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mercoledì, 29 marzo 2006
IL SENSO DEL RITORNO
Per chi ha nelle vene - e racchiuso nel senso del proprio esistere – il viaggio come sangue e tempo che scorre, ci sono momenti in cui si pone una domanda:
e il ritorno?
Non è una domanda usuale, non c’è niente di consueto nel dare una tonalità di interrogazione a questa frase, per chi ha il viaggio nelle vene come sangue e tempo che scorre. Per chi assume la metafora: il viaggio – come ragione stessa della vita. Andarsene, per mare in cerca di un porto. Andarsene, via terra in cerca di casa.
A ben vedere, andarsene ha sempre il senso, questo nei miei pensieri e in quello che scrivo, di trovare un luogo di approdo. Un posto. Una base d’appoggio. Per andare di nuovo ma questa volta non da soli, è solo quello il momento in cui il viaggio si compie, in cui sai che il cammino o le onde difficili non sono stati vani, che il penare e la fatica hanno prodotto il risultato sperato. Hai un porto, riparti, ma non sei da solo.
Eppure, succede che il porto sia dove non ti aspettavi.
Succede di correre o di andare per anni in tondo sulle cose e sui sorrisi incontrati senza sapere – ma sapendolo – che c’è un luogo della mente in cui puoi tornare perchè sai che in qualche modo è lì per te. Magari non è il tempo giusto, magari succede - ti succede – di guardare certi occhi e di trovarci tutte intere le cose che fanno una casa – un porto, e però dover distogliere lo sguardo perchè non si può, in quel porto c’è qualcuno che non sei tu e tu riparti, facendoti scudo di incoscienza e di inquietudine.
In realtà lo sai, lo sai fin troppo bene. Forse parti per quello, cerchi di nasconderti, di non farti più trovare. Ma c’è sempre un filo che lasci appeso, intanto che la nave fila al largo. C’è un punto segnato in rosso sulla bussola, insieme ai punti cardinali che valgono per gli altri, ma non per te. Lo sai, lo sai fin troppo bene.
Succede infatti - ci pensavo stamattina - di ricordare momenti in cui quello che assumi come approdo, lo assumi adesso, sia stato messo in discussione. Non dalle solite navi, a quelle ti ci abitui. Ma da altre imbarcazioni, pericolose e infide. Di cui non sapevi la natura, il legame che le ancorava a quello che era il tuo porto.
cazzo, quello è il mio porto, io sono la sua nave!
In quel momento – ti succede di ricordare – annaspavi. Con rabbia senza domande. E’ strano pensarci dopo, ricordarlo, ma vi è mai successo di vivere momenti che dovrebbero far capire – finalmente capire! – e che invece assumete come dati, normali, senza chiedervene minimamente il senso? A me sì. Presi uno ad uno, isolati in un contesto del tutto diverso, quei momenti sono pezzi di vita che non fanno significanza. Non vuoi che la facciano, beninteso. A pensarci dopo, a metterli insieme, scopri che hanno un senso che non avevano. Che lì dentro, in quei momenti, c’è l’arcano della coincidenza tra il luogo della mente e il luogo dello spazio in cui tornare. Quello cercato da sempre, ma trovato da un pezzo.
Andare, ma tornare sempre lì. Lì dove c’è un porto che ancora non sai, pur sapendolo.
Ho mille posti ancora dove andare Come i pesci qualunque Se passa l'ombra dell'amore Posso nascondermi aspettando che ritorni Tutto quel vuoto stellato Dove a Dio piace improvvisarsi pescatore Di così poco si contenta la natura umana E quella dei pesci sul fondo Che stanno a guardare
Ivano Fossati, Baci e saluti, 2006
Quel luogo della mente ha nomi e cognomi, ha occhi e mani e gomene buone per trascinarti alla riva senza legarti, ma tu questo non puoi saperlo, anzi non devi. Lo sai ma non devi. Che non sia mai qualcuno possa scoprire il senso di appartenenza nascosto in certi sguardi lanciati come un’ancora, in certe incazzature apparentemente fuori luogo, in certe domande estranee al contesto.
