capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

mercoledì, 25 giugno 2008

LE VOCI DI DENTRO
 
Tu sali in macchina e cominciamo a parlare.
Prima con gli occhi, pure se questo mi costa un aumento del rischio di incidenti, visto che le mie pupille si incollano alle tue e non vogliono sentire ragioni, io per un poco le assecondo e cos’altro potrei fare? Allunghi la mano verso la mia e ci intrecciamo insieme, riprendendoci un mondo che è soltanto nostro, al riparo dalle intrusioni, dal nostro lavoro quotidiano, dalla fatica dei giorni che girano intorno.
Parliamo di occhi e di pelle, prima che di voce.
Poi ti faccio una domanda, oppure cominci tu e allora il fiume parte, le parole si ammucchiano le une sulle altre, i muscoli delle corde vocali vibrano d’aria e aprono la porta ai pensieri.
 
Ti racconti, mi racconto.
 
Diamo conto al nostro noi dei giorni e del lavoro e della fatica. Pause, pochissime. Silenzi che piovono improvvisi perché come ogni muscolo anche le corde vocali talvolta cedono e noi sappiamo metterle alla prova come nessuno al mondo. Silenzi di riposo, al massimo un minuto, poco più, quando le voci si arrochiscono e allora riprendono fiato.
 
Stancami.
 
Ricomincio a parlare lasciando cadere pesantemente la mano sulla tua coscia e lo faccio ogni volta che devo cambiare marcia o abbandonare l’intreccio delle nostre dita per qualche ragione e dopo un poco tu mi rimproveri – mi stai ammazzando la gamba! – e togli via la mia mano quasi lanciandola lontano.
Ridiamo.
Ci prendiamo in giro, spudoratamente.
Ridiamo e ridiamo tantissimo, tanto che si nota subito quanto siamo disabituati a farlo altrove. Ridiamo di occhi e di voce. Mi piace quando ridi, so che ti piace il mio sorriso. Roba rara, preziosa, da custodire gelosamente dentro l’abitacolo.
 
Parliamo, parole come un fiume in piena.
 
I pensieri conoscono la strada, filtrano giù dalla mente e si affacciano sulla gola, ricadendo in una cascata di mille parole. La voce, quella che mette in ordine e in logica i pensieri, le nostre riflessioni arrischiate, le idee trattenute a stento, le meditazioni notturne e quelle del risveglio. I dubbi e le certezze. La voce che inganna sempre un poco, quando un pensiero diventa parola non è mai esattamente uguale alle scintille partorite dalla mente, lungo la strada la ragione si lascia dietro l’istinto e allora si trasforma, è quasi sempre vincente, attraversa per prima le corde ed è lui che dice; quasi sempre.
Allora, tutto quello che non è ragione (ma che ha ragione) ha bisogno di altre strade.
 
Inciampa, piuttosto che tacere.
 
Prendiamo il caffè, a volte non ti va di uscire dalla macchina e io so capirlo guardandoti anche solo un attimo. Sorridi, ti infilo le dita tra i capelli dietro la nuca e tu ti ribelli ai brividi che arrivano veloci. Ti bacio, le mie labbra sono umide e tu subito dopo asciughi le tue col dorso della mano. Fingo di arrabbiarmi e ti bacio di nuovo, più umido di prima così impari!
Stiamo, con tutta la tranquillità di cui disponiamo, con una buona dose di felicità serena, di serenità felice. Il tempo da fermare.
Ricominciamo a parlare ma adesso le parole sono solo un pretesto, attaccate a esse vengono sospiri, aneliti, desideri, amore.
 
Le voci di dentro.
 
Le voci sconfitte dalla ragione, quelle che non sanno quasi mai trasformarsi in parola, quelle costrette dentro un vocabolario limitato che non rende in alcun modo giustizia alla vastità e alla complessità dei sentimenti che ci scambiamo.
Quelle voci, allora, si attaccano alle parole che non pretendono di raccontare, ma solo di essere. Quelle voci che arrivano dalla pelle, dallo stomaco, dai fremiti nascosti, dal sangue che si riscalda, dagli odori che si mescolano insieme facendone uno. La voce soffiata dalla corde vocali diventa il veicolo delle voci raccolte da dentro, continua a dire ma ogni parola diventa un mondo dentro cui abita tutto il senso del nostro esistere, quello che provo a raccontarti dentro quelle lettere che tu – sfottendomi ancora - chiami struggenti ma che solo in quei momenti sa essere più vero del vero, finalmente disancorato da ogni pretesa di mostrarsi.
 
Quel mondo esiste, è, vive.
 
