capitani coraggiosi

                                     frammenti di un diario di bordo

 

lunedì, 14 settembre 2009

E pensare che le bionde non mi sono mai piaciute..

postato da giuseppemauro, 10:30 | link | commenti (1)

venerdì, 11 settembre 2009

DELLE RISPOSTE IMPOSSIBILI
 
Cavalco i sogni con sapienza antica spoglia di pazienza. Lungo i corridoi disegnati dagli orli delle nuvole, mi incuneo seguendo gli spigoli del vento;
talvolta assecondandoli, altre volte viaggiandogli ostinatamente contro.
E’ un percorso in forma di labirinto, là dove le nubi smettono di riposare morbide e bianche appressandosi alle tempeste, caricandosi di buio elettrico, affilando gli angoli pronte a scontrarsi e a rovesciarsi sul mondo.
Quelli sono i percorsi che prediligo. I labirinti più cupi che si intrecciano regalandoti cento incroci e altrettante scelte, necessità di decidere;
talvolta informati, altre volte all’oscuro di ogni variabile.
Lì, a ogni incrocio, io trovo un gancio in mezzo al cielo. Appeso a testa in giù, il punto interrogativo domanda e allora bisogna fermarsi, il tempo di rispondere e poi scegliere e poi girare l’angolo prossimo e riprendere a viaggiare. Un po’ più a sinistra, un poco più su, a cavallo dei sogni.
Faccio un sacco di strada. Un mucchio di chilometri, carrettate di incroci, domande infinite di ogni razza e religione. Io cavalco i sogni, cerco le nuvole buie, mi incammino lungo i labirinti, cerco domande, rispondo e vado oltre. Un po’ folle, un po’ meno.
Figuracce e figuranti si accavallano incontro alla luce dei tramonti che spengono l’orizzonte, impallidendo di nero. Sottovesti trinate frusciano come sonagli travestendo una pelle che ti sembra di sapere ma che poi si rivela sconosciuta e puoi solo restare a guardarla senza saperne più il sapore. Equilibri precari tra correnti d’aria che risalgono il cielo si rompono contro gli argini imposti dal sole a guardia del giorno. Mi piace distrarmi naufragando sopra il vento, accovacciarmi sopra i sogni lasciandoli galleggiare alla deriva, annotare le scomposizioni della vita rifratta dal prisma degli eventi, le porte girevoli che impazziscono proiettandoci in una dimensione che si stampa nel reale soppiantando tutte le altre relegate nell’archivio del passato in forma di embrioni di possibilità.
 
Ciò che poteva essere e non è stato.
 
Respiro forte riprendendo la caccia, surreale eroe donchisciottesco in lotta solitaria contro le domande piantate agli incroci del cielo. Perché rispondere è lottare, sempre e comunque.
 
Esistono domande più forti, però. Non tanto quelle tipiche, testimoni eterne della nostra finitudine e dell’impossibilità certificata di capire – chi sono, da dove vengo, dove vado, e magari perché.
Parlo di sguardi rubati, di attimi improvvisi lasciati rotolare indietro, di parole ammezzate e troncate di netto nell’alveo spinoso di tempi impossibili. Parlo delle mani lasciate a mezz’aria a uccidere una carezza che non puoi o non capisci, degli occhi che inseguono occhi per fuggire via subito appena trovati, dei sospiri nascosti dentro sguardi socchiusi a spiare capelli bagnati striati da un pettine sotto il sole d’agosto. Parlo della memoria che chiude a chiave certi momenti per soffocarne il ricordo dietro i paraventi dell’anima, delle barriere erette a difesa dei sogni che pretendono di cambiare e di colorare la vita, della pelle sfiorata per gioco che provoca insopportabili scariche elettriche che ti dimezzano gli occhi e le difese e il coraggio e la consapevolezza e i bisogni e il senso di te stesso e le occasioni mancate e le sere passate a scrivere lettere mai spedite e messaggi cancellati e sms mai inviati rimasti nella memoria di un vecchio nokia conservato in un cassetto e lo stupore per i brividi che ti attraversano l’anima e il sangue e le dita e lo stomaco all’incrocio di sguardi inaspettati e confusi nel mucchio e tu scivoli di nuovo.
Esistono domande più forti e sono vestite di tutto questo. Piantate lì, in mezzo, possenti e senza risposta. Non ne incontri molte nella vita, forse una o magari due, non di più. Il coraggio che serve per rispondere è tanto grande, tanto ricco, da apparire impossibile da mettere insieme. Allora cambi strada, accarezzi il tuo sogno in forma di destriero e lo riporti indietro, verso domande più consuete; più comode.
 