Io vado, ancora.
Per chi ha nelle vene - e racchiuso nel senso del proprio esistere – il viaggio come sangue e tempo che scorre, non si smette il bisogno di andare.
Ma c’è che il posto in cui tornare ce l’ho, ha occhi profondi in cui nascondermi in cui aspettare l’ombra dell’amore e io me lo tengo ben stretto.
Mi tengo ben stretto il mio porto e mi contento così, per oggi.
Con pazienza, e con l’abito da cerimonia appeso ad asciugare.
postato da giuseppemauro, 15:16 | link | commenti
lunedì, 27 marzo 2006
QUINDICI ANNI FA

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martedì, 21 marzo 2006
LETTERA
Oggi ho scritto questa, per gli amici factoryani.
postato da giuseppemauro, 09:40 | link | commenti
lunedì, 20 marzo 2006
STRADE CHE DIVIDONO IL MARE

Il Pedraplen - Cuba
postato da giuseppemauro, 15:23 | link | commenti
venerdì, 17 marzo 2006
IN BALIA
Certi momenti ti piombano addosso o ci capiti in mezzo e non sai che fare.
Adesso sono qui, stremato dal silenzio, completamente alla mercè di questo stesso istante.
Ore 16,04.
I muscoli paralizzati e i pensieri in circolo. Tesi e sottesi e inattesi.
Però io sono un punto fermo, senza dubbi, senza tentennamenti, senza orbite occulte.
Lievemente sorridente, pure in balia.
Testardamente esagerato.
Tranquillo, persino.
Inflessibile.
Pretendo una incrollabile fede, da me.
Pretendo una incrollabile fede, anche da te.
Pretendo ciò che è possibile, e null’altro.
postato da giuseppemauro, 16:05 | link | commenti
mercoledì, 15 marzo 2006
LA COSTRUZIONE DI UN AMORE (*)
Succede che un attimo ti sconvolga l’intera esistenza senza lasciarti tempo ulteriore per riflettere, né per scegliere.
Comincia così un tempo in cui le coordinate disegnate da una vita si ridispongono a proprio piacimento, senza tenere conto delle ragioni di ieri. Sbeffeggiandole. Uccidendole senza un saluto.
E’ il tempo in cui si crolla, tu parti da una crepa che pare insignificante, neanche consapevole della propria immensa forza distruttrice. Un crepa il cui solco si scava nel tempo senza apparire, sta lì ad aspettare il momento, la fessura da cui cominciare un cammino lungo che pare impossibile. La crepa parte, conquista una coscienza, impara il proprio scopo e a farne missione: tu allora non hai scampo.
E’ un lavoro rapido ma certosino, all’inizio c’è giusto un filo di polvere che viene giù nella scia dell’avanzare inarrestabile del solco. Non ci sono macerie né rovine, all’inizio, tutto sembra continuare come sempre.
Eppure dura poco.
Eppure il tempo è cambiato. O meglio, un tempo va via e un altro si attrezza a prenderne il posto, sconfessando ogni ambizione precedente.
Per questo, intanto che le rovine si ammontano lungo il perimetro della vita che si compie nuovamente non c’è che una strada davanti: ricostruirti.
E’ difficile comprendere il senso e la portata della fatica di una costruzione che procede intanto che un’altra smarrisce il significato di allora.