Torniamo.
In fine, mi fermo.
Tu saluti ma guardi intorno, per non essere costretta a inseguire i miei occhi già alle prese con l’angoscia della tua schiena che si allontana. Te ne vai di scatto.
Dopo un minuto mi chiami al telefono, ci salutiamo davvero, ci raccontiamo la mancanza che è già ferita, ci spieghiamo tutte le volte – tutte le volte – quanto sia difficile separarsi. Una volta paragonasti il distacco a quello di un bambino dal grembo materno, non l’ho dimenticato e mi piacerebbe avere la forza di prenderti in giro per l’enfasi della similitudine, però non ci riesco. Non adesso che la tua schiena è ancora visibile mentre parliamo al telefono, mentre ti dico che mi manchi già ora che sono passati due minuti da quando sei andata, mentre me ne stupisco ancora e mi stupisco del fatto che sia così anche per te.
Non adesso che le voci di dentro esplodono tutte insieme, il coro - cantore superbo - di un tempo impossibile da spiegare.

postato da giuseppemauro, 14:04 | link | commenti (3)

giovedì, 05 giugno 2008

UN METRO D’ORIZZONTE
 
Due passi più in là, dopo il confine che circonda il mare giallo del deserto, c’è un metro d’orizzonte.
E allora, cosa vuoi che ti dica, adesso?
 
Sono come un vaso di cristallo, prezioso ma giusto per me stesso, con i cocci piccoli e ripuliti rimessi insieme con l’attak. Ci soffio sopra, in modo che la colla secchi e tenga più a lungo. Ci soffio sopra con gli occhi accanto, da così vicino posso scorgere ogni singola crepa e i minuscoli fori che testimoniano, giurando di dire tutta la verità, dei pezzi che mancano, della loro essenziale funzione perduta, dei posti in cui sono stati visti per l’ultima volta.
Ora, è già stato faticoso incollare tutti i frammenti insieme in modo che il risultato finale ricordi un vaso (o me stesso, che tanto è uguale), molto faticoso. Distruttivo. Figurarsi se adesso mi metto in caccia dei pezzetti microscopici che completerebbero il tutto, se mi ingegno a trovargli posto tra i fori disseminati intorno, se li infilo infine infondo munito di pinzetta e lente di ingrandimento apposita: eh no!
Lo farò, certo che lo farò. Ma non adesso, non ho energie, non ho forza, non ho voglia. Mi basta questa specie di materia transuente trasparente immaginifica, qualcosa dentro cui mi specchio ma oltre cui riesco anche a guardare, magari le cose appaiono deformate ma posso vederle. Attraverso il vaso, attraverso la parte di me rimessa insieme, io cerco il confine e quel metro di orizzonte che mi spetta per l’oggi.
 
E poi mi nascondo, invisibile al tempo.
Tu, però, non hai cura delle mie fragilità. Più quelle si manifestano, più tu fuggi via, come se io volessi ostentarle, mostrartele apposta come si fa con un fregio. Eppure mi conosci, sai che detesto mostrarmi debole, esposto, sai che la mia vita è una costruzione di muri concentrici dentro cui gli altri non possano guardare, ci sono i quadri e le parole dipinte sulle mura d’esterno ma dentro no, non è consentito ad alcuno di ficcarci il naso e di capire.
A te sì, perciò tu sai.
Sai che più cerco di contenerle, più le mie fragilità tracimano, rompono in un attimo gli argini e i terrapieni costruiti con tanta fatica, esondano e debordano e straripano, invadono il mare giallo del deserto e lo fanno ancora più arido, fino a farne una fornace per i piedi e per l’anima.
Ecco, tu non ne hai cura, non riesci; non puoi.
E’ così che questo tempo in forma di deserto, dentro il quale cammino e navigo senza sosta, aspettando che il vento incessante di sabbia e di calore mi dia tregua e la spinta per cercare i pezzi che ancora mi mancano, diventa più duro, si estende come un infinito perfetto, dilata i suoi confini fino a farmi perdere finanche l’odore del mio metro d’orizzonte.
Mi succede di rituffarmi in quel tu dici, sono io che non so, lontano ma poi non così tanto. Mi succede di aggrapparmi allora a quella straordinaria intelligenza emotiva di cui però ormai diffido quasi quanto dell’esistenza di un dio. Mi succede di fermarmi e di proteggermi gli occhi con un braccio, che il vento furibondo e l’angoscia non ne facciano pozze sorgive di lacrime, non troppo spesso almeno.
 
Ti dico ma non ti chiedo, sia chiaro. Le mie fragilità sanno straripare, ma non sanno fermarmi e io so opporgli la giusta noncuranza, alla bisogna. Sei ciò che sei, con il tuo fardello di impossibilità antiche e future, ma io mi tengo strette anche quelle.
Mi tengo strette quelle e il mio metro d’orizzonte, insieme.

postato da giuseppemauro, 14:40 | link | commenti