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martedì, 31 gennaio 2006
ALTROVE
Ci sono momenti in cui mi succede di sentirmi altrove.
Sono momenti strani, quasi illeggibili. Complicati da spiegare. Magari sono lì impegnato in una discussione qualsiasi, oppure alle prese con visioni e suoni diversi e improvvisamente, nel mezzo di una frase o di un pensiero qualunque, io vado via. Meglio: una parte di me va via. C’è un pezzo di me che continua a stare nel medesimo posto impilando parole che perdono gran parte del loro interesse, diventano irrilevanti. Un’altra parte, mi verrebbe da dire: quella vera, scappa altrove. La cosa strana è che ciò di cui parlo è un altrove mentale certo, ma anche fisico. E’ un altrove in cui c’è tutto: spazio, tempo, colori, dimensioni. Un luogo quasi reale, comunque realistico, che mi accoglie benevolo le volte che ho bisogno di fuggire.
C’è il tempo, dico. In questo luogo sempre diverso, che si apre nella mente regalandomi sensazioni quasi tattili come se la mia pelle, la mia scatola corporea, si trovassero effettivamente lì, c’è un tempo differente da quello in cui mi trovo realmente (che poi resta difficile – dopo – dire quale sia la realtà). A volte è un tempo che mi precede, altre volte sta lì dietro la schiena.
Ora, potrei dire che in un caso mi trovo alle prese con percezioni, premonizioni o auspici, in una parola: sogni; potrei dire che nell’altro caso sto scivolando nei ricordi. Però tendo certamente a escludere la seconda ipotesi, il luogo in cui vado a rifugiarmi posteriormente nel tempo non mi è conosciuto, non mi è dato saperne le coordinate, so solo che sta indietro e lo so per certo. Per quanto riguarda i luoghi davanti, lì le convinzioni sono meno forti. In certi casi è difficile riuscire a vedere dove sta il confine tra un desiderio e una premonizione, tra i sogni e il semplice bisogno di fuga.
A ben vedere, il discorso vale anche per il tempo passato: se esistono momenti in cui vado altrove pur restando in parte dove sono, significa che il desiderio di fuggire prende il sopravvento sulle cose, sul presente, costringendomi a abbandonare la scena, e questo vale sia che io scappi nel futuro (vorrei succedesse questo, vorrei trovarmi qui) sia che trovi rifugio nel passato (avrei voluto succedesse questo, avrei voluto trovarmi qui).
Credo di essermi aggrovigliato nella matassa di certi pensieri scomposti che stanno componendo il mio tempo presente, mi sa che ho bisogno di andare.
Scusate, ma mi sento già altrove...
postato da giuseppemauro, 16:24 | link | commenti
mercoledì, 25 gennaio 2006
CAMBIAMENTI
E’ un periodo in cui sto ripiegato su me stesso, a riflettere.
Non è che mi capiti di rado, questa è più o meno una costante ininterrotta della mia vita. Però stavolta non c’è spazio per molto altro, certi pensieri si prendono i posti disponibili e se li prendono tutti.
Rifletto su cosa siamo a vent’anni e su come ci ritroviamo a essere a trenta e poi a quaranta. A guardarci allo specchio non sapremmo riconoscerci e non certo per le rughe in più. Ci restano un nome e un cognome da condividere con quelle persone e null’altro: noi siamo completamente diversi.
Rifletto sul valore e sulla valenza che hanno certi rapporti con le persone, tu le conosci che eri bambino e ci cresci insieme, ne rispetti le idee, il modo di parlare, i consigli e le debolezze. Loro sembrano fare lo stesso, ma è apparenza. Succedono cose in un momento che ti danno la misura esatta di come certe persone ti guardino con occhi completamente diversi da quelli che tu continui a vedere. Il fatto è che sono cambiate anch’esse e se siamo disposti a ammetterlo – e solo talvolta – per noi stessi non ci riesce così facile ammetterlo per gli altri. Comunque sia, sei costretto a cambiare pure il valore di quei rapporti e non è che questo non abbia un costo.
Rifletto sugli intrecci sciagurati del caso, sui momenti che ti trasformano la vita senza saperlo, sugli anni che si arrampicano oltre il visibile senza scopi tangibili. Se non quello di cambiarci, al solito.
Rifletto sul cambiamento.