Tu lavori gettando l’occhio e la vita nelle stanze di sempre e lì non c’è altro che il pensiero che fugge tu lavori sentendo il sangue che corre a fiumi rompendo gli argini delle vene e volando sulla pelle e ogni fibra dei muscoli e dell’anima si torce si allunga si contrae succhiando sudore e lacrime e plasma e ogni goccia di liquido che viene dal corpo e sul corpo tu lavori e ti chiedi il senso argilloso della fatica che ti uccide la ragione di altre fondamenta di altri giorni e intanto che ti pare impossibile che dietro le spalle tutto crolli pensi agli anni davanti alla consistenza degli impasti e al dolore che c’è dentro ai dubbi e alla speranza che tutto non venga giù ancora come prima come sempre come la vita pretende alla fine di ogni giro e tu vuoi fotterla stavolta vuoi fotterla tu lavori e vuoi spegnergli il sorriso beffardo infilare l’anima negli ingranaggi e gripparne il motore tu lavori e adesso gira pure quanto ti pare vita ma casa mia non verrà giù lei non verrà mai giù.
La costruzione di un amore spezza le vene delle mani mescola il sangue col sudore se te ne rimane La costruzione di un amore non ripaga del dolore è come un altare di sabbia in riva al mare
E tu lavori perchè non puoi fare altro.
Lavori con gli occhi buttati a tratti scomposti nel tempo che sta dietro ma poi guardi davanti, senza smettere la fatica, godendo della solidità di tutto quello che metti dentro i muri che si innalzano e nelle fondamenta profonde e testarde.
C’è un sacco di roba, tra muri e fondamenta.
Ci sono brividi e desideri compressi e corpi e mani che aderiscono senza lasciare spazio né possibilità finanche all’idea di crepe a venire. Ci sono pensieri scambiati senza che si riesca a capire il funzionamento del mezzo di comunicazione utilizzato né quale sia il suo nome, ma sta di fatto che io leggo i tuoi pensieri e tu i miei e certe volte ce ne preoccupiamo un poco. Ci sono le mille parole che riusciamo a trovare in mezzo alle emozioni che fanno ogni nostro abbraccio e tutte quelle che teniamo dentro perché costruire è anche imparare a dire e il tempo verrà anche per quelle. Ci sono le carezze trovate per strada che neanche ti aspetti ma le ricambi all’istante perchè in fondo non vuoi altro dal mondo che il calore di quella pelle sulla tua e c’è anche quel calore dentro i muri, e l’odore nuovo che viene dal rimescolare il tuo e il mio.
Io ci metto la mia vita e ciascuno dei miei errori, per non rifarne.
Piano dopo piano, scale senza ascensori e porte in cui stipare ricordi e amore e progetti e figli da sbandierare. Piano dopo piano, cento stanze per ogni notte da consumare prendendoci con la violenza dolce delle nostre metà opposte incastrate tra tenerezza e passione. Piano dopo piano, senza farci male, con gli angoli dietro cui rifugiarsi nel tempo cattivo e quello da lontani e quello iroso di incomprensione, da soli a ritrovare il senso dell’edificio che cresce adesso e le ragioni tutte intere della sua saldezza.
La costruzione del mio amore mi piace guardarla salire come un grattacielo di cento piani o come un girasole Ed io ci metto l'esperienza come su un albero di Natale come un regalo ad una sposa un qualcosa che sta lì e che non fa male
E ad ogni piano c'è un sorriso per ogni inverno da passare ad ogni piano un Paradiso da consumare Dietro una porta un po' d'amore per quando non ci sarà tempo di fare l'amore per quando vorrai buttare via la mia sola fotografia
E certe volte mi domando se il cielo esista davvero.
Mi domando se non sia semplicemente uno specchio dentro cui guardarci e provare a riconoscerci, facce scolpite nella memoria che contiene e conserva e coccola pensieri e ricordi e desideri congelati: tu e io.
Tu e io, le nostre facce prestate a un tempo che non c’era, e a uno specchio in forma di cielo che solleva le nostre emozioni facendone cose da guardare, prima che da vivere. Tu e io che si sale insieme per sprofondare giusto quel tanto che serve per non perdere il gusto di risalire e specchiarci da vicino in quel cielo che non basta, che non ci contiene, che diventa stretto e impossibile e poi è facile ricadere e – lo sai? – è per questo che io mi aggrappo coi denti alle tue braccia intanto che tu fai lo stesso e non c’è altro modo per non precipitare, per non ripiombare sulla terra, per scavalcare finalmente l’orizzonte e farne passato.
