capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

giovedì, 23 febbraio 2006

IL CAPITANO CATTIVO
 
La notte è lunga e non concede speranze.
Il cielo cupo non ha stelle, nessuna luce, figurarsi la luna, nascosta chissà dove. Fa freddo.
Fa molto freddo.
In piedi sul ponte, io sto aggrappato alla barra del timone. Da solo come sempre, nessuno in scia, nessuno da poter abbracciare con lo sguardo racchiuso dal mio campo visivo.
Vedete, la sorte di chi sceglie di andare per mari difficili è una sorte segnata, seppure io continui a non credere al destino. E’ una specie di condanna, passioni fortissime scatenate dalle onde in tempesta che contagiano le navi che casualmente o meno incontrano le medesime onde ma poi tutto si placa, ridiventa piatto; tutto ridiventa notte.
C’è – sopra ogni altra cosa - che la mia nave si è costruita pure una pessima reputazione: io sono il capitano cattivo. Le navi intorno mi guardano con sospetto, si tengono per lo più alla larga, a volte si avvicinano curiose per rubare un poco di mistero, barlumi di ciò che vorrebbero essere, qualche scintilla di intelligenza e passione, confidenze temute o sperate per viverne quel tanto che basta e fuggire via.
 
No capitano, sei troppo cattivo, io non resisto.
 
Eppure, quelle navi danno fondo a tutte le strategie possibili per vincere la mia diffidenza. Si conquistano la mia fiducia, a volte con una semplicità che – dopo – mi pare assurda, patetica. Bambina. Poco cattiva, poco in linea col personaggio che ormai i naviganti buoni mi hanno cucito addosso.
Poi però vanno, lasciandomi a guardare la poppa che si allontana; vigliacca.
 
I naviganti buoni viaggiano in gruppo, compatti e felici. Le loro debolezze sono alte, ispirate da depressioni raffinate e intellettuali, loro sanno liberarsene giustificandole con la forza della bontà. Poi ci ricadono, ma non importa: il circolo dell’autocommiserazione ricomincia immediatamente, il perdono si trasmette tra il gruppo e tutti mantengono la loro preziosa aura di bontà.
Io no, io sono cattivo. Ma proprio tanto.
I naviganti cosiddetti buoni viaggiano senza alcuno scopo che non sia quello dettato dal costume che domina tutto, salvo lamentarsene all’occorrenza. Però ne sono dominati essi stessi, senza scampo. Viaggiano tanto per viaggiare, si fermano nei porti per accumulare materie – cose – e farne carico prezioso, merce di scambio, ragione di vita. Viaggiano con compagni posticci, per loro poco importa chi sia sulla tolda insieme, se abbia la capacità di sostituirli alla barra, tanto neanche sono disposti a concedere il privilegio.
Io no, sono cattivo. Sono forse il peggiore.
 
Non è facile per me andare dentro la notte, in direzione ostinata e contraria. Eppure vado, navigo come sempre. Abbagli ne prendo ancora, sono quelle navi luminose che si avvicinano vincendo le mie ritrosie e che mi portano contro certi scogli subdoli che affiorano appena dall’acqua. Poi quelle scappano via, io certe volte gli scogli non riesco a evitarli, li prendo in pieno e la mia nave ne risente.
La mia nave è ammaccata, ve lo assicuro.
Però conservo la capacità di affrontare il freddo come nessuno. Ho sempre visto gli altri, quelli buoni, stringersi nei muscoli e serrare gli occhi per proteggersi dal gelo. Io non l’ho mai fatto, neanche quand’ero bambino. Forse ero cattivo già allora, ma sono sempre andato nel freddo con i lineamenti sereni, gli occhi aperti come sempre, vigili e curiosi e attenti. Incuranti.
Mi resta questo.
Il resto, acuisce il senso di solitudine e, nel contempo, il desiderio di stare da solo.
E allora tenetevi al largo, io sono il capitano cattivo. Ci sono un mucchio di naviganti buoni in giro, andate da loro. Forse non sono così interessanti, ma perlomeno non vi verrà voglia di scappare.
E, soprattutto, avrete lasciato in pace me.
Tenetevi al largo, io sono cattivo.
Tanto che ho cominciato a studiare da corsaro.