Ecco, io penso che nonostante tutto i cambiamenti siano un valore in sé, che preparino il terreno per noi che siamo diversi da ieri e che per questo abbiamo bisogno di un’altra casa. Magari neanche ci siamo accorti di essere altri rispetto a ieri e i cambiamenti arrivano, a volte sono botte disperate e fanno male fin dentro l’anima ma stanno semplicemente assecondando il nostro essere diversi, stanno aprendo spazi, disegnando confini, preparando cieli.
E allora costa e non poco capire fino in fondo che alla soglia dei quaranta io non riesca a riconoscere ciò che ero (ma ero io?) soltanto dieci anni fa. Costa e non poco la rabbia che arriva giusto dietro alla scoperta della vera natura di sguardi che credevi uguali a sempre. Costa e non poco la consapevolezza – quella solita – che il tempo sembra avere essenzialmente il compito di cambiarci fino alla fine e null’altro.
Però il cambiamento è un valore: lui apre la strada.
Pertanto io pago e mi attrezzo a domani.
postato da giuseppemauro, 12:32 | link | commenti (1)
lunedì, 23 gennaio 2006
Sabato, un anno dalla morte di mio nonno materno. Mia nonna da allora si è trasferita in un appartamentino piccolo che basta solo per lei. Ma da allora, lo stesso, sulla cassetta delle lettere e su tutto il resto non ha rinunciato al cognome di mio nonno.
postato da gabrieledadati, 11:08 | link | commenti
giovedì, 19 gennaio 2006
GIOVEDI 19 GENNAIO 2006 I SEMI INVADONO PADOVA:
Alle ore 18:00 presentazione di Semi di fico d'India alla Libreria Feltrinelli in via San Francesco, 7. Introduce il giornalista: Ernesto Milanesi. Intervengono gli autori: Gabriele Dadati, Gian Michele Lisai Senes, Gianluca Morozzi, Marco Nardini, Paola Presciuttini.
Alle ore 20:00 Spritz con gli Autori all'Osteria Wine Bar "Re Porco" in via San Pietro, 47. A seguire, gli autori saranno ospiti del locale per la cena e resteranno a disposizione per incontrare i lettori. Parteciperanno anche: Ernesto Milanesi, giornalista, Mattia Signorini, scrittore, Marco Acciaro, illustratore, Giulia Belloni, direttrice della collana "Gli intemperanti" della casa editrice Meridiano zero, che ha pubblicato il romanzo di Paola Presciuttini Non dire il mio nome.
Nel darvi questo lieto annuncio, aggiungo anche che dal 14 febbraio chi vorrà potrà essere Sorvegliato dai fantasmi.
postato da gabrieledadati, 13:44 | link | commenti (2)
mercoledì, 18 gennaio 2006
SPAZI
Ci sono poi certi spazi, dentro cui ci muoviamo con frenesia indifferente o con la lentezza di chi ascolta se stesso o le cose intorno, che fanno più forte il senso della nostra irrilevanza. Spazi enormi, sbigottiti, succhiati dall’orizzonte oltre il quale si perdono ma solo ai nostri occhi. Perchè loro continuano a essere, incuranti di noi. Ci capitiamo in mezzo all’improvviso, perchè d'un tratto riacquistiamo - anche solo per un poco - la capacità di sgranare gli occhi o perchè c’è un angolo che li nascondeva e noi svoltiamo decisi, ritrovandoceli davanti. Senza fiato, è questa l’immagine fisica più comune in certi casi. La potenza di uno spazio smarginato, unita a quella della consapevolezza subitanea della nostra inconsistenza, tolgono capacità al respiro. Ci pare di affondare, dentro certi spazi.
Però dura poco, perchè poi ci si rende conto che è lì che si vive davvero. Il respiro torna lentamente a farsi strada dentro e fuori, recupera sincronie e logiche ritrovandone di sconosciute. Anche gli occhi si abituano alla vastità dello sguardo ritrovando compattezza e capacità prospettica. Prendendo le misure al mondo, per così dire. Si comincia a esplorare quella immensità che sta davanti e circolarmente intorno mangiandone pezzi piccoli, nicchie e sagome e asperità sottili. Fossi e alture, rivoli e terra spaccata d’arido. Ci si imbeve l’iride di colori nuovi, inattesi, che poi finiscono diretti nell’anima sfilando via i toni dei colori preesistenti. Rubandone certe essenze e trasferendole nella poderosa bellezza delle cromaticità nascenti, reinventandosi la vita. Il risultato è strabiliante, persino mortificante. Ti rendi conto che prima non c’eri, adesso sì, e che dietro le spalle c’è un bel po’ di tempo perduto; sprecato.