Io che mi illudo di eternità, vincendoti senza che tu ne sia vinta né convinta.
Io che imploro il tempo di conservare intatto tutto quello che adesso ci distrugge dentro, che nulla smarrisca mai di senso e di potere e di sortilegio sulle anime intrecciate.
Io che chiedo allo specchio che ci sovrasta di custodirci interi, io che gli chiedo di distruggere finanche il ricordo della mia immagine se in una notte qualunque perdessi i tuoi occhi riflessi intorno insieme ai miei.
E intanto guardo questo amore che si fa più vicino al cielo come se dopo tanto amore bastasse ancora il cielo E sono qui e mi meraviglia tanto da mordermi le braccia, ma no, son proprio io lo specchio ha la mia faccia
Sono io che guardo questo amore che si fa più vicino al cielo come se dopo l'orizzonte ci fosse ancora cielo E tutto ciò mi meraviglia tanto che se finisse adesso lo so io chiederei che mi crollasse addosso
(*) La costruzione di un amore è di Ivano Fossati – Panama e dintorni - 1981
postato da giuseppemauro, 14:49 | link | commenti (2)
lunedì, 13 marzo 2006
QUESTA STORIA
Con Alessandro Baricco non sono possibili mezze misure, io credo: lui si odia oppure si ama.
Personalmente, appartengo alla schiera di quelli che non pongono condizioni nell’apprezzamento della sua scrittura, tanto diventare assolutamente acritico nella lettura dei testi: io, cioè, sono tra quelli che lo amano.
Insomma, per me Baricco è un po’ come Baglioni.
Dovete sapere che fino a sedici anni - più o meno - io non ho fatto altro che ascoltare Baglioni. Possedevo tutti i suoi dischi in vinile (custoditi adesso gelosamente da mia sorella) e ogni giorno ne sceglievo un paio e li sentivo in fila, senza stancarmi. Mia madre sì, si stancava, ma quella è un’altra storia.
Verso i sedici anni, complici i prestiti di materiale musicale da parte di amici dimenticati, ho scoperto che la musica era qualcosa di diverso. Da allora ho costruito una discreta base culturale (giusto discreta), affezionandomi in modo particolare al rock progressivo anni ’70 e al blues classico e a quello reinterpretato dai grandi elettrici angloamericani (che so, Steve Ray Vaughan o Clapton o giù di lì).
Però, nonostante questo, le melodie baglioniane esercitano ancora oggi su di me una sorta di richiamo ancestrale. Quelle frasi musicali allungate fino a sconfinare quasi negli stornelli romaneschi, la voce zigzagante che sale e scende spezzandosi in alto o crollando in certe profondità quasi inudibili, quella raucedine urlata o sussurrata, sanno entrarmi dentro senza che io possa controllarne gli effetti.
Quando sento certe canzoni (per chi conosce il genere, pensate a Tutto in un abbraccio, o a Buona Fortuna o anche a Tamburi lontani, cose così, insomma) io non ascolto: è la musica a ascoltare me.
Ci sono lamentazioni che sorprendono la mia pelle, toccano le corde di cui è composta una certa parte dell’anima e sanno farle suonare, al punto che mi capita di provare a seguire certe canzoni urlandoci su fino a che la voce si spezza, non riesco a continuare e gli occhi si inumidiscono un po’. Non c’è giudizio critico, in questo. Io so, o almeno credo, che la musica sta altrove ma qui parliamo d’altro. Parliamo di qualcosa in grado di scuoterci, di far riemergere i ricordi, di richiamare la malinconia dai posti in cui la teniamo rinchiusa e allora, ditemi voi, si può usare il raziocinio per giudicare? Bisogna recensire di cervello o di anima, in certi casi?
Le canzoni di Baglioni, soprattutto quelle più da requiem, diciamo, riescono a suonarmi dentro e allora massacratemi pure. Se voglio sentire musica metto su un cd dei Velvet Underground, se ho voglia di emozioni senza nome mi sparo Baglioni nelle vene e tant’è.
