capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

venerdì, 28 dicembre 2007

GRANELLI DI SABBIA
 
Espongo i granelli di sabbia, che raccolgo paziente e senza distrazioni, lungo certe file coerentemente disordinate, sopra il tavolo della mia vita.
Il tavolo è un rettangolo dagli angoli aguzzi, a toccarli ci si ferisce e talvolta persino a sfiorarli si riesce a ottenere il medesimo risultato. Io ci ho fatto l’abitudine, la mia pelle conserva gelosamente i segni di ciascuna ferita: quelle visibili come cordicelle nascoste e quelle vaghe e tenui come pudori appena sfioriti. Io ci ho fatto l’abitudine, ma so chiedere perdono a chi ci si è ferito senza capire o riuscendoci tardi e senza colpe superflue.
Raccolgo i granelli e li metto in fila sul tavolo tagli angoli aguzzi, allora, con un ordine difficile da leggere, da riconoscere; da collocare.
Ci sono quelli più grossi, quelli sono i giorni che dietro le spalle fanno scia da motoscafo e li colgo sulla porta della notte, quando spengo la lampada (talvolta lasciando il televisore acceso ma senza la voce; è praticamente l’unica funzione che riconosco all’oggetto) e mi metto in caccia del sonno, operazione sempre e da sempre faticosa, mia madre ancora mi racconta delle passeggiate in macchina sul pontile di Salerno quando a pochi mesi non volevo saperne di chiudere gli occhi già spalancati sulle cose, tanto da spaventarla che mi chiedeva: ma cos’è che pensi e com’è che già lo fai?
Ci sono quelli minuscoli che risplendono di luci prismatiche, loro sono i pensieri più nascosti, quelli scavati d’abisso, quelli dei lati oscuri, quelli che tengo per me e basta pure se certe volte, impaurito o sollevato dalla quantità smisurata di cose che corre silenziosa tra le anime e tra i nostri senni altrimenti gemelli, oso raccontarti e tu respiri di ascolto e ti fai specchio, rigirandomi ogni cosa e cantandola con la stessa voce che non è più tua e neanche è la mia e allora oso raccontarti e poi ci piango, crudelmente, stupefatto dal coraggio dei ricordi che sgusciano fuori da una invisibilità manifesta e priva di tempo.
Ci sono quelli trasparenti, eccoli i sogni in forma di cristalli morbidi e sfuggenti, quelli deposti per sempre come le armi di un guerriero troppo antico e quelli che fanno ancora luce intorno e sulle mie dita e sul tavolo dove stanno, sanno concedere senso alle ore che scorrono e ai granelli grossi già lontani sullo sfondo e a quelli ancora da raccogliere e al tavolo intero, sono belli come soli differenti, come gli occhi che conservi per me dentro la rugiada di una pagina bianca che viene dopo e non sai ancora se ci scriverai urlando di maiuscole o sussurrando di corsivi.
Ci sono quelli colorati, impastati dei desideri imploranti e discreti, delle voglie ubbidienti di pazienza, delle attese folli di frenesia e ogni colore si fa attesa diversa, volontà rosse di risolutezza e gialle di indecisione e blu di intelligenza, l’audacia e la paura e la ragione che si fondono insieme dando vita a ogni altro colore, alla passione e alla noia e alla sfrontatezza e alla vergogna e alla complicità e all’indifferenza e allora eccoli, eccomi che siedo davanti al tavolo e scrivo la mia lettera d’intenti, il gentleman agreement, la lista della spesa, adesso che si spegne un anno che per me si è fatto duro di roccia sconosciuta e ribelle e che un altro ne arriva di fronte io scrivo come un bambino chiede al suo babbonatale io scrivo
 
Caro che mi ascolti e se,
sono stanco dei miei mari in tempesta e delle bonacce senza vento, che siano Egei o Pacifici io sono stanco. E allora donami gli occhi per guardare oltre la linea curva di mondo che sta sullo sfondo, donami acque increspate di giorni mai uguali, voglio e vorrei onde sopra cui dondolarsi senza rovesci, folate leggere a gonfiare appena le vele scherzando talvolta di rabbia e soffiando più forte per ricordare l’odore di burrasca, giusto per assaggiarlo ancora che di burrasche talvolta io ho bisogno ho ancora bisogno.
 
