Lascio che la stanchezza mi avvolga materna, completa come un abito tagliato su misura. C’è un punto, talvolta, che sa raccontarti che l’arrivo può essere più bello del viaggio stesso e mi viene da sorridere al pensiero che di questa diatriba sulla meta e sul viaggio, una di quelle che stanno nel mondo fin dal suo inizio, io e il mio ex compare Gabriele discutemmo su questo blog quasi cinque anni fa. Certe domande non muoiono mai.
Ma insomma, la vita è un viaggio o i viaggi aiutano a vivere meglio?
Non so, fate voi.
Io stasera passo a prendere le mie bimbe e insieme andiamo a pigliarci le chiavi di casa nuova. I mobili stanno arrivando, i contratti che ti regalano il fantastico obbligo di pagare bollette sono pronti, i soldi per pagare l’affitto li ho prelevati. Intanto, nell’altra casa accumulo scatole di cartone dentro cui stipare cose e pensieri.
Mia figlia grande dice che la casa che stiamo per lasciare, piccola scomoda con una cucina invivibile e un bagno per puffi, le mancherà perché ci abbiamo comunque vissuto giorni belli. A volte i bambini sanno essere più saggi degli adulti, ed è una verità non banale. Di certo, posso essere contento perché il mestiere di padre svestito da quello di marito è senza dubbio più difficile.
Certe sere che andiamo a letto mi sento sfinito. Lavoro, passo a prenderle, giochiamo e poi cucino, lavo la piccola che non smette un attimo di parlare e poi magari litigano e io intanto cucino e poi arriva una tragedia di nome cena perché il cibo è una di quelle cose di cui loro farebbero volentieri a meno ma io stoicamente non cedo e a tavola ci passiamo un’ora. Dopo, a letto coi cartoni, loro crollano nel sonno sempre prima della fine e io resto a guardarle dentro il loro respiro tranquillo, a pensare, a crogiolarmi dentro una stanchezza che sa essere bella come quella di oggi: totale e comprensiva.
Il giorno in cui mi sono separato ho promesso a me stesso che non avrei smesso di fare il padre. Non per eroismo o per vecchi e mai sopiti sensi di colpa, ma perché mi piace. Mi piace fare il padre ed esserlo. Proprio. Non a caso, forse, ho scritto un libro che racconta le vicende di un uomo con figlia abbandonato dalla compagna.
Le tengo con me più che posso. La scelta comporta sacrifici e ne rivendico la dimensione, ma la rivendico verso me stesso. So essere un buon papà. Sul resto possiamo discutere, ma su questo proprio no.
Terminata l’apologia, stasera prendo le chiavi di casa nuova.
C’è quasi tutto, manchi tu. So essere un buon papà e questo comporta sacrifici - e attese - che, me ne rendo conto, si riflettono anche su di te: ti chiedo scusa per questo. Però è il nostro viaggio, sopra questo percorso sconnesso in cui i sassi e la polvere si mescolano a burroni infidi. Insieme, la polvere si disperde e i burroni diventano buche insignificanti. Insieme, respiriamo per come si deve e non per obbligo di sopravvivenza.
E allora, la vita è un viaggio oppure i viaggi ci aiutano a vivere?
E’ una domanda senza uscita.
Io però posso dirti, senza tema di smentita, che il viaggio insieme a te è incerto e per questo bellissimo.