postato da giuseppemauro, 09:44 | link | commenti

lunedì, 20 febbraio 2006

AMBIZIONI
 
Perchè poi io so di essere eccessivo, sempre. Amplifico eventi, sensazioni, immagini. Mi nutro di questa capacità di fare le cose giganti, che mi regalino gioie o dolori. Le emozioni che derivano dal mio tempo sanno farsi enormi, scorrermi nelle vene, picchiarmi con violenza insopportabile.
Io di emozioni ci vivo, non so esistere che di quelle.
E adesso, impegnato con ogni singola fibra del mio essere a costruire una casa che mi doni l’illusione o la certezza di sentirmi appagato, di lasciare in soffitta per un poco o per tanto la voglia di andare, di ritrovare infine il desiderio di riprendere un cammino che mi neghi finalmente la solitudine senza perdere la voglia di starmene da solo in certi istanti necessari, di condividere i miei giorni con te, noi insieme legati stretti più di due grovigli aggrovigliati ma non per questo prigionieri l’uno dell’altra, mi accorgo che come sempre la mia ambizione trasforma le cose.
Orbene, non posso dire che in questo caso non sia anche merito (o colpa?) tuo. C’è che le naturalezze che portiamo a spasso da anni poi esplodono, si fanno ambizioni esse stesse, diventano ragione di esistenza. Diventano motore dei giorni, linfa vitale che nutre il tempo. E queste naturalezze, le complicità che ne conseguono e le intensità straordinarie che fanno il nostro esserci, ti appartengono. Ovvero, appartengono a te e a me insieme. Nulla di ciò che è potrebbe essere altrove e so che anche questa suona come ambizione insana.
Ma è vero.
E poi lo sai, io sono così. Magniloquente e enfatico, forte e esagerato; in tutto.
E’ per questo, per la mia natura eccessiva e per i nostri passi che corrono all’unisono coscienti e vigorosi, che io mi accorgo oggi che, in luogo di quella casa da abitare di cui straparlo da tanto, noi – semisfere in congiunzione – stiamo costruendo un mondo intero.
C’è da scegliere i ruoli da interpretare, come emisferi intendo.
Io preferirei quello sud, ma lascio a te la scelta.

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martedì, 14 febbraio 2006

LUNAR OLYMPICS

If winter Olympic Games were held on the moon, where would they be? The lunar Alps, of course...

lunar surface Sea of Rains.

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venerdì, 10 febbraio 2006

PRODROMO ACERBO
 
Matteo si svegliò presto ma non era estate. Il sonno ancora ficcato nei muscoli e negli organi vitali, lui dischiuse gli occhi lentamente, come a difendersi da un chiarore improvviso e violento. In realtà, intorno era silenzio e luce filtrata fioca dagli occhielli delle persiane, poi cose sdraiate nelle ombre del buio a respirare regolari. E Anita, a comporre il quadro consueto di ogni notte e dei risvegli che ne seguono.
Matteo si è svegliato presto anche se l’estate è sparita da tempo dai calendari. Tuttavia, a queste latitudini – ci troviamo nell’emisfero nord, latitudine 40°.86286, longitudine est 0h.95034, correzione del fuso orario dell’Europa centrale +1h – c’è da dire che la stagione d’autunno eredita da quella che la precede code persistenti di energia e di calore, e un sole che amoreggia col mondo ancora a lungo con vigore appena appannato. A Napoli c’è caldo, t-shirt che in taluni resistono fino al cuore di novembre, armadi in attesa di cambi stagionali che si trascinano lungo i giorni senza volerne sapere di concretizzarsi. Quaggiù siamo così: non vorremmo mai liberarci del sole.
Matteo apre gli occhi, uscendo con la solita fatica dal sonno interrotto da chissà quale microscopico evento esterno o interiore; si rassegna a ricominciare il flusso circolare eterno groviglioso dei pensieri.
E’ già ottobre da un pezzo, è quello il primo che gli salta al cervello.

