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giovedì, 28 settembre 2006
JAYNE
Oggi vi propongo una specie di gioco:
chi o cosa è Jayne Dennis?
postato da giuseppemauro, 11:54 | link | commenti
mercoledì, 27 settembre 2006
DI LATO
Sposto la macchina di lato, in un punto qualsiasi della strada; mi fermo.
Resto per un poco aggrappato al volante, perché non ho voglia di cadere e sento che invece sta per succedere esattamente questo: sto per cadere.
E’ un periodo strano, in cui cado spesso.
I pensieri impazziscono girando in tondo e provocano dolenze diffuse, ficcano le loro domande negli interstizi che stanno tra le ossa e l’anima e lì fanno male. Si accaniscono. Arrivati al punto di rottura, sento dentro una specie di esplosione, preannunciata da un sibilo prolungato nelle orecchie.
E’ allora che cado.
E’ allora che la massa di pensieri torna tutta in un punto facendo di sé un cumulo inestricabile e discretamente pesante e poi rotola giù, trascinandomi con sé.
E’ allora che cado.
A motore spento, disteso sopra un pavimento invisibile, accascio la schiena contro il sedile, la testa reclinata all’indietro il più possibile. Chiudo gli occhi, per adeguarmi al resto che sta spento a sua volta. I pensieri caduti tardano a tornare e io non ho energie per produrne altri.
Dopo un poco, mi attacco all’auricolare del nokia e faccio partire qualcuna delle canzoni che ho scaricato sulla memory card. La cosa non mi fa bene, ma forse sì. Dipende dai punti di vista, insomma.
Sta di fatto che piango.
E’ un periodo strano, in cui piango spesso.
Rifletto sul silenzio dentro cui lo faccio, non produco suoni o li contengo così profondamente che la quiete dell’abitacolo non ne risulta scossa.
Rifletto pure sulle lacrime, ho un'immagine del pianto fatta di lacrime che colano interne, scivolando lungo le pareti del naso. A me no. Che il mio naso sia piuttosto brutto è evidente, ma che per questo le lacrime preferissero scendere esternamente, io proprio non me l’aspettavo.
Però scendono di là. Lato zigomi. Senza canali preferenziali, caute e leggere, si congelano in un punto lasciandomi una specie di filo d’argento lungo quattro o cinque centimetri. All’inizio posso sentirne la consistenza, il bagnato, persino il sale e questo va male, mi ricorda il mare e la sua lontananza e allora ri-piango, a volte una nuova coppia di lacrime prende il posto della prima e si ricomincia il valzer. Comunque sia, dopo un po’ i fili d’argento restano così, fossili di dolore, e io non riesco più a sentirli.
Nel mentre mi chiedo perché.
Perché piango improvvisamente come un coglione, senza motivi scatenanti, senza incidenti visibili, senza telefonate in uscita. Potessi farmi più semplice, potessi reinventarmi altro e diverso, potessi trattenere ciò che sono in una gabbia per farne uscire nel mondo soltanto l’essenza, allora potrei tentare di ridurre a uno soltanto tutti i motivi che spingono fuori dai miei occhi acqua e sale e argento, tutti i motivi che rimbombano dentro mentre intorno resta un silenzio che taglia la mia anima a fette.
Invece no, non posso. Mi maledico per la mia complessità illeggibile, maledico i miei pensieri che stazionano su di me in un groviglio inestricabile tenendomi al suolo e impedendomi di pensare, di capire. Maledico il mondo nel suo insieme, le strade sconnesse e piene di terra cattiva su cui ci costringiamo e che nessuno si premura di asfaltare. Perciò i piedi fanno male e forse è per questo che cado, per riposare un poco.
Ma tant’è, non per questo mi stanco. Ho una scorza durissima, anche se intanto che piango non so accorgermene e forse – forse – ogni tanto è bene dimenticare anche la mia capacità di assorbire il tempo, i colpi, il troppo che mi chiedi. E’ bene fare finta di non avere scorza, di essere uno fragile e esposto alle intemperie e piangere.
