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mercoledì, 31 maggio 2006
APPESO
Appeso al blu scuro che copre la città spazzata dal vento, mi allungo coi passi verso il Castello e poi dentro i giardini del Palazzo Reale.
La gente, intorno, sembra uscita da un resoconto di viaggio del settecento, di quelli scritti dai francesi che raccontavano stupiti del rumore, del caos, della leggerezza sospesa delle cose.
Poiché Napoli è così: volatile, e non sa stupirsene.
Scanso i passi affrettati, gli sguardi attenti, i cellulari allungati da ogni angolo – pijate dottò – i tavolini intorno ai quali stanno tutti i complici del treccartista di turno, che nasconde qualcosa sotto le campanelle in attesa del pollo da spennare.
Mi chiedo come sia possibile che qualcuno si fermi ancora, pronto a farsi fagocitare dalla piccola folla e a farsi truffare, lanciandosi nella impossibile sfida di capire quale sia la campanella giusta.
I tedeschi vanno zaino in spalla, si fermano tra le cose e scattano fotografie, impressionati da angoli che per i napoletani sono ovvi da sempre, mai capaci di trasmettere il pensiero dell’importanza di preservare – nella sua interezza e nei suoi scorci millenari – una città che è una casa.
Anarchica e strafottente, Napoli è anche così.
Arrivo ai giardini, senza dimenticare di allungare la vista sulla stazione marittima, da un po’ restituita alla città con l’eliminazione delle cancellate intorno. Vado in emeroteca, leggo i giornali di guerra, mi immergo in un periodo che vorrei raccontare, ho in testa una storia da un po’ e voglio partire da lì, da certi eroismi quotidiani e dimessi e rassegnati e dimenticati che attraversavano l’anima dei napoletani sotto le bombe dei Liberators americani e poi sotto quelle tedesche. Napoli è la città italiana che nel corso della guerra ha subito più bombardamenti, eppure provate a cercarne notizie, racconti, diari, morti (quelli che non si contano perchè non contano): c’è pochissimo e non si capisce perché. Città aperta sul fronte pure a migliaia di chilometri dal fronte, obiettivo principale tutte le volte che le sorti ballerine della guerra la esponevano alla debolezza endemica e imbarazzante delle forze militari italiane.
Migliaia di morti sotto le bombe, a Napoli, in quegli anni.
Penso, intanto che leggo, lasciando fuori il blu cupo sospeso sulle cose.
Pozzuoli subì la prima incursione aerea il 1 novembre 1940 alla quale ne seguirono altre 140 che non provocarono danni rilevanti a persone e cose. Solo due bombardamenti fecero delle vittime: quello del 9 novembre 1941, durante il quale una bomba colpì la filiale del Banco di Napoli in via Cavour e provocò tre morti, e quello, più rapido e violento, avvenuto nella notte del 24 agosto 1943 che uccise nelle loro case trentasette persone.
A. D’Ambrosio, Storia della mia terra: Pozzuoli, 1976
Esco, in cerca d’aria e della realtà.
Penso – improvvisamente - a te che impari a parlare da quando ci sono io a sentire ma in verità sono io stesso che imparo faticosamente a ascoltare, in questo gioco di specchi che ci unisce e ci costruisce diversi, insieme, intanto che i giorni si scuriscono e si rischiarano, grigi o azzurri a seconda delle convenienze del cielo.
postato da giuseppemauro, 11:18 | link | commenti
domenica, 28 maggio 2006
QUESTO BLOG HA DUE ANNI
"E io questo non lo voglio, perché sono stufo di essere così, non ne posso più, è tutta la vita che gioco sul numero perdente della ragionevolezza, della riflessione più approfondita, della fottuta mediazione, senza nemmeno ricordare più quando è stato che ho deciso di farlo, né perché, e se anche ormai non posso tornare indietro e fare come ha fatto mio fratello - mandare affanculo chi ti si para davanti e via -, posso sempre cambiare, certo, c'è anche gente che cambia a quarant'anni, perché no, e se anche poi non fosse un cambiamento vero, profondo, definitivo, se anche si trattasse di cambiare solo temporaneamente, qui, adesso (...) be', chi se ne frega: mi rappresenterebbe lo stesso molto più che cacare i miei soliti maledetti dubbi."
Sandro Veronesi, Caos calmo, Bompiani 2005
postato da giuseppemauro, 21:30 | link | commenti
mercoledì, 24 maggio 2006
STASI
Languo, in preda a una apatia periodica e salutare. Riorganizzo i pensieri, sgranchisco la fantasia, affilo le dita. In fondo, all'uscita, ricomincio a scrivere.
