capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

giovedì, 27 novembre 2008

DI TEMPI PERDUTI E DI PAROLE (LESSICO E NUVOLE)
 
Che l’eccesso di parole nasconda vuoti di sostanza, io l’ho capito da tempo.
Ci sono fasi che si vivono di corsa, ma girando in tondo; o addirittura stando fermi. Sassi da cui alzarsi, pareti da scalare, confini di varcare, quelle cose di cui ho riempito fogli per anni, travestendo con dichiarazioni planetarie e orpelli bizantini la mia endemica incapacità di fare. Ho usato metafore di ogni tipo, compiacendomene perfino, per descrivere le scelte. Quelle che puntualmente non facevo.
E allora giù parole, avverbi a valanga, allegorie e pesantezze verbali. Talvolta belle, non lo nego. Altre volte inutilmente profuse. Così, tanto per dire. Per rimirarmi nelle frasi e poi riempirne le voragini aperte dalla consapevolezza dell’assenza di sostanza. E di senso. E di motivi.
A volte, magari, la consapevolezza non è stata così piena. Ma l’incapacità di fare sì. E, spinto incessantemente (dagli all’avverbio!) dalle domande, che costruiscono il tratto più lungo - e dominante – del mio acido desossiribonucleico, alla fine ero costretto a rispondere che non volevo fare, per questo non potevo. Per questo non ero capace di scegliere. Non volevo.
Mi andava di perder tempo. Non c’erano motivi sufficienti per scegliere. Non ne valeva la pena. Situazioni di precarietà palese, prive di sostanza, prive di futuro, ancorate a un presente fatto di porte chiuse. Sognare le fattezze del giorno dopo, piuttosto che costruire per gli anni a venire.
Non ero abbastanza grande o il mondo non era abbastanza: fate voi. Mi interessa poco, perché non cerco scuse o comprensione. Era fatto così, il mio tempo, e c’è poco da dire. Diluvi di parole e nuvole irreali e niente fatti. Giustificazioni bugiarde e nessun progetto. Più scrivevo e meno ero vero, quasi subdolamente. Non c’era dolo, in questa complessa e artificiosa opera di disvelamento emozionale, ma colpa sì.
 
Poi qualcosa è successo, è ovvio. La capacità di crescere, e di fare, ce l’abbiamo tutti. Serve però qualcuno che ti aiuti a trovare le chiavi di casa, così finalmente si può aprire la porta e capire che le parole spesso non servono, che quando diventano troppe sono solo il segno patologico di una inabilità cronica. Da un giorno all’altro, allora, si accende una luce e cominci a fare cose che mai avresti pensato possibili.
Guarisci.
Io sono guarito, posso affermarlo con un certo orgoglio. Con la dignità dei sacrifici che sono chiamato a compiere ogni giorno perché il mio tempo quadri, in qualche modo. Perché nessuna scelta è indolore, anzi più ne compi e più devi alzare la soglia della sopportazione, la capacità di accettare compromessi, di sostenere battaglie che cambiano di luogo e d’armi continuamente, costringendoti a decidere in spazi ridotti cui non eri per nulla abituato.
Il mio tempo è così, e non me ne lamento. Più scelte compio, più costi sostengo, è vero. Ma i costi maggiori sono compensati dalle maggiori gratificazioni, quando finalmente – al risveglio o prima di dormire – posso pensare che il mio non è più un tempo perduto, buttato via, ma è fatto di cose solide, consistenti. Cose certe. Vivere e crescere significa scegliere, non scrivere per riempire i vuoti e lasciatemi passare la banalità.
Quarant’anni sono un’età un po’ troppo grande per crescere? Può darsi, vedete voi. Sta di fatto che io almeno l’ho fatto.
 