Come un coglione.
Però da solo, ché la mia scorza non mi perdonerebbe pubbliche debolezze.
I fili d’argento sono lì, riposano sopra gli zigomi e io non li sento. Non per questo li asciugo, mi piace tenerli sopra e sospirarne, intanto che la musica sfuma nell’auricolare ammorbidendo di più il silenzio.
Sospiro, riprendendomi la scorza e la certezza di te.
Rimetto in moto, mentre i pensieri si sciolgono da un abbraccio che sembrava eterno e ritornano su, a infestare come sempre la mia testa e le vene.
Vado.
Il sole lascia nel cielo più sangue del solito intanto che precipita e io penso alle sue cadute eterne e mi domando se ne soffra, e quanto.
Vado.
A cielo domato, ora che mi accingo a spegnere me stesso in un’altra sera priva di qualsiasi senso, non posso evitare di riflettere su quanto forte bruci negli occhi il sale che addolcisce le lacrime.
postato da giuseppemauro, 14:19 | link | commenti (1)
lunedì, 25 settembre 2006
IO NON
Lontano da te io non
riesco
io non so io non posso
lontano da te io non voglio
io non
voglio
abitare i miei giorni
scuciti di dosso
postato da giuseppemauro, 10:29 | link | commenti
venerdì, 22 settembre 2006
ODISSEA

postato da giuseppemauro, 14:34 | link | commenti
domenica, 17 settembre 2006
DUBBI
Bè ragazzi, io lavoro in Telecom: che faccio, comincio a preoccuparmi?
postato da giuseppemauro, 20:31 | link | commenti
giovedì, 14 settembre 2006
VIVERE LENTAMENTE (IL TEMPO)

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mercoledì, 13 settembre 2006
LIBERTA’ E FOLLIA
Se l’individualità è illeggibile al di fuori di un sistema di riferimento, dell’individuale non si dà discorso. Ma siccome ciò che sta fuori dal discorso sta fuori dalla ragione, l’individuale, nella sua ineffabilità, è la sede prima e originaria della follia.
La psicologia del profondo si imbatte nella follia non perché incontra anime dissennate, ma perché incontra l’anima nella sua singolarità. Questa, tuttavia, non riesce a tenere in scacco la ragione, perché proprio le sue espressioni, che sono espressioni di follia, costringono la ragione ad accrescere le sue dimensioni e ad articolare sottosistemi sempre più differenziati e complessi in cui le parole della follia possono trovare la loro traduzione e quindi la loro leggibilità. Paradossalmente, è la follia ad ampliare la ragione, e la razionalità dell’Occidente ne è la prova storica.
U. Galimberti, Gli equivoci dell’anima
In buona sostanza, l’Occidente è spazio di progresso e di libertà per merito della follia e mi pare che questo discorso non faccia una grinza. Sulle strade dei secoli, in mezzo alla moltitudine di storie senza Storia che ha fatto il nostro mondo, sono emerse individualità che hanno rotto i tempi che vivevano, precorrendoli e aprendo la strada a dimensioni diverse.
Rivoluzioni individuali.
Sono stati questi i folli, gli eretici, quelli che non riuscivano a conformarsi né a omologarsi a un pensiero che dominava il loro tempo perché i loro occhi vedevano le cose in maniera differente, altra, e per quanti sforzi facessero non c’era modo di nascondere o eliminare quella vista che non era accettabile dai contemporanei.
Sovente, quasi sempre, i folli sono stati eliminati dal loro tempo. Fisicamente, intendo. Inaccettabili, sono stati di volta in volta derisi, torturati, bruciati, cancellati e via discorrendo. Eppure, la grande forza dell’Occidente sta proprio nella capacità, una volta eliminata l’anomalia dell’individualità, di appropriarsi di quella follia per renderle e farne ragione. Quelli dopo, a piccole dosi e utilizzando strumenti tollerati e tollerabili dal tempo vissuto, hanno fatto in modo che ciò che era follia diventasse ragione e dalla ragione accettato. E la Storia, con la sua legittima pretesa di fornire immortalità ai mortali, si è poi sempre incaricata di risarcire il danno iscrivendo il folle tra gli individui da studiare a scuola.
