprio questo a impedirci di fermarci troppo a lungo in un posto, noi crediamo di aver raggiunto il porto giusto e invece non è così: allora si riparte. Senza equipaggio, da soli, piantati sulla tolda e stretti al timone.
Eppure, quel compagno è necessario e noi continuiamo a cercarlo. A volte illudendoci che il senso stia in quella prora che rompe le onde, davanti solo il mare, per dissimulare la rabbia e l’amarezza della nostra ricerca frustrata.
Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai.
Potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai
De Gregori, 1996
Ci sono milioni di porti che illuminano la costa, quando decidiamo di lasciare il mare per un po’.
Di quei milioni di porti, talvolta ne scegliamo uno perchè siamo stanchi di andare e le lucine che salgono al cielo da lì danno riflessi strani alle nuvole e pensieri nuovi nella testa, noi pensiamo che quello è il porto giusto. Ancorati nella baia, restiamo fermi in caccia di segnali di conferma. A volte ci fermiamo tanto da pensare che lo faremo per sempre, fino al momento in cui i gabbiani sghembi fermi sul vento o i riverberi sulle onde ci dicono che è ora di andare, il porto non era quello c’è da riprendere il mare il cammino il viaggio.
Perchè poi
Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Baricco, 1994
il senso sta lì: trovare casa. Un compagno o una compagna di viaggio con cui trovare casa o costruirsela. Un modo di morire.
Succede - succede a volte - che in quei porti tra cui siamo sovente condannati a vagare per l’intera esistenza si trovi qualcuno che ha ancorato lì la propria nave per le stesse ragioni: cercare. Succede che quel compagno di viaggio, istintivamente, ci faccia sentire più veri, e con ciò intendo più somiglianti all’idea che abbiamo di noi stessi. Con quella persona, ci sentiamo noi. Ci sentiamo a casa. Naturalmente propensi a restare, la salsedine nel cuore per sempre ma il desiderio di stare. La libertà di decidere magari se prendersi ancora il mare ma finalmente non da soli.
Due buoni compagni di viaggio non si inventano, ma la ricerca è fatica è viaggio è curiosità di andare.
Due buoni compagni di viaggio cercano terra per farne casa e posto in cui stare.
La meta.
Andare ancora insieme ma con una casa a aspettare e la voglia di tornarci.
Io credo che il senso del viaggio stia tutto qui.
postato da giuseppemauro, 13:39 | link | commenti
lunedì, 12 dicembre 2005
FINESTRA
Mi piace guardare fuori dalla finestra quando le nuvole, gonfie di corsa in un cielo che si sforza di restare azzurro, si fanno più grandi della città che vive di sotto.
postato da giuseppemauro, 17:10 | link | commenti
domenica, 11 dicembre 2005
Qualcosa su cui sto lavorando
Giulio III, nella sua vigna fecesi sedere Michelangelo allato, buona pezza ragionando, stando in piedi Cardinali e Vescovi, ed altri cortigiani. Eppur Giulio era principe curante solo de' piaceri.
Francesco de' Medici in Roma essendo visitato da Michelangelo si alzò in piedi; e lui ricusante fece sedere nella propria sedia, onde si era egli levato; e stette con riverente in piedi ad ascoltarlo.
Quando Michelangelo andò a visitare Carlo V, questi si rizzò, dicendo che degl'Imperatori se ne trovano degli altri, de' suoi pari nò. - Carlo V, ch'era sì fiero co' principi, che altri ne imprigionava, altri ne condannava nella testa ec.
postato da gabrieledadati, 10:54 | link | commenti
venerdì, 09 dicembre 2005
Il carlino è uno dei cani più brutti che si possano immaginare (mia sorella Sabrina ne ha desiderato a lungo uno). E' piccolo, ha gli occhi sporgenti, la pelle sovrabbondante. Se non stai attento e lo accarezzi con troppa foga nella direzione testa-coda, la pelle si tira e gli occhi saltano fuori dalle orbite. Può succedere. - Me l'ha detto l'altro giorno Silvia e ho riso venti minuti.

