AGOSTO
E così, è andata.
In un groviglio di sentimenti che si dibattono scontrandosi senza acrimonia, semplicemente affermando se stessi, è andata.
Tristezza, liberazione, sgomento, passione, indolenza, frenesia. Volendo potrei continuare per sinonimi, ma lo sostanza è ridotta a una dicotomia forse persino ovvia: da un lato provo tristezze assortite per quella che è una sconfitta pesante, la conclusione di un progetto di vita lungo vent’anni – pure se la sua fine si è stagliata improvvisa sulla scena del mio mondo già sei anni fa; d’altro canto sono sollevato dal termine di un tempo di bugie e finzioni e tensioni e silenzi che si era fatto lunghissimo, tanto lungo da divenire quasi normale nella sua insopportabile connotazione.
Ogni giorno, ogni singolo minuto, si era fatto sbarra di una galera indistruttibile, di una ragnatela d’acciaio fittissima e inestricabile.
Eppure, adesso ne sono fuori.
Sia chiaro: non sto benissimo. Navigo a vista, io capitano di una nave acciaccata sempre in burrasca. Però è un inizio. Un punto quasi zero, la possibilità di ricominciare da me stesso e da una solitudine necessaria e salvifica.
Io, che ho fatto e scritto di catarsi e di esili come metafore di giorni tutti uguali, oggi in esilio ci sono davvero. In esilio dal mondo, in esilio da una visione della vita fatta di percorsi in comune con qualcuno accanto, in esilio per ricostruire un’immagine dell’esistenza più simile a ciò che sono davvero.
Sempre che io abbia capito chi sono, a quasi quarant’anni; e non è per nulla scontato.
Mi aggrappo alle cose: cose da comprare, da sistemare, da rettificare. Cose da mettere in fila per dare un senso ai giorni che pure sembrano inseguirsi rapidissimi. Ho vissuto anni talmente dilatati nella loro impassibile pretesa di eternità, che oggi tutto sembra corrermi davanti e di fianco con velocità folle, e non riesco a fissare il momento. Ci sono istanti in cui mi guardo da fuori, andare e tornare, sperimentare nuove forme di relazione con gli altri, dopo che per vent’anni sono stato solo una stanca immagine di ruoli: figlio, fidanzato, marito, fratello, cognato, zio, padre. Dismettere un abito per indossarne un altro, così all’infinito, dimenticando il colore e l’odore della propria pelle.
Oggi sono assassino: assassino del mio tempo e di gran parte di quei ruoli. Ho ucciso il me stesso che albergava in essi, costringendo tutti a fare i conti con un altro me.
Riconfiguro me stesso, cioè, ma so bene che intanto costringo anche altri a riconfigurarsi mentre mi guardano e dicono.
Vi chiedo perdono, in qualche modo.
Lo faccio perché è anche colpa mia, perché quel progetto in cui stavo – in cui stavamo - ha esaurito il proprio senso per le colpe di entrambi gli attori che lo avevano concepito, e però quello che ha capito, quello che ha vissuto tormenti drammatici e infiniti prendendone atto, quello che si è dibattuto in mille modi tentando di restituirgli un minimo di significato e credendoci e osando e tentando di non pesare sulle cose e sul piccolo mondo immutabile che stava intorno senza tuttavia riuscirci, quello che in fine ha deciso con il coraggio e la vigliaccheria dell’affermazione dell’evidenza: quello sono io. Ho tentato diversamente, l’ho fatto in maniera arruffata e confusa per anni; l’ho fatto. Non ci sono riuscito, non ci siamo riusciti. Ho deposto le armi, mi sono arreso e per questo vi chiedo perdono.
Per questo ti chiedo perdono.
Ma andare avanti era per me come morire, te lo dico ancora qui come fosse una preghiera.
In questi anni ho come girato in tondo, disegnando una specie di cerchio imperfetto e inconsapevole. Sono fuggito, ho immaginato, ho fatto sogni colorati e in bianconero, sono stato sconfitto, sono tornato, sono cresciuto ma non lo so, ho combattuto ancora, ho affrontato i mostri e le mie paure, ho fissato negli occhi l’essenza di ciò che sono diventato, ho guardato finalmente in faccia consapevolezze antiche e tenute sotto chiave dando loro un nome, riconoscendole e comprendendo, facendone un senso nuovo.
Sono fuggito, ma sono tornato e oggi posso farmi carico fino in fondo della mia dose di peccati da scontare. Lo faccio con fatica, ma lo faccio e questo vorrei mi fosse riconosciuto.
Il futuro non lo guardo, non lo vedo; neanche lo ascolto.
So cosa devo comprare alla Coop stasera perchè la mia normalità quotidiana funzioni senza tante domande, so che i giorni che passano diventano abitudine tollerabile e rassicurante, so che i ricordi camminano insieme a me e che le paure si affievoliscono, so che le ferite si rimarginano e anche più velocemente di quello che potevamo immaginare.
So che devo andare avanti ma che soprattutto voglio.
Da solo.
C’è questo tempo davanti a me che non ha progetti definiti, insomma. Ho bisogno della compagnia del mio corpo e dei miei pensieri e di null’altro, per fare ordine e per non morire, per imparare nuovamente a immaginare il futuro. C’è questo tempo davanti che sento piuttosto lungo, ma tutto consapevole e senza strappi; tutto necessario. Cose da fare e da pensare e da sistemare, cose in attesa ibernata di una vita che non sarà magari altra, ma che certamente verrà differente.
Perché io di errori ne ho fatti troppi e di natura troppo variegata per non imparare proprio nulla da essi. Qualcuno lo rifarò – può darsi – ma certe cose le ho imparate per bene e le terrò a mente e nell’anima, riconoscibili e in evidenza.
Da qualche parte, su quell’isola possibile in mezzo al tempo cantata da Houllebecq e su cui prima o poi troverò casa, so che questa memoria mi servirà.