LA MIA NAVE SI CHIAMA DERIVA
Il mare sta sotto, fluido e benevolo.
Sopra il tavolaccio del ponte, appoggiato al timone che si regge a sua volta contro il mio braccio, percorro il tramonto delle cose, che mischia i colori insieme facendone uno e senza nomi.
I pensieri sfilano via in forma di vento, carezzando le onde schiacciate dalla bonaccia; il mare è fluido e benevolo, rilassato. Il mare non ha motivi d’orgoglio rabbioso, dentro questa sera che sembra infinita.
Il mare sta sotto, la prua taglia il lenzuolo d’acqua con delicatezza perversa. Io sto da solo, il timone da parte, gli occhi fissi sul silenzio.
Il silenzio in forma di sciabordio.
Il blu che scolora, sopra e intorno.
Io sto da solo, il vento nella mente, la navigazione composta. Riprendo un viaggio solitario interrotto da troppi anni perché possa serbare il ricordo dei motivi e dei sogni per cui vi posi fine. Quei motivi non so più sentirli e a dirla tutta, dentro le mille ragioni che ho inseguito in questi mesi e anni passati a falcidiarmi l’anima, l’unica che conserva il suo posto alla fine di ogni ricerca è proprio questa: l’impossibilità di sentire i motivi – e i sogni - per cui smisi di andare da solo.
cercare qui, dentro ad un setaccio ciò che è perso
E allora eccomi, dentro un presente in cui c’è poco altro che respirare. Dentro un tempo in cui ridefinirmi, ricostruendo il mosaico disgregato che mi abita dentro, diventa la sola necessità. Riconquistare – una alla volta – le energie che mi hanno portato fin qui, in questo punto che sta fuori dalle rotte consentite o ammesse dalla grande parte del mondo che conosco, ma che sta invece sulla mia, con tutta la sua dignità. Perché ciascuno dovrebbe intraprendere questa specie di viaggio illusorio e insensato che è la vita avendo la possibilità di disegnare un percorso sulla propria mappa. Eppure, troppo spesso ci si imbatte in chi si sente in dovere di tracciare con una penna indelebile le correzioni che ritiene giuste, la mappa è sbagliata, qui andrei verso l’alto, qui devi evitare gli scogli, qui c’è burrasca e stai alla larga, il porto più giusto sta qui.
Tratti di penna, linee incomprensibili, cerchi rossi.
Io cancello tutto, con l’ostinazione che so riconoscere a ogni risveglio che mi rimette in mare. Il percorso è il mio, che io vada a fondo o meno, alla fine le onde attraversate potrò dirle e sentirle mie interamente. Ogni singola onda.
La mia nave fila veloce quanto basta in mezzo alla sera che affonda nel buio.
La cabina è piena di poco, conto di darle una funzionalità migliore ai prossimi attracchi, rifornirla giusto delle cose che servono davvero. Intorno alla mia solitudine si muovono presenze diverse e informi, sovente in forma di parole, ma avrò modo di dirne più avanti.
Ci sono paure – anche - che imbracciano la spada per combattermi e io non disdegno mai di assecondarne gli impeti, di sfruttare il senso dello lotta allo scopo di riprendermi quelle energie di cui ho un disperato bisogno. Ci sono sogni da ricostruire e motivi per esistere, ci sono errori giganteschi e una meta da digerire. C’è un mondo che si spezza accanto e un altro che non sa ancora respirare.
Respirare.
Ognuna di queste onde che lascio alle spalle si fa ricordo, e non smette di chiedere libertà e dolore.
Respirare e liberarsi.
Adesso, nel vuoto del silenzio che mi affratella alle cose, il mare scolora dal blu al bianco prima di ingrigirsi ripido, farsi antracite, morire di nero assoluto. La notte, sospirata e potente, si scaglia sul mare uccidendone i propositi e i desideri, serbati nelle profondità senza fine - a noi escluse - per il giorno a venire.
La notte si scaglia sul mio tempo e lo ammazza, terminando una sera fattasi troppo innaturale nella sua esasperante lunghezza. La notte si scaglia sulle cose con la sua nettezza di morte, ma essa soltanto può essere preludio d’alba.
Tutto si compie per rinascere, ciclo instancabile.
Io invece no, sono stanco.
Mortalmente stanco.
Sulla mia nave, tenendomi al timone che a me si aggrappa, fisso il silenzio con gli occhi spalancati e l’anima persa. Ricordo, molto, e della memoria faccio preveggenza. Sulla mappa dispiegata sopra il tavolo che sta in cabina, ho appena disegnato una curva sull’azzurro, stretta abbastanza da non fare troppo male sapendo tuttavia che ne farà, e che questa è una colpa da cui non saprò mai spogliarmi del tutto.
Ma c’è un punto, in mezzo a qualsiasi tempo di qualsiasi mappa, in cui non c’è che curvare o morire.
Io vado, da solo. Accompagnato da speranze troppo giovani perché io possa sentirne l’odore, immaginarne la consistenza, farne già promessa.
Ma vado.
Io con la mia nave.
La mia nave che si chiama Deriva, e che quando occorre sa anche volare.