Il fatto è che le risposte a certe domande, quelle più grandi, impossibili, quelle in grado di disvelarti una buona fetta del tuo personalissimo senso della vita, non stanno mai in cielo. Loro - le risposte - stanno più giù. Sdraiate sulle onde di un oceano, disperse tra i cristalli d’acqua e di sale che si spengono sul bagnasciuga, affondate nelle fosse che rendono il mare di un blu che è quasi notte, mantello di eternità scura con il compito di custodire i segreti della vita e del tempo e le stesse risposte in attesa della saggezza folle di quei pescatori in grado di coglierle. In mare esistono e abitano scintille di trascendenza, l’inspiegato che agita i sogni, le anime che corrono l’infinito navigandolo in eterno. E’ il mare che possiede le risposte, facendosi beffe di quelli che le cercano guardando verso l’alto.
Allora, ci vorrebbe il coraggio di scendere. Abbandonare i corridoi dei cieli e planare lentamente sul filo trasparente dell’acqua, coperchio di infinito. Cercare tra la schiuma delle onde che si contendono le coste, in mezzo alle scintille di sole che baciano i flutti, dietro le scie lasciate dalle vele perdute in un silenzio senza confini perché il suono delle onde è il silenzio vero, immenso e assoluto, più grande di quello che puoi ascoltare negli universi che dividono le stelle. Lì si trovano le risposte, per chi sa cercarle, riconoscerle, usarle, loro stanno lì. Una risposta per ciascuna domanda impossibile.
 
Io cavalco i sogni con sapienza antica spoglia di pazienza.
Forse per mettere insieme il coraggio necessario a buttarsi giù dai percorsi consueti, lanciarsi in cerca delle risposte impossibili e abbracciarle con tutto il loro carico di conseguenze, è proprio quello che servirebbe: riempire le vene di pazienza e di sale, per allungarsi oltre l’apnea e respirare sotto l’acqua. Io però non l’ho mai fatto. Vivo di apnee che un giorno finiranno per uccidermi.
Perfettamente consapevole che l’argento si beve ma l’oro si aspetta, veleggio tuttavia lungo i labirinti che circondano i chiostri argentati delle nuvole. Arrivo a un incrocio, mi aggrappo al gancio delle domande consuete, svolto e rivolto il cielo cercando nuove strade che ripensino daccapo un azzurro scolorito che non dà più risposte, o le mette in fila con una inadeguatezza che appesantisce il cammino di inutilità sempre più vaste. Ma il coraggio di scendere quello ancora non c’è.
Ti scrivo queste righe perché parole non so dirne, forse non saprò farlo mai. Però la virtù della pazienza la metto insieme poco alla volta. Ad ogni angolo, ad ogni sterzata, ad ogni scarto dei sogni imbizzarriti, metto via un cristallo trasparente, un tassello di un mosaico che si completa giorno dopo giorno, un tramonto dopo l’altro. Saprò completare il quadro, questo è certo. Allora, forse, saprò scendere pure a cercare la mia risposta impossibile, navigare tra le onde e gli abissi senza fondo, trovarla e guardarla diritto in faccia senza averne paura.
Allora, solo allora, te ne racconterò.
 

postato da giuseppemauro, 15:38 | link | commenti

mercoledì, 09 settembre 2009

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postato da giuseppemauro, 15:24 | link | commenti