postato da gabrieledadati, 12:35 | link | commenti (1)
giovedì, 08 dicembre 2005
FINO ALLA FINE
fino alla fine fino a che si può e fino al confine fino all'ultimo fino alla fine del tempo fino a che ce n'è ancora un po' e fino alla fine di tutto fino a allora tu tienimi con te
Tienimi con te – Baglioni, 2003
postato da giuseppemauro, 20:48 | link | commenti
LENNON
Nella stanza abbiamo visto subito il corpo di un uomo senz’abiti dentro una cassa di legno che era al centro del pavimento e a fianco stava un altro uomo inginocchiato a guardarlo. Il corpo steso nella bara aveva una candela fissa nell’ombelico che lo rischiarava, e tutt’attorno non c’erano altre fonti d’illuminazione. “Christo!”, ha detto Iannis minacciosamente all’uomo accovacciato: “come fai a scappare sempre?” L’uomo magrissimo accovacciato – [di nuovo il volume della voce si abbassa] solo in quel momento ho capito lucidamente che l’altro era morto, chissà perché non prima. Così ho cercato conforto negli occhi di Franco – l’uomo magrissimo ha indicato la bara e ha chiesto: “Perché hanno ucciso John Lennon?” Iannis gli ha sorriso e si è girato verso di noi. “Christo scappa sempre, non si sa come, però è inoffensivo. È qui dal dicembre del 1980, ce l’han mandato per Natale, giusto due settimane dopo che avevano sparato a Lennon”, poi si volta nuovamente a Christo. “Sei stato il nostro regalo di Natale, eh?” “Perché hanno ucciso John Lennon?”, risponde Christo. Iannis torna a noi e ci spiega che Christo scappa sempre e viene qui nello stanzettino dei morti, li spoglia e li guarda. “Penso che cerchi i colpi di pistola, o non lo so. Qualcosa del genere comunque, perché quando lo pesco qui parla sempre di Lennon, chiede perché l’hanno ucciso e non si allontana molto. Le candele Dio solo sa dove le va a prendere, ma è così bravo a scappare che c’è da stupirsi che non prenda altro nelle sue scorribande per l’isola. Torna sempre.” [Un paio di colpi di tosse piuttosto secchi.]
Quando Iannis ha detto che li spoglia Franco ed io abbiamo subito rintracciato con gli occhi il mucchietto degli stracci sul pavimento accanto alla cassa. “E mette sempre una candela nell’ombelico?” ha chiesto Franco. Iannis ha coinvolto di nuovo Christo. “Glielo vuoi dire?” Christo dondolava sulle caviglie accovacciato come un bimbo. Ha alzato gli occhi e si è dato alla tempia una gran manata di piatto. “Come il Buonarroti!, faccio come il Buonarotti! Quello a notte metteva la candela ardente per studiare l’anatomia!” “Ha fatto l’Accademia ad Atene quand’era giovane,” riprende Iannis: “era riuscito un bravo pittore, mi hanno detto, anche se per vivere faceva un altro lavoro, qualsiasi”, ci ha spiegato. Poi è andato avanti dicendo che forse non era solo per cercare Lennon morto che andava nella stanzina, forse davvero s’era rimesso a studiare l’anatomia come il Buonarroti. “Poi vai a dormire però” ha detto ancora il guardiano al matto che faceva sìsì ripetutamente con la testa. Ci siamo tirati dietro la porta e quando siamo stati di nuovo in corridoio Franco ha chiesto perché non lo riportavamo nel suo padiglione a dormire. Iannis si è stretto nelle spalle e ha detto “Che male fa?”
[dal racconto inedito Leros, il secondo di Sorvegliato dai fantasmi in uscita a febbraio per peQuod]
postato da gabrieledadati, 09:38 | link | commenti
martedì, 06 dicembre 2005
RASSEGNATA RASSEGNA STAMPA
Come se non bastasse la lunga serie di interviste a critici paludati sul Corriere della Sera, oggi La stampa ne pubblica una allo scrittore e critico Dominique Fernandez che dice come al solito: oggi in Italia non ci sono più scrittori (qualche minimo interesse per Ammaniti, Nove e Scarpa), e poi che bello quando c'erano Pasolini e Calvino ed eravamo tutti giovani ecc ecc. Insomma: quello che si sente dire un po' da ogni parte, ormai da troppo tempo. Singolare notare come citi insieme come esempi eccellenti Pasolini, Calvino, Moravia e Morante, cioé scrittori che non sono assolutamente allo stesso livello (Moravia e Calvino, spiace dirlo, non sono a livello di Morante e Pasolini). Giustamente bacchetta Eco (che è senza passione), ma poi dice male anche di Tabucchi e Busi (li ha letti i primi romanzi di Busi?) per salvare Erri De Luca (che è bravo, intendiamoci: ma non è il solo). Ricorda, grazie a Dio, Sciascia e Tozzi. Per quel che riguarda la letteratura di casa sua, attacca Houellebecq (ma allora cosa si legge a casa Fernandez?) Dall'altra parte cola un po' a picco anche l'Unità, come ormai da tempo. In prima pagina, riporta una frase dell'abiura di Galileo Galilei (con grossolana polemica anticlericale), e nella stessa prima pagina ha per l'ennesima volta il riquadro pubblicitario delle Cronache di Narnia di Lewis, autore per eccellenza cattolico, che fonda tutto il suo immaginario sull'immaginario di fede. Ma se Mondadori paga non c'è differenza tra l'ultimo giallo di Sandrone Dazieri (che comprerò e gusterò a Natale) e il libro più poderoso dell'autore delle Lettere di Berlicche (che ogni ciellino ha letto e tiene sul comodino). Ma da tempo non è più tempo di ideologie, si sa, su nessun quotidiano. Scusate gli sfoghi, ma è un periodo così.