Oggi, noi viventi immersi tutti interi in una società complessa come mai ieri, facciamo i conti con aspettative sempre più grandi e queste sono il frutto della capacità dell’Occidente di accogliere nel proprio generoso seno tutte le variabili sviluppatesi in esso, prima eliminate e poi fagocitate. E questa complessità, ampliatasi a dismisura anche in ragione di questi processi, è strettamente legata alla libertà.
Cos’è, oggi, la libertà? Come annota Natoli, la libertà è l’eccedenza delle possibilità, accettate dal tempo e dal sistema, che si presentano a un individuo rispetto alle scelte che egli può compiere nel corso della propria vita. La libertà è mobilità, possibilità di scegliere comportamenti e vite diverse molto più che in passato, perché ciò che ieri era folle oggi non lo è. Grazie ai folli venuti prima di noi.
Per questo, più comportamenti conosciamo (più siamo informati), più siamo liberi.
Eppure.
Ognuno di noi sogna, secondo le proprie inclinazioni, di essere sufficientemente folle da essere ricordato. Ognuno sogna il proprio eroe politico o di guerra, o di pensiero, o di lettere: ognuno sogna il proprio eroe. Questo sogno impossibile però non si accorda con la tendenza all’omologazione che pervade il nostro mondo oggi come forse mai in passato. Mi pare che gli spazi di libertà da questo punto di vista siano oggi ridotti e che il progresso sia sempre meno una faccenda di singolarità illuminate.
E’ più difficile, nel tempo nostro, essere folli.
Sarà per questo che ci si affida ai Papi e a presunti santi come eroi che, stando fuori dal mondo o avendo a che fare con qualcuno che sta altrove e che neanche si vede, fanno la Storia del mondo stesso?
postato da giuseppemauro, 16:58 | link | commenti
martedì, 12 settembre 2006
ESPERIMENTI
Noi siamo un processo psichico che non controlliamo, o che dirigiamo solo parzialmente. Di conseguenza, non possiamo pronunciare alcun giudizio conclusivo su noi stessi o sulla nostra vita. Se lo facessimo, conosceremmo tutto, ma gli uomini non conoscono tutto, al più credono solamente di conoscerlo. In fondo, noi non sappiamo mai come le cose siano avvenute. La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da qualche particolare che per caso ci capita di ricordare; e quando essa era a quel punto, era già molto complessa. Noi non sappiamo dove tende la vita: perciò la sua storia non ha principio, e se ne può arguire la meta solo vagamente.
La vita umana è un esperimento di esito incerto.
C.G. Jung
postato da giuseppemauro, 10:11 | link | commenti
lunedì, 11 settembre 2006
OGGI CHE NON PIOVE, O SOLO IN PARTE
Raccolgo in una cesta intrecciata di smerigli
ogni singolo minuto vestito di assenza
e poi le mancanze, proposte e subite e cercate
per coperchio uno straccio incolore e la fatica di ritrovarti
raccolgo tutto questo ché vorrei fartene dono
lasciare la cesta sull’uscio del mattino
fuori alla porta del mondo in cui stai riposta
nello scorrere delle ore orfane del nostro respiro appaiato
A volte mi domando, la rabbia stretta forte nelle mani
ma tu la conosci davvero la paura (che corre nelle mie vene)
di smarrire i tuoi occhi?
postato da giuseppemauro, 12:10 | link | commenti
sabato, 09 settembre 2006
IL CIELO (ASPETTARE)
Nel posto in cui abito c’è una villa, un parco attrezzato che è costato anni tra progetti rivisti, battaglie ecologiste, punti di vista diversi, incapacità amministrative. Più di vent’anni, se ricordo bene.