Con Baricco, è uguale.
Ho letto anch’io della polemica montata tra lui e i critici che intanto che scrivevano d’altro lo stroncavano en passant, ho letto la recensione di Giulio Ferroni sul Giudizio Universale, l’ho trovata persino attenta e ragionata e ragionevole. Insomma, so anch’io che certa scrittura baricchiana può apparire stucchevole, da esclusivismo di massa. So che in Baricco si trova una concezione ammiccante del romanzo come oggetto ben confezionato. Però mi importa poco, e qui siamo alle solite: se un libro dato in pasto al pubblico diventa proprietà del lettore, qual è il metro per giudicarlo? Bisogna recensirlo di cuore o di cervello? Esistono due tipi di recensioni diverse? E non è che poi l’esclusivismo di massa sia in fondo ciò che si chiede all’arte in maniera antitetica a un esclusivismo di elite, snobistico e poco fruibile?
Io non lo so e qui non mi interessa più di tanto, lascio le domande a chi legge.
Mi interessa l’effetto che ha una certa scrittura su di me e qui, come prima con Baglioni, quando scorro i libri di Baricco io non leggo, è la scrittura a leggermi dentro.
E di nuovo è la pelle a rispondere, lo stomaco. Non riesco più a formulare giudizi critici sulle frasi messe insieme, sulla storia che sto dipanando, sulla tecnica utilizzata. In qualche modo me ne frego ma non è questo: è proprio che non riesco. In questo caso, la lettura mi provoca un certo tipo di emozioni e io me ne lascio attraversare, talvolta fermandomi, ma senza domandarmi.
“E per la prima volta, seppur in modo confuso, intuì che ogni movimento tende all’immobilità, e che bello è solo l’andare che conduce a se stesso”.
“Giacchè il talento vero è possedere le risposte quando ancora non esistono le domande”.
“Nella mente ragazzina capace di un simile assioma – che fosse la strada a domare le automobili, e non il contrario – era già inscritta tutta una vita. Curioso come la gente sia già se stessa ancor prima di diventarlo”.
“...la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Quando aspetti o ricordi non sei né triste né felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana”.
Cose così.
La scrittura di Baricco si compiacerà pure, specchiandosi in se stessa, di questa capacità incredibile di snocciolare emozioni e frasi come aforismi ogni tot di pagine, ma io di quella stessa capacità, di quel talento, vorrei possedere anche solo una percentuale piccola piccola.
E allora niente recensioni, nei confronti di ciò che mi emoziona senza darmi il tempo di pormi domande io perdo – ripeto - ogni spirito critico, mi piace nutrire l’anima di sensazioni che non sono spiegabili e che sono ciò che cerco in certe letture, senza sognarmi di disdegnare quella che Ferroni identificherebbe con la letteratura alta.
Dico solo che sì, Questa Storia mi ha veramente emozionato.
postato da giuseppemauro, 17:18 | link | commenti (1)
sabato, 11 marzo 2006
SPICCIOLI DI SINISTRA
"La sinistra deve fare una politica autentica perché gli elettori, i cittadini di sinistra hanno nel voto la loro principale risorsa. I potenti, la destra economica, i gruppi di pressione, non hanno bisogno della politica per vivere e per comandare. Ma il cittadino che ha soltanto il proprio voto gli conferisce un grande valore. E' il suo grande patrimonio, l´unico strumento di cui dispone per realizzare le sue idee e migliorare la sua vita. Perciò, quando la sinistra non mantiene le promesse, e gli elettori vedono defraudate le proprie aspettative riguardo alla politica e alla democrazia, normalmente la sinistra provoca la propria sconfitta, perché delude i propri elettori. (...) La sinistra non può cercare giustificazioni per le sue sconfitte. Quando perde deve ammettere la propria sconfitta e sapere perché ha perso, e il motivo non sono le regole del gioco democratico. La democrazia rappresentativa dà il diritto di voto, e ovviamente il diritto alla proprietà privata, ma anche il diritto all'istruzione, alla salute, a una giusta pensione. Sono diritti, insomma, essenziali, primari. Quand'è che perde forza, missione, capacità di trasformazione la democrazia rappresentativa? Quando il potere non guarda la società e la gente, e pensa solo che la gente guarda il potere.