E voglio scrivere del mare, e di mare.

postato da giuseppemauro, 13:35 | link | commenti
giovedì, 18 maggio 2006
Cari amici, finalmente on line il sito completo di Ore piccole all'indirizzo www.orepiccole.org. Grazie a Fabio Pedrocca col quale abbiamo lavorato fino a ieri e grazie a Paolo Lopena che ha ideato il sito e col quale lavoriamo adesso.
postato da gabrieledadati, 08:52 | link | commenti
mercoledì, 17 maggio 2006
Irrompo di nuovo per dire che domani alle 18 sono alla Fnac di Milano con Fulvio Panzeri a presentare Sorvegliato dai fantasmi (peQuod, 2006). Casomai voleste.
postato da gabrieledadati, 10:08 | link | commenti
martedì, 16 maggio 2006
ROMA
Io con Roma ci parlo.
Tutte le volte che ritorno sugli stessi passi che hanno segnato e disegnato oltre quattro anni della mia vita, io scandisco lentamente parole dentro la testa che a volte si trasformano in sussurri, o in invocazioni sospirate.
Sono parole d’amore.
Perchè Roma è una donna bellissima che ho amato e che amo, che ho abbandonato e che non so smettere di coccolare, che esercita su di me un richiamo a cui devo rispondere, ci sono volte in cui devo.
Devo, perchè l’avete mai sentita la voce di Roma?
Eppure, quella voce – quella donna – io l’ho tradita e lei non manca di ricordarmelo.
Giovedì sera giacevo camminando tra il campidoglio e palazzo venezia, intanto che le cose si disponevano intorno per la sera.
Ti ricordi di me?
Così mi diceva la Città scalando le ombre sulle scale del campidoglio, lasciando che il sole indorasse di rosa il bianco delle colonne e dei muri dell'altare patrio avanguardato da due tricolori enormi inneggianti al Presidente.
Tutto era dolce come un notturno.
Io vagavo, disponendomi insieme alle cose.
Mi ricordo di te, sei bellissima come sempre.
E poi ho camminato ore e parole che sono andate come dovevano, farcite di silenzio e di memoria: giuste.
Perchè la giustezza delle cose sta nelle nostre scelte, nella loro capacità di interpretare in modo corretto i giorni, di rendergli ragione. Certo, questo accade sempre dopo. Intanto che i giorni li vivi, riempiti di certe ragioni e di senso cosciente, tu non riesci a decifrare le scelte che quei giorni li spezzano, li privano di quelle ragioni e di quel senso. Non ci riesci, non ti capaciti.
Dopo – poco o molto non importa – invece sì.
Dopo ti guardi indietro e leggi nelle cose, nei fatti e nell’agire, coerenze che non ti aspettavi, di cui forse sospettavi l’esistenza ma che non riuscivi a vedere, non riuscivi a leggere. Le cose vanno come devono, succedono perchè è scritto e – ovviamente – tutto quello che le riguarda siamo stati noi stessi a scriverlo.
No, nessuno ha scritto per noi.
Perchè sei andato via?
Scriviamo cose che non si leggono, noi stessi non riusciamo a farlo. Scriviamo cose che vanno contro al senso e alle ragioni che fanno i nostri giorni e lo facciamo senza saperlo o, meglio, credendo di non sapere. A volte fingendo di non sapere. Succede e non è masochismo, sono certi meccanismi mentali che si accendono per difenderci. Per difenderci dall’ingiustizia che non vediamo, da sconfitte soltanto ritardate, da consapevolezze opposte rispetto a quelle che sbandieriamo o che ostentiamo. Per difenderci dall’assenza di senso di un senso. Per difenderci da un tempo che sentiamo sbagliato senza volerlo ammettere.
Succede, si scrive con ragione e dopo lo sai, senti che è giusto.
Io dovevo tornare.
Succede e bisogna volgere lo sguardo avanti, perchè la giustezza di certe scelte non manca mai di ingiustizia e non c’è alcun paradosso in questo, non c’è nulla di assoluto.
Ma ci sono priorità e ragioni che si dispongono in maniera diversa a seconda delle stagioni e è a quello che bisogna guardare, è proprio quella disposizione che rende ragione alle direzioni che prendiamo intanto che si cammina. Ci sono cose perdute, ci sono dolenze che restano appese ai giorni, ci sono vuoti che restano sparsi nell’anima eppure – eppure – esistono necessità che vincono o rivincono e sono quelle a dettare la via. Che la fanno onesta; percorribile.
Tu dovevi tornare...
Avevo bisogno di riconsiderare me stesso, di riscoprirmi o di scoprirmi. Di assomigliare un po’ di più a ciò che credo o che sento di essere.
