MAL DI TESTA, SURREALTA’ E INVERNI
Ho mal di testa.
Feroce, persistente, il dolore si cristallizza in mille spilli tutti uguali che viaggiano uno accanto all’altro, ostinati. Scompaginano le difese organizzate dagli analgesici, attraversano le trincee abbandonate dai protettori naturali del corpo, si fanno beffe degli occhi chiusi a protezione di luoghi indefiniti del capo. Tendo l’indice contro la palpebra sinistra abbassata, in cerca del punto, dell’epicentro del caos. Niente: quando mi sembra di averlo trovato, quello sfugge e si piazza altrove, con dispetto. E in ogni caso - penso adesso - se pure lo trovassi, quel dannato punto, servirebbe a poco. Terrei il dito premuto sul dolore provando a schiacciarlo con l’unico risultato di renderlo più forte, come disperato.
Fuori è nero, quasi notte. L’inverno si veste di botto dei suoi abiti migliori, quelli dismessi e serbati più o meno un anno fa. Piove a scrosci sonanti, sopra la campana della chiesa sconsacrata che si appoggia al balcone della casa fotografata dal tumulto che troneggia fuori alla finestra del mio loculo uso ufficio.
All'avanguardia, case, ammassate senz'aria le une sulle altre.
Sullo sfondo, Castel Nuovo.
Di fianco, il rosso cupo del Palazzo Reale.
Un poco più a destra, la cupola vetrata della Galleria.
Dietro, invisibile, il profumo mesto del mare.
Sopra tutto, antenne. A scheletro, a parabola, a piramide, a traliccio: antenne. Sopra, le antenne che si parlano tra loro, organizzando complotti eterodiretti e noi in mezzo, bombardati da ragnatele incorporee che trafiggono cellule e pensieri.
Magari si mescolano insieme, magari mentre penso a cosa cucinare stasera (sempre che abbia voglia di farlo) in quel momento la RAI o Mediaworld o Teleorwell stanno trasmettendo uno spot sulle virtù nutritive della carne d’asina e io sono irresistibilmente spinto a cercarne dovunque e in mancanza a digiunare.
Io, e la mia duplicazione infinita: dove sei? dove stai? cosa ne è delle nostre saette impietrite senza più luce né energia tra le nuvole nere di seppia?
Mi domando se sotto, giù, nelle profondità dei burroni d’acqua irraggiungibili e inaspettati, stiano sommerse le stesse nuvole, con gli stessi colori, le stesse seppie bugiarde.
Mi domando se ci piova, lì sotto, e cosa.
Ma è solo che ho mal di testa, e la mia mente risponde male. Risponde piccata e assente, come non ci fosse campo cerebrale.
Sempre che mi resti un cervello, intanto che viaggio lungo giorni privi di qualsiasi domanda, la vista oscurata da un muro fatto di mattoni diversi, talvolta folli, comunque pesanti.
Ma via via più bassi, questo sì. Più leggeri, erosi dal tempo e dall’ostinazione, più bassi di necessità e di virtù.
Più bassi che tra un po’ ci vedo, e allora sotto a riparlarne.
P.S. Sabato scorso ho compiuto quaranta anni, e lo affermo qui senza timore di smentite, evitando citazioni di morettiana memoria.
Ad oggi, non sarebbe il caso.