IL FICO
Io e i miei ricordi che camminano affianco.
Le sette del mattino, i passi ammucchiati lungo la strada del porto, protetta dal silenzio. I Placebo urlano piano i loro infiniti perché agli auricolari del nokia piantati nelle orecchie.
Io e i miei ricordi, adagiati sopra il tappeto del tempo, ascoltiamo senza domande.
Arrivo lentamente in mezzo all’aria salata della stazione marittima, riflessi azzurri che ammantano ogni cosa tra il mare, il cielo, il castello davanti al palazzo reale, la collina che si inerpica fino alla certosa che fa da guardia al golfo. Un azzurro senza fine, sovraesposto; onirico.
C’è gente.
I giapponesi con le loro facce da sbarcati, gli ex-scugnizzi infagottati che tentano di vendere calzini a una coppia di tedeschi in pantaloncini, i tassisti che si soffiano nelle mani per calmare il freddo secco e sereno, raccontando di avventure notturne e degli slalom di Lavezzi.
In questo istante che si allunga a dismisura provo un sincero e assoluto disinteresse verso ogni atomo che mi circonda, cose e persone si mescolano in un nulla che non mi appartiene. La solitudine sa essere di una bellezza devastante, quando è incastonata dentro l’azzurro del mattino fresco di luce.
Mi siedo su una bitta libera da ormeggi, la faccia contro il vulcano che spezza l’orizzonte dell’est.
Il mare è un mantello grigio stanco infinito vestito sopra la pancia di dio, lui da sotto soffia leggero increspandolo appena, in una giostra di piccole colline danzanti.
Il tanfo del gasolio nell’aria è solo accennato, c’è poco traffico e gli aliscafi non intasano ancora la banchina; una casa galleggiante da crociera arriva lentissima alla stazione, pronta a sfornare gruppi candidi muniti di cappelli e bandierine di riconoscimento.
Il sole si libera d’un tratto del prato di nuvole sfilacciate sopra la linea di confine tra l’universo e il mondo, i raggi penetrano sotto il mantello rivelando un gruppo di alici scintillanti che dondolano sotto il pelo dell’acqua. Mi domando, con uno stupore che rompe per un istante il velo immacolato dell’assenza, come diavolo facciano i pesci a sopravvivere in mezzo a queste onde torturate da anni, da secoli; da sempre.
Eppure, qui è bellissimo.
Non penso nulla, solo a non pensare.
Lascio da parte i ricordi, pure quelli. I ricordi appesi agli anni remoti e quelli giovani di ieri sera, le fatiche accumulate dietro al tempo che non basta, gli occhi illeggibili di mia figlia grande, il sorriso nervoso della piccola, le parole accumulate per spiegare e conquistare un altro spazio, quelle lasciate da parte perché inconsulte come i gesti evitati e accumulati dentro pronti a esplodere tutti insieme e a implodere poi in un riflusso insopportabile dentro una cassa da tenere nascosta, serrata per bene, attenti a che nulla esca fuori come inatteso regalo al mondo incapace e feroce.
Non c’è tempo per dare le risposte ai tuoi infiniti perché.
L’azzurro si fa scuro velocemente, riempiendosi vorace di voci e di colori.
I pensieri rientrano al loro posto tutti insieme, così come il ricordo della fatica che si fa fatica esso stesso, travalica la rabbia, trasuda composto nella lucidità di una saggezza imparata con cura lungo le risalite da tutti gli abissi scavati dai nostri occhi e dalle nostre mani forti e nude; impazzite di tenacia.
L’azzurro si fa scuro velocemente, uccidendo questa mattina perfetta.
Questa saggezza, vedi, io comincio a odiarla. Non ha più spiegazioni, ha perso il suo senso laccato in forma di sigillo reale, è priva di ogni logica da qualsiasi angolo la guardi. E’ senza colpa.
Preoccupati dal mondo, guardiamo attenti il mondo che ci ignora con una indifferenza quasi soave, nivea persino nel racconto veritiero della menzogna, cristallina nella propria sontuosa impassibilità.
Una volta – pesco un’immagine dal lago dei ricordi – ho visto un fico cresciuto dentro uno spazio recintato da una rete metallica. Quell’albero non ha mai smarrito la volontà ferrea e naturale di fiorire, non so quanti anni avesse ma di certo erano tanti. Costretto dalla rete, però, è cresciuto in un groviglio intricatissimo di rami e radici, un inviluppo complicato e incredibile che ha bloccato persino la porta di accesso del recinto, una specie di cubo enorme di foglie e di legno diventato prigioniero di sé stesso, andando persino oltre la prigionia imposta dalla rete intorno.
Quel cubo, non so perché, mi rimanda l’immagine di noi costretti dalla paura a schermirci in un universo negato di gesti sempre inconsulti, di sguardi imbarazzati, di fughe dalla verità. Noi sconfessati dalla paura, reclusi in un contesto che se ne fotte di tutto ma verso cui conserviamo una fottuta deferenza che non ha ragioni scusabili.
Quella rete va spezzata.
Il contesto, le cose, i recinti, le parole al vento, le strafottenze, le paure, i ritorni, le facce, le ritorsioni, l’incredulità, il tempo, la rabbia, gli schiaffi, le bestemmie, il candore, le bugie, i paraventi, le ritrosie, i compleanni, le costrizioni, le mani negate, le ciambelle di salvataggio, le mani regalate altrove, gli scudi umani, le porte chiuse a chiave, i pini spogliati dal vento, il rumore delle docce, i voli da un balcone, i burroni dietro l’angolo di un risveglio, le voglie differite, i desideri scambiati per sogni, i capelli bagnati impigliati in un pettine, i naufragi australiani di un aereo in panne, i racconti scritti e sconfessati, le confessioni tardive che non è mai troppo tardi, i bisogni chiusi a chiave, le colpe mai commesse, le ammissioni sbagliate, la verità sempre e comunque, le lacrime mischiate insieme, la morte e la vita in un girotondo insensato, i copioni riscritti daccapo, la sorte benigna presa in prestito, il tempestoso stupore di un argine travolto.
La fatica.
La fatica, la fatica, la fatica.
Questa rete va spezzata.
Con il fardello consueto dei pensieri in circolo tra la nuca e la schiena mi alzo dalla bitta verso cui deriva il metrò del mare. Non faccio a tempo a vedere la scritta sul fianco, risalgo la banchina verso una città disegnata perché sia il mare a farle da guardia e non viceversa, mai.
Questa rete va spezzata, presto, subito; domani.
Volto gli occhi verso le onde, masticando la dannata tentazione di salire su una nave senza destinazione.
E poi tornare, sì, ritornare.
Ma senza sapere quando, e nemmeno come.