Ne ho ancora bisogno, in verità. Ma almeno adesso so per certo che è quello che sto facendo: con fatica incredibile, ma lo sto facendo.
Ho recuperato i pezzi di una bussola smarrita e li sto rimettendo insieme. Non sempre tutto combacia, procedo per approssimazioni successive, ma vado.
Sto riscrivendo il senso di tutti gli anni che corrono all’indietro, guardandoli diritto negli occhi. Ritrovo sapori, sensazioni tattili e sguardi, rimpianti di cui credevo di essermi liberato ma che ritornano, senza dolore, ma aiutandomi a ridisegnare il senso del tempo che vivo adesso.
Il senso del mio ritorno.
Ci sono scelte da compiere, ci si mette in discussione per mettere un punto e poi ricominciare ma non si può vivere ridiscutendosi perennemente.
Ci sono scelte da compiere, da mettere in fila. C’è una vita tutta da costruire, viaggi da percorrere, strade da asfaltare o da liberare dalle macerie.
Spazi.
Io dovevo tornare.
Una casa da abitare, finalmente.
Perchè c’è un posto in cui voglio andare, adesso, e dopo voglio starci.
Stavolta voglio starci davvero.
postato da giuseppemauro, 14:42 | link | commenti
lunedì, 15 maggio 2006
STRAPPI
Ci sono giorni in cui la violenza degli strappi che ci allontanano non riesco a sopportarla, mi annienta. Mi pesa schiacciandomi il petto, rubandomi il respiro, ridicolizzando il mio tempo e scardinandone le coordinate; portandomi via anche quello.
Le dita ficcate nella schiena, provo a tenerti ma niente: lo strappo viene sadico e ti sfila via dai miei occhi, dalla pelle che si illude di essere tua, mescolando sapori e persino i colori. Mescolandone il linguaggio.
Perchè la nostra pelle parla una sola lingua, ma questo lo so da sempre. Esiste pure – tuttavia – la costrizione di parlarne altre e non sempre ci si intende, anzi mai. Non che io non ci provi – o meglio: che non ci abbia provato – ma ormai quella non capisce che la tua, testardamente rifiutandosi di comprendere qualsiasi altra argomentazione, o di giustificarla.
La mia pelle non sente ragioni e gli strappi che la lasciano priva di voce proprio non li accetta.
No, non li accetta.
Per cui, si dorme. Nervi che scorrono in mezzo alla vene senza capacità di armarsi, di vibrare. Senza parole, né suoni, nessuna voce a romperne il silenzio. Non mi viene neanche difficile, basta scivolare lentamente verso il lato destro del tempo, lì dove esiste una specie di bolla tantrica sulla cui porta c’è attaccato un foglio di carta sgualcito, dai bordi taglienti e irregolari.
Sopra c’è scritto:
Non-essere
E’ una specie di zona notte, luci spente e silenzio frusciante.
Ci finisco lentamente quando il tempo si trascina cercando un senso nascosto tra le pieghe delle ore, delle parole, delle riflessioni, dei doveri scalinati lungo l’erta dei giorni.
Ci finisco di colpo quando viene lo strappo e da quello non so proprio difendermi: lui ti porta via e io rotolo picaresco dentro la bolla, sbattendo contro la carta che mi taglia l’anima, violentando la porta che si richiude prepotente dietro di me, e anche dentro.
Chiudo a chiave le cose, e la vita. Chiudo a chiave te e l’attesa di un tempo sconfitto.
Aspetto.
Dall’altro lato, sulla parte sinistra del tempo, c’è la vita.
Essere
C’è il riconoscermi in uno specchio che non mente, né saprebbe farlo.
Ci sei tu, con i tuoi occhi che segnano le stagioni.
C’è la forza della rinuncia, e le mie dita intrecciate alle tue.
C’è il sale del ritorno e quello del mare che non può fermarsi, che aspetta tempeste e bonacce, e la quiete di un tempo in cui ricominciare in fine a parlare.
postato da giuseppemauro, 12:35 | link | commenti (3)
martedì, 09 maggio 2006
ALCHIMIE (INTANTO CHE CI SI PROVA A ELEGGERE IL CAPO DELLO STATO...)
Uno dei motivi principali per cui speravo in una buona vittoria del centrosinistra stava – e sta – nella convinzione che Silvio Berlusconi sia una sorta di masso enorme messo a sbarrare la strada che dovrebbe riportare la politica italiana a una dimensione di decenza. Decenza istituzionale, decenza ideale, decenza programmatica: decenza.
