capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

lunedì, 28 agosto 2006

dal mare venni e amare mi stremò

perché infiammare il mare non si può

baglioni, 1990

postato da giuseppemauro, 20:15 | link | commenti

venerdì, 04 agosto 2006

PRIMA DEL MARE
 
Questi gorghi infiniti di lontananza e di assenza, io come faccio a spiegarli?
Ci sono giorni – e sono tanti, troppi – in cui ogni singolo secondo che scorre instilla il sapore amaro del dubbio, dell’incertezza, appanna l’anima fino a regalarle una insopportabile incapacità di dire, e di urlare.
E’ questo che vorrei fare, adesso: urlare.
Proiettato sullo schermo dell’orizzonte il film di ciò che sarò (che sarei), io non sopporto in alcun modo quello che sono ora. Non c’è praticamente nulla di ciò che mi sta intorno che vorrei conservare domani.
E anche questo è insopportabile, per me e per gli altri e per chi si costringe a leggere le righe che scrivo.
Perché cazzo ti lamenti di continuo senza far nulla?
A chi rendi conto della tua ostentata infelicità che sta a corredo della tua insostenibile apatia?
Che cosa fai concretamente per cambiare, e per cambiarti?
 
Eppure.
 
Ogni piccolo passo che compio verso quell’orizzonte che sta davanti costa dolori in assortimento variegato e fantasioso. Parole che non ti aspetti e che sai, che sei preparato a fronteggiare e che ti lasciano muto, pensieri che corrono prima del sonno che non arriva, silenzi che sembrano infiniti.
Ogni piccolo passo – e io cammino, sì, anche se talvolta non sembra – è una cifra da pagare a fronte dello scontrino non fiscale presentato dalla vita. Bene, ho capito che vuoi questo: pagami il dovuto.
E io pago, disse Totò.
E lo dico anch’io, condannandomi a una corsa lenta e sfiancante che a volte pare troppo ripida, altre volte sembra lasciarmi piantato nello stesso posto da sempre.
Ma le cadenze sono quelle giuste, non lo scrivevo qualche giorno fa?
Lo sono, ma non per questo sono meno sopportabili. E’ una sofferenza continua, uno stillicidio insensato ma che conserva le sue ragioni.
Un senso senza senso.
 
Perché mi manchi e devo ripetermi fino a massacrarmi di amarezza: mi manchi.
Mi manchi, cazzo.
Cazzo.
 
E adesso chiudo, me ne vado al mare. Di fronte a quell’altare davanti al quale - solo – so confessarmi.
E dio – chiunque egli sia – sa quanto io ne senta adesso il bisogno.
 
Buone vacanze, a tutti.

postato da giuseppemauro, 13:48 | link | commenti (3)

mercoledì, 02 agosto 2006

SE SOLO
 
Se solo fossimo come piante grasse, capaci di nutrirci a sufficienza con annaffiature rare e generose, senza intervalli da rispettare né scadenze da ricordare.
Se solo non avessimo questa straordinaria e maledetta propensione a imbottirci di domande, senza capire che il loro moltiplicarsi trascina con sé mille risposte mancate o assenti.
Se solo sapessimo accontentarci di cose fatue, del loro dipingersi e dipanarsi leggero, dei loro colori tenui, a volte impalpabili, senza persistenza ma così facili da cambiare e indossare alla bisogna.
Se solo non avessimo questa fottuta necessità di tormentare noi stessi come scoparci e farci male, noi e uno specchio e il nostro tempo che scorre mentre noi stiamo a guardarlo domandandoci perché: perché cazzo scorri, tempo?
Se solo fossimo diversi, o semplicemente altri, se fossimo più semplici, più leggeri, più attenti a liberarci dei pesi che ci ingolfano i giorni e, con la stessa invadenza, l’anima.
Se solo non sentissimo questo dannato bisogno di prendere a testate la vita, quella nostra, caricandoci sulle spalle le lacrime del mondo che piange intorno senza accorgersi delle nostre.
Bravi, noi.
Se solo fossimo come piante grasse e invece no, siamo fiori fragili e basta un giorno senza l’acqua delle parole e degli occhi e delle mani e la nostra terra schiarisce, si fa secca di sete e friabile, soffre di assenza e si sente morire.
Se solo le domande e invece no, noi le moltiplichiamo perché della mancanza di risposte godiamo fino a sentirci frustare lo stomaco, cazzo di sadici che non siamo altro.
Se solo e se solo e invece no, è sempre il contrario e allora si soffre, si impazzisce e i giorni si consumano sul viso, ci camminano sopra e i segni sono sempre più profondi, evidenti come rughe di vecchio.
Se solo, ma c’è un tempo di mezzo.
C’è un tempo d’aspetto, che l’acqua verrà abbondante e salvifica, verrà da saziare finanche le ossa fradice di abbracci e di promesse e di calore regalato insieme.
C’è un tempo d’aspetto, ma se tu sapessi quanto mi manchi adesso, ora, in questo stesso istante in cui mi costringo a dissetare la terra con l’arsura dei ricordi e delle certezze pazienti di dolore.
 
                           Stancami 
                           e parlami
                           abbracciami
                           guarda dietro le mie spalle
                           poi racconta
                           e spiegami 
                           tutto questo tempo nuovo
                           che arriva con te.
 
                                                 Ivano Fossati

postato da giuseppemauro, 16:36 | link | commenti (3)