postato da gabrieledadati, 13:52 | link | commenti
LIMBO
Mi ha colpito questa storia della prossima probabile esclusione del Limbo dai luoghi ultraterreni certi secondo la Chiesa.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Dicembre-2005/art74.html
Non so, il fatto è che un tempo io mi figuravo che in quel luogo viaggiassero, oltre ai bambini privi di battesimo, personaggi che rappresentano in buona parte quanto di meglio il mondo sia stato capace di produrre. E quindi immaginavo filosofi greci a braccetto con i cinesi e i deisti francesi a discorrere del tempo e della gente di sotto, dei viaggi sulla luna o delle highway americane, di berlusconi o del muro del pianto. Immaginavo quel posto come una specie di grande piazza in cui le menti che hanno attraversato i millenni, cambiando nel profondo il modo di essere del loro tempo e di quelli a venire, proteggessero ancora oggi e domani quelli che pensano.
Senza ragioni precise, pur essendo piuttosto scettico sulla effettiva esistenza di Inferno e Paradiso, sapere che il Limbo non c'è più mi fa sentire un poco più solo.
Irrazionale, vero?
postato da giuseppemauro, 12:59 | link | commenti
venerdì, 02 dicembre 2005
CAMBIO
Allora, qui non si tratta di censura. Però, purtroppo, c'è un ragazzetto dell'almo collegio borromeo di pavia che si diverte parecchio a lasciare commenti idioti, ovviamente non firmandosi. Salvo lamentarsi perchè qui si censurano le opinioni (ma è un'opinione scrivere che uno ha il piercing e scrive spazzatura e poi non firmarsi?).
Allora, al ragazzetto che parla di educazione io dico: educato è colui che contesta e critica affermando innanzitutto la propria identità. E' troppo facile sparare a zero dietro una maschera da anonimo.
Se non ti va, pensami stalinista. Tanto un poco lo sono, qui lo sanno tutti.
Si potrà commentare soltanto loggandosi, da qui in poi. E mi spiace davvero.
Ma in qualche modo bisogna difendere casa dagli idioti.
postato da giuseppemauro, 22:17 | link | commenti (1)
VETRINE
La mattina, intanto che vado, cerco la mia immagine che si muove nelle vetrine. Sorrido lievemente o mi lancio contro sguardi truci. Senza fissarmi sui dettagli, osservo un poco distratto l’insieme formato dal mio corpo che si sposta nello spazio e dalle cose che si fermano intorno.
Non è vanità, o almeno non solo.
E’ che le vetrine, molto più di uno specchio da casa, sanno dirmi della forza invincibile degli anni che camminano sul viso e sui passi che mi portano altrove. Sanno dirmi della velocità con cui mi trasformo fuori e posso allora affiancarla a quella con cui cambio dentro.
Sanno dirmi del tempo, e saperne mi serve.
postato da giuseppemauro, 09:44 | link | commenti (2)
Sabato, 3 dicembre ore 11:30 presso la libreria Fahrenheit 451 a Piacenza
Brunch letterario
per la presentazione del libro
"L'anarchiste" - edizioni Aliberti
con la scrittrice Francesca Mazzucato
Introdurranno l'incontro
Stefano Fugazza (storico dell'arte) Gabriele Dadati (scrittore)
postato da gabrieledadati, 09:14 | link | commenti
giovedì, 01 dicembre 2005
E' successo di nuovo. A me il metadone, presto. Ero riuscito a disintossicarmi attraverso mesi durissimi a rota. Ma adesso si è scatenata di nuovo. E' una dipendenza. Una droga terribile. E' l'icona che apre il solitario di windows. Non riesco più a scrivere e a lavorare. Ogni otto minuti faccio una o più partite. Presto accadrà ogni cinque. E poi di continuo. E' la fine. MetadoneMetadone.
postato da gabrieledadati, 19:03 | link | commenti (2)
CASA
Ci vuole tanta di quella fatica per costruire una casa solida e vera, che alla fine del lavoro rischi di non avere forza per abitarla.
postato da giuseppemauro, 17:57 | link | commenti
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