postato da giuseppemauro, 14:35 | link | commenti

giovedì, 09 febbraio 2006

IN COSTRUZIONE

Come vedi, a volte mi fermo, ché la fatica è oro e argento e sudore, è malattia che corre dentro le vene, è oppressione lungo le fibre dei muscoli e quelle dell'anima.
Allora, resto a sgranchire me stesso.
Mi metto di spalle, perché pure se guardarla - come dici - è ciò che serve per uscire dai pozzi cupi dello sconforto, certe volte l'incompletezza di casa nostra mi cuce addosso una amarezza inquieta, puoi sentirla sulla mia pelle e forse è questo che ti lascia la bocca impastata.
Poi ricomincio, a volte ti aspetto perché non di rado il tuo modo di edificare le cose è più efficace del mio, più sicuro. A volte no, ma per fortuna o per magia le nostre insicurezze sembrano non esplodere mai insieme.
 
I mattoni puoi vederli, sono tanti e ben messi. Sono solidi e rassicuranti, come a dire: "sì, noi saremo casa e non solo insieme ordinato di mattoni".
Il cielo sopra è benevolo, per non dire del mare che sta dietro, un poco nascosto, ribollente di speranze mischiate insieme.
E di fiducia degna di un mondo come quello disegnato da te e da me, ricomporsi perfetto di due semisfere inquiete.

postato da giuseppemauro, 15:16 | link | commenti

mercoledì, 08 febbraio 2006

STELLE DISPERSE IN M12

<B>Via Lattea, stelle "in fuga"</B>

postato da giuseppemauro, 14:24 | link | commenti

martedì, 07 febbraio 2006

CANZONE PER IL FUTURO
 
Il futuro è una pertica viscida lungo cui mi arrampico arrancando lento e impacciato.
Il futuro è un pezzo di vetro e mani scalze da stare attenti a non ferirsi.
Il futuro è un treno da camminarci dentro intanto che lui corre e cambiare vagone per non sentirsi soli.
Il futuro è uno specchio curioso sopra cui contare i segni ammassati limpidi sulla fronte.
Il futuro è un coito interrotto dopo il quale ricominciare.
Il futuro è un angolo distratto dietro il quale trovare tesori inopportuni insperati irrinunciabili.
Il futuro è una scatola piena di passati e di baci e carezze e urla e disperazioni e assenze e sogni e afonie e diluvi e figli e notti e amore e amore e amore.
Il futuro sei tu e posso farci poco perciò fammi il favore di non scappare via.
Il futuro è una canzone stonata lungo un pentagramma farcito a buchi da riempire.
Il futuro è una scommessa provocante provocatoria una sommossa di intenti un reticolo di pensieri da intrecciare coi tuoi.
Il futuro è casa da abitare per lasciarla e solcare insieme i nostri soliti mari e le onde ingigantite dal dolore e dalle voglie e dal tempo di spalle.
Il futuro è follia condivisa, passione che incendia una strada fino alla fine del viaggio laggiù in fondo dove noi riprendiamo a camminare.
Il futuro è stanchezza infinita è il piacere che ne abita le pieghe è la felicità mancante che teniamo stretta tra le mani serrate insieme a stringere più forte perchè nessuno e niente possa portarcela via.
Il futuro è il mattone che ho posato insieme a te oggi e ieri e ogni giorno a ritroso che so ricordare.
Il futuro è un risveglio e un bacio e aver voglia di andare da soli per riascoltare il desiderio violento del ritorno.
Il futuro è un tempo ma forse neanche e allora io lo rivoglio indietro.
Il futuro io ci vedo di schiena contro un sole che nasce coi passi naturalmente sincronicamente affiancati affrettati affacciati sul mondo in discesa.
Il futuro io ci sono e aspettarti è un abbraccio infinito un elogio elegiaco di parole in forma di fiume un soffio assetato nell’orecchio prima di berci l’uno con l’altra senza sentire mai il bisogno di smettere.
Il futuro è uno strapiombo oltre il quale saltare insieme ma ti prego calcoliamo bene lo slancio che serve per non caderci dentro perchè io non ho con me paracadute.

postato da giuseppemauro, 13:40 | link | commenti

sabato, 04 febbraio 2006

ANTOLOGIE
Ritmi informali per i giovani emergenti
Dall'officina di Nuova Dimensione «Semi di fico d'India», racconti di venti scrittori «under 40»
ERNESTO MILANESI

