capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

martedì, 26 febbraio 2008

900 Abacus Watch

postato da giuseppemauro, 17:05 | link | commenti (6)

lunedì, 18 febbraio 2008

 

UN VIAGGIO, IL VIAGGIO

La verità è che vorrei fare un viaggio con te. Sai, di quelli inaspettati, senza programmi. Quelli che tiri giù la valigia dall'armadio e la riempi con due camicie e giusto un po' di biancheria, quelli che le cose che dimentichi le compriamo per strada. Un viaggio di città e di piazze, adesso che l'inverno canta ancora e non ha intenzione di andare. Un viaggio di venti pensosi e poi di mare, perché di mare io non so fare a meno nemmeno quando il freddo prova a convincermi che non è ancora tempo. Di mare è sempre tempo, in fondo.
Pensi lo stesso? Non so, immagino di sì.
Vorrei fare un viaggio con te, insieme a te. Di quelli che l'orologio ha poco senso, perché davanti hai giorni da riempire e ore lunghe che sai che saranno brevissime e vorresti non finissero o perlomeno che andassero più lente. Di quelli che cominciano coi silenzi di un disagio che viene da lontano, dietro porte chiuse a doppia e tripla mandata, e poi vanno sopra chilometri di grigi d'asfalto e di musica sussurrata o urlata, e allora cominciano e si incrinano e parlano e parlano senza smettere, intanto che cerchi e trovi le chiavi per riaprirle quelle maledette porte senza vetri, che non vedi e non sai tu puoi solo immaginare, fidarti dell'istinto e – ricordi? - tu dici, io scrivevo, parlavo di cantonate e di non so, e in fondo sono ancora lì, a decodificare sguardi e silenzi, a nutrirmi di attese, ad affidarmi alla mia straordinaria intelligenza emotiva che, come sai, a volte non serve a un cazzo se non a confonderti le idee e i sogni, mescolandoli tra loro.
Vorrei fare un viaggio con te, di quelli che finalmente ci si racconta tutti interi, oceanimare di parole liberate dalle paure e libere di sole e di stazioni di servizio, libere di curve lunghe come spirali di galassie, libere di telepass e di alberghi senza prenotazione. Di quelli che la voce si incrina di ricordi ricostruiti alla luce delle confessioni, giorni scolpiti nella memoria per motivi opposti a quelli in cui credevi, sguardi stupiti a fissarsi senza tempo e a riconoscersi.
Vorrei fare un viaggio con te – ecco – di quelli in cui ci si riconosce. Di quelli che levi via gli occhiali scuri e i paraventi, di quelli che abbatti i muri e le barriere e ci si guarda diritto in faccia, di quelli bagnati di mille domande e di mille e una risposta perché finalmente hai una risposta per ogni domanda e anche una in più, giusto quella che mancava da sempre.
Vorrei fare un viaggio con te, sì.
Certo, tu non lo sai e come potresti? Io taccio, nel fiume di parole che ruota intorno allo scoglio del nostro tempo inchiodato, io taccio. Tu non lo sai, forse lo immagini e comunque mi piace immaginare così, mi piace pensare che dentro le scariche che attraversano ciascuno degli sguardi che incrociamo, come fioretti che sanno benissimo come farsi male ma che mai potranno farlo, ci siano già grattacieli di domande e di risposte, le tue e le mie. Forse lo immagini e aspetti, mantieni una porta socchiusa, soltanto una, perché io possa affacciarmi un istante e dirtelo: vieni con me in viaggio?
Senza promesse, ma con montagne di attenzioni, vorrei fare un viaggio con te. Forse lo immagini, ma intanto io esito e il punto è che io non posso sbagliare, con te non posso. Non posso e basta, insomma. Non che ne abbia paura, io che di errori e di virate faccio sovente ragione di vita. E' proprio che sento nettamente, dentro la testa e dovunque, che con te non mi è consentito errare. Se non nel senso di viaggiare, giustappunto.
E allora attendo, aspetto, indugio.
Lo farò – tuttavia – e so che non eviterò la domanda, né la paura bambina che mi terrorizzerà impietosa nel piccolo tempo che passerà prima della tua risposta. In quel tempo mi sarò giocato tutto, con l'incoscienza coraggiosa di chi ha riconosciuto la Possibilità e non può permettersi di lasciarla andare senza affrontarla, io aspetterò che tu dica con gli occhi eretti piantati nei tuoi.
Tu mi dici così, io però non so.
Vorrei fare un viaggio con te, vorrei compiere il mio viaggio insieme a te.
Nessuna dichiarazione di matrimonio, di quelle il mondo è pieno e spesso ci si perde dentro; mi ci sono perso anch'io, pure senza averla mai pronunciata. E poi non basta, per una vita non basta: io voglio di più.
Voglio compiere il mio viaggio insieme a te, certo tu non lo sai e come potresti?
Eppure lascia la porta socchiusa, quell'unica porta perché io possa entrare. Di tempo non passerà molto, che io finalmente saprò domandarti.

