LE MIE PAROLE
Con le parole bisogna stare attenti, così come con i silenzi.
Le parole non si regalano, non si tirano fuori per compiacere o per benpensare, deve valerne la pena, valerne la pena.
Le parole vanno centellinate, c’è da farle fluire in un fiume di sangue e sudore e attenzione e poi lì, nel delta nel fiume, decidere se lasciarle annegare nell’oceanomare delle cose non dette o se liberarle e trasformarle in promessa:
io sono ciò che sto dicendo.
In questi due anni, dentro questo contenitore esposto alla mercè di chi voleva ritrovare un poco di se stesso o semplicemente curiosare sopra la superficie dei miei pensieri, ho scritto tanto, spesso; ho scritto troppo.
Ho scritto troppo e troppo profondo, tentando di trovare modi sempre nuovi per colpire, per raccontare la tenerezza e la rabbia e l’angoscia di tutto il mio sentire. Ho scritto troppo per colpire e per colpirmi, per provare a me stesso che ero vivo e per convincere gli altri dello stesso teorema, per dire che c’ero e per nascondere la mia assenza. Ho scritto troppo a ruota completamente libera, senza pensare o pensando e basta, evitando di fare i conti – nello stesso momento – con la mente e con l’anima.
Badate, non sto rinnegando le mie parole né sto nascondendo un addio contorcendomi in ragionamenti aggrovigliati. Rifletto, semplicemente, sulla difficoltà che oggi sto incontrando ogni volta che mi accingo a scrivere qualcosa.
In questo momento, dire è una fatica e mi domando perché.
Tu sei più bella di ieri vita
che a tutti ci fai battere il cuore
ed è proprio questo che mi piace tanto
ma non so scrivere e non so dire
non so chinare la testa
che non si china la testa
e non si regala l'intelligenza e la compagnia
e non è il caso di aspettare
non è il caso di aspettare
mai più
Ivano Fossati, la disciplina della Terra
Alle parole bisogna stare attenti, così come ai silenzi.
Perché noi siamo mente e anima, e siamo ragione e istinto.
Allora dire e dirsi, raccontarsi e negare, affermare e confessarsi – tutto questo vivere in forma di parole – dovrebbe essere il frutto di un dominio congiunto tra i luoghi diversi che ci costruiscono per quello che siamo. Invece ciò non avviene mai, o quasi mai. Almeno per me.
In questi due anni, e in tutti i precedenti che in questo tempo analizzo impietosamente sotto la lente di ingrandimento dei ricordi, ho speso e sprecato un sacco di parole. Talvolta guidato dall’intransigenza della ragione, altre volte spinto dalle capriole dell’istinto, ho detto a me stesso che ero, che sentivo, che provavo, che ieri e domani, che mai e che sempre. Invece fuggivo e consumavo i giorni, autocompiacendomi per le mie capacità o compiangendomi per il destino avverso.
Ho maledetto e santificato, ho sorriso e ho pianto, ho costruito e ho disfatto e tutto questo senza domandarmi mai in fondo, dentro quel subconscio che zittivo per mille ragioni che non posso e non voglio spiegare, quanto fossi vero.
E non lo ero, non lo ero quasi mai.
E non riconosco nessuno
non mi ricordo di un giorno
solo un passato pieno di donne
un cimitero dei cani
la casa dei sentimenti arredati
dei sentimenti adornati
dei sentimenti armati
Non ho mai tradito la mia giovinezza
non devo provare la mia innocenza
sono colpevole d'aver nutrito
l'amore e altre deviazioni
come la malinconia
come la nostalgia
Ivano Fossati, la mia giovinezza
Dalle parole bisogna guardarsi, e anche dai silenzi.
Mi sto processando, sto processando la mia vita e le parole di cui l’ho farcita e che l’hanno resa sembianza nei confronti degli altri. Di chi ascoltava deridendo e di chi invece ne sognava immaginando. Mi sto processando nella duplice veste di imputato e di giudice e so che non avrò appello, so che in vita puoi sbagliare davvero una volta ma che rifarlo non è consentito, non può essere consentito. Scrivo memoriali difensivi e capi di imputazione, provo a parare i colpi e a volte ci riesco in maniera brillante ma non posso evitare la constatazione amara della giustezza delle tesi accusatorie.