E dopo, ci sei tu.
Tu che alle mie scelte hai offerto la possibilità di sentirsi più grandi, di diventare adulte, dando loro un senso maggiore, condiviso. Parole sì, tantissime…pure troppe! Ma nella concretezza degli sguardi, della mani intrecciate, dei giorni e degli anni da disegnare. Facciamo a volte quell’esercizio di memoria e di coscienza – qual è la prima cosa che ti viene in mente quando pensi a noi? e non c’è risposta possibile, ci sarebbe se fossimo ormai rinchiusi in un rapporto fatto di ricordi malinconici e di rimpianti appesi ai sogni e invece noi non smettiamo di essere casa in costruzione, ne consolidiamo il senso e le fondamenta e le pareti e il tetto senza smettere la voglia e la curiosità di capire, di conoscerci, lo stupore nei confronti di certi pensieri che corrono contemporanei, come se avessero trovato la strada giusta per trovarsi finanche senza parlare, ma con la sensazione netta che non per questo sia tutto già visto e ri-conoscibile. Come la vita sa darci il gusto di sapere che il suo senso non sarà mai svelato del tutto, noi restiamo in divenire e forse il nostro senso più grande e più bello sta proprio qui: nella certezza che non smetteremo di avere voglia di costruire, di fare, che non dovremo mai sederci in terra a rimirare un’opera magari bellissima ma ormai del tutto completa, senza angoli sconosciuti o sogni da scoprire o persino fantasmi da dissotterrare. A casa nostra, amore mio, ci sarà sempre qualcosa da fare, perciò non illuderti di avere troppo tempo per riposare.
Sei stanca per questo? Io no. E quand’anche fosse, pretendo che tu mi stanchi.
Se poi l’esercizio vogliamo farlo oggi – perché domani mi verrà in mente una risposta diversa – penso a noi in macchina, le mani strette e una radio sempre spenta perché le cose da dirci sono letteralmente infinite. Le spendo lì, adesso, le mie parole. Sono completamente vere, accompagnate dagli occhi che cercano i tuoi senza paura, trasparenti. Dalle strette improvvise e dai respiri più affannosi. Dai baci aggrappati a un’area di sosta. Dal telefono che lascio in macchina se vado a prenderti il caffé quando ti scocci di scendere e non ho paura di farlo, io che del telefono ho fatto simbolo ed emblema dei miei tempi perduti, quando dovevo proteggere il lato oscuro della mia vita e le parole che vi affondavano dentro. Adesso lo lascio con te, che conosci pure i codici di protezione, adesso mi sento libero. Adesso che scrivo tanto poco da rendere palese, dentro di me, la consapevolezza profonda della dimensione di inconsistenza delle mie parole di ieri. Non ne rinnego una, sia chiaro, ma da qualsiasi angolo le guardi posso riconoscerne l’irrimediabile caducità.
 
Ogni tanto però devo scriverti.
Nella quantità incredibile di parole e di pensieri che ci scambiamo, ho bisogno talvolta di fare ordine, di sistemare un poco le cose. E’ come quando apri bauli e forzieri e questi traboccano di oggetti e di tesori che occupano ogni angolo, sovrapponendosi e soverchiando le cose intorno con la loro potenza: allora devo riordinare i pensieri. E non conosco mezzo migliore che scrivere, per farlo.
E poi so che l’armamentario lessicale di cui dispongo è limitato, che per cercare di esprimere stati d’animo, emozioni e passioni, e poi i sentimenti, devo giocoforza utilizzare parole e concetti che paiono abusati; lo so. Però i toni sono diversi, concedimelo. C’è poco di epico in quello che ti scrivo, e questo suona persino paradossale. Perché oltre a scrivere per fare ordine in casa, certe volte ho bisogno di rappresentare - stati d’animo, emozioni e passioni, e poi i sentimenti – un me stesso del tutto sconosciuto.
Tradotto in soldoni banalesi, tutto quello che provo per te non è paragonabile a nulla di ciò che ho vissuto prima di incontrarti, proprio nulla. A volte questo mi spaventa, altre volte mi rasserena, sempre e comunque mi stupisce. Allora vorrei scrivertelo meglio, mi investe d’improvviso la tentazione di ridiventare planetario ma è solo un attimo: quindi scrivo poco, e con i toni dell’oggi. Quelli che sono legati indissolubilmente a un presente che si nutre di futuro vorace, che sa costruire limitando i sogni e le nuvole senza per questo rinunciare a immaginare. Inscritti in un contesto fatto di fatica pura, di scelte pesanti compiute senza tanti giri di parole, di quella montagna fatta di dubbi che hanno ben poco di letterario ma che servono, tutti quanti, a costruire certezze solide da cui partire per completare il passo successivo.
C’è sintonia completa e assoluta tra la concretezza dei nostri giorni e la rarefazione quasi pudica delle parole che ti scrivo.
Perché io non ho più bisogno di riempire vuoti, adesso che ci sei.

postato da giuseppemauro, 13:59 | link | commenti (2)

martedì, 11 novembre 2008

A CLA' (*)

(Quarantuno anni, il giorno dopo)

E allora, rieccoti.
Dietro una foto in forma di specchio, non posso non sentire la fitta dolorosa dell'agnizione, ritrovarti ciclico negli anni sparati verso il cielo. Gli stessi occhi, miopi alla rovescia sopra un mondo rovesciato, incapaci di appoggiarsi alle cose vicine, sempre in fuga verso un oltre inasprito di domande più forti, addolcito di risposte mancate. Anno dopo anno, i tuoi occhi sono i miei, la stessa luce in un fondo senza fondo.
Come senti e come ti senti, dentro le onde scure dei ricordi?
Cambiati troppe volte, precipitati sull'orlo tagliente delle scogliere aguzze di giorni, non sappiamo fare a meno di risalire. Nel gorgo dell'acqua salata che ci scorre tra le vene e le lacrime, riemergiamo dopo l'orizzonte. Dentro l'urlo senza tregua del mare, non possiamo non riconoscerci, i miei occhi più vecchi e più ibridi, i tuoi occhi più grandi e più solenni. Sono la tua fotografia, adesso che implodo camminando all'indietro e

sono io che corro lungo il torrente che attraversa Pescasseroli
io nelle discese sepolte brusche innevate di primavere troppo acerbe
ancora io a raccontare dei respiri del cane a mia sorella piccola
sempre io sempre tu a rotolare in bici contro gli abeti di vallechiara


sì che ti ho riconosciuto qui dagli occhi
che già non vedevano così lontano
quando un palloncino ti scappò di mano
e volò e volasti pure tu sì sei tu
gli stessi identici occhi miei ma in grande
o forse solo con un po' più d'incanto
son cresciuti intanto e pieni di domande
e son rimasti miopi fino a qui