Detto in altri termini, se è vero che al principio degli anni novanta un intero sistema politico è praticamente crollato sotto i colpi di una pratica del potere le cui fondamenta e modalità di esercizio, pure ultra decennali, non erano ormai più sostenibili, dopo quasi vent’anni siamo ancora fermi in mezzo a un guado. E’ comparso Berlusconi, la mappa della partecipazione politica in forma di partiti si è sgretolata senza riuscire a ricostruirsi in maniera compiuta e coerente. In forma convinta, per così dire.
C’è una anomalia che non consente il ridisporsi dei pezzi, e ciò vale tanto più in un Paese in cui i soggetti politici – cittadini, elettori, movimenti, eccetera – sono sostanzialmente assenti dalla scena da quarant’anni.
Per fare un esempio, in Francia la legge sul contratto di primo impiego, che mirava a ridurre la disoccupazione giovanile introducendo forti elementi di precarizzazione del mercato del lavoro, ha provocato una protesta fortissima da parte dei soggetti politici: studenti, lavoratori, categorie di ogni genere. Costoro hanno agito in massima parte senza la mediazione dei partiti, ovvero si sono appropriati del diritto di partecipare a un dibattito e a un confronto che toccava direttamente il loro futuro senza sognarsi minimamente di delegare la protesta o finanche la sua organizzazione a chicchessia.
Sappiamo come è andata, come sappiamo che forme di lotta e di coscienza di tale genere in Italia appaiono oggi impossibili.
Senza la base, senza i soggetti a premere e a fare la politica, questa appare arenata in una situazione di stallo in cui i partiti nascono, muoiono, si compongono insieme per decomporsi, si inventano nomi e loghi come marchi di fabbrica. Senza basi ideali, oppure rabberciando vecchie logiche e provando a venderle sul mercato.
Ecco, io resto convinto che la presenza di Berlusconi sulla scena politica sia un elemento fortissimo, decisivo, di conservazione della politica nello scenario deprimente in cui si trova invischiata: uno scenario da logiche aziendali.
Non va bene, io penso.
Eppure si è vinto, più o meno.
Nonostante non si sia raggiunto l’obiettivo di ridimensionare nella misura necessaria Berlusconi e Forza Italia (che io trovo sia il simbolo stesso dell’antipolitica, altro che la cara vecchia e rimpianta DC!), però si è vinto e l’occasione non può essere perduta. Occorre che la sinistra si adoperi finalmente per un chiarimento del quadro politico che definisca con nettezza identità, riferimenti culturali e ideali, collocazione sociale, rappresentanze, modelli partecipativi.
Da questo punto di vista, ci sono diverse prospettive che possono essere interessanti.
1: Democratici di Sinistra e affini
Il principale partito della sinistra si agita da quasi vent’anni alla ricerca di una identità compiuta. Prima la cosa di Occhetto, poi il PDS, poi i DS. Capisco, nella dirigenza dell’89, la fretta di liberarsi del fardello comunista (l’ho talmente condivisa che all’epoca aderii immediatamente a Rifondazione Comunista). Fretta opinabile, ma legittima. Meno comprensibili sono stati questi anni in cui nomi e simboli sono cambiati senza ragioni apparenti, se non quelle – mi verrebbe da dire – del marketing elettorale. In ogni caso, senza il sostegno di alcuna idealità definita o riconoscibile.
Adesso si parla di Partito Democratico.
Sintesi tra socialismo e cattolicesimo sociale, il partito democratico è (dovrebbe essere) qualcosa che facendo proprie fino in fondo le ragioni del bipolarismo (ma perchè? ma dove sta la superiorità di tale modello in termini politici o di efficacia o di ciò che volete?) dovrebbe porsi in un campo – per così dire - progressista. Genericamente, senza accenni alla sinistra o a parole e concetti a essa riconducibili. Una sintesi in cui i vecchi democristiani di sinistra e gli ex comunisti redenti dalla Storia dovrebbero trovare la giusta rappresentanza e la convinzione di esistere in una casa unica.
Dal mio punto di vista, questa operazione è totalmente sballata. Discutibile sotto ogni profilo, inaccettabile perchè estinguerebbe definitivamente ciò che è stato un luogo fondamentale per la nascita e la crescita della democrazia italiana (e parlo pensando agli iscritti, ai militanti, agli elettori del PCI perchè è a questa dispersione che si dovrebbe guardare).
Nonostante ciò, considerando che non mi interessano molto paludi incolori in cui affogare idee e progettualità, ammetto che l’approdo chiarirebbe moltissimo lo scenario, semplificandolo. E lasciando uno spazio importante per la ridefinizione della sinistra.