postato da giuseppemauro, 23:42 | link | commenti (5)

giovedì, 07 febbraio 2008

PAUSE (SENZA) PRANZO (O QUASI)
 
Mangio veloce, nell’ora d’aria prevista dal contratto collettivo nazionale.
Mangio poco e veloce, poi scappo alla Stazione Marittima, molo Beverello.
Il Castello fa la guardia sul fianco destro, io mi siedo sulle panchine di ferro, la testa appoggiata ai montanti che reggono le pensiline.
Intorno attese di isole, o d’altre coste.
La testa appoggiata, le gambe tese protese distese, le braccia conserte, gli occhi chiusi in faccia al sole che di questi tempi, all’ora di pranzo, si appende al cielo con inclinazione perfetta.
Il mare che carezza le palpebre abbassate, impazzito di stelle di luce che si inseguono si chiamano si confondono sopra le onde che ballano di vento.
I traghetti abbassano e rialzano ancore, prima di riposarsi o di riprendere il mare.
Oggi c’è vento di levante, lievemente rabbioso, dietro la nuca.
Il caldo del sole in faccia, il freddo del vento di febbraio dietro la schiena: sintesi di vita, contrasto perfetto.
Ricarico le celle fotovoltaiche nascoste sotto la pelle, quindi rialzo le palpebre; mi guardo intorno con sospetto, casomai ci fosse Deckard in giro, in caccia.
L’ora è scaduta, io vado alla seconda parte del giorno sancito dal contratto di cui sopra.
 
 
Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
 
N. Hikmet

postato da giuseppemauro, 15:48 | link | commenti

mercoledì, 06 febbraio 2008

Coccolo le attese come fossero pioggia.

postato da giuseppemauro, 10:55 | link | commenti (1)

martedì, 05 febbraio 2008

FINCHE’
 
Finché sono in macchina
      rotolo sull’asfalto drenato fino a Orvieto, rotolo coi pensieri battuti dal tempo della musica che rotola anch’essa dentro l’abitacolo chiuso a riccio e non c’è una nota che ne esca, tutto si mescola io insieme al resto, io che memorizzo strofe accordi intenzioni ragioni pudiche sconcerto torti orgogliosi speranze passato prossimo ma pure quello antico logica giorni arrotolati a spirale dubbi sontuosi follia a spicchi colorati d’arancio rette parallele sogni futuri possibili ipotesi decisioni derise certezze, io che memorizzo i solchi nel cielo che spaccano a mezzo l’azzurro e le nuvole.
 
Finché sei in macchina
                                 rotoliamo sui pensieri fusi confusi e ancora le note che accendono e spengono le menti, rotoliamo mescolati noi e le mani e attraverso le dita ogni cosa si trasmette se ne corre come quel re dato di scaccodalla regina si insegue decifrando le ragioni - le nostre ragioni - che non sappiamo vedere senza il prisma che riflette quelle altrui quelle piantate nel contesto intorno nei giorni aguzzini ma poi ti dico – e te lo dico come ti dico tutto ché non c’è niente che io non ti dica – che siamo noi stessi aguzzini, che non c’è giorno o coraggio che tenga, non ci sono logiche né paraventi, ci siamo noi costretti da noi e null’altro, ché nulla di esterno sa essere eterno.
Le nostre ragioni.
 
Finché siamo in macchina
                                     i finestrini serrati come le anime insieme, c’è un film di verde e di pioggia sottile e di grigio e di azzurro e di ipnosi in forma di tergicristalli – c’è un film fuori che corre scorrendo e noi a caccia di un silenzio impossibile, io non ricordo pause tra le parole che si allunghino oltre i minuti giusti, io non ricordo e non so distinguere tra dialoghi e discussioni e pensieri che scambiamo ad alta voce, perché pensare in me e dirti è ormai automatismo diffuso e certo, il pensiero nasce e fluisce tra i nervi e le vene e diventa ancora frammento di anima da regalarti, ché l’anima io non so più tenerla per me solo, finché siamo in macchina non so più.
 
Finché siamo in macchina
                                    e poi i gesti diventano inconsulti, per non dire degli sguardi che affondano nei tuoi occhi impossibili da misurare, e tu scendi; è un istante, tu scendi e io ricomincio a andare, con fatica più grande, rotolo sull’asfalto drenato fino a Orvieto, rotolo coi pensieri e
 
coprirò le distanze per venire da te
misurando le forze quando vento non c'è.

postato da giuseppemauro, 17:20 | link | commenti (6)