Con ritmica ciclicità il mercato editoriale propone, sotto etichette sempre nuove, la «giovane» narrativa italiana. Dagli esordienti selezionati da Tondelli ai «cannibali» degli anni Novanta, ai più recenti «intemperanti» presentati dalla casa editrice padovana Meridiano Zero (e la curatrice Giulia Belloni è ora alle prese con la selezione dei racconti della seconda antologia), scrittori creativi, tribù e ora blogger provano, se non a inventare uno stile, almeno a guadagnarsi una patente di contemporaneità. Intanto a Portogruaro (Venezia) l'officina della casa editrice Nuova Dimensione ha dato di recente alle stampe il progetto di Marco Nardini, che fin dal torrido agosto 2003 aveva cominciato a immaginare una antologia di «scritture giovani, scoppiettanti, indipendenti». Così, sotto il segno di una protratta calura estiva, e con i tempi narrativi di un film, Nardini ha messo in gioco una ventina di autori under 40 fino a comporre in Semi di fico d'India. Venti bracciate nella nuova scrittura italiana (pp. 263, euro 14) un panorama dell'ultima generazione di «emergenti».

Usando una lingua «informale trascurata» (definizione di Gian Michele Lisai Senes), che non si imbarazza a sbobinare il linguaggio parlato né a pagare pegno con cinema, giornalismo, fumetti e musica, le storie si intrecciano con la stagione (a tratti perfino politica) di una Italia decentrata rispetto alle supposte capitali. I racconti modulati nei generi sembrano attagliarsi bene alla «rivendicazione» del piacentino Gabriele Dadati quando cita un verso nel dialetto di casa sua: «Non credere, capire».

E, forse, c'è soltanto da leggere Semi di fico d'India per quello che offre. Dopo un trailer di Davide Sapienza (che ammonisce: «L'estate è come un'enorme profonda interminabile linea di confine»), il libro si apre con Francesca Mazzucato («Un gusto provinciale»), cresce con Gianluca Morozzi e Paola Presciuttini: se «Gli angoli ciechi della spiaggia» stempera i ricordi con la fantasia, e il sesso con la realtà, «In volo» regala la metafora di un viaggio aereo che decolla insieme alla statua scomposta di santa Barbara e plana sull'Argentina, deriva del nostro «miracolo».

Arriva l'intervallo con i racconti di Errico Buonanno («L'Ottocento che verrà») e Marco Nardini («Lo senti il rumore dei capelli che crescono?»). Ma nel secondo tempo, Semi di fico d'India rilancia con Michele Monina: «Non mi sono mai fidata delle parole, ma è da qualche parte che ho letto che il corpo assomiglia, in una qualche maniera, a una mappa geografica. Una mappa non tanto diversa da quella dei pirati, disegnata con penne d'oca su pergamene in grado di resistere al tempo e alle tempeste, come ai desideri degli uomini». Oppure con Nicola Lagioia: «Dovrei rimpiangere l'amore ai tempi della Democrazia cristiana, del delitto d'onore, dell'oratorio, delle Topolino amaranto?».

Scorrono i titoli di coda anche sugli altri «semi» germogliati in giro per l'Italia: Jadelin M. Gangho, trentenne del Congo trapiantato a Bologna; Deborah Rim Moiso, classe 1982, che ha organizzato il primo festival rock per band femminili; Thomas Pololi, ventiduenne bergamasco; Giovanna Carboni, trentadue anni, regista televisiva.

Dalla quarta di copertina, il cantante dei Mombassa Stefano Sardo chiosa: «Un paese vecchio, il nostro. Con l'età media più alta del mondo, dicono. Perfino l'icona massima del rock'n'roll nazionale ha superato i 50 da un pezzo. Eppure in quest'Italia che sonnecchia, alle porte di un Alzheimer senza ritorno, si trovano tracce di vita. Parole che testimoniano di un fermento brulicante e talentuoso, che ci autorizza a sperare».

«il manifesto», 3 febbraio 2006

postato da gabrieledadati, 14:05 | link | commenti (2)

giovedì, 02 febbraio 2006

In questo momento attraverso una fase con qualche turbolenza. Ma sto cercando di tornare. Intanto è finalmente tornato on line www.orepiccole.org.

postato da gabrieledadati, 15:14 | link | commenti