2: Comunisti e radicali e spazi contigui
Se Partito Democratico dev’essere, che sia pure.
Però la semplificazione chiarificatrice che ne deriverebbe non può e non deve lasciarci indifferenti.
Durante le laceranti e disperanti discussioni che seguirono la Bolognina (le ho vissute, sono vecchio abbastanza...), una delle ipotesi che stava in campo era quella di un superamento a sinistra del PCI. Il comunismo storico ha fallito, prendiamo atto delle ragioni di quanti fin dagli anni sessanta mettevano in discussione il socialismo realizzato, facciamo nostre certe ragioni dei movimenti del 68 e degli anni settanta, uccidiamo il PCI ma facciamo una Sinistra nuova. L’ho esposta un po’ rozzamente ma l’idea era questa e – io dico – non era una brutta idea.
E’ andata diversamente e siccome, in quel caso, il nome faceva sostanza, io (con molti altri) rifiutai le logiche che portarono alla nascita del PDS e mi mantenni orgogliosamente e testardamente comunista. La voglio rifondare – pensavo – ma l’idea comunista è ancora la mia.
Sono passati quindici anni, io continuo testardamente a sbagliare (se volete) ma tengo fede alla mia coerenza e alle idee di sempre.
Eppure, oggi, se un Partito Democratico nascesse davvero, ci sarebbero realmente le condizioni per la nascita di un soggetto politico di sinistra radicale, con l’ambizione di comprendere in sé le ragioni dei comunisti ma anche di tutti quelli che comunisti non sono ma che non rinunciano per questo a mettere in discussione l’ordinamento del mondo, l’organizzazione dell’economia, il capitalismo globalizzato e – per dirla in poche parole – l’ingiustizia eclatante e pervasiva e distruttiva che governa il nostro mondo.
Mescolare le idee, farne strumento di cambiamento.
Personalmente, non rinuncio all’idea che il comunismo, nonostante le aberrazioni e ai disastri che ha provocato più o meno ovunque si sia concretizzato, contenga ragioni e speranza di liberazione e di emancipazione dell’uomo che non moriranno mai. Questo in poche parole.
Eppure, le complessità di oggi meritano coraggio, meritano rispetto.
Superare a sinistra il comunismo, oggi forse è possibile. E io auspico che l’ex segretario del partito in cui milito, fresco Presidente della Camera dei Deputati, sappia fare di Rifondazione Comunista il motore di questa piccola rivoluzione, contribuendo in modo decisivo a creare le basi per la nascita di un soggetto nuovo che riassuma le istanze di radicalità che vivono oggi disperse in mille rivoli. Inefficaci così nella proposta e nella pratica, inadeguati di fronte alle sfide terribile dell’ingiustizia.
Lui che comunista non è mai stato, libero dal nostro peccato originale, può e deve permettersi il lusso del coraggio.
3: Alchimie
E’ perchè – ripeto – l’Italia non è la Francia. E questa sarà pure una banalità, ma sancisce la necessità di appassionarsi alle alchimie, ai progetti a tavolino. Rassegnandosi all’assenza della partecipazione di massa da qualsiasi processo politico.
Perchè mi rendo conto che discutere di nascite di partiti, di ridefinizione degli scenari, di ricostruzioni ideali, facendo i conti con la mancanza di soggetti reali e affidandosi per questo alle elucubrazioni, alle schermaglie, alle gelosie e alle ambizioni personali di pochi dirigenti - a volte innamorati del potere e unicamente alla ricerca di modi per perpetuare il proprio (piccolo e inutile) - non è buona cosa. Assomiglia a una specie di gioco e la politica dovrebbe essere altro, ritrovare il senso autentico del proprio esistere e dell’agire conseguente.
Ma tant’é: l’Italia non è la Francia e i soggetti non esistono, non ci sono. Fanno manifesti, fanno comunicati sui giornali, fanno le scissioni da Rifondazione o da chissà cosa, ma sono in dieci e non rappresentano nessuno, forse neanche se stessi. Non c’è la massa, non c’è il popolo, non c’è la voglia di partecipare. Certo, la colpa di ciò non sta tutta negli stessi soggetti, ma il dato è questo, ineludibile.
Perciò, per adesso, tocca rassegnarsi e aspettare e, nel mentre, affidarsi ai generali e al buon senso che gli rimane.
postato da giuseppemauro, 18:02 | link | commenti
martedì, 02 maggio 2006
MASSIME SOSPENSIVE - 1
E' bastato un intoppo con l'autobus perché il tempo si dilatasse all'infinito...
postato da giuseppemauro, 23:04 | link | commenti (1)
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