Durante lo scrutinio dei voti, alle ultime elezioni, ho detto che il potere non mi avrebbe cambiato. Non ho aggiunto, ma ho pensato: io però voglio cambiare il potere. Quando pensavo a cambiare il potere, pensavo soprattutto a fare quel che vuole la gente: avere rispetto e fiducia nei cittadini. Confidare nella capacità di giudizio di una persona che ha fatto solo la scuola dell'obbligo, credere che chi lavora da giardiniere ha la stessa capacità di scegliere per il proprio paese di chi ha ricevuto un premio Nobel. (...)
Normalmente un uomo politico, quanto più ha fiducia nella gente, tanto più ha possibilità di vincere. Quando un politico vuole manipolare l'informazione è perché non si fida della gente e pertanto teme che l'informazione fluisca in modo veritiero. Invece la salute della democrazia è che il dibattito sia aperto, chiaro, senza restrizioni, sebbene oggi sia, insisto, molto difficile manipolare totalmente, perché abbiamo un'enorme varietà di accessi all'informazione, come in tutti i paesi avanzati. Per questo il futuro è della democrazia."
Dal Dialogo tra Paolo Flores D'Arcais e Josè Luis Rodriguez Zapatero, MicroMega settimanale, n. 1, 2 marzo 2006
postato da giuseppemauro, 23:42 | link | commenti (1)
giovedì, 09 marzo 2006
STAMPA LIBERA E INDIPENDENTE
Quella proposta qui sopra è la prima pagina del quotidiano “Libero” di oggi.
Il quotidiano Libero (che poi non si capisce bene Libero da che cosa) asserisce che l’auspicio manifestato da Paolo Mieli in un editoriale comparso sulla prima pagina del Corriere della Sera di ieri, 8 marzo, sarebbe la testimonianza della collateralità tra la grande stampa italiana e i comunisti. Dice Libero: E’ la fine della grande bugia sulla stampa libera e indipendente.
Ora io mi chiedo: ma in cosa dovrebbe concretizzarsi la libertà e indipendenza della stampa? Quand’è che un giornale e coloro che ci scrivono possono dirsi liberi e indipendenti?
Allora, prima della risposta, mi preme sottolineare che il quotidiano cosiddetto “Libero” possiede un sito web su cui campeggia la foto del direttore, Vittorio Feltri, con didascalia relativa:
“Se riconoscete quest’uomo sapete riconoscere fatti e notizie”.
La didascalia, come gli spot televisivi che ricordo essere stati trasmessi qualche tempo fa, sottolinea come il giornale – e con esso il suo direttore – faccia della neutralità del fatto la sua ragione d’essere. Sottolinea, cioè, l’indipendenza di giudizio come caratteristica fondante del giornale.
Può sembrare paradossale, ma non mi riesce di negare questa indipendenza. Ovvero, io sono fortemente convinto della legittimità di Libero di sostenere le proprie posizioni ideologicamente collaterali a quelle della destra italiana senza per questo affermare che Vittorio Feltri, liberissimo anche lui di scrivere libri insieme a un ministro del governo di centrodestra, sia al soldo di Silvio Berlusconi.
L’indipendenza non significa neutralità: perciò il quotidiano Libero è libero di affermare che la destra italiana è meravigliosa e che Silvio Berlusconi ha ragione a dirsi Gesù Cristo.