Caro se resti a ascoltare e puoi,
dimmi che le mie bambine cresceranno forti e flessibili come canne esposte allo stesso vento dei miei mari nuovi, che conosceranno ebbrezza e quiete, che sapranno respirare forte il mondo e dimmi che mi riconosceranno a ogni giorno che segue, che potranno distinguere i miei torti e le mie ragioni e sapranno amarmi in virtù degli uni e nonostante le altre.
 
Caro se non sei stanco e sei,
dimmi delle verità in qualsiasi forma a fare cerchio e a chiudersi sulle menzogne, in un gioco indistinto che è come quello dei colori illeggibile e indecifrabile e hai voglia a metterci il copyright e il codice RGB o quello esadecimale, i colori scappano come le verità e ognuno sa della propria e farle parlare insieme e intrecciarle è esercizio complicatissimo, tanto che quando ritrovi – caso o fortuna! – una voce che ascolta il tuo vero e ti racconta il suo e non fatichi a capirne le ragioni e allora non lasciarti scappare quella voce, non farlo qualunque sia il prezzo da pagare, perchè se sia l’unica come romanticamente narrava il Filosofo o sia una tra le poche possibili, quella voce è la tua parte di mela mancante, quella voce è la parte di verità che cercavi da sempre, quella voce completa la tua vicenda che dal primo sentivi imperfetta, quella verità si confonde con la tua e come in un gioco di riproduzione alla rovescia sono due che si fanno una, all’occorrenza puoi distinguerle sempre e ancora, ma sono una e come tale compiuta, come tale quasi perfetta e sta in quel quasi la sua perfezione.
 
Caro se mi segui e vai,
dimmi se ci sono. Dentro una nenia soffiata da un demiurgo, nel sogno di un dio distratto e incompetente, tra le pieghe di un pensiero che corre dalla prima stella sul fondo dell’universo fino a questa tastiera nera su cui le mie dita danzano parole. E se ci sono dimmi che troverò la mia voce dentro la sua e se già l’ho trovata senza saperne e dimmi allora come riconoscerla e dimmi cosa farne dei miei giorni fiondati sul futuro senza tracce da seguire e dimmi di una nuvola che si trasforma senza darmi mai il tempo di distinguerne il viso e dimmi di una città che muore sotto la nostra totale impassibilità e del mondo che fa lo stesso e dimmi della rotta segreta seguita dal gabbiano e dimmi del sole e della sua età insaputa e dimmi delle donne insolite insolute insalate (*) e dimmi di lei e della codifica imparziale della sua felicità irraggiungibile e dimmi quello che vuoi no, dimmi quello che sai ma dimmi e dimmi ancora, che ho bisogno di ascoltare, ho bisogno di imparare meglio, ho bisogno
 
io scrivo per me, che sia un anno comprensivo, nel senso di capire e nel senso di includere. Spero sia lo stesso anche per voi.
In buona sostanza, auguri.
 
 
(*) insolite insolute insalate è di Baglioni, Le donne sono, 1990

postato da giuseppemauro, 14:57 | link | commenti

mercoledì, 19 dicembre 2007

Mille volte ci guadagneremo il paradiso, e una volta in più riconquisteremo l’inferno.
Sta di fatto che io sono un fottuto bastardo, e lei finirà i suoi giorni facendo la cameriera in una kitch-villa tondeggiante di Miami.

postato da giuseppemauro, 10:04 | link | commenti

giovedì, 06 dicembre 2007

8 DICEMBRE

postato da giuseppemauro, 14:09 | link | commenti