Oggi esiste e nonostante i dubbi progettuali – ci sono pochi alberi c’è troppo cemento c’è una fontana troppo grande eccetera – è un buon posto in cui fermarsi e pensare. Almeno quando piove, come stamattina.
Quando piove c’è poca gente, le persone convivono male con il tempo cattivo, probabilmente da sempre. Io no, faccio cose bizzarre. Quando piove (non troppo e poi quando non è troppo freddo, non voglio sembrare più bizzarro di quanto già sia) mi piace intrufolarmi nel deserto della villa comunale, sedermi su una panchina bagnata e reclinare la testa con la faccia verso l’alto; lascio che la pioggia mi colpisca il viso con spilli freddi e piacevoli. Per un poco tengo gli occhi chiusi, poi li apro ché è giusto che anche gli occhi godano della pioggia. Soprattutto quando ho voglia di piangere, meglio bagnarsi di pioggia e che tutto si confonda, senza dare agli altri tempo e possibilità di capire.
Poi li apro, che voglio guardare il cielo.
Stamattina pensavo che il cielo qui non è quello di Roma.
Adesso che sto scalando una parete, che ho cominciato a tracciare una linea di demarcazione tra una vita e l’altra, adesso che mi sento come ibernato in attesa di eventi in qualche modo già programmati, mi viene da pensare spesso a certe mattine di Roma in cui, appena fuori da un monolocale che non lasciava entrare che piccole e insignificanti stille di luce, avevo bisogno di guardare il cielo e di riempirmene, di ritrovare il senso originario che mi aveva portato lì. Non facevo fatica, beninteso, il cielo era quasi sempre benevolo e pieno di ragioni che non si nascondevano.
A Roma stavo bene, che fossi da solo o no. Ho vissuto momenti di disperazione pura, è vero, ma sono sempre riuscito a rialzarmi con una certa facilità, con efficacia e penso fosse quel cielo, ecco cosa. Senza confini a cingerne l’esistenza, sopra il parco dell’Appia le nuvole si rincorrevano per chilometri e era possibile seguirne il cammino. In certi scorci di Roma il cielo è enorme, sa ricordarti la dimensione giusta delle cose e quanto sono insignificanti certi momenti che ci piovono addosso apparendoci tragici e senza speranza.
Bè, a parte la morte (e ci sarebbe da discutere anche qui) le tragedie che ci angustiano non sono mai realmente tali. Sono difficoltà da affrontare col giusto piglio, con le consapevolezze necessarie e con tutto il resto. E siccome dirlo e facile ma farlo no, c’è sempre bisogno di qualcuno o di qualcosa che ci ricordi questa verità: a me ci pensava il cielo di Roma.
Può darsi – non posso negarlo – che fossero anche i miei occhi a essere diversi nel momento in cui si alzavano a cercare le nuvole e le correnti disegnate dagli aerei in fuga. Ma sta di fatto che il cielo appariva differente da quello di qui. Analogamente, a Roma stavo bene, qui non molto. Anzi, a dirla tutta, per nulla.
Adesso che sono come ibernato in attesa di eventi in qualche modo già programmati, adesso che l’incertezza sui miei progetti di lungo periodo si è fatta più grande, adesso che la sfiducia e lo scetticismo si sono impadroniti di una buona fetta dei miei pensieri indebolendo non poco le mie certezze e trasformandole in speranze piuttosto pallide che si fanno meno nette ogni giorno che passa, io penso spesso di tornare a Roma.
Sono spaesato, è quello.
Come un naufrago in caccia delle giuste tracce che riportano a casa, la mente mi porta su strade già battute, in cerca dei cieli giusti. Quello di Roma è un cielo giusto e oggi, disorientato e senza bussola, non posso fare a meno di pensare che forse dovrei tornare a camminarci sotto, alzare lo sguardo e ritrovarlo.