And I know what's been on your mind
You're afraid it's all been wasted time
Ma non c’è tempo per recriminare, nè per ripensare alle porte girevoli che abbiamo in ogni tempo attraversato scegliendo un’uscita anzichè un’altra. Siamo in uno spazio che è nuovo, stiamo imparando a respirarci, a guardarlo, a osservarne i limiti, a lasciarci sfiorare dalla sensazione acerba e assurda di certe dimensioni senza fine. Stiamo imparando.
Quello spazio però va abitato, magari costruendoci casa o lasciando che – per il tempo che serve – il tetto sia composto dalle -sfere sovrapposte che fanno il cielo. Poi casa serve, è chiaro, prima o poi piove un po’ anche negli spazi smarginati che ci fanno liberi. Però, intanto, c’è da imparare a abitarci. Starci in mezzo come elemento integrante. Viverlo. Muoversi dentro con l’euritmia necessaria. Sentirsi meno irrilevanti.
Io penso che alla fine non si riesce mai a abituarsi alla dimensione smisurata di certi spazi che mai avresti creduto possibili.
So però, lo so per certo, che in certi spazi impari davvero chi sei.
the end
E ringrazio certe strade di francia, andavo tra le nuvole enormi impiccate al cielo giusto a metà tra i miei occhi e dio. Ringrazio il ricordo che ne conservo, la sensazione incondizionata della mia statura irrisoria e bambina verso certi pensieri privi d’uscita. Ringrazio le analogie e la coerenza e la coscienza, la capacità di imparare, i dubbi senza numero, la curiosità che non si estingue, l’amore per l’attesa. Ringrazio la consapevolezza che i luoghi possono essere persone e che esistono persone che sanno essere per altri casa e spazi senza fine.
E ringrazio te, che sei indubitabilmente casa mia.
postato da giuseppemauro, 14:17 | link | commenti (4)
martedì, 17 gennaio 2006
VEDI NAPOLI...

Domani, alla libreria FNAC di Napoli in via Luca Giordano, più o meno alle 18,00, si presenta il volume che vedete qui sopra. Nelle pagine del volume si racconta di Napoli, intesa come regione. Provano a farlo Giuseppe Montesano, Antonio Pascale, Francesco Piccolo, Antonella Cilento e parecchi altri. Ci provo anch'io, con un racconto che parla del Vesuvio, del mare, della solitudine, dei piennoli, di altre cose.
Il libro va bene, il curatore Aldo Putignano mi informa che le 1.200 della prima edizione sono già esaurite e che è in stampa la seconda.
Alla FNAC, dietro il bancone grande dove si parla, in rappresentanza degli autori che (in parte) staranno comodamente seduti nelle file davanti, ci sarà Antonella Cilento. In più, ci saranno rappresntazioni sceniche dei racconti.
Insomma, se vi trovate a passare...
postato da giuseppemauro, 09:28 | link | commenti (2)
mercoledì, 11 gennaio 2006

postato da giuseppemauro, 09:34 | link | commenti
martedì, 10 gennaio 2006
Segnalo la nascita di Orepiccole.org, dove si parla (o si dovrebbe) di letteratura e arti figurative.
postato da gabrieledadati, 19:45 | link | commenti
sabato, 07 gennaio 2006
Ascolto il telegiornale. Dopo una serie di notizie più impegnative si passa a una fase di distensione con il classico servizio leggero. Nel caso: il rientro a scuola dopo le vacanze da parte degli scolari italiani, che avverrà per lo più lunedì. Dopo averne sentiti un po' (tra i più che vorrebbero rimanere a casa e i pochi che vogliono andare perché: a casa mio fratello mi tira i capelli oppure a scuola vedo i miei amici oppure va bene la scuola perché si sta organizzando la gita), la voce della giornalista spiega come gli psicologi ritengano che dopo vacanze così lunghe (quasi 20 giorni) riprendere sia difficile, fonte di stress per il bambino/ragazzino. - Ora: a me capita di sentir citare in continuazione "gli psicologi" in questo tipo di servizi e mi chiedo: ne hanno loro uno stuolo da consultare in redazione?, c'è n'è una manica nascosti in una stanza da qualche parte e ogni tanto si esprimono?, oppure tutti gli psicologi contemporaneamente si occupano della stessa questione, per cui si può dire "gli psicologi" in maniera onnicomprensiva? E soprattutto, se è così, ma non hanno niente di più serio a cui dedicarsi? Insomma, vorrei sapere chi sono questi psicologi, e se dicendo "gli psicologi" non c'è n'è uno che ogni tanto dice "ehi, ma io non mi sento mica tanto rappresentato dalla vostra generalizzazione, io la penso diversamente da come avete detto!"