E' successo che un giorno – uno di quelli qualunque che poi non ricordi e non sai più segnare su nessun calendario – non eravamo più gli stessi. Tu, fermo come un ologramma dorato d'infanzia, io fiondato a rotta di collo verso le mie risposte impossibili. Distaccati d'un tratto di un tratto lunghissimo.
Eppure, ricordo.
So dei soldatini messi in fila a combattere contro palline rotolate, delle giornate di sole rubate al pallone e regalate alla Comune di Parigi e a Sant'Elena e al Risorgimento e alla Battaglia d'Inghilterra e alle prodezze della Volpe del Deserto, so del Piccolo Principe e dei gloriosi ragazzi della via Paal, dei sogni di Salgari e delle carte stellari che trovavano posto sopra le mensole invecchiate in cameretta senza pretendere di combattersi tra loro. So dei risvegli bruschi di mia sorella nel mezzo della notte e della mia mano allungata verso la sua finché non ritrovava il sonno, so delle recriminazioni indomabili e stanche di mia madre e dei silenzi orgogliosi di papà, so dei compagni delle elementari cancellati da una memoria ferita e della testardaggine elettronica del VII cavalleggeri ITIS.
So che mi manchi, mi manca quella tua semplicità complessa che di semplice ormai non ha più nulla.


A Clà lì ho lasciato te
così per un altro me
ma sì sono stato troppo via
con questa troppa nostalgia
di me quand'ero te
a Clà tu sì che eri un re
io no mai più come te
noi che trovavamo tutto in niente
e adesso c'è
niente in tutto e nessun re


Ricordo il profumo che assegnavi alla vita, un mare silenzioso nelle narici, disegni nitidi dai colori netti. Quel profumo l'ho perduto dentro i primi capelli bianchi che spiccano nel bruno come sorgenti di argenti ma eri tu ad avere torto, sai?
Non c'è trama leggibile in questo percorso arroventato che chiamiamo tempo. Fiaccato dalle domande, gli anni mi hanno presentato cose e persone che pretendevano di essere risposte o che lo vogliono, ma che non lo sono o non sanno ancora esserlo. Che io ci creda o meno, che tu ti illuda o finga, non possiamo essere noi ad assegnare ruoli e senso a chi deve conquistarsi il cielo con la forza disperata di una saggezza nascosta nella follia.
Fiaccato dalle domande, io non ho ancora risposte. Tanto che oggi mi scorre dentro il dubbio non che la vita sia illusione, ma che il suo stesso senso stia nell'illudersi. Il miraggio del viaggio contro la concretezza composta della meta.
Non lo so, e tu?
Io voglio ancora tempo, illeggibile o meno poco importa.
Stremato dall'ansia di capire, ho confuso spesso la necessità di farlo con il bisogno di comprendere; ma capire e comprendere non sono sinonimi. E in questa canzone dedicata all'egoismo tuo, sfumato negli anni dentro un'endemica e insopprimibile capacità a vestire panni e scarpe del prossimo tuo come te stesso, voglio comprendere te e basta; e me di riflesso.
E farmi ragione delle tue ragioni.


Siamo qui forse un po' più stanchi
fieri perché no di quei capelli bianchi
a implorare il tempo come un tempo in cui
c'era la paura
della mano di papà prima della puntura
e di una porta aperta piano piano


Ieri ho compiuto quarantuno anni.
Li dedico a me, oggi non voglio fare altrimenti. Li dedico al sonno dei giusti, alle attese indomite, alle ripartenze che fanno invidia a quelle di sacchiana memoria, alla capacità di capire me stesso e le ansie del bambino che pure seppi essere.
Li dedico a me.
Ma anche in questo sforzo di egocentrismo perverso, non posso fare a meno di sentire che la comprensione di me stesso passa inevitabilemente attraverso la risposta che tu vuoi essere, che saprai essere.
E quando non so capire abbastanza, che la fatica appanna la miopia alla rovescia che ho portato fino a qui; e per le parole di ieri sera - non sbagliate ma - fuori luogo e fuori tempo e fuori posto, tu perdonami.

(*) A Clà è di Claudio Baglioni, Viaggiatore sulla coda del tempo

postato da giuseppemauro, 23:58 | link | commenti (1)