capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

martedì, 27 giugno 2006

CADENZE
 
Io attraverso il mio tempo con le giuste cadenze.
Certo, riesco a dirlo soltanto
                                           se potessi correrei più forte se potessi salterei gli ostacoli senza guardarne gli occhi doloranti se potessi misurerei le distanze che mi tengono ancora lontano da te ogni istante ogni sospiro ogni fremito di rabbia di desiderio compresso per capire per sentire quanto sono più vicino quanto sei più vicina
                                 quando so fermarmi coi pensieri, arrestarne il flusso o perlomeno contenerlo. Ecco, con la mente alleviata io riesco a dirmi che le cadenze sono giuste, il passo è vero, talvolta pesante, ma vero e generoso. Consapevole.
 
C’è stato un giorno in cui qualcuno mi ha incasellato in un cerchio e sotto ci ha scritto “questo è l’uomo che non sa dove andare”.
Errore.
Io so benissimo dove (e so anche dove non voglio andare), ma c’è da fare i conti con le linee d’aria, le correnti, le strade attorcigliate a scalare i monti, le onde che talvolta si scontrano in punti che non hanno padroni, nè segreti.
Io so benissimo dove andare, so benissimo come arrivarci, so benissimo quanto è grande la fatica che guiderà i mie passi. Che però, pazienti e estremi e finanche sorpresi, devono attraversare il mio tempo con le giuste cadenze.
 
Tu, tu lo sai.
A volte in scia, ma non sempre. Ci sono giorni in cui tieni il timone, o mi sopravanzi nel cammino, ce ne sono altri in cui ti lasci distanziare perchè la mia fatica è la tua, vivono dello stesso mare non esauribile.
Tu, tu lo sai che le cadenze sono quelle giuste, che se certe volte vado più svelto è perchè sento che è giusto e allora è giusto davvero e scusami, scusami amore mio, se quelle volte ti costringo a correre per tenere il mio passo che si scaraventa attraversa i giorni come quello di un ulisse impazzito o forse, dico forse, come quello di un qualsiasi astolfo perduto su una luna.
Tu lo sai, tu che attraversi il mio tempo e il tuo coi passi che cercano i miei, che in certi giorni inquieti sembrano perderli ma che non lo fanno mai, rinnovando più forti pensieri e sguardi e mani intrecciate.
Le mani intrecciate, quelle, sempre. Comunque.
Io attraverso il mio tempo con le giuste cadenze, e ne vado fiero.

postato da giuseppemauro, 16:32 | link | commenti

lunedì, 19 giugno 2006

IN CERCA

Temo di aver perduto pezzi e parole, al momento.

postato da giuseppemauro, 14:59 | link | commenti (1)

mercoledì, 14 giugno 2006

LA NASCITA DI MONTE NUOVO - POZZUOLI, 1538

postato da giuseppemauro, 11:17 | link | commenti

martedì, 13 giugno 2006

ARCHILEO

Ci sono volte in cui il sole sembra fuggire dal cielo, cadendo giù sulla linea del mare e arrossando di stupore e di rabbia. La notte arriva vincendo il giorno con la sua danza cupa e leggera e lui va via - scappa - incendiando di collera l'azzurro, striandolo d'oro e di sangue. Macchiando le cose degli stessi colori.

E' questo che pensa Archileo, in piedi sulla poppa con il braccio a governare il timone e la rotta dei Geomori in fuga da Samo e da Siri: un pensiero al sole e un occhio sulle onde. Il resto degli sguardi lasciati al Maestro, al discepolo di Ferecide, seduto sul ponte a gambe incrociate, gli occhi fermi come a leggersi dentro, e a capire.

 

postato da giuseppemauro, 17:08 | link | commenti

giovedì, 08 giugno 2006

IL MONDO DI OMERO

 

postato da giuseppemauro, 16:05 | link | commenti

martedì, 06 giugno 2006

LIBERATOR
 
I B24, detti Liberator, erano pesanti e impegnativi, complessi al punto che per gestirli era necessario un numeroso equipaggio. Dei camion, più o meno.
C’erano il pilota e il copilota, c’era il navigatore, e poi il bombardiere e il motorista e il radiotelegrafista, senza contare i mitraglieri di fusoliera.
In tutto, su quella specie di fortezza volante, volavano una decine di persone.
I voli erano lunghi e difficili, compiuti in gruppi compatti - pericolosi per il rischio di collisioni - ad altezze tali da proteggere in parte il quadrimotore e l’equipaggio dalla contraerea ma non dal freddo e dalla scarsità di ossigeno.
La costituzione di forze aeree enormi in tempi brevi richiese l’addestramento di
masse di aviatori inesperti e questo provocò un gran numero di incidenti e di vittime al di fuori delle missioni di guerra. Chi arrivava al fronte aveva già vissuto la morte di compagni e di interi equipaggi.
 
In linea di massima gli inglesi bombardavano di notte, colpendo bersagli vasti e urbani, mentre gli americani bombardavano di giorno per mirare i bersagli
strategici, volando a quote intorno ai diecimila metri.
Si seguiva il bombardiere guida per la sincronizzazione del bombardamento. La guida aveva gli esperti e tutti lo seguivano.
In caso di fallimento o rinuncia le bombe venivano sganciate comunque altrove perché
l’atterraggio a pieno carico era troppo pericoloso.
 
La contraerea in alta quota dipendeva dall’importanza dell’obiettivo, e a Napoli la sua efficacia era molto bassa. La caccia nemica si riduceva notevolmente alle quote più alte, per l’esigenza di velivoli specializzati. A Napoli, la gente si appassionava alle gesta di alcuni assi che diventarono l’emblema della resistenza della città a quelli che veninavo visti come bombardamenti indiscriminati, privi di obiettivi strategici, compiuti al solo scopo di terrorizzare la popolazione civile.
 
Scrive Giuseppe Campolieti, nella sua Breve storia della città di Napoli, "Si raccontò che, in quel periodo, bombardare Napoli e altre città italiane, era diventato per i piloti americani una specie di sport, molto eccitante. Al punto che le gentili signore di quei piloti accompagnavano in volo i mariti, per provare così il brivido dell'atroce diversivo."
Forse però questa è davvero una leggenda di guerra. I piloti dei bombardieri avevano un rapporto impersonale e distante con i loro bersagli, poiché non era possibile vedere l’effetto delle loro azioni dall’altezza del loro volo. Era difficile anche vedere il nemico e il rapporto con la guerra si riduceva quasi sempre a vivere la lenta decimazione dei compagni che scomparivano e alla speranza tornare a casa.

B24 formation

 
 
 
The largest raid was on  August 4, 1943 when 400 planes of the US Mediterranean Bomber Command dropped bombs for one and one-half hours, an attack that destroyed the famous church of Santa Chiara.  Again, some people who write about this claim that they were random raids on no specific targets, meant simply to terrorize the population and destroy the city. I don't believe a word of that. [Here's something else I don't believe a word of. From Breve Storia della città di Napoli (Short History of the City of Naples) by Giuseppe Campolieti, Mondadori Editore. 2004: "They say that in those days, bombing Naples and other Italian cities had become a kind of very exciting sport for American pilots, to the point where the pilots' gracious wives would accompany their husbands on flights and thus taste the thrill of the atrocious entertainment." 
That's right, the 9th Air Force flew in wives from Omaha and Hoboken so they could get in on the fun. Even as a "They say-" anecdote, anyone who lends credence to a fairy-tale like that is giving gullibility a bad name.
 
Jeff Matthews – Around Naples

postato da giuseppemauro, 10:10 | link | commenti