Aspettare non è una categoria dello spirito, né dell’esistenza.
Aspettare è un esercizio concreto, è un percorso che conduce da un punto a un altro desiderato. In mezzo c’è un cammino, ci sono giorni da riempire. Aspettare significa riempire i giorni con pensieri e azioni che servono a condurre in quel punto che abbiamo pensato come obiettivo, come progetto, come punto d’arrivo per ripartire. Aspettare significa forza, pazienza, sincerità. Significa ammortizzare i dubbi dentro certezze che sono punti fermi da cui non prescindere, mai. Aspettare significa ostinazione e fiducia, significa necessità, significa che nel sacrificio di ogni giorno ci stanno le ragioni primordiali e primarie della nostra vita, quelle da cui tutto prende forma e sostanza. Aspettare significa evitare di mettersi in dubbio, significa capire le richieste d’aiuto, significa evitare di praticare le condizioni che possono portare a perdersi di vista. Aspettare significa evitare i silenzi, perchè quelli più di ogni altra cosa allontanano e fanno distanza.
Senza di ciò, senza queste consapevolezze, aspettare è una formula vuota, priva di senso.
Certe incapacità mi spaventano, oggi. Sono impaurito, lo ammetto, e costruisco panni di diffidenza per proteggere i miei giorni. Vorrei capire meglio, vorrei riflettere, vorrei cercare di ritrovare le ragioni per difendermi dalle formule vuote.
E’ forse per questo che sento così forte il bisogno, oggi, del cielo di Roma.
postato da giuseppemauro, 12:58 | link | commenti
giovedì, 07 settembre 2006
C’E’ TEMPO (*)
E’ come se per anni io fossi rimasto fermo davanti a una parete di roccia, la strada interrotta d’un tratto e nessun’altra via intorno; fermo lì.
Guardavo all’indietro, scorrevo gli occhi intorno, mi sedevo per terra o semplicemente camminavo in circolo, la testa bassa e i pensieri accartocciati. A volte guardavo in alto, fissavo la parete: bellissima. Bellissima perché all’apparenza inaccessibile, quasi verticale, priva di spuntoni, alta quanto basta per impedire la vista della cima. Bellissima perché promessa di un’altra strada, c’era da scalarla e ritrovarsi di nuovo in piedi, un altro orizzonte davanti.
Per anni, però, io non l’ho fatto. Fermo o seduto o girando in circolo ho lasciato che la mia vita si arrestasse lì.
Non so se fosse un tempo di semina, o un tempo di silenzio.
So che dello stare muto ho fatto stile di vita, conservando nella testa parole che ogni notte, nel momento di cercare il sonno, diventavano sogni sempre uguali. Parole ripetute con le stesse cadenze, la stessa tonalità, il medesimo costruirsi insieme. Parole imprigionate nella testa, a scavarmi dentro, consumandomi lentamente. Io di questa opera distruttiva porto i segni sul viso e nel corpo, a volte ho temuto di impazzire.
E poi da sveglio mi appendevo alla vita con una indifferenza insopportabile. Per me, per te, per chi ci stava intorno. Ti ho negato per anni il tempo delle parole, ho negato a me stesso la possibilità di arrampicarmi sulla parete.
Il fatto è che non so quando è cominciata, è quello. Non so se è esistito un momento in cui potevamo parlarci e confessare che le cose ci stavano vincendo, non so se questo sarebbe bastato a darci la possibilità di provare a scalarla insieme quella parete davanti, bianca e bellissima. Mi sono concesso anche un tempo per partire ma non è bastato, adesso lo so. E lo sai anche tu. Sappiamo che il nostro è un tempo sconfitto, disintegrato in mille frammenti impossibili da rimettere insieme.
E’ come se per anni io fossi rimasto fermo davanti a una parete di roccia, la strada interrotta d’un tratto e nessun’altra via intorno; fermo lì.