Non posso evitare una condanna.
E – insomma - non potrei neanche farne a meno, perché se un processo è possibile lo è anche una pena, lo è anche una espiazione, lo è anche il giusto pagamento di un debito necessario a rimettersi a vivere.
E a scrivere.
Siamo stanchi d'aver mentito e dove lontano vivo
le carezze guariscono ogni male
spediscimi le parole che ti dovrei dire
e giuro che le imparerò
Che tempo è questo
che tempo
che strada e che ora del giorno è
E quali parole servono oggi
a chi non sa scrivere che lettere d'amore
quali passi di poeti e loro piogge e solitudini
piegherebbero il tuo sguardo e il tuo tempo ancora
verso me
Il motore del sentimento umano
non lascia indirizzo né traccia
non lascia indirizzo né traccia
Ivano Fossati, il motore del sentimento umano
Per le parole bisogna stare attenti, e anche per i silenzi.
Perché noi siamo mente e anima, e siamo ragione e istinto. E oggi sono convinto che soltanto quello che diciamo guidati dalla decisione accordata insieme tra le due metà del nostro essere ci rappresenti realmente per ciò che siamo. Se ragione e istinto sono insieme e dicono, allora sì siamo veri, siamo noi stessi, siamo le parole che pronunciamo.
Questa coincidenza di intenti tra due metà che non fanno che combattersi rinfacciandosi i propri torti è però cosa rara, e perciò preziosa. Istinto e ragione partoriscono parole di continuo e io, per anni e per la vita fino a oggi, non ho fatto che buttarle fuori ripetendole in ogni contesto, in ogni frangente, fino a privarle della capacità di rappresentare differenze e valori diversi. Incantato dalle necessità talvolta della mente, talaltra dell’anima, ho detto e raccontato come se ogni cosa e storia vissuta possedesse la medesima intensità, la stessa capacità di descrivermi dentro e fuori, la stessa potenza e la capacità di persistere.
Ho usato sinonimi per marcare differenze, ma ovviamente non serviva e per questo lo ammetto: ho spesso, troppo spesso, creduto di dire.
Ho abusato di un dono.
Ho millantato crediti.
Ho immaginato eternità.
Ho corso fiumi al contrario.
Ho rovesciato orizzonti.
Per tutto questo, oggi dire mi costa fatica e costa fatica ascoltarmi. Troppe volte ho usato immagini e toni e parole accostate insieme a fare un mondo perché chi mi ascolta adesso possa permettersi il lusso di accettarle – e di accettarmi – senza dubitare, senza rileggersi dentro ciò che pretendevo di essere, e che ostentavo senza freni e senza mettere insieme istinto e ragione, e provarne paura o rabbia o disincanto.
Chiedo perdono
se non so chi sono
io
Eppure oggi sono più attento.
Oggi che mi pare di capire il senso delle parole come senso stesso del nostro essere, io cerco di ascoltarmi dentro prima di dire, di sentire se le due metà che si fronteggiano abbracciandosi sono in pace nel dettare la strada ai pensieri o se certe cose vengono soltanto da una di esse. In quest’ultimo caso, taccio. E siccome è difficile sentire mente e anima insieme, io taccio spesso.
Sto imparando a tacere e forse è questa una delle pene previste dall’accusa nel processo a me medesimo.
Per questo, anche se so che i dubbi restano e so che è giusto così, le parole che pronuncio oggi hanno un senso diverso da un tempo. Quelle che passano il vaglio del mio ascolto interiore, quelle che alla fine mi decido a dire, non sono tante; ma sono interamente vere.
Oggi, con una forza che possiede una buona consapevolezza di sé e di verità, posso affermare che ciò che dico ha un peso uguale al mio, che mi rispecchia in ogni ruga e in ogni gioia e in ogni ferita e che non ne ho punto paura.
Se oggi dico sempre, vuol dire sempre.
Se oggi dico un sì, è un sì senza compromessi né condizioni.
Se oggi io dico – allora – tu dubita pure senza ansie, ma infine credici fino in fondo.