Da qui, discende una risposta ai quesiti di cui sopra che mi pare degna di monsieur De Lapalisse: un giornale è libero e indipendente quando può esprimere liberamente, chiaramente, apertamente il proprio diritto di critica e il proprio giudizio. La libertà sta nell’indipendenza di giudizio. Per questo, affermare che Paolo Mieli sia al soldo di Romano Prodi o dei comunisti mi sembra francamente patetico.
Questo vale persino per Emilio Fede, per dire. A prescindere dal fatto che Berlusconi sia il suo datore di lavoro, Fede può pensare legittimamente pensarlo come una sorta di dio in terra, non ci vedo scandali.
Come dice Berlusconi, esiste il telecomando.
Esiste però anche un soldino (insomma, più o meno) che consente ai lettori di scegliere liberamente in edicola il quotidiano da leggere.
Io - per dire – il giornale Libero non mi sognerei mai di comprarlo, nemmeno per sbaglio.
postato da giuseppemauro, 11:01 | link | commenti (1)
mercoledì, 08 marzo 2006
8 MARZO
Ieri mia figlia mi raccontava che la maestra (asilo) ha spiegato alla classe il significato della giornata dell'8 marzo. Papà - mi ha detto - domani non è la festa delle donne, è il giorno delle donne. All'inizio ho pensato che fosse un po' presto per tentare di insegnare certi concetti a un gruppo di bambine di quattro anni o giù di lì. Poi mi sono detto che era giusto, perchè intanto che la coscienza di quelle bambine percorre la sua strada facendosi grande, certe idee devono diventare una sorta di patrimonio automatico, un riflesso della mente sul quale costruire - dopo - una personalità. Che nel futuro questo giorno sia sempre meno festa e sempre più giornata di lotta e di ricordo e di consapevolezza.
Oggi, dunque, è il giorno delle donne.
E siccome in certe occasioni si rischiano banalità mostruose, ho pensato semplicemente di richiamare qui questa nota scritta da Stefania Nardini che di banalità pare contenerne ben poche. E, ovviamente, mi astengo dagli auguri...
postato da giuseppemauro, 15:20 | link | commenti
martedì, 07 marzo 2006
SENZA
Devo ancora metabolizzare questa situazione che mi vede privo di compagno di viaggio virtuale. Cioè, a parte il lavoro che in questi giorni davvero non mi concede tregua, è strano pensare che su questo luogo condiviso per quasi due anni non ci saranno altri a scrivere oltre me.
E’ strano.
In fondo due anni non sono pochi (lo so: frase banale) ma c’è che questi alle spalle sono stati due anni importanti, credo per entrambi. Anni conditi da un mucchio di parole e di accadimenti che hanno cambiato persino, in qualche modo, il nostro modo di stare al mondo.
E chissà cosa ci aspetta, ancora, dietro i giorni e gli anni a venire.
Mi sento solo.
....
Gabriele, non dovevi lasciarmi così.......
postato da giuseppemauro, 16:12 | link | commenti (2)
giovedì, 02 marzo 2006
LO SBARCO

E insomma, il mio compare capitano non ne può più di mari marosi e mareggiate e sta per scendere a terra per riconquistare il suolo.
A parte gli scherzi, Gabriele non riesce più a stare dietro alle mille cose in cui si impegna, in fin dei conti una giornata è fatta di un numero di ore limitato e non c'è modo di ampliarlo a nostro piacimento. Per cui, smetterà di scrivere qui, abbandonandomi al mio destino di capitano ramingo e solitario. Più o meno, perchè questo blog continuerà a chiamarsi come prima e il capitano Gabriele Dadati avrà sempre facoltà e licenza di irrompere sulla tolda per lasciare magari appunti di vita che non siano legati alla dimensione più strettamente letteraria. Se vorrà, in caso di bisogno, potrà continuare a farlo, e a navigare sottili e brevi virgole d'onda.
Ma ne dirà lui, appena potrà.
P.S. Vivo giorni di lavoro troppo intenso per consentirmi di scrivere alcunchè, ma torno prestissimo, io il mare non so lasciarlo...
postato da giuseppemauro, 13:54 | link | commenti (4)
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