Adesso però ho fissato il primo chiodo da roccia e provo a salire. Non sono bravo nelle arrampicate, potrà succedermi di cadere, di frantumarmi al suolo senza più la forza di rimettermi in piedi.
Ma devo andare, è il solo modo che conosco di riscrivere un altro progetto e la mia vita intera.
Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.
C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.
C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato
E noi, invece, ci ricordi?
Seduti entrambi – ma non insieme - al tavolo delle nostre vite provavamo a parlarne, a confondere i giorni raccontandoli. Ma il tavolo era smisurato, rotondo, sopra si srotolava una strada grigia e diritta che collezionava chilometri e anni, in mezzo ci stava un fiume enorme, colmo di correnti quietamente impazzite.
Tanto grande era il tavolo che vederci era impossibile, parlarci manco a dirlo e non restava che urlare il tempo dentro i nostri sogni, quelli più assurdi. Tu, perduta con me in certe foreste d’Australia, io a pensarti in un letto d’ospedale con me accanto a tirarti fuori da un sonno impossibile, ché devi sapere che io mi illudo da sempre di possedere – io solo – le chiavi per salvarti.
Che poi salvarti è salvare me stesso.
Adesso no, adesso posso vederti.
Il fiume è rimasto lo stesso ma non c’è più un tavolo a tenerci lontani e noi possiamo scambiarci gli occhi e l’anima e i pensieri. Lì, fermi sopra le sponde opposte di un cammino comune.
E se mi vedi mentre mi muovo, mentre sposto gli occhi intorno in caccia di pace, tu non averne paura. Ai miei piedi riposa una canoa reclinata, accanto al mio c’è un posto e quel posto è tuo. Tuo e basta.
C’è un tempo che saprà riprenderci, in cui le correnti si adageranno per permetterti di passare e quando sarai seduta al tuo posto, afferrando l’altro remo, sarà quello stesso fiume che oggi ci divide a trascinarci in mare aperto perché possiamo berne fino a sentircene sazi.
È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente.
Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.
C’è un tempo d’aspetto, come dicevo, come vado ripetendo da anni.
Però aspettare stanca, i singoli minuti che piovono sulla schiena posseggono un peso che talvolta è insopportabile. Non so nasconderti che certe volte vengo sommerso dall’ansia di scappare, di farlo ancora, di nascondere al mondo stavolta persino le tracce della mia fuga.
Il tuo calore, quello mi manca.
Mi manca quel tempo umido di sogni e bellissimo di giorni possibili. Mi manca la nostra capacità di ribellarci al sacrificio, quella sottile indifferenza verso il mondo che subito trasformavamo in rimorso e allora nulla ci bastava. Mi manca la tua mano, mi manca il tuo sorriso senza ombre, così raro e prezioso che ricordarne i contorni a volte è come vivere.
Testardamente immerso nelle mie certezze, io mi arrampico sulla mia parete e ti aspetto al di là del fiume e cerco il tempo in cui la mia mano stringerà la tua senza che nessuno possa stupirsene, senza apparire al mondo bizzarri o confusi. Cerco il tempo giusto per accostare i nostri progetti e farne uno che dispieghi davanti tutto il resto del nostro cammino.
Cerco un tempo insieme, che ci faccia sereni e talvolta felici.
Perchè c’è stato un tempo sognato in cui bisognava sognare e noi, amore mio, non abbiamo mancato di farlo. E’ proprio per questo, per la nostra capacità indubbia irrisolta indistruttibile di restare attaccati ai sogni che sapremo smettere di sognare, prendendoci finalmente la vita. Pretendendola per noi.
E’ proprio per questo che c’è tempo, e che esiste - laggiù - un tempo solo nostro.
C'è un tempo d'aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.
C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.
Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare
(*) C’è tempo è di Ivano Fossati – Lampo viaggiatore - 2003
postato da giuseppemauro, 12:18 | link | commenti
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