postato da gabrieledadati, 20:40 | link | commenti
giovedì, 05 gennaio 2006
Il mio accappatoio e la critica a inizio 2006
Tra le altre, pericolose evenienze di questo inizio 2006 ci sono le incredibili manie di protagonismo del mio accappatoio nuovo. Si tratta di un accappatoio della Arimo blu che ha strisce verticali con gatti intriganti e buffi di diversi colori come decorazione: me l'ha regalto Silvia. Ora: il mio accappatoio è comparso quattro giorni fa nella sit-come con Fabio De Luigi ed Elisabetta Canalis su Italia 1 e da allora, naturalmente, si dà arie da divo. Questo comporta che ora la doccia la fa lui e ad asciugarlo sono io. Vedete un po' voi.
A parte gli scherzi, un bel regalo di inizio 2006 è la segnalazione - su Letture, anno 61°, Quaderno 623, p. 11 - da parte di Fulvio Panzeri del mio libro in uscita tra le novità rilevanti dell'anno ineunte. Sotto il titolo Il nuovo che avanza il critico lombardo scrive: "Un autore giovane su cui scommettere è senz'altro Gabriele Dadati, esordiente da peQuod con Sorvegliato dai fantasmi. C'è uno struggimento coniugale in alcuni di questi racconti che ne ritma il senso, anche quando le questioni diventano altre e contemplano il tema dell'espiazione e della colpevolezza, della dimensione teologica, della carcerazione. Ogni racconto diventa una parabola morale, in cui la scrittura si fa prova di un momento esistenziale, di un destino, riassiunto nella radicalità del suo apparire."
Non posso che ringraziare per il sostegno costante datomi da Fulvio Panzeri durante questo anno appena concluso, dal suo affetto e dal suo modo di porsi garbato e davvero signorile. Lo vorrei ringraziare anche per il sostegno dato ai Semi di fico d'India, libro in cui crede e che ha segnalato a più riprese (su ben quattro testate diverse).
postato da gabrieledadati, 12:37 | link | commenti
mercoledì, 04 gennaio 2006
CHIUDO GLI OCCHI
Se potessi parlarti, se solo io potessi parlarti.
Invece no, resto qui in questo silenzio che assorda, che muove i fili della memoria e del tempo, che rompe l’equilibrio della mia follia statica.
Invece no, resto qui.
Lo specchio circolare appeso a metà della parete di fronte al letto stacca scintille cupe dalla notte che scivola nel suo ultimo quarto. Provo a coglierne qualcuna, considerando con gli occhi i riflessi che piovono dalla finestra alla mia destra – persiane rigorosamente sollevate per tre quarti – e stringendo le palpebre per non perdere l’attimo dello scontro tra le luci che intaccano il buio. Di quegli scontri, la notte io vivo.
Sopra di me, le strisce irregolari che solcano il soffitto disegnano mondi che ignoro. Intorno, le cose dormono senza conoscermi, senza che io riconosca loro.
E’ una notte di argilla, quella che ci copre benigna.
Ti guardo la schiena: tu respiri regolare di sonno.
Chiudo gli occhi, aspettando l’alba.
postato da giuseppemauro, 09:45 | link | commenti
martedì, 03 gennaio 2006
DOMANDE
Succede, per incanto o per maleficio o per fortuna, di incontrare volti in cui leggiamo non già le risposte cercate da sempre, ma le stesse domande che tormentano l'anima nostra: identiche. Dentro gli occhi e nei segni lasciati dalla vita.
In quel caso, armati di pazienza e di stupore, si può (per meglio dire: si deve) andare insieme in cerca delle risposte che servono.
postato da giuseppemauro, 17:11 | link | commenti
lunedì, 02 gennaio 2006
Sull'ultimo numero di Atelier (Anno X - Dicembre 2005), alle pagine 30-39, è stato pubblicato il mio saggio Perceber, La macinatrice, Neuropa: una lettura sinottica già comparso suppergiù nella medesima forma su Vibrisse il 20 settembre. Lo si può leggere ancora oggi qui.
postato da gabrieledadati